La Quinta Sinfonia fu composta tra il 1901 e il 1902 e annuncia in modo profetico un secolo sanguinoso e terribile.
La Quinta sinfonia
Dopo
le tre «Wunderhornen Symphonien» (2°, 3° e 4°, composte tra il 1888 e il 1900), così chiamate poiché per le
parti cantate utilizzano testi tratti dalla raccolta di canti medievali
tedeschi Des Knaben Wunderhorn di
Arnim e Brentano, la Quinta sinfonia inaugura un nuovo trittico sinfonico,
puramente strumentale, che insieme alla Sesta
e alla Settima formerà una specie di
macrostruttura, un unico grande affresco sinfonico (1901-1906). Queste tre
sinfonie vengono considerate da Quirino Principe dal carattere più cittadino e
viennese, al contrario delle precedenti più rurali e “austriache”. Senza dubbio
sono accumunate dal ritmo di marcia e da inquietudini guerresche, che aprono i
loro primi movimenti, sebbene declinati in ciascuna sinfonia in modo diverso.
Proprio
in quell’estate del 1901 Mahler musicò l’ultimo testo tratto dal Wunderhorn, Der Tamboursg’sell, per poi dedicarsi interamente alle poesie di
Friedrich Rückert, poeta caro a Schumann e a Schubert. Tuttavia, se è vero che
la Quinta dà il via a tre Sinfonie
prive dell’apporto del testo e del canto, in Mahler il rapporto tra Lied e
sinfonia permane profondamente e non fa altro che trasformarsi. Echi delle
melodie popolari che alla fine del XVIII secolo aveva accompagnato alcune
poesie del Wunderhorn possono
avvertirsi nella Quinta, come
sostengono alcuni critici, così come vi sembra risuonare il tamburo del Der Tamboursg’sell. Allo stesso modo, è
stato scritto, l’Adagietto potrebbe essere tranquillamente, per i colori orchestrali
e l’atmosfera che pervade l’intero movimento, uno dei Rückert-Lieder, pur senza testo, e non manca neppure un breve riferimento
musicale al primo dei Kindertotenlieder.
Mahler
completò la Sinfonia nel corso di due estati, nel 1901 e nel 1902, e la
orchestrò nel 1903. Ma l’anno seguente, nel settembre del 1904, in vista della
prima esecuzione a Colonia, sentì il bisogno di porre mano pesantemente all’orchestrazione,
soprattutto riducendo la parte delle percussioni. «Ho finito la Quinta: di
fatto doveva essere completamente ristrumentata. È incomprensibile come allora
potessi commettere errori da autentico principiante (evidentemente la routine
acquisita nelle prime quattro sinfonie mi aveva completamente abbandonato,
poiché uno stile completamente nuovo richiedeva una nuova tecnica)» (Petazzi,
22002, p. 108).
Nelle
sue memorie Alma sembra voler mostrarsi la responsabile principale di questi
ripensamenti, ma l’analisi dei manoscritti, soprattutto di quello del 1903, la
smentisce. Così riporta i fatti accaduti, dopo aver assistito ad una prova
della Filarmonica: «Corsi a casa in lacrime. Mi seguì. Non gli parlai per
parecchio tempo. Finalmente dissi singhiozzando: “Hai scritto una sinfonia per
batteria!” Egli rise, prese la partitura e cancellò con una matita rossa quasi
tutta la parte del tamburo piccolo e la metà della batteria. L’aveva intuito
anche lui, ma la mia preghiera appassionata dette il tracollo alla bilancia»
(Petazzi 2002, p. 108, nota). Questo aneddoto rende forse più comprensibile il
perché si parla di un “problema Alma” per quanto riguarda la biografia di
Mahler.
Trauermarsch
Il
primo movimento della sinfonia porta l’indicazione di Trauermarsch - Marcia
funebre, Con andatura misurata, Severamente, Come un corteo funebre. Tre
sono le Marce funebri celebri che precedono questa Trauermarsch di Mahler. Le prime due sono di Ludwig van Beethoven:
la Marcia funebre in morte di un eroe, terzo movimento della Sonata per pianoforte n.26, e la Marcia
funebre del secondo movimento della Terza
sinfonia. Forse ancora più celebre è la Marcia funebre di Chopin, dalla Sonata per pianoforte in sib minore.
Tuttavia, ancora una volta Mahler, invertendo la posizione tradizionale della
Marcia funebre e mettendola all’inizio della Sinfonia, le infonde una luce ed
un significato del tutto nuovi. Niente a che fare qui con il carattere
grottesco e allucinato del terzo movimento della sua Prima sinfonia, che ritraeva il corteo funebre degli animali per la
morte del cacciatore. Non c’è spazio per quelle commistioni di stili e di
colori (popolare-colto-serio-ironico-grottesco) che avevano tanto lasciato
smarriti gli ascoltatori. Semmai viene da pensare ancora una volta all’atmosfera
cupa e allucinata del testo (più che della musica) di uno dei Lieder de Das Knaben Wunderhorn, Revelge (Sveglia),
in cui un tamburino morto guida un esercito di soldati, anch’essi defunti, che
sfilano silenziosi, battendo il nemico che è disfatto dal terrore.
L’incipit
tematico potrebbe sembrare un aperto omaggio alla Quinta sinfonia di Ludwig van Beethoven: tre note in levare che
cadono su di una quarta in battere. Come una parola di quattro sillabe, il cui
accento cade sull’ultima, abbiamo un gruppo di tre note che ci conducono con
forza verso la quarta, accentata: do-do-do-dò, rapido in Mahler,
sol-sol-sol-mìb, più lento in Beethoven. Ma a parte questi
elementi in comune, il tema presenta un carattere squisitamente e profondamente
mahleriano (nonostante le reminiscenze con un analogo passaggio di Haydn e con
dei segnali militari austriaci che gli sono stati attribuiti) e tra le due
composizioni non sembrano esserci altri punti di contatto.
Ritmi
di marcia, fanfare, squilli militareschi di trombe e tamburi militari sono
ricorrenti in Mahler, e ne costituiscono alcuni degli elementi più
caratteristici e ricorrenti. Senza dubbio il Diciannovesimo secolo fu ricco di
conflitti: apertosi con le guerre Napoleoniche e l’occupazione di Vienna da
parte dei francesi, si era andato concludendo col durissimo scontro
franco-prussiano del 1870-71, e col massacro della battaglia di Sedan. Inoltre,
tra i ricordi forse più indelebili di Mahler ci sono proprio i suoni degli
accampamenti militari e delle caserme, di quando ancora in carrozzina veniva
portato a spasso dalla sua giovane baby-sitter che aveva un fidanzato nell’esercito.
Né possono escludersi presagi di futuri conflitti: siamo nel 1901 e i più
attenti e i più sensibili potevano già scorgere le nubi che si addensavano
all’orizzonte e che avrebbero portato verso la Prima guerra mondiale. «La
profezia del progrom, come i poeti
espressionisti profetizzavano la guerra» (Principe 1983, p. 724) può
intravedersi spesso nella musica di Mahler.
Tuttavia
la guerra che ci racconta Mahler è anche una guerra personale, tanto interiore,
di un eroe impegnato a scalare le montagne inaccessibili dei propri sogni e
delle proprie ambizioni, dei propri fantasmi interiori e delle proprie paure, quanto
esteriore, contro la realtà ostile alla sua musica, al suo essere ebreo, contro
le difficoltà di raggiungere la perfezione in quello che fa e che lo porta ad
una tensione continua nel proprio ambiente di lavoro.
La
Sinfonia si apre con un lungo solo di tromba, mentre tutto il resto
dell’orchestra tace, trenta secondi che costituiscono ormai uno di quei passi
orchestrali obbligatori per ogni trombettista che si presenti alle ammissioni
per entrare in una grande orchestra. Anche la Terza sinfonia era cominciata con una voce sola, una nuda melodia,
tuttavia eseguita da ben otto corni all’unisono. Qui invece la tromba è
totalmente sola, ed è come se si destasse dal nulla e si ergesse in piedi per
chiamare a raccolta tutta l’orchestra. Varrà la pena di ricordare, a questo
proposito, che pochi mesi prima Mahler era stato sul punto di morire per
un’emorragia intestinale e solo l’intervento tempestivo di un medico l’aveva
salvato. Per questa ragione, se lo Scherzo,
il primo dei movimenti ad essere composto, costituisce «uno dei rari momenti di
ottimismo totale in Mahler, di una musica che emana felicità e gioia di vivere»
(La Grange 2011, p. 404), un vero e proprio “Canto di riconoscenza di un
convalescente”, i primi due movimenti sono, cupi e drammatici. Tuttavia, credo
si debba concordare con quanti sostengono che l’oggetto della narrazione
musicale mahleriana non vada cercata in contenuti extra musicali, ma sia la
musica stessa. Una musica tuttavia, come ha scritto splendidamente la filosofa
Susan Langer, il cui procedere possiede una stretta somiglianza con le forme
dei sentimenti umani: «forme di crescita e attenuazione, fluire e accumulare,
conflitto e risoluzione, velocità, arresto, terribile eccitazione, calma o il
nascere impercettibile e l’estinguersi vago» (Langer 1953, p. 17). Le sinfonie
di Mahler portano questo ritrarre il mondo interiore dell’animo umano, con le
sue contraddizioni, i suoi repentini cambiamenti, le sue lacerazioni, ad una
complessità nuova, che lasciava naturalmente sbigottiti molti degli ascoltatori
dell’epoca. Mostrano «L’anima nuda di un uomo, verità assolute, senza
reticenze», come scrisse Arnold Schoenberg a proposito della Terza.
Il
tema iniziale della Marcia funebre, energico,
nervoso e potentemente drammatico, per tutto il movimento si alterna ad una melodia
completamente diversa, dal carattere lirico e sognante. I due temi più che
confrontarsi dialetticamente o scontrarsi apertamente, sembrano scorrere
paralleli, come se l’animo del compositore fosse diviso in due e scivolasse
perennemente dall’una all’altra dimensione. La differenza dei temi è data anche
dalla loro veste strumentale: da una parte la tromba e la famiglia tutta degli
ottoni (corni, trombe, tromboni e tuba), dall’altra gli archi (violini, viole,
violoncelli e contrabbassi). Col procedere della musica, continuano a
succedersi primo e secondo tema, ma caratteristica peculiare di questo
movimento è che essi appaiono sempre diversi, sempre in trasformazione fino
alla trasfigurazione finale, del secondo tema, quello lirico, intorno agli
undici minuti e quindici. Diventato ormai quasi completamente diverso, porta un
vento di struggente malinconia, di sale da ballo viennesi, di un mondo che non
esiste più, di serate d’estate di gioventù forse mai vissute veramente. Poi,
all’improvviso, la musica sembra dissolversi e appare il ritorno, per l’ultima
volta, della fanfara inziale.
Niente
sembra rimasto degli sviluppi lineari e consequenziali della sinfonia classica,
da Haydn, Mozart, Beethoven, fino a Brahms. L’arco romantico con l’apice drammatico
nel punto centrale ne esce completamente trasformato. L’apice in realtà c’è, e
proprio verso la metà, intorno ai sei minuti, in quel All’improvviso più rapido, ma completamente diverso è il modo di
giungervi e di uscirne. Gli sviluppi mahleriani sono imprevedibili e trattano
ogni volta il materiale presentato in maniera complessa, non lineare ma
piuttosto tortuosa e tormentata.
Negli articoli
precedenti abbiamo scritto, a proposito della forma-sonata classica, che nelle
sinfonie di Mozart e nel primo Beethoven, tutto si presenta come un giardino
italiano, ben geometrico e scolpito: ogni tema è scandito con chiarezza, la
narrazione musicale si segue con facilità, e di conseguenza è molto più
semplice descriverne lo svolgimento. Abbiamo aggiunto poi che nella Nona di Beethoven, più che in un
giardino italiano, ci troviamo di fronte ad una foresta intricata. Con Mahler
la complessità del racconto e della trama degli eventi cresce esponenzialmente
e decine di personaggi sonori di intrecciano e si intersecano lungo percorsi
narrativi sempre diversi e imprevedibili.
La
Quinta verrà presentato per la prima
volta nel 1904 a Colonia, col solito, violento attacco della critica,
nonostante non mancassero i sostenitori entusiasti. Le parole di Mahler a
questo proposito si riveleranno profetiche: «Se soltanto potessi dirigere le
prime delle mie sinfonie cinquant’anni dopo la mia morte!». Mahler morì nel
1911, e proprio all’inizio degli anni Sessanta sarebbe cominciata l’ascesa irresistibile
della sua musica presso i programmi delle orchestre di tutto il mondo. Inoltre,
all’inizio degli anni Settanta erano già in commercio almeno quattro incisioni
integrali delle sue sinfonie, tra le quali quella di Leonard Bernstein, di
Rafael Kubelic e di George Solti.
Lo
Scherzo
Con
lo Scherzo (Kräftig, nicht zu schnell - Scherzo, Vigoroso, non troppo presto),
raggiungiamo il cuore della sinfonia e il suo movimento più esteso. Della
particolarità di questo movimento abbiamo già detto, di come costituisca «il
pezzo più rettilineo di Mahler, lontano da dubbi e inquietudini, un canto di
lode della gioia di esistere, della gioia vitale» (Petazzi 2002, p. 116). Il
suo tema introduttivo affidato a quattro corni (anche qui un incipit che resta
indelebilmente impresso, e dal carattere ben diverso dal solo di tromba
dell’inizio), dà il via ad una sorta di ritmo di danza sereno e gioioso che
oscilla tra il Walzer e il Ländler. Tuttavia, non devi trarci in inganno,
perché il procedere della musica sarà particolarmente denso e complesso, tanto
da calzare perfettamente con una delle definizioni che Mahler stesso dette di
questo movimento, cioè di «caos che continua eternamente a partorire un mondo
che dura per un istante per tornare subito a dissolversi».
Tale ricchezza e
complessità delle sinfonie mahleriane ci fanno comprendere il perché si sia scritto
che arrivino a contenere e ad abbracciare un intero mondo. Un mondo al quale
non possiamo lanciare uno sguardo fugace e distratto, ma nel quale dobbiamo
immergerci totalmente per poterlo veramente comprendere. Per Mahler infatti
vale forse ancora di più quanto dovrebbe dirsi di ciascun grande compositore,
che cioè merita tutta la nostra attenzione, tutto il tempo necessario perché la
sua voce sia ascoltata e interiorizzata. E per farlo non c’è altro modo che
l’esecuzione dal vivo: l’entrare in quel tempio sacro che è una sala da
concerti, chiudendo del tutto la porta col mondo esterno, e liberare la nostra
mente dai pensieri e le preoccupazioni e aprire a 360 gradi la nostra
concentrazione e la nostra attenzione. Non c’è altro modo per penetrare l’ora e
quaranta della Quinta di Mahler, ad
esempio, che non può certo essere spezzettata in decine di frammenti diversi,
modalità che purtroppo caratterizza quasi sempre l’ascolto da casa. Sarebbe
come pensare di poter sostituire l’esperienza di un viaggio per mare con le
immagini di uno schermo televisivo. Personalmente mi auguro che, quando uscirà
questo articolo nel giugno del 2021, le sale da concerto (così come i teatri e
tutto il resto) siano di nuovo aperti, e credo allora che non ci sarebbe niente
di meglio per celebrare un simile momento per tutti coloro che amano la musica,
che l’ascolto di una grande sinfonia dal vivo. Che sia di Beethoven o di
Mahler, di Schubert, di Cajkovskij o di Shostakovich, restituiamo questa musica
al suo habitat naturale e all’unico luogo che le permette veramente di essere
apprezzata e compresa.
Bibliografia
H-L.
La Grange, Gustav Mahler – La vita, le
opere, EDT, Torino 2011.
S.
Langer, Sentimento e forma,
Feltrinelli, Milano 1953.
P.
Petazzi, Le sinfonie di Mahler,
Marsilio, Venezia 2002.
Q.
Principe, Mahler, Rusconi, Milano
1983.
N.B. È a disposizione una pagina Facebook per i
commenti e le domande: «Rubrica Rivista Prometeo De Musica», con l’elenco
completo degli articoli a partire dal dicembre 2015.









