domenica 12 luglio 2026

Gli ultimi mesi di Mozart, la morte e il funerale tra verità e leggenda - II puntata

 Gli ultimi mesi del 1791

Le vicende biografiche degli ultimi dodici mesi di vita di Mozart costituiscono un’ottima porta d’ingresso per approfondire la conoscenza di questo compositore straordinario, offrendoci un arco narrativo avvincente e drammatico, nel quale si intrecciano polifonicamente luci ed ombre.

Una fine tragica, una scomparsa prematura e dolorosa, resa più amara dal fatto che il successo e la sicurezza economica arrivarono proprio ad un passo morte, come il decreto di nomina a Kapellmeister della Cattedrale di Santo Stefano (quel ‘posto fisso’ che tanto aveva atteso), fanno da triste controcanto al grandissimo successo del Flauto magico e in generale della sua musica in tutta Europa: il suo astro splendente  iniziò da quel momento a brillare magnificamente e, da allora, non ha fatto che aumentare di intensità.

Il suo stile, già maturo e formato da tempo, acquista nel 1791 un sapore nuovo, una diversa leggerezza e profondità, la sua musica evoca l’atmosfera di «quel mondo autunnale indimenticabilmente bello» di cui parla Robbins Landon, dai colori densi e malinconici, che sembrano parlare così direttamente e intimamente all’uomo moderno. Lo facevano negli anni Ottanta del Novecento, sembrano ancor più farlo oggi, a quasi quarant’anni di distanza.

Mozart negli ultimi mesi lavora senza sosta, mentre è spesso a casa da solo. La moglie è quasi sempre via, a curarsi alle terme di Baden: Costanza infatti ha avuto il secondo figlio il 26 luglio e ha continuato a fare avanti indietro da Vienna per tutto il 1791. A volte c’è un domestico che viene e a portargli dei pasti caldi, presi in trattoria, a volte è ospite di amici. E continua a comporre febbrilmente fino al 20 novembre, quando cade malato ed è costretto a letto, fino al giorno della sua morte. Contrastanti sono però le testimonianze del suo stato di salute fino ad allora. Robbins Landon scrive che dalle sue lettere “Mozart ci fornisce il ritratto di un uomo giovane, allegro, gioioso e nel fiore degli anni, che dalle quinte del teatro scherza con Schikaneder [impresario, attore e autore del libretto de Il flauto magico, N.d.A.] e sposo felice di una donna che evidentemente lo ricambia in tutto e per tutto” (Robbins Landon, 1988, p. 148).

Ma dalle biografie del tempo, in particolare quella del secondo marito di Costanze, Nissen (del 1824) e quella di Franz Xaver Niemetschek (del 1798), viene descritto in alcuni casi come malinconico, ossessionato dall’idea della morte, addirittura dall’idea di essere avvelenato, sfiancato dal troppo lavoro. Sua moglie arrivò perfino a portargli via la partitura del Requiem per un certo tempo, per non farlo stancare: ma abbiamo visto come un simile espediente potesse essere inutile nel caso di Mozart.

Altri studiosi, come l’Abert, sottolineano ancora di più uno stato di salute, già cagionevole sin dalla fanciullezza, che si aggrava costantemente e inesorabilmente, a partire dal ritorno da Praga: “Alla rappresentazione del Tito a Praga era giunto già molto sofferente e da allora la sua salute peggiorò giorno per giorno” (Abert, 1984, p. 724).

Non tutte le testimonianze vengono oggi ritenute attendibili, come quella di Joseph Deiner, di cui riparleremo tra poco in relazione al funerale. Ma sembra indubbio che la salute di Mozart cominci a peggiorare visibilmente intorno a metà novembre, ce ne fornisce una testimonianza sicura la cognata Sophie, che gli confeziona una veste da camera “che poteva infilare dal davanti, giacché era tanto gonfio da non potersi girare”.

È costretto a letto, ma non smette di lavorare e seguire le rappresentazioni del Flauto magico, senza dubbio “il più grande successo operistico della vita di Mozart. Avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova era per il compositore” (Robbins Landon, 1988, p. 148), ma questa era dovette chiudersi precocemente, nel giro di un paio di mesi…


Con grande interesse seguiva il crescente successo del Flauto magico e, orologio alla mano, partecipava sempre in ispirito alla rappresentazione: «Ecco, è finito il primo atto… ora siamo al punto ‘A te, grande regina della notte’». Ancora il giorno prima della morte disse a Costanze: «Una volta ancora vorrei sentirlo il mio Flauto magico», e canticchiò tra sé «Io sono l’uccellatore». Il maestro di Cappella Roser, che era lì per caso, si mise allora al pianoforte e cantò il Lied, con palese gioia di Mozart. Anche il Requiem lo teneva continuamente occupato. Appena terminato un numero, se lo faceva subito cantare, suonando, finché gli fu possibile, l’accompagnamento al pianoforte, Il giorno prima della morte, alle due di pomeriggio, si fece portare la partitura a letto, e scelse per sé la voce di contralto, assegnando a Schack come al solito quella di soprano, a suo cognato Hofer quella di tenore e a Gerl quella di basso. Erano giunti alle prime battute del Lacrimosa quando Mozart, nel presentimento di non poter condurre a termine l’opera, si mise a piangere e depose la partitura» (Abert, 1984, p. 727).

Da sottolineare che del Lacrimosa quasi certamente solo le prime otto battute sono di pugno di Mozart, e probabilmente sono anche le ultime che egli abbia scritto.

La morte

La sera del 5 dicembre arrivò anche la cognata, Sophie, e Costanze la accolse con parole piene di disperazione:

«Grazie a Dio, sei arrivata, stanotte è stato così male, che già pensavo che non avrebbe passato questo giorno; se oggi accadrà lo stesso, non supererà la notte». Quando Sophie si accostò al letto, Mozart le disse: «Meno male cara Sophie che è venuta, questa notte deve restare qui per vedermi morire». Essa, cercando di dominarsi volle distoglierlo da questo pensiero, ma lui rispose: «Ho già la morte sulla lingua e chi resterà vicino alla mia cara Costanze se non resterà Lei?». Sophie pregò di potersi recare solo per un attimo da sua madre per avvertirla. Su desiderio di Costanze passò anche dai religiosi di S. Pietro, pregandoli di mandare uno di loro da Mozart, come per caso. […] Al suo ritorno Sophie trovò il cognato che parlava concitatamente del Requiem con Süssmayer; tra l’altro diceva piangendo: «Non te l’ho detto forse che questo Requiem lo scrivevo per me?».

Certo ormai di morire, Mozart pensa addirittura di avvertire Albrechtsberger, dandone incarico alla moglie, giacché a lui spettava di diritto il suo posto come Maestro di Cappella di Santo Stefano.

A sera tardi si mandò a cercare il dottore e dopo molto cercare lo si trovò a teatro. Egli si dichiarò disposto a venire a rappresentazione terminata. Segretamente confidò a Süssmayer che non c’erano più speranze e ordinò impacchi freddi sulla testa, che scossero a tal punto il morente da fargli perdere conoscenza. Da questo punto in poi non fece altro che fantasticare, ancora visibilmente preoccupato per il Requiem: gonfiava le guance e imitava il suono dei timpani. Verso mezzanotte si tirò su con lo sguardo fisso nel vuoto, quindi chinò il capo verso il muro e sembrò addormentarsi. 55 minuti dopo la mezzanotte, il giorno 5 dicembre, subentrò la morte (Abert, 1984, p. 728).

Funerale e sepoltura I: le leggende

C’erano al massimo una dozzina di persone, compresa la moglie, oltre a colleghi ed amici,  tra cui Süssmayer, Salieri, van Swieten, Deiner, Roser ed il violoncellista Ortler, tutti sotto i loro ombrelli al riparo da una pioggia battente, mista a nevischio. Il tempo stava peggiorando, e si preannunciava una vera e propria tempesta.

Erano le tre del pomeriggio del 6 dicembre 1791, la salma era stata benedetta nella cappella di Santa Croce,  navata nord della chiesa di Santo Stefano. Poi tutti si diressero verso il cimitero di S. Marco. A causa delle condizioni del tempo però, tutti decisero di tornare indietro e di non restare fino alla fine. Nemmeno Costanze rimase all’inumazione della salma. Joseph Deiner le chiese se non volesse far mettere una semplice croce, ma lei rispose “che tanto ci avrebbe pensato la parrocchia” (Abert, 1984, pp. 729-730). Mozart così, intraprese il suo ultimo viaggio da solo…

Costanze, trovatasi in difficoltà alla morte del marito, accettò il consiglio dall’amico van Swieten, che evidentemente non voleva esporsi finanziariamente più di quanto avesse già fatto, di prenotare un servizio funebre di terza classe, del costo di dodici fiorini (un’ottantina di euro circa). Ciò voleva dire utilizzare una tomba comune, che poteva comprendere dai quindici ai venti corpi.

Tornò al cimitero solo diverso tempo dopo: “Quando però, dopo essersi rimessa, visitò con alcuni amici il cimitero, trovò un nuovo custode delle tombe che non era più in grado di dirle dove fosse stato sepolto suo marito. Tutte le ricerche furono vane e anche più tardi, nonostante i reiterati tentativi, non è stato più possibile rintracciare con sicurezza il luogo dove Mozart è stato sepolto» (Abert, 1984, p. 729-730).

Funerale e sepoltura II: la verosimile verità

Ecco, questa è stata per molto tempo una delle versioni più accreditate del funerale di Mozart e riportata da uno dei più autorevoli testi sul compositore, la biografia di Hermann Abert.

Ci sono però alcuni dubbi, che negli ultimi trent’anni hanno gettato ombre sempre più consistenti su alcuni dettagli della ricostruzione.

Prima di tutto le condizioni metereologiche. Ampiamente documentato è il precoce inverno che colpì il centro Europa a partire dall’inizio di ottobre. Il tempo fu catastrofico fino a metà novembre. A settimane di pioggia torrenziale seguì una nevicata che non dette tregua per diversi giorni con forti bufere, più che un autunno aveva l’aspetto di un gennaio dei peggiori. In molti casi il raccolto di cereali fu abbandonato nei campi. C’erano state solo due giornate in cui il cielo si era aperto e la temperatura si era fatta più mite, il 20 e 21 ottobre.  E Costanze ne aveva subito approfittato per portare il marito a fare una passeggiata in carrozza al Prater, uno dei più bei parchi di Vienna, per fargli prendere finalmente un po’ d’aria. Tuttavia all’inizio di dicembre il tempo era notevolmente migliorato, ce lo dicono gli archivi dell’Osservatorio di Vienna. Particolare che viene confermato anche dai diari di Karl von Zinzerdorf, diari conosciuti per l’estrema meticolosità e che sono raccolti in 76 volumi (ci sono molti resoconti delle rappresentazioni delle opere di Mozart): per il 6 dicembre von Zinzerdorf annota che il tempo era mite, con frequenti nebbie.

Il dettaglio forse più interessante poi riguarda la sepoltura e ‘la tomba’ comune. Quel ’comune’ quasi sicuramente non stava ad indicare una fossa comune, ma la sepoltura in un luogo pubblico, non proprietà di una famiglia aristocratica, bensì della città, che ne avrebbe rivendicato, dopo dieci anni, il possesso. Una prassi probabilmente normale all’epoca.

Ma se non si era preannunciata una bufera, perché nessuno rimase per le ultime esequie di Mozart? E se qualcuno restò fino all’ultimo, ammettendo anche che la moglie non fosse tra questi, perché non fu più ritrovato il luogo della sepoltura?

Costanze, allora trentenne , ebbe un crollo nervoso. Comprensibile, aveva due figli piccoli, uno di quattro mesi, e uno di sette anni. Forse non partecipò nemmeno ai funerali, sebbene la testimonianza in questo senso di un certo Deiner, che millantava di essere stato presente al funerale, non sembra credibile – tanto più perché riportata in un articolo del Vienna Morgen-Post del 1856! – e non fu in grado di occuparsi personalmente della sepoltura del marito. Senza dubbio è un’ipotesi possibile che, pressata dai debiti e spaventata dalle difficoltà economiche e dai molti creditori – tra questi un usuraio, il “famoso e famigerato Herr Goldhann”, lo stesso che il “7 dicembre firmò l’elenco dei beni del compositore” (Robbins Landon, 1988, pp. 168-169) – si sia chiusa in casa, dandosi per gravemente malata, per giorni. Oppure, come la stessa Costanze dirà molti anni più tardi, sia stata portata via, alla morte del marito, e condotta in un primo tempo da un certo Bauernfeind, ‘Impiegato di concetto delle Imperial Regie Cancellerie riunite di Corte e massone…

Così conclude Robbins Landon:

San Marco è un sobborgo di Vienna, a un’ora buona di cammino dal centro. Nessuno di coloro che parteciparono alle esequie – non conosciamo i nomi dei presenti – volle accompagnare la salma, e per anni nessuno si preoccupò di sapere dove fosse stato inumato Mozart, ed è perciò che conosciamo solo approssimativamente il settore del camposanto nel quale riposano le spoglie del sommo genio della musica (Robbins Landon, 1988, p. 170).

Resta per noi uno dei maggiori interrogativi tra le vicende biografiche di Mozart.

Nei prossimi articoli indagheremo sulle cause della sua morte, e parleremo delle composizioni dell’ultimo anno, oltre a fornire una discografia essenziale. Nel frattempo consigliamo di cominciare ad ascoltare almeno la meravigliosa Ouverture del Flauto magico e il Kyrie del Requiem.

Le megattere hanno inventato Internet migliaia di anni prima di noi

Otto chili di cervello, contro il chilo e mezzo del cervello umano. Questa la dote che la natura ha donato alle Megattere, che forse più dei delfini, dimostrano di avere capacità celebrali estremamente complesse che nulla hanno a invidiare a quelle umane.

Fu Robert Payne, nel 1967, con l'aiuto di Scott Mc Vay a compiere scoperte straordinarie su questi animali, a partire dalle loro collezione di canti.

Perché le megattere maschi, durante la stagione riproduttiva, eseguono un grande numero di canti molto diversi, oltre un centinaio, ciascuno dei quali può arrivare a durare anche trenta minuti.

La cosa ancora più straordinaria però è che questi canti si evolvono nel tempo, da una parte vengono trasmessi alla propria prole e dall'altra possono cambiare, e megattere appartenenti ad aree dell'oceano diverse possono imparare i canti di altri gruppi e decidere di abbandonare i propri. Inoltre questi scambi avvengono anche tra specie di balene diverse e non solo tra megattere.

Payne inoltre ipotizzò che le megattere fossero in grado di comunicare per tutto l'oceano con questi canti, creando una rete di comunicazione vastissima, cosa che fu poi confermata dagli studi più recenti: una vera rete internet del mare, fatta di suoni.

"Alcune delle registrazioni di Payne furono pubblicate nel 1970 come un LP chiamato Songs of the Humpback Whale (ancora il disco sonoro naturale più venduto di tutti i tempi) che aiutò a guadagnare visibilità per il movimento Save the Whales che cercava di porre fine alla caccia commerciale, che all'epoca spingeva molte specie pericolosamente verso l'estinzione. La caccia commerciale alle balene fu infine vietata dalla International Whaling Commission nel 1986".

Oggi, anche grazie alla AI, si spera di poter decifrare la lingua complessa e ricchissima delle balene. Se così fosse, sarebbe la prima lingua di un'altra specie animale con la quale ci confronteremmo, un salto interspecie molto più grande e importante e soprattutto possibile, di qualsiasi ipotetico incontro con specie aliene. 

Il mondo principale ancora da esplorare è qui, sulla nostra terra.

Del 1971 è Il canto delle balene di George Crumb, composto sull'onda della fascinazione per le scoperte di Payne, un brano per tre interpreti mascherati, flauto, violoncello e pianoforte amplificati elettronicamente.

https://www.youtube.com/watch?v=cGPQLXPV5wE&list=RDcGPQLXPV5wE&start_radio=1






 

sabato 11 luglio 2026

Cosa ci aiuta ad orizzontarci nel fiume dei nostri ricordi?

Ogni giorno la nostra mente è destinata a produrre migliaia di ricordi che confluiscono nel fiume della nostra memoria. Facile perderne traccia, perché questo fiume scorre veloce e aumenta di volume ad ogni alba e ad ogni tramonto.

Cosa ci aiuta ad orizzontarsi, a mettere ordine nel magazzino immenso della nostra memoria?

Il calendario, tra le altre cose, serve proprio a questo. Stagioni e festività, Natale e Pasqua, il nostro compleanno e quello dei nostri familiari, ci aiutano a non perderci nell’archivio dei nostri ricordi.

Un viaggio, un evento, un’emozione, lo leghiamo a date particolari. Se il calendario fosse fatto semplicemente di giorni tutti uguali, di infiniti lunedì, ad esempio, non avremmo speranza. Ci perderemmo nel labirinto della nostra memoria.


Ma anche l’arte ha una funzione importante.

Un libro, un film, un concerto, una mostra, sono strumenti essenziali per dare forma e ordine al ricordare.

Stamattina mi è capitato di ripensare ad un episodio degli anni Ottanta. Mio padre passava molto tempo a Roma, con la sua compagna, nonostante vivesse ormai da molti anni in Romagna, e per questo ci vedevamo spesso.

In realtà l’episodio al quale ho pensato risale ad un momento in cui avevamo fatto un brutto litigio e io era un po’ che non lo vedevo.

Per questo fui piuttosto imbarazzato quando me lo trovai improvvisamente di fronte. Soprattutto perché a Roma, incontrare qualcuno per caso non capita praticamente mai.

Stavo andando a vedere un film di Moretti, La messa è finita, ed ero proprio davanti al cinema, mentre lui lo aveva appena visto e stava uscendo.

Questo ricordo mi ha fatto pensare a tutta una parte della mia vita, quella dei miei vent’anni a Roma e dei miei rapporti burrascosi con mio padre. 

Ma quando è accaduto quell’incontro?

Nel novembre del 1985, semplice. Perché il film di Moretti uscì nelle sale romane il 15 novembre ed io, come sempre facevo, andai a vederlo quasi subito.



venerdì 10 luglio 2026

Sinossi e Intro de Metafisica delle nuvole

 Metafisica delle nuvole (Debito a Ólethros) 

Vittima di un’esplosione nel corso di una vacanza in un paese straniero, dopo mesi in ospedale sospesa tra la vita e la morte, una giovane donna (il cui nome non viene mai rivelato), si ritrova prigioniera in un paese sconvolto dalla guerra civile e da un colpo di stato. I confini sono ermeticamente chiusi, nessuno esce o entra, nessuna comunicazione possibile con l’esterno tranne, una volta al mese, l’apertura di un centro per la comunicazione internazionale, con un telefono a gettoni. Costretta a ripagare le spese mediche a cui è stata sottoposta, comincia per lei una vita ben lontana dall’agiatezza alla quale era stata abituata. Trova un lavoro in una fabbrica di prodotti alimentari e un’improbabile sistemazione, in un appartamento diviso su due piani, dove, per raggiungere la camera da letto, è necessario uscire in balcone e salire per una scala esterna di sicurezza. 




Metafisica delle nuvole
 racconta il progressivo smarrimento e la trasformazione di chi, abituata a the sunny side of the street, si ritrova improvvisamente dall’altra parte del mondo a fare i conti con una vita di rinunce e solitudine.  

In una realtà perfettamente possibile, ma con una spiccata tendenza alla distopia, in una città, Ólethros, in cui vecchi e bambini vivono ai margini, nascosti o rinchiusi, la protagonista incontra ad un certo punto un vecchio professore-muratore, che vive clandestinamente in un appartamento minuscolo, nel suo condominio. In breve tempo ne nasce un rapporto ricco e intenso. 

«Delle nuvole ci fermiamo di solito a scorgere una singola forma, tanto più se assomiglia a oggetti a noi familiari», le racconta una volta l’uomo, «è necessario invece osservare un cielo costellato di nubi per diverse ore di seguito e prestare attenzione a come quelle forme mutino velocemente combinandosi e reinventandosi. Il segreto sta proprio nel cogliere il movimento e la trasformazione. Se riuscissimo a tracciare le linee invisibili dei loro movimenti, a comporre la complessa e magnifica architettura delle loro infinite traiettorie, allora parleremmo la lingua di Dio, allora sapremmo interpretarne i segni». 

Da questo momento, per la protagonista, si dipaneranno una serie di fili narrativi importanti e imprevedibili, che prenderanno ad un certo punto, dopo alcuni giorni di febbre altissima, due direzione opposte: al normale succedersi dei giorni nella vita reale e cosciente, si affiancherà un percorso a ritroso, nella vita onirica, un vero e proprio viaggio all’indietro nel proprio passato che ogni notte riprenderà esattamente  dove si era interrotto la notte prima, con una continuità e coerenza impensabili per un sogno. 

La Metafisica delle nuvole si dimostrerà allora un prezioso strumento per affrontare il doppio viaggio, a ritroso nel tempo e dentro se stessa, e nella propria vita. 

 

          Ω

Si ritrovò all’improvviso in un immenso spogliatoio, con una fila interminabile 

di armadietti tutti uguali, senza numero né serratura. 

Le sembrò perfettamente normale quello che doveva fare, né le venne da chiedersi come sarebbe stato possibile e perché. L’unica cosa che la preoccupò fu come avrebbe fatto il mattino seguente, al ritorno dalle regioni del sonno, a ritrovare il proprio io, quell’io di cui doveva adesso spogliarsi e riporre con cura in uno di questi armadietti.

Studiò con attenzione l’armadietto che aveva scelto, ma era in tutto e per tutto identico a tutti gli altri della stessa fila, una fila apparentemente senza un inizio né una fine. Né c’era nulla che potesse aiutarla a distinguerlo, come un pennarello, un pezzo di carta, una chiave per lasciarci un graffio. Allora si strappò una ciocca di capelli e la infilò in una fessura.

Poi fece quello che doveva fare, sfilandosi il proprio io come fosse stato una veste bianca, respirò a fondo e infine si incamminò seminuda e a piedi scalzi, lungo un corridoio.






 

giovedì 9 luglio 2026

Storia della musica in pillole


Dal 6 luglio è cominciata la pubblicazione di una serie di articoli, usciti tra il 2014 e il 2022 su di una rivista specializzata della Mondadori, di carattere divulgativo e pur tuttavia estremamente curati e ricchi di informazioni utili anche in ambito professionale.

Credo che mai come oggi sia indispensabile filtrare, sintetizzare e rendere in un linguaggio leggero e appetibile, i contenuti più importanti della nostra tradizione classica.

Nei prossimi mesi, fino alla fine del 2026 e oltre, ecco la lista di alcuni degli argomenti che verranno trattati:

Agosto - Gustav Mahler

Settembre - Ludwig van Beethoven

Ottobre - Claudio Monteverdi

Novembre - Johann Sebastian Bach







martedì 7 luglio 2026

L'inesorabile e triste destino dei "Pinocchi"

Perché anche i grandi falliscono?

Ci sono almeno due versioni di Pinocchio che ho aspettato con gioia e trepidazione: quello di Matteo Garrone (2019) un regista che stimo molto e che dopo Lo Cunti de li Cunti (2015) sembrava perfetto per raccontare le avventure del burattino di Collodi, e la versione animata di Enzo D'Alò, con i disegni di Lorenzo Mattotti e le musiche (e la voce) di Lucio Dalla, morto poco dopo la conclusione della produzione del film.

Si tratta senza dubbio di due prodotti di altissima qualità. Il film di Garrone è stato candidato a 15 Davide di Donatello, vincendone poi cinque e ha ottenuto due nomination all'Oscar come miglior film straniero (e non solo). Quello di D'Alò ha guadagnato due nomination in Festival Internazionali.



E pur tuttavia, in entrambi i film, sebbene in maniera diversa, c'è qualcosa di poco convincente.

Forse soprattutto in quello di Garrone, proprio a causa dalla genialità del suo autore e dalla qualità dei suoi film. Io non credo tuttavia che sia un caso: c'è una sorta di maledizione nell'affrontare Pinocchio e credo che ciò derivi da alcune ragioni strutturali al romanzo di Collodi.

Pinocchio l'ho scoperto da padre, leggendo la versione integrale a mia figlia e rimanendone sconvolto. Solo la versione integrale può veramente rivelarne il volto autentico. Un romanzo complesso e tortuoso, estremamente ricco di colori, con sfumature che vanno dal gioco e la burla fino all'horror.

Prima di tutto Pinocchio muore impiccato e poi resuscita, perché il romanzo, il cui vero titolo è Le avventure di Pinocchio - Storia di un burattino, fu pubblicato a puntate come feuilletton [1] su il Giornale dei bambini a partire dall'ottobre 1881, e dovette continuare su richiesta pressante dei suoi lettori, oltre la fine pensata dal suo autore [2].

Inoltre la fatina è in realtà una bambina morta... Ma ci sono tanti altri aspetti che sono stati deformati e edulcorati dalle innumerevoli versioni seguite nei centoquaranticinque anni successivi.

Rendere in un film o in una fiaba musicale questa tavolozza infinita di sfumature è risultato fino ad oggi, almeno a quanto io conosca, apparentemente impossibile.

Sarebbe strano il contrario.

Trovare l'equilibrio tra leggerezza e densità plumbea, tra scherno toscanaccio e espressionismo deformante e orrorifico, tra delicatezza fiabesca e dramma nero e funereo, in un mondo diverso dalla letteratura dove tutto si svolge nella nostra mente ed immaginazione e non ha bisogno di essere raffigurato e prender corpo, risulta una sfida quasi impossibile. Ma ciò non significa che un giorno qualcuno non potrebbe riuscirci.

Come per l'altro grande romanzo fantastico italiano, la Divina Commedia, è necessario  acquisire piena consapevolezza dell'incredibile difficoltà dell'impresa, quando ci si accinge ad affrontarla, con la quasi certezza che si fallirà.

Il mio è un augurio quindi al genio che ci riuscirà un giorno (o forse ci è già riuscito e non lo so).





[1] föitõ› s. m., fr. [der. di feuille «foglio»]. – In origine, la parte di un giornale, o un suo inserto, che ospitava, verso la metà dell’Ottocento, accanto a rubriche diverse, romanzi a puntate, detti anche romanzi d’appendice. Il termine è poi passato a designare il genere letterario stesso che proponeva narrazioni fitte di vicende, di personaggi e di colpi di scena, rivolte al coinvolgimento emotivo di un pubblico vasto e in genere non colto; più in generale, qualsiasi storia sviluppata a puntate, anche radiofonica o televisiva, in cui si tratteggiano situazioni a forti tinte, con nette contrapposizioni fra personaggi buoni e personaggi cattivi, e quindi, in senso spreg., ogni produzione letteraria, cinematografica, televisiva, che ne riproduca i caratteri e le qualità: sceneggiatura, personaggi da f.; questo film è un vero feuilleton. Treccani

[2] La conclusione che Collodi pensò per la sua storia (l'autore decise inizialmente di terminare il racconto con il burattino che, impiccato, «stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito») non soddisfece affatto il pubblico, e in seguito alle proteste ansiose e rammaricate dei piccoli lettori, il giornale convinse Collodi a modificare la trama.

lunedì 6 luglio 2026

Grande giornata per i nostri allievi con l'Arsenale

Ecco alcune foto del 4 luglio, giornata di prove aperte e di registrazioni per i brani dei sei allievi del Biennio di composizione



Nella foto, da sinistra:
Andrea Mattevi (docente di Composizione), Gian-Luca Baldi (docente di Composizione), Andrea Capovilla (allievo Biennio), Silvia Cignoli (chitarra elettrica), Roberto Durante (pianoforte e sinth), Livia Rado (voce), Emanuele Dalmaso (sasssofoni), Filippo Perocco (compositore e direttore), Matteo Libralato (allievo Biennio), Gianantonio Alberton (allievo Biennio), Daniele Martini (allievo Biennio), Igor Zobin (fisarmonica), Rachele Salmaso (allievo Biennio), Michele Tognin (allievo Biennio).