Luca! Senti questo grido forte che sale dalla valle!
Bisogna imparare a sognare per essere liberi.
Dalle terre di Brisighella e di elefanti dalle zanne lunghissime,
il tuo papà. 9 febbraio 1995.
Questa la dedica che mi fece mio padre, all'età che ho io in questo momento, vale a dire nell'anno del compimento dei suoi sessantacinque anni.
Aveva da poco pubblicato una raccolta di racconti, Varianze, che uscì per una piccola casa editrice, di Faenza, la Mobydick.
Lui, autore dei suoi film, di soggetti e sceneggiature, scrittore in un certo senso lo era sempre stato. Scrittore di cinema.
Ma per la prima volta usciva allo scoperto come narratore pure. Proprio in quegli anni cominciò anche a disegnare, producendo, secondo me, forse alcune delle sue cose più belle. Qui sotto uno dei suoi disegni, del 1997.
Uno dei racconti uscì anche sulle pagine de L'Unità di Veltroni: Ticcheteticchete, non a caso, a mio parere, uno dei racconti più belli e geniali.
"Bisogna imparare a sognare per essere liberi" è una delle cose più importanti che mi ha lasciato la sua eredità culturale.
Uno dei tre doni di cui parlai in chiesa alla Pieve di Tho, colto da una freddezza innaturale e inaspettata. Le mie emozioni si raggelarono quel giorno a tal punto, di fronte alla folla di gente che riempiva la chiesa, che impiegarono poi mesi per sciogliersi, fino a quanto non cominciò il pianto, inarrestabile, che mi accompagnò per settimane.
I tre doni erano il credere nel potere dell'immaginazione, prima di tutto. Poi l'educazione alla bellezza, non come qualcosa di immediato, ma frutto di una lunga conquista. E il senso del tempo. Mio padre insegnava a guardare avanti, a proiettarsi nel futuro e a sentire il tempo, a capirlo. Anche questo ha a che fare con l'immaginazione, naturalmente.
I racconti non sono tutti dello stesso livello e qui, in questa discontinuità, rivedo molti aspetti della mia arte.
Le 21 Miniature che sto pubblicando in questi giorni sul Blog e sul mio canale You Tube, ad esempio, non sono tutte della stessa qualità. Al contrario, alcune di esse mi chiedo ancora come siano finite in quella raccolta (e infatti non le pubblico...). Ma così è.
Difficile spiegarne il perché, ma io credo che ci sia in realtà una sorta di atteggiamento aristocratico alla base di questa discontinuità, atteggiamento che ha caratterizzato mio padre tutta la vita: un distacco dalle cose del mondo, per cui gli si sta dietro fino ad un certo punto e poi le si abbandonano a loro stesse.
Si dà vita a qualcosa, in un lampo di genio che pochi altri artisti hanno e poi la si lascia andare.
Ma così facendo poi gli altri recuperano il minor genio (sto parlando di mio padre, naturalmente) grazie al lavoro certosino sul dettaglio, alla caparbietà, alla fatica di seguire un progetto fino all'ultimo istante.
Non dimentichiamoci che il fratello di mio padre, Attilio, morto piuttosto giovane, teneva al titolo nobiliare di Marchese che sua madre aveva perso sposando un borghese, e questo attaccamento lo palesava apertamente. In mio padre questa disposizione era più nascosta, ma c'era e forte, per quanto uomo di sinistra. D'altronde rimaneva nella nostra famiglia la memoria di essere stati un tempo lontano molto ricchi, oltre che aristocratici (così si favoleggia).
Un atteggiamento di cui io ho preso coscienza molto lentamente e che ho abbandonato solo da pochi anni.




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