Il primo capitolo del libro entrato nella rosa dei finalisti del Premio Modigliani 2022
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Il sonno si ritrasse, ma le immagini e le voci della notte continuarono, ora a sfiorarla, ora ad avvolgerla tutta, quasi fossero onde spinte dal moto incessante della marea sul bagnasciuga. C’era un suono costante, quello di un rubinetto aperto che riempiva una grande vasca. Dal rumore che faceva, la vasca doveva essere già abbastanza piena. Era vero, o era solo parte di un sogno? Quel suono la riportava indietro di anni, quando il padre si svegliava molto presto la domenica mattina e, nel dormiveglia, a lei piaceva sentire il rumore di quel flusso di liquido che usciva dalla bocca del rubinetto per tuffarsi nell’acqua, divenendo sempre più ovattato ed ipnotico man mano che la vasca si riempiva.
Ma adesso era suo marito che si
stava preparando il bagno, come tutte le sere appena tornato dal lavoro?
No, anche quella era storia passata.
E ora, ora che il suono era
cessato, sostituito da un altro, quale dei due era reale e quale un sogno?
Avvertiva il ticchettio di un grande orologio da muro, ben scandito dall’esile stelo di una lancetta dei secondi particolarmente sonora. Poi d’un tratto un suono assordante di pioggia che batteva sul tetto, accompagnato dalla zampa soffice di un gatto appoggiata sulle sue labbra, solo per ricordarle che era ora di alzarsi. Questa era la realtà. Il bagnasciuga era ora la calda spiaggia della veglia.
Ancora con gli occhi semichiusi, prese
il gatto e se lo pose sul petto, come faceva tutte le mattine. Sotto la sua
mano che lo carezzava cominciarono le fusa, delicate ma sonore, nonostante il
suono della pioggia fosse sempre più forte.
Con ancora la voce impastata dal
sonno disse qualche parola affettuosa alla sua micia, ma appena pronunciò la
parola “pappa”, la gatta scattò giù dal letto e cominciò a inarcare la schiena
e a strofinarsi contro le coperte che pendevano sul pavimento, rispettando alla
lettera i gesti di un rituale preciso e immancabilmente ripetitivo. Era ora di alzarsi.
Ma il rumore dell’acqua nella vasca
riprese e insieme ad esso voci estranee che venivano da oltre al muro e che
erano cresciute d’intensità.
E allora si svegliò davvero. Non
c’era più la sua micia accanto a lei, non c’era la pioggia che batteva sul
tetto. Non c’era più la sua bella casa, proprio davanti al parco, col salotto
dalla grande credenza le cui ceramiche si illuminavano all’ora del tramonto e
il bel soffitto decorato. Ma solo quelle voci sgradevoli di un uomo e di una
donna che stavano litigando.
Ancora con gli occhi semichiusi, con
le dita che si muovevano come gambe incerte sulla superficie di un terreno
accidentato, dopo aver superato il filo dell’abat-jour e la vecchia sveglia, prese
il flaconcino delle pillole. Si alzò appena a sedere, se ne mise la solita
decina in bocca, dai colori diversi, e bevve l’ultimo sorso d’acqua rimasto
nella sua tanichetta di plastica multiuso che teneva sotto al letto. Poi andò
alla bilancia, che era poco più in là. Era dimagrita ancora. Negli ultimi mesi
aveva perso dieci chili, e la pelle dello stomaco le aderiva ai pochi
addominali rimasti come un vestito troppo stretto.
All’improvviso le vibrazioni cominciarono
e lei capì che erano le sei e mezza. Quel solito rumore che faceva tremare
tutto il palazzo e che sembrava scaturire da ogni direzione, dai muri, dal
soffitto e dal pavimento. Le avevano spiegato che si trattava di una grossa
macchina industriale che lavorava sette giorni su sette, e che doveva trovarsi
al primo piano, dove era stato ricavato un unico grande spazio per la
lavorazione di non sapeva cosa.
Fece un sospiro, spalancò bene gli
occhi e andò alla finestra per aprirla. C’era il solito cielo nuvoloso del
tramonto. Respirò a pieni polmoni un paio di volte, nonostante l’aria fosse
ferma e pesante. Era quello ormai il modo che aveva di svegliarsi e di
prepararsi a quella piccola impresa che era uscire dalla finestra per scendere
dalla scala esterna, prima ancora di essersi lavata la faccia e bevuto un
caffè. Doveva salire sulla vecchia sedia traballante, scavalcare il davanzale
della finestra e infilarsi nel passaggio della scala esterna, dove delle fasce
curve di metallo la proteggevano dal cadere. La prima volta, ancora mezza
addormentata, si era fatta un lungo graffio sull’avambraccio. Ma poi quei
gesti, una serie ben precisa di piccoli e cauti movimenti, erano divenuti parte
di una routine alla quale non faceva più caso. Dopo quasi cinque mesi, l’unica
sensazione ancora sgradevole era quel metallo freddo e arrugginito al quale si
doveva stringere; e i rumori e gli odori della città che arrivavano dal
marciapiede sottostante, come ospiti inattesi e inopportuni che all’improvviso violavano
l’intimità della sua mente, persa ancora nel sonno. Dopo, bastava lasciarsi scivolare
dolcemente e in poco tempo si ritrovava sul balconcino sottostante, girava la
maniglia della porta-finestra ed entrava nella zona bagno e cucina.
Mise su il solito surrogato del
caffè e andò nel suo minuscolo bagnetto a lavarsi la faccia. Poi si sedette sul
water e, mentre si pettinava, prese in mano il piccolo calendario sgualcito, che
teneva sulla scatola dello scarico, con le immagini pubblicitarie della
fabbrica di prodotti alimentari nella quale lavorava. Guardò tutti quei giorni
cancellati con le crocette, centoquarantasette per l’esattezza. Quanti gliene
restavano ancora prima di tornare a casa? E prima della prossima telefonata?
Infine, aspettando che il non-caffè
uscisse, con i gomiti appoggiati come sempre sul tavolo vicino alla piantina di
ciclamino, si mise a fissare fuori.
C’era un enorme condominio, con
tante di quelle finestre che c’era da chiedersi come si reggesse in piedi
quella struttura, se buona parte della sua massa era composta da vetro. La
parte in cemento era vecchia e scrostata. Ma al tramonto diventava bellissimo,
quando tutte le finestre si accendevano e nel buio si scorgevano solo quei
mille occhi, anzi, quelle mille stelle ognuna delle quali conteneva un piccolo
universo, un mondo di persone e storie sconosciute. Solo una si rispegneva poco
dopo, e restava così per tutta la notte, unico occhio cieco. Lo sapeva perché
quando non doveva andare in fabbrica, restava a fissarla per ore, seduta al
tavolo da cucina.
Dopo aver fatto in fretta colazione,
raccolse le sue cose, chiuse lo zaino, ed infine uscì.

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