lunedì 20 luglio 2026

Ulisse che semina sale - Parliamo dell'Odissea di Omero

Cosa ci fa Ulisse con un aratro a spargere sale sui suoi campi? E Achille travestito da fanciulla?

Ogni decennio della nostra vita ci regala occhiali nuovi per vedere il mondo.

Si aggiunga poi che gli anni che stiamo vivendo sono funestati da un Dio della guerra insaziabile e apparentemente inarrestabile come mai avevo visto da quando sono nato, ma solo letto nei libri o sentito raccontare.

Tutto ciò porta a riflessioni nuove di fronte a un capolavoro eterno della civiltà umana come l'Odissea, al di là dei meriti o difetti di questa o quella rappresentazione, versione, riadattamento o riscrittura che sia.

Tuttavia se il mondo è pazzo di Ulisse, come ha titolato il «Corriere della sera» sul taglio medio  della prima pagina, con tanto di foto, domenica 19 luglio, rendendolo quasi un eroe pop, questo senza dubbio è un merito.

L'Odissea non aveva bisogno di Nolan, ma il mondo aveva bisogno dell'Odissea, anche se nella versione americanizzata fatta da un regista britannico.

Oggi perciò mi chiedo, ancora una volta: di cosa parla davvero l'Odissea? Facile mettere Ulisse al centro, l'uomo nuovo, l'uomo moderno, spinto da una sete insaziabile di sapere e di scoperta, non ci sono dubbi.

Ma mi tornano in mente i primi versi dell'Iliade, nella traduzione più nota a chi ha fatto il classico tanti anni fa, quella del Monti:

"Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei"



Illustrazione di Paolo Barbieri

Ecco, in quegli "infiniti lutti" credo sia la chiave di tutto. anche se qui parliamo di Ulisse e il poema è l'Odissea e non l'Iliade.
Perché anche l'Odissea in fondo canta prima di tutto della follia dell'uomo, della sua forza autodistruttiva che lo porta, quando sembra possedere tutto ciò di cui ha bisogno, a distruggere e a distruggersi, parla della sua malvagità incontenibile. Ne costituisce la lunga risonanza, il viaggio di ritorno di Ulisse non ne sono che l'eco.
In questo senso è dunque un monito. Soprattutto alle grandi civiltà che si credono immortali, e oltre a un monito, è anche un vaticino sul destino dell'uomo.
La distruzione di Troia, il massacro inesorabile dei marinai di Ulisse e il dolore infinito di tutti coloro che lo circondano, una guerra che come tutte le guerre doveva durare poco e che si è invece trascinata per dieci anni. Per non parlare poi di tutte le storie più o meno laterali che ne compongono i ventiquattro canti, dei numerosi "ritorni rovinati", oggetto di un altro poema perduto, i cinque libri del "Nostoi" (ritorni), attribuito a Agia di Trezene. 
Ulisse si finge pazzo per non cedere alla follia e si fa trovare sui suoi campi a seminare il sale come fossero sementi dagli ambasciatori che venivano a "coscriverlo". Lo racconta anche il poeta Roversi in una delle più belle, a mio avviso, canzoni di Lucio Dalla, "Ulisse ricoperto di sale".
E a sua volta in un certo senso si vendicherà, inducendo Achille che si era travestito da fanciulla per non partire per quella guerra assurda, a tradirsi grazie ad uno stratagemma.
Come dire che i due più grandi eroi dei poemi omerici avrebbero fatto di tutto per non partire, per non fare la guerra, per non essere trascinati nel vortice suicida di lutti infiniti e dolore, perché sapevano. Più di altri erano consapevoli di cosa li avrebbe aspettati e in questo erano davvero gli eroi più grandi, più che per il loro coraggio, l'abilità in battaglia, la furbizia, grandi nella consapevolezza, nella conoscenza dell'uomo e dei suoi abissi.
Tempo di rileggere il testo originale in una nuova traduzione!

P.S.
Non credo che esista una storia, tra le mille che mi sono state raccontate da bambino, che vada a toccare i meandri più profondi del mio animo più dell'Odissea. Essa e le sue immagini potenti e così cariche di senso e di significati infiniti, mi accompagnano da sempre e senza dubbio hanno contribuito alla costruzione del mio stesso io. Per questo mi emoziona visceralmente e al tempo stesso mi disturba vedere versioni che ne tradiscono il senso e lo spirito.
Non che mi abbia disturbato o financo sdegnato vedere il film di Nolan, ma trasformare la scena finale dell'arco in una sorta di scazzottata western, sì. Da questo punto di vista, molto migliore era stata la versione che ne aveva dato due anni fa il film di Uberto Pasolini, "Il ritorno", con Ralph Fiennes e Juliette Binoche.
Per quanto riguarda le musiche... un grande punto interrogativo. Cominciano male, con melodie dal sapore irlandese. Vorrei solo ricordare che la musica greca oggi sembrerebbe musica orientale, essendo la scala pitagorica poi stata utilizzata dagli arabi.
E finiamo peggio, con uno stacco improvviso che toglie il respiro. Il film non fa in tempo a finire che partono i suoni elettronici distorti di  "When I'm home"del rapper Travis Scott, che fa l'aedo nel film. La canzone è bella, echi lontani di Radiohead, ma l'accostamento è brusco e maldestro. Potevano aspettare almeno due secondi e dare respiro alla conclusione delle immagini? In questo modo passiamo  traumaticamente dai tempi omerici al XXI secolo in un istante.
Per il resto, sono convinto che piacerà molto. C'è tutta l'energia e la forza delle percussioni che oggi ci si aspetta da una colonna sonora, e alcuni momenti sono senza dubbio veramente molto efficaci, come quello della distruzione di Troia, in uno dei tanti flash back, con un crescendo ben governato e inesorabile.
Un interrogativo, che desta un certo interesse: perché il tema intimo e misterioso delle sirene torna ad un certo punto nella distruzione di Troia? Intriguing.

Per una corrispondenza tra Nolan e l'originale, consiglio la seguente lettura, molto interessante, di Lucio Di Gaetano:



Nessun commento:

Posta un commento