Abbiamo evidenziato nel primo dei quattro articoli di questa serie come Mozart sia andato occupando un posto sempre più importante nell’immaginario moderno e che una delle ragioni di questo successo sia da individuarsi molto probabilmente in quel «mondo autunnale indimenticabilmente bello della musica scritta nel 1791», il suo ultimo anno di vita e che comprende composizioni come il Requiem ed Il flauto magico.
Dopo aver cercato di dissipare le
nebbie che riguardano il suo funerale e la sua sepoltura, dove maggiori sono le
certezze di ciò che non accadde che di quello che accadde veramente (non fu
sepolto in una tomba comune, il giorno del funerale non c’era un tempo
burrascoso, la moglie non era presente alle esequie…), cercheremo in questo
articolo di dedicarci ad indagare le cause della sua morte e di esplorare poi
alcuni aspetti del suo ultimo anno, tanto aspetti quotidiani e biografici,
quanto musicali come il Requiem.
Nel registro mortuario della città di
Vienna le cause della morte di Mozart vengono descritte come ‘febbre miliare
acuta’. Una diagnosi che lasciò da subito molti dubbi e mai soddisfece
veramente gli esperti. È evidente che qualsiasi ipotesi può essere condotta
soltanto sui sintomi di cui si ha testimonianza certa, perché non abbiamo altro
a disposizione.
Oggi le leggende sul suo possibile
avvelenamento non sono ancora del tutto sopite e negli ultimi vent’anni sono
stati pubblicati libri e prodotte trasmissioni televisive che ne sostengono la
veridicità. Ma nessun testo serio e scrupoloso ha mai avvalorato tale ipotesi,
e noi ci atterremo a questa posizione. Tuttavia bisogna ricordare che ebbero un
‘origine ben motivata nell’auto accusa di Antonio Salieri.
Questi dapprima negò fermamente
qualsiasi coinvolgimento nella morte di Mozart, di fronte a Ignaz Moscheles, un
allievo di Beethoven, che era andato a trovarlo nell’Ospedale Generale in un
sobborgo di Vienna. Era l’ottobre del 1823, e Salieri aveva settantatré anni:
Il
suo aspetto mi faceva inorridire ed egli parlava con frasi sconnesse della sua
morte imminente […], alla fine disse: «Sebbene questa sia la mia ultima
malattia, posso assicurarle in buona fede che non c’è nulla di vero in
quell’assurda diceria: lei sa… avrei avvelenato Mozart. Ebbene no, malvagità,
pura malvagità, lo dica al mondo caro Moscheles, gliel’ha detto il vecchio
Salieri, che presto morirà» (Robbins Landon 1988, p. 173).
Tuttavia, soltanto un mese dopo, Anton
Felix Schindler, primo biografo di Beethoven, annotò nel suo diario: «Salieri
sta di nuovo assai male. La sua mente è sconvolta. Seguita a vaneggiare di
essere responsabile della morte di Mozart e di avergli somministrato del
veleno…» (Robbins
Landon 1988, p. 173).
Occasione più ghiotta non poteva
essere regalata ai sostenitori della tesi dell’avvelenamento. Con questo gesto
di auto accusa si apre proprio il lavoro teatrale di Peter Shaffer, Amadeus (1978), dal quale sarà tratto il
film omonimo di Milôs Forman (1984).
Il testo di Schaffer è, come abbiamo
già detto, ispirato direttamente al micro dramma in due atti di Puskin, Mozart e Salieri, tratto dalle Piccole tragedie (1830), che sosteneva
con forza non solo l’ostilità del secondo nei confronti del primo, ma anche la
tesi dell’avvelenamento. Dal testo di Puskin, Rimsky Korsakov trasse poi un’opera
nel 1897. L’opera (ed il testo di Puskin) si concludono con Salieri che invita
a cena Mozart in un’osteria, e trova il modo di versargli del veleno, proprio
mentre Mozart gli dice che «genio e malvagità sono incompatibili…», poi comincia a sentirsi poco bene e se ne va.
Se è vero comunque che non possiamo
escludere definitivamente l’ipotesi dell’avvelenamento, in assenza dei resti
del corpo di Mozart da analizzare, è anche vero che non ci sono assolutamente
elementi sufficienti ad avvalorarla. E di certo tale ipotesi fu smentita
immediatamente da molteplici testimonianze, tra le quali quella del biografo
italiano di Haydn, Giuseppe Carpani e da un medico che era stato consultato a
proposito della malattia e morte di Mozart, il consigliere di corte Eduard Vincent
Guldener von Lobes.
A smentire tale tesi tuttavia
sembrano essere proprio i sintomi manifestati, sintomi analizzati infinite
volte negli ultimi decenni:
A partire dall’importante studio del 1966 del dottor Carl Bär, molti altri medici e scienziati s’impegnarono nel difficile compito di individuare non soltanto l’ultima malattia di Mozart ma anche quelle che avevano costellato la sua breve esistenza e che avevano condotto alle tre settimane fatali del novembre e dicembre 1791 (Robbins Landon 1988, p. 176).
In particolar modo sembrano
importanti i sintomi che Mozart manifestò nel 1784 a Vienna, che fanno pensare
ad una malattia tanto grave da collegarla al decesso sette anni più tardi.
Mozart soffrì in quell’occasione di terribili coliche che terminavano con
vomito intenso e febbre reumatica infiammatoria. È il dottor J. Davies, che a
quanto pare ha detto «l’ultima parola in proposito», ad effettuare la diagnosi:
A
quel tempo Mozart soffriva di un’infezione reumatica streptococcica contratta
durante un’epidemia, complicata dall’insorgere della sindrome di
Schönlein-Henoch […]
La
sindrome di Schönlein-Henoch consiste in una vasculite autoimmune in cui gli
immunocomplessi si depositano nei piccoli vasi sanguigni della cute, delle
articolazioni, del tratto gastro-intestinale e dei reni, dando luogo a porpora
ed edema della pelle, nonché ad alterazioni infiammatorie degli altri tre
organi. Circa il dieci per cento dei casi presenta un’affezione renale cronica che,
se non trattata, può determinare un’insufficienza renale cronica e la morte
(Robbins Landon 1988, p. 177).
Mozart in realtà aveva manifestato
sin dai sei anni una serie di infezioni e malattie piuttosto gravi, tra cui i
sintomi di una febbre tifoidea endemica che lo fece entrare in coma, mentre si
trovava nel 1763 all’Aja. Frequenti furono le infezioni delle vie aree superiori,
e si ammalò, con la sorella, anche di vaiolo.
In ogni caso sembra arrivare alle
soglie del 1791 sofferente di un’insufficienza renale cronica ed uremia.
Depressione,
alterazioni della personalità e idee fisse in un giovane uomo non sono
inconsueti nei casi di malattia uremica con ipertensione: ecco quindi la famosa
passeggiata in carrozza al Prater, l’ossessione del Requiem e della propria
morte, procurata, pensava Mozart, dall’acqua tofana. Il senso di mancamento
(svenimenti) menzionato nelle biografie autentiche, è comune in pazienti con
insufficienza renale cronica e talvolta è collegato a bruschi aumenti della
pressione sanguigna (Robbins Landon 1988, p 178).
Ed ecco la diagnosi completa delle
cause del decesso la notte del 5 dicembre, sempre nella diagnosi del dottor
Davies:
Mozart
morì per le seguenti cause: infezione streptococcica; sindrome di
Schönlein-Henoch; insufficienza renale; salasso (o molti salassi); emorragia
cerebrale; ed in ultimo, broncopolmonite.
Presenziando
ad una riunione della Loggia durante un’epidemia, il 18 novembre 1791 contrasse
un’altra infezione streptococcica. Questo comportò un aggravamento della
sindrome di Schönlein-Henoch e dell’insufficienza renale, che si manifestò con
febbre, poliartrite, malessere, gonfiore degli arti, vomito e porpora. Il
successivo e più generalizzato gonfiore del corpo fu probabilmente dovuto ad
un’ulteriore ritenzione di sali e liquidi originata dall’insufficienza renale.
Mozart venne sottoposto ad uno o più salassi che peggiorarono l’insufficienza
renale e contribuirono al decesso. La sindrome di Schönlein-Henoch causò un aumento dell’ipertensione che favorì
il vomito notturno e provocò un ictus. La parziale paralisi del paziente era
un’emiplegia (paralisi di un lato del corpo) dovuta ad emorragia cerebrale.
Circa due ore prima della morte Mozart fu colto da convulsioni ed entrò in
coma. Un’ora dopo tentò di alzarsi a sedere, sbarrò gli occhi e cadde riverso
con il capo girato verso la parete e le gote gonfie, tutti sintomi che fanno
pensare a una paralisi congiunta degli occhi e a una paralisi dei nervi
facciali conseguenti ad una massiccia emorragia cerebrale. La sera prima del
decesso Mozart aveva avuto febbre e sudore profuso. Nei pazienti con uremia,
causa immediata della morte, è frequentemente la broncopolmonite, che insorge
di regola quando il paziente è già in fin di vita (Robbins Landon 1988, p 179).
Cinquantacinque minuti dopo la
mezzanotte del 5 dicembre 1791 (quindi già il 6, in fondo), Mozart morì.
Avrebbe compiuto trentasei anni dopo poco più di un mese e mezzo, il 27
gennaio.
1791
- La musica
Veramente impressionante l’elenco
delle composizioni alle quali lavorò Mozart nel suo ultimo anno di vita. Senza
dubbio i tre lavori principali, che abbiamo già citato sono Il flauto magico, La clemenza di Tito e il Requiem,
ognuno dei quali, da solo, basterebbe a riempire un anno di lavoro di un
compositore prolifico, ai quali vanno aggiunti per notorietà il Concerto per clarinetto e orchestra e l’Ave Verum per coro, orchestra e organo,
un gioiello di purezza e perfezione.
Ma l’elenco completo lascia davvero
sbalorditi. A partire dal dicembre del 1790, «l’inizio di un nuovo ciclo
creativo» (Abert 1985, p. 596), abbiamo due Quintetti
per archi, due Adagi per strumenti a
fiato, i due Adagi per armonica a bicchieri
scritti quasi sicuramente per la nota concertista cieca Marianne
Kirchgässner (uno dei quali comprendeva anche flauto, oboe, viola e
violoncello), alcuni brani per organo, e l’ultimo dei suoi Concerti per pianoforte e orchestra, quello in Sib. Poche cose per
pianoforte solo tra cui un Foglio d’album,
ma molti lavori vocali di vario genere, tra i quali diversi Lieder e due Cantate massoniche.
Tornato da Praga poco dopo il 15
settembre, dove aveva composto e diretto La
clemenza di Tito per l’incoronazione a Re di Boemia del nuovo Imperatore
Leopoldo II (succeduto al fratello Giuseppe II), Mozart si era dedicato al
completamento de Il flauto magico (già
composto per la maggior parte prima del luglio, per la verità). Iscrisse nel
suo catalogo i due ultimi brani il 28 settembre, solo due giorni prima della
rappresentazione! Proprio in questo periodo ricevette il decreto di nomina a Kapellmeister della Cattedrale di Santo
Stefano, che equivaleva in un certo senso ad un posto fisso con contratto a
tempo indeterminato come diremmo oggi, e con la prospettiva di un buono
stipendio, cosa che tanto aveva atteso. Tuttavia avrebbe dovuto aspettare ancora
per godere dei benefici economici di questa nomina, dovendo restare
‘assistente’ dell’anziano Leopold Hoffman fino alla morte di questi, e quindi
senza salario… Hoffman in realtà morì dopo Mozart, nel 1793, e a succedergli
sarà Johan Georg Albrechtsberger. Quell’Albrechtsberger, che di lì a poco (alla
partenza di Haydn per Londra, nel 1794) sarebbe stato il ‘nuovo’ maestro di
composizione di Beethoven…
Pochi giorni prima della fine poi,
gli arrivarono due proposte che lo avrebbero reso tranquillo per il resto dei
suoi giorni: una parte della nobiltà ungherese gli assicurava una
sottoscrizione di mille fiorini annui, mentre un’offerta ancora più vantaggiosa
gli arrivò da Amsterdam, con l’impegno di commissioni periodiche.
Mozart dunque cominciava a vedere il
suo genio riconosciuto largamente in Europa e, a meno di due mesi dalla morte, stava
raggiungendo quella tranquillità economica che tanto aveva cercato e di cui la
sua arte aveva disperato bisogno. La morte tuttavia lo sorprese nel pieno della
composizione del Requiem che, proprio
per questa ragione acquista un ruolo chiave nella sua produzione, sebbene sia
un testamento incompleto perché solo in parte suo, ma forse anche a cagione di
questa incompletezza, che ha tutto il fascino delle opere incompiute, come l’Arte della fuga di Bach. Non possiamo
quindi che concludere questo articolo, la prossima settimana, dedicandoci proprio al Requiem e alla sua misteriosa genesi.













