domenica 12 luglio 2026

Gli ultimi mesi di Mozart, la morte e il funerale tra verità e leggenda - II puntata

 Gli ultimi mesi del 1791

Le vicende biografiche degli ultimi dodici mesi di vita di Mozart costituiscono un’ottima porta d’ingresso per approfondire la conoscenza di questo compositore straordinario, offrendoci un arco narrativo avvincente e drammatico, nel quale si intrecciano polifonicamente luci ed ombre.

Una fine tragica, una scomparsa prematura e dolorosa, resa più amara dal fatto che il successo e la sicurezza economica arrivarono proprio ad un passo morte, come il decreto di nomina a Kapellmeister della Cattedrale di Santo Stefano (quel ‘posto fisso’ che tanto aveva atteso), fanno da triste controcanto al grandissimo successo del Flauto magico e in generale della sua musica in tutta Europa: il suo astro splendente  iniziò da quel momento a brillare magnificamente e, da allora, non ha fatto che aumentare di intensità.

Il suo stile, già maturo e formato da tempo, acquista nel 1791 un sapore nuovo, una diversa leggerezza e profondità, la sua musica evoca l’atmosfera di «quel mondo autunnale indimenticabilmente bello» di cui parla Robbins Landon, dai colori densi e malinconici, che sembrano parlare così direttamente e intimamente all’uomo moderno. Lo facevano negli anni Ottanta del Novecento, sembrano ancor più farlo oggi, a quasi quarant’anni di distanza.

Mozart negli ultimi mesi lavora senza sosta, mentre è spesso a casa da solo. La moglie è quasi sempre via, a curarsi alle terme di Baden: Costanza infatti ha avuto il secondo figlio il 26 luglio e ha continuato a fare avanti indietro da Vienna per tutto il 1791. A volte c’è un domestico che viene e a portargli dei pasti caldi, presi in trattoria, a volte è ospite di amici. E continua a comporre febbrilmente fino al 20 novembre, quando cade malato ed è costretto a letto, fino al giorno della sua morte. Contrastanti sono però le testimonianze del suo stato di salute fino ad allora. Robbins Landon scrive che dalle sue lettere “Mozart ci fornisce il ritratto di un uomo giovane, allegro, gioioso e nel fiore degli anni, che dalle quinte del teatro scherza con Schikaneder [impresario, attore e autore del libretto de Il flauto magico, N.d.A.] e sposo felice di una donna che evidentemente lo ricambia in tutto e per tutto” (Robbins Landon, 1988, p. 148).

Ma dalle biografie del tempo, in particolare quella del secondo marito di Costanze, Nissen (del 1824) e quella di Franz Xaver Niemetschek (del 1798), viene descritto in alcuni casi come malinconico, ossessionato dall’idea della morte, addirittura dall’idea di essere avvelenato, sfiancato dal troppo lavoro. Sua moglie arrivò perfino a portargli via la partitura del Requiem per un certo tempo, per non farlo stancare: ma abbiamo visto come un simile espediente potesse essere inutile nel caso di Mozart.

Altri studiosi, come l’Abert, sottolineano ancora di più uno stato di salute, già cagionevole sin dalla fanciullezza, che si aggrava costantemente e inesorabilmente, a partire dal ritorno da Praga: “Alla rappresentazione del Tito a Praga era giunto già molto sofferente e da allora la sua salute peggiorò giorno per giorno” (Abert, 1984, p. 724).

Non tutte le testimonianze vengono oggi ritenute attendibili, come quella di Joseph Deiner, di cui riparleremo tra poco in relazione al funerale. Ma sembra indubbio che la salute di Mozart cominci a peggiorare visibilmente intorno a metà novembre, ce ne fornisce una testimonianza sicura la cognata Sophie, che gli confeziona una veste da camera “che poteva infilare dal davanti, giacché era tanto gonfio da non potersi girare”.

È costretto a letto, ma non smette di lavorare e seguire le rappresentazioni del Flauto magico, senza dubbio “il più grande successo operistico della vita di Mozart. Avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova era per il compositore” (Robbins Landon, 1988, p. 148), ma questa era dovette chiudersi precocemente, nel giro di un paio di mesi…


Con grande interesse seguiva il crescente successo del Flauto magico e, orologio alla mano, partecipava sempre in ispirito alla rappresentazione: «Ecco, è finito il primo atto… ora siamo al punto ‘A te, grande regina della notte’». Ancora il giorno prima della morte disse a Costanze: «Una volta ancora vorrei sentirlo il mio Flauto magico», e canticchiò tra sé «Io sono l’uccellatore». Il maestro di Cappella Roser, che era lì per caso, si mise allora al pianoforte e cantò il Lied, con palese gioia di Mozart. Anche il Requiem lo teneva continuamente occupato. Appena terminato un numero, se lo faceva subito cantare, suonando, finché gli fu possibile, l’accompagnamento al pianoforte, Il giorno prima della morte, alle due di pomeriggio, si fece portare la partitura a letto, e scelse per sé la voce di contralto, assegnando a Schack come al solito quella di soprano, a suo cognato Hofer quella di tenore e a Gerl quella di basso. Erano giunti alle prime battute del Lacrimosa quando Mozart, nel presentimento di non poter condurre a termine l’opera, si mise a piangere e depose la partitura» (Abert, 1984, p. 727).

Da sottolineare che del Lacrimosa quasi certamente solo le prime otto battute sono di pugno di Mozart, e probabilmente sono anche le ultime che egli abbia scritto.

La morte

La sera del 5 dicembre arrivò anche la cognata, Sophie, e Costanze la accolse con parole piene di disperazione:

«Grazie a Dio, sei arrivata, stanotte è stato così male, che già pensavo che non avrebbe passato questo giorno; se oggi accadrà lo stesso, non supererà la notte». Quando Sophie si accostò al letto, Mozart le disse: «Meno male cara Sophie che è venuta, questa notte deve restare qui per vedermi morire». Essa, cercando di dominarsi volle distoglierlo da questo pensiero, ma lui rispose: «Ho già la morte sulla lingua e chi resterà vicino alla mia cara Costanze se non resterà Lei?». Sophie pregò di potersi recare solo per un attimo da sua madre per avvertirla. Su desiderio di Costanze passò anche dai religiosi di S. Pietro, pregandoli di mandare uno di loro da Mozart, come per caso. […] Al suo ritorno Sophie trovò il cognato che parlava concitatamente del Requiem con Süssmayer; tra l’altro diceva piangendo: «Non te l’ho detto forse che questo Requiem lo scrivevo per me?».

Certo ormai di morire, Mozart pensa addirittura di avvertire Albrechtsberger, dandone incarico alla moglie, giacché a lui spettava di diritto il suo posto come Maestro di Cappella di Santo Stefano.

A sera tardi si mandò a cercare il dottore e dopo molto cercare lo si trovò a teatro. Egli si dichiarò disposto a venire a rappresentazione terminata. Segretamente confidò a Süssmayer che non c’erano più speranze e ordinò impacchi freddi sulla testa, che scossero a tal punto il morente da fargli perdere conoscenza. Da questo punto in poi non fece altro che fantasticare, ancora visibilmente preoccupato per il Requiem: gonfiava le guance e imitava il suono dei timpani. Verso mezzanotte si tirò su con lo sguardo fisso nel vuoto, quindi chinò il capo verso il muro e sembrò addormentarsi. 55 minuti dopo la mezzanotte, il giorno 5 dicembre, subentrò la morte (Abert, 1984, p. 728).

Funerale e sepoltura I: le leggende

C’erano al massimo una dozzina di persone, compresa la moglie, oltre a colleghi ed amici,  tra cui Süssmayer, Salieri, van Swieten, Deiner, Roser ed il violoncellista Ortler, tutti sotto i loro ombrelli al riparo da una pioggia battente, mista a nevischio. Il tempo stava peggiorando, e si preannunciava una vera e propria tempesta.

Erano le tre del pomeriggio del 6 dicembre 1791, la salma era stata benedetta nella cappella di Santa Croce,  navata nord della chiesa di Santo Stefano. Poi tutti si diressero verso il cimitero di S. Marco. A causa delle condizioni del tempo però, tutti decisero di tornare indietro e di non restare fino alla fine. Nemmeno Costanze rimase all’inumazione della salma. Joseph Deiner le chiese se non volesse far mettere una semplice croce, ma lei rispose “che tanto ci avrebbe pensato la parrocchia” (Abert, 1984, pp. 729-730). Mozart così, intraprese il suo ultimo viaggio da solo…

Costanze, trovatasi in difficoltà alla morte del marito, accettò il consiglio dall’amico van Swieten, che evidentemente non voleva esporsi finanziariamente più di quanto avesse già fatto, di prenotare un servizio funebre di terza classe, del costo di dodici fiorini (un’ottantina di euro circa). Ciò voleva dire utilizzare una tomba comune, che poteva comprendere dai quindici ai venti corpi.

Tornò al cimitero solo diverso tempo dopo: “Quando però, dopo essersi rimessa, visitò con alcuni amici il cimitero, trovò un nuovo custode delle tombe che non era più in grado di dirle dove fosse stato sepolto suo marito. Tutte le ricerche furono vane e anche più tardi, nonostante i reiterati tentativi, non è stato più possibile rintracciare con sicurezza il luogo dove Mozart è stato sepolto» (Abert, 1984, p. 729-730).

Funerale e sepoltura II: la verosimile verità

Ecco, questa è stata per molto tempo una delle versioni più accreditate del funerale di Mozart e riportata da uno dei più autorevoli testi sul compositore, la biografia di Hermann Abert.

Ci sono però alcuni dubbi, che negli ultimi trent’anni hanno gettato ombre sempre più consistenti su alcuni dettagli della ricostruzione.

Prima di tutto le condizioni metereologiche. Ampiamente documentato è il precoce inverno che colpì il centro Europa a partire dall’inizio di ottobre. Il tempo fu catastrofico fino a metà novembre. A settimane di pioggia torrenziale seguì una nevicata che non dette tregua per diversi giorni con forti bufere, più che un autunno aveva l’aspetto di un gennaio dei peggiori. In molti casi il raccolto di cereali fu abbandonato nei campi. C’erano state solo due giornate in cui il cielo si era aperto e la temperatura si era fatta più mite, il 20 e 21 ottobre.  E Costanze ne aveva subito approfittato per portare il marito a fare una passeggiata in carrozza al Prater, uno dei più bei parchi di Vienna, per fargli prendere finalmente un po’ d’aria. Tuttavia all’inizio di dicembre il tempo era notevolmente migliorato, ce lo dicono gli archivi dell’Osservatorio di Vienna. Particolare che viene confermato anche dai diari di Karl von Zinzerdorf, diari conosciuti per l’estrema meticolosità e che sono raccolti in 76 volumi (ci sono molti resoconti delle rappresentazioni delle opere di Mozart): per il 6 dicembre von Zinzerdorf annota che il tempo era mite, con frequenti nebbie.

Il dettaglio forse più interessante poi riguarda la sepoltura e ‘la tomba’ comune. Quel ’comune’ quasi sicuramente non stava ad indicare una fossa comune, ma la sepoltura in un luogo pubblico, non proprietà di una famiglia aristocratica, bensì della città, che ne avrebbe rivendicato, dopo dieci anni, il possesso. Una prassi probabilmente normale all’epoca.

Ma se non si era preannunciata una bufera, perché nessuno rimase per le ultime esequie di Mozart? E se qualcuno restò fino all’ultimo, ammettendo anche che la moglie non fosse tra questi, perché non fu più ritrovato il luogo della sepoltura?

Costanze, allora trentenne , ebbe un crollo nervoso. Comprensibile, aveva due figli piccoli, uno di quattro mesi, e uno di sette anni. Forse non partecipò nemmeno ai funerali, sebbene la testimonianza in questo senso di un certo Deiner, che millantava di essere stato presente al funerale, non sembra credibile – tanto più perché riportata in un articolo del Vienna Morgen-Post del 1856! – e non fu in grado di occuparsi personalmente della sepoltura del marito. Senza dubbio è un’ipotesi possibile che, pressata dai debiti e spaventata dalle difficoltà economiche e dai molti creditori – tra questi un usuraio, il “famoso e famigerato Herr Goldhann”, lo stesso che il “7 dicembre firmò l’elenco dei beni del compositore” (Robbins Landon, 1988, pp. 168-169) – si sia chiusa in casa, dandosi per gravemente malata, per giorni. Oppure, come la stessa Costanze dirà molti anni più tardi, sia stata portata via, alla morte del marito, e condotta in un primo tempo da un certo Bauernfeind, ‘Impiegato di concetto delle Imperial Regie Cancellerie riunite di Corte e massone…

Così conclude Robbins Landon:

San Marco è un sobborgo di Vienna, a un’ora buona di cammino dal centro. Nessuno di coloro che parteciparono alle esequie – non conosciamo i nomi dei presenti – volle accompagnare la salma, e per anni nessuno si preoccupò di sapere dove fosse stato inumato Mozart, ed è perciò che conosciamo solo approssimativamente il settore del camposanto nel quale riposano le spoglie del sommo genio della musica (Robbins Landon, 1988, p. 170).

Resta per noi uno dei maggiori interrogativi tra le vicende biografiche di Mozart.

Nei prossimi articoli indagheremo sulle cause della sua morte, e parleremo delle composizioni dell’ultimo anno, oltre a fornire una discografia essenziale. Nel frattempo consigliamo di cominciare ad ascoltare almeno la meravigliosa Ouverture del Flauto magico e il Kyrie del Requiem.

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