martedì 21 luglio 2026

Della morte di Mozart (le cause) e il mondo "autunnale" dell'ultimo anno - III puntata

Abbiamo evidenziato nel primo dei quattro articoli di questa serie come Mozart sia andato occupando un posto sempre più importante nell’immaginario moderno e che una delle ragioni di questo successo sia da individuarsi molto probabilmente in quel «mondo autunnale indimenticabilmente bello della musica scritta nel 1791», il suo ultimo anno di vita e che comprende composizioni come il Requiem ed Il flauto magico.

Dopo aver cercato di dissipare le nebbie che riguardano il suo funerale e la sua sepoltura, dove maggiori sono le certezze di ciò che non accadde che di quello che accadde veramente (non fu sepolto in una tomba comune, il giorno del funerale non c’era un tempo burrascoso, la moglie non era presente alle esequie…), cercheremo in questo articolo di dedicarci ad indagare le cause della sua morte e di esplorare poi alcuni aspetti del suo ultimo anno, tanto aspetti quotidiani e biografici, quanto musicali come il Requiem.


1791 - Della morte di Mozart – Le cause

Nel registro mortuario della città di Vienna le cause della morte di Mozart vengono descritte come ‘febbre miliare acuta’. Una diagnosi che lasciò da subito molti dubbi e mai soddisfece veramente gli esperti. È evidente che qualsiasi ipotesi può essere condotta soltanto sui sintomi di cui si ha testimonianza certa, perché non abbiamo altro a disposizione.

Oggi le leggende sul suo possibile avvelenamento non sono ancora del tutto sopite e negli ultimi vent’anni sono stati pubblicati libri e prodotte trasmissioni televisive che ne sostengono la veridicità. Ma nessun testo serio e scrupoloso ha mai avvalorato tale ipotesi, e noi ci atterremo a questa posizione. Tuttavia bisogna ricordare che ebbero un ‘origine ben motivata nell’auto accusa di Antonio Salieri.

Questi dapprima negò fermamente qualsiasi coinvolgimento nella morte di Mozart, di fronte a Ignaz Moscheles, un allievo di Beethoven, che era andato a trovarlo nell’Ospedale Generale in un sobborgo di Vienna. Era l’ottobre del 1823, e Salieri aveva settantatré anni:

Il suo aspetto mi faceva inorridire ed egli parlava con frasi sconnesse della sua morte imminente […], alla fine disse: «Sebbene questa sia la mia ultima malattia, posso assicurarle in buona fede che non c’è nulla di vero in quell’assurda diceria: lei sa… avrei avvelenato Mozart. Ebbene no, malvagità, pura malvagità, lo dica al mondo caro Moscheles, gliel’ha detto il vecchio Salieri, che presto morirà» (Robbins Landon 1988, p. 173).

Tuttavia, soltanto un mese dopo, Anton Felix Schindler, primo biografo di Beethoven, annotò nel suo diario: «Salieri sta di nuovo assai male. La sua mente è sconvolta. Seguita a vaneggiare di essere responsabile della morte di Mozart e di avergli somministrato del veleno…» (Robbins Landon 1988, p. 173).

Occasione più ghiotta non poteva essere regalata ai sostenitori della tesi dell’avvelenamento. Con questo gesto di auto accusa si apre proprio il lavoro teatrale di Peter Shaffer, Amadeus (1978), dal quale sarà tratto il film omonimo di Milôs Forman (1984).

Il testo di Schaffer è, come abbiamo già detto, ispirato direttamente al micro dramma in due atti di Puskin, Mozart e Salieri, tratto dalle Piccole tragedie (1830), che sosteneva con forza non solo l’ostilità del secondo nei confronti del primo, ma anche la tesi dell’avvelenamento. Dal testo di Puskin, Rimsky Korsakov trasse poi un’opera nel 1897. L’opera (ed il testo di Puskin) si concludono con Salieri che invita a cena Mozart in un’osteria, e trova il modo di versargli del veleno, proprio mentre Mozart gli dice che «genio e malvagità sono incompatibili…»,  poi comincia a sentirsi poco bene e se ne va.

Se è vero comunque che non possiamo escludere definitivamente l’ipotesi dell’avvelenamento, in assenza dei resti del corpo di Mozart da analizzare, è anche vero che non ci sono assolutamente elementi sufficienti ad avvalorarla. E di certo tale ipotesi fu smentita immediatamente da molteplici testimonianze, tra le quali quella del biografo italiano di Haydn, Giuseppe Carpani e da un medico che era stato consultato a proposito della malattia e morte di Mozart, il consigliere di corte Eduard Vincent Guldener von Lobes.

A smentire tale tesi tuttavia sembrano essere proprio i sintomi manifestati, sintomi analizzati infinite volte negli ultimi decenni:

A partire dall’importante studio del 1966 del dottor Carl Bär, molti altri medici e scienziati s’impegnarono nel difficile compito di individuare non soltanto l’ultima malattia di Mozart ma anche quelle che avevano costellato la sua breve esistenza e che avevano condotto alle tre settimane fatali del novembre e dicembre 1791 (Robbins Landon 1988, p. 176).

In particolar modo sembrano importanti i sintomi che Mozart manifestò nel 1784 a Vienna, che fanno pensare ad una malattia tanto grave da collegarla al decesso sette anni più tardi. Mozart soffrì in quell’occasione di terribili coliche che terminavano con vomito intenso e febbre reumatica infiammatoria. È il dottor J. Davies, che a quanto pare ha detto «l’ultima parola in proposito», ad effettuare la diagnosi:

A quel tempo Mozart soffriva di un’infezione reumatica streptococcica contratta durante un’epidemia, complicata dall’insorgere della sindrome di Schönlein-Henoch […]

La sindrome di Schönlein-Henoch consiste in una vasculite autoimmune in cui gli immunocomplessi si depositano nei piccoli vasi sanguigni della cute, delle articolazioni, del tratto gastro-intestinale e dei reni, dando luogo a porpora ed edema della pelle, nonché ad alterazioni infiammatorie degli altri tre organi. Circa il dieci per cento dei casi presenta un’affezione renale cronica che, se non trattata, può determinare un’insufficienza renale cronica e la morte (Robbins Landon 1988, p. 177).

Mozart in realtà aveva manifestato sin dai sei anni una serie di infezioni e malattie piuttosto gravi, tra cui i sintomi di una febbre tifoidea endemica che lo fece entrare in coma, mentre si trovava nel 1763 all’Aja. Frequenti furono le infezioni delle vie aree superiori, e si ammalò, con la sorella, anche di vaiolo.

In ogni caso sembra arrivare alle soglie del 1791 sofferente di un’insufficienza renale cronica ed uremia.

Depressione, alterazioni della personalità e idee fisse in un giovane uomo non sono inconsueti nei casi di malattia uremica con ipertensione: ecco quindi la famosa passeggiata in carrozza al Prater, l’ossessione del Requiem e della propria morte, procurata, pensava Mozart, dall’acqua tofana. Il senso di mancamento (svenimenti) menzionato nelle biografie autentiche, è comune in pazienti con insufficienza renale cronica e talvolta è collegato a bruschi aumenti della pressione sanguigna (Robbins Landon 1988, p 178).

Ed ecco la diagnosi completa delle cause del decesso la notte del 5 dicembre, sempre nella diagnosi del dottor Davies:

Mozart morì per le seguenti cause: infezione streptococcica; sindrome di Schönlein-Henoch; insufficienza renale; salasso (o molti salassi); emorragia cerebrale; ed in ultimo, broncopolmonite.

Presenziando ad una riunione della Loggia durante un’epidemia, il 18 novembre 1791 contrasse un’altra infezione streptococcica. Questo comportò un aggravamento della sindrome di Schönlein-Henoch e dell’insufficienza renale, che si manifestò con febbre, poliartrite, malessere, gonfiore degli arti, vomito e porpora. Il successivo e più generalizzato gonfiore del corpo fu probabilmente dovuto ad un’ulteriore ritenzione di sali e liquidi originata dall’insufficienza renale. Mozart venne sottoposto ad uno o più salassi che peggiorarono l’insufficienza renale e contribuirono al decesso. La sindrome di Schönlein-Henoch  causò un aumento dell’ipertensione che favorì il vomito notturno e provocò un ictus. La parziale paralisi del paziente era un’emiplegia (paralisi di un lato del corpo) dovuta ad emorragia cerebrale. Circa due ore prima della morte Mozart fu colto da convulsioni ed entrò in coma. Un’ora dopo tentò di alzarsi a sedere, sbarrò gli occhi e cadde riverso con il capo girato verso la parete e le gote gonfie, tutti sintomi che fanno pensare a una paralisi congiunta degli occhi e a una paralisi dei nervi facciali conseguenti ad una massiccia emorragia cerebrale. La sera prima del decesso Mozart aveva avuto febbre e sudore profuso. Nei pazienti con uremia, causa immediata della morte, è frequentemente la broncopolmonite, che insorge di regola quando il paziente è già in fin di vita (Robbins Landon 1988, p 179).

Cinquantacinque minuti dopo la mezzanotte del 5 dicembre 1791 (quindi già il 6, in fondo), Mozart morì. Avrebbe compiuto trentasei anni dopo poco più di un mese e mezzo, il 27 gennaio.

1791 - La musica

Veramente impressionante l’elenco delle composizioni alle quali lavorò Mozart nel suo ultimo anno di vita. Senza dubbio i tre lavori principali, che abbiamo già citato sono Il flauto magico, La clemenza di Tito e il Requiem, ognuno dei quali, da solo, basterebbe a riempire un anno di lavoro di un compositore prolifico, ai quali vanno aggiunti per notorietà il Concerto per clarinetto e orchestra e l’Ave Verum per coro, orchestra e organo, un gioiello di purezza e perfezione.

Ma l’elenco completo lascia davvero sbalorditi. A partire dal dicembre del 1790, «l’inizio di un nuovo ciclo creativo» (Abert 1985, p. 596), abbiamo due Quintetti per archi, due Adagi per strumenti a fiato, i due Adagi per armonica a bicchieri scritti quasi sicuramente per la nota concertista cieca Marianne Kirchgässner (uno dei quali comprendeva anche flauto, oboe, viola e violoncello), alcuni brani per organo, e l’ultimo dei suoi Concerti per pianoforte e orchestra, quello in Sib. Poche cose per pianoforte solo tra cui un Foglio d’album, ma molti lavori vocali di vario genere, tra i quali diversi Lieder e due Cantate massoniche.

Tornato da Praga poco dopo il 15 settembre, dove aveva composto e diretto La clemenza di Tito per l’incoronazione a Re di Boemia del nuovo Imperatore Leopoldo II (succeduto al fratello Giuseppe II), Mozart si era dedicato al completamento de Il flauto magico (già composto per la maggior parte prima del luglio, per la verità). Iscrisse nel suo catalogo i due ultimi brani il 28 settembre, solo due giorni prima della rappresentazione! Proprio in questo periodo ricevette il decreto di nomina a Kapellmeister della Cattedrale di Santo Stefano, che equivaleva in un certo senso ad un posto fisso con contratto a tempo indeterminato come diremmo oggi, e con la prospettiva di un buono stipendio, cosa che tanto aveva atteso. Tuttavia avrebbe dovuto aspettare ancora per godere dei benefici economici di questa nomina, dovendo restare ‘assistente’ dell’anziano Leopold Hoffman fino alla morte di questi, e quindi senza salario… Hoffman in realtà morì dopo Mozart, nel 1793, e a succedergli sarà Johan Georg Albrechtsberger. Quell’Albrechtsberger, che di lì a poco (alla partenza di Haydn per Londra, nel 1794) sarebbe stato il ‘nuovo’ maestro di composizione di Beethoven…

Pochi giorni prima della fine poi, gli arrivarono due proposte che lo avrebbero reso tranquillo per il resto dei suoi giorni: una parte della nobiltà ungherese gli assicurava una sottoscrizione di mille fiorini annui, mentre un’offerta ancora più vantaggiosa gli arrivò da Amsterdam, con l’impegno di commissioni periodiche.

Mozart dunque cominciava a vedere il suo genio riconosciuto largamente in Europa e, a meno di due mesi dalla morte, stava raggiungendo quella tranquillità economica che tanto aveva cercato e di cui la sua arte aveva disperato bisogno. La morte tuttavia lo sorprese nel pieno della composizione del Requiem che, proprio per questa ragione acquista un ruolo chiave nella sua produzione, sebbene sia un testamento incompleto perché solo in parte suo, ma forse anche a cagione di questa incompletezza, che ha tutto il fascino delle opere incompiute, come l’Arte della fuga di Bach. Non possiamo quindi che concludere questo articolo, la prossima settimana, dedicandoci proprio al Requiem e alla sua misteriosa genesi.

lunedì 20 luglio 2026

Il cammino di Stefano Marchioro e il nuovo Rondò Veneziano

Stefano è uno dei tanti allievi che ci è stato regalato da altri conservatori.

Nel suo caso, già con diversi titoli di studio come un diploma in pianoforte e un Biennio in clavicembalo [1], venne ritenuto non idoneo a studiare composizione in un conservatorio limitrofo a Castelfranco, perché alla domanda di un commissario che gli chiedeva quale era il suo compositore di riferimento e con quale stile si sarebbe avvicinato alla composizione, rispose: "Bach, senza dubbio, e il suo stile contrappuntistico!".

Si tratta di un compositore molto noto, il cui nome è ancora oggi famoso e che io ho avuto modo di conoscere moltissimi anni fa, da ragazzo, durante le vacanze. Lui era nipote di un grande pittore e lo zio aveva la casa proprio tra quella di Antonioni e quella di mio padre, in Sardegna.

Non sono stato testimone di questa ammissione, ma di colleghi così ne ho visti tanti.

Una volta era d'obbligo fare domande sulla musica contemporanea alle ammissioni, tanto che gli allievi, sapendolo, si imparavano a memoria una serie di nomi che a loro non dicevano assolutamente nulla, per poi ripeterli a caso all'esame. Non c'è dubbio che sia difficile per noi compositori accettare che nel mondo là fuori la nostra realtà sia invisibile, ma è altresì vero che un pluridiplomato, studiando composizione, addirittura vecchio ordinamento, avrebbe avuto dieci anni per conoscere e imparare il linguaggio della musica contemporanea.

Quell'atteggiamento così rigido non l'ho mai capito e d'altronde di domande sulla musica contemporanea non ne faccio più da tempo. Spesso i giovani conoscono poco non solo della tradizione classica, ma anche del pop, figuriamoci della cosiddetta musica contemporanea. C'è solo da rimboccarsi le maniche e condurli per mano a scoprire tutto ciò che non conoscono. E' ancora più bello così. 

Stefano me lo ritrovai già in classe quando arrivai a Castelfranco, ma devo dire non mi ha mai deluso. Per quanto già adulto, studente lavoratore con moglie e figli, era molto costante e concentrato. Assolutamente umile, mi ha sempre parlato molto poco di quello che faceva e non si vantava di nulla.

Certo il suo stile aveva molto poco di quel che si dice "contemporaneo" e per questa ragione mi sono preso delle parole al suo Diploma da parte di una collega che non aveva apprezzato molto una delle sue prove. 

Fa parte di quel gruppo di allievi, che come ho scritto nella Camerata dei Baldi, si è ritrovato a combattere in un mondo il cui linguaggio era ben diverso dalle proprie inclinazioni e sono particolarmente felice che oggi abbia ottenuto degli ottimi risultati, divenendo il nuovo direttore del Rondò Veneziano. D'altronde il mondo intorno a noi è radicalmente cambiato e forse oggi non siamo più noi i diversi.

Oggi un compositore, per sopravvivere e poter continuare a scrivere, oltre a dover trovare un lavoro come quello dell'insegnante, ad esempio, deve riuscire in qualche modo a rompere quel muro di invisibilità e anonimato che ci affligge tutti e che rende ogni piccolo passo pesante come quello di un palombaro dagli scarponi di piombo. 

Quindi ben venga che si parli di Stefano, ben venga un po' di notorietà. Sarà utilissima a portare avanti tutti i suoi progetti.

Gli faccio mille auguri per i suoi progetti futuri e per la sua esperienza odierna col Rondò Veneziano.

Stefano Marchioro ha conosciuto per la prima volta Gian Piero Reverberi ad una audizione per un concerto: cercavano un tastierista. Era il 1996. Da allora ha cominciato a lavorare per lui come tastierista e programmatore, collaborando per ben dodici anni con il Rondò. Nel 2013 ha poi fondato un gruppo per la diffusione delle musiche di Reverberi, che diversi anni dopo gli ha affidato, nel 2022, anche un compito di orchestrazione e arrangiamento di un'importante produzione per coro e orchestra

Reverberi è una colonna della musica "leggera" italiana, la cui prima esperienza dopo il conservatorio a Genova fu l'arrangiamento de La gatta di Paoli e poi Senza fine (!), a cui segue un elenco incredibile di collaborazioni e composizioni che non è qui il luogo per elencare, con nomi talmente pesanti da attraversare praticamente tutta la musica leggera italiana. Basti citare che ha firmato canzoni come Bocca di rosa e Il Pescatore di De André.

Aggiungerei soltanto che è stato l'arrangiatore di Emozioni, una delle vesti strumentali più belle di tutta la musica italiana, un vero capolavoro.

Esperienza culminante fu quella di Rondò Veneziano, fondato nel 1979,  col quale vendette 30 milioni di dischi.

Oggi questa esperienza torna in vita e Reverberi ha scelto di affidarla a Stefano Marchioro.

Un grandissimo onore e una grandissima opportunità per lui.

Stefano, sono davvero orgoglioso e felice per te!


[1] Oltre ai quattro anni di musica sperimentale al Conservatorio di Vicenza, utilizzando programmi sviluppati dall’I.R.C.A.M., un compimento medio di organo e composizione organistica, e due anni al conservatorio A. Bruckner di Linz, sempre nella classe di Organo.





Ulisse che semina sale - Parliamo dell'Odissea di Omero

Cosa ci fa Ulisse con un aratro a spargere sale sui suoi campi? E Achille travestito da fanciulla?

Ogni decennio della nostra vita ci regala occhiali nuovi per vedere il mondo.

Si aggiunga poi che gli anni che stiamo vivendo sono funestati da un Dio della guerra insaziabile e apparentemente inarrestabile come mai avevo visto da quando sono nato, ma solo letto nei libri o sentito raccontare.

Tutto ciò porta a riflessioni nuove di fronte a un capolavoro eterno della civiltà umana come l'Odissea, al di là dei meriti o difetti di questa o quella rappresentazione, versione, riadattamento o riscrittura che sia.

Tuttavia se il mondo è pazzo di Ulisse, come ha titolato il «Corriere della sera» sul taglio medio  della prima pagina, con tanto di foto, domenica 19 luglio, rendendolo quasi un eroe pop, questo senza dubbio è un merito.

L'Odissea non aveva bisogno di Nolan, ma il mondo aveva bisogno dell'Odissea, anche se nella versione americanizzata fatta da un regista britannico.

Oggi perciò mi chiedo, ancora una volta: di cosa parla davvero l'Odissea? Facile mettere Ulisse al centro, l'uomo nuovo, l'uomo moderno, spinto da una sete insaziabile di sapere e di scoperta, non ci sono dubbi.

Ma mi tornano in mente i primi versi dell'Iliade, nella traduzione più nota a chi ha fatto il classico tanti anni fa, quella del Monti:

"Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l'ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei"



Illustrazione di Paolo Barbieri

Ecco, in quegli "infiniti lutti" credo sia la chiave di tutto. anche se qui parliamo di Ulisse e il poema è l'Odissea e non l'Iliade.
Perché anche l'Odissea in fondo canta prima di tutto della follia dell'uomo, della sua forza autodistruttiva che lo porta, quando sembra possedere tutto ciò di cui ha bisogno, a distruggere e a distruggersi, parla della sua malvagità incontenibile. Ne costituisce la lunga risonanza, il viaggio di ritorno di Ulisse non ne sono che l'eco.
In questo senso è dunque un monito. Soprattutto alle grandi civiltà che si credono immortali, e oltre a un monito, è anche un vaticino sul destino dell'uomo.
La distruzione di Troia, il massacro inesorabile dei marinai di Ulisse e il dolore infinito di tutti coloro che lo circondano, una guerra che come tutte le guerre doveva durare poco e che si è invece trascinata per dieci anni. Per non parlare poi di tutte le storie più o meno laterali che ne compongono i ventiquattro canti, dei numerosi "ritorni rovinati", oggetto di un altro poema perduto, i cinque libri del "Nostoi" (ritorni), attribuito a Agia di Trezene. 
Ulisse si finge pazzo per non cedere alla follia e si fa trovare sui suoi campi a seminare il sale come fossero sementi dagli ambasciatori che venivano a "coscriverlo". Lo racconta anche il poeta Roversi in una delle più belle, a mio avviso, canzoni di Lucio Dalla, "Ulisse ricoperto di sale".
E a sua volta in un certo senso si vendicherà, inducendo Achille che si era travestito da fanciulla per non partire per quella guerra assurda, a tradirsi grazie ad uno stratagemma.
Come dire che i due più grandi eroi dei poemi omerici avrebbero fatto di tutto per non partire, per non fare la guerra, per non essere trascinati nel vortice suicida di lutti infiniti e dolore, perché sapevano. Più di altri erano consapevoli di cosa li avrebbe aspettati e in questo erano davvero gli eroi più grandi, più che per il loro coraggio, l'abilità in battaglia, la furbizia, grandi nella consapevolezza, nella conoscenza dell'uomo e dei suoi abissi.
Tempo di rileggere il testo originale in una nuova traduzione!

P.S.
Non credo che esista una storia, tra le mille che mi sono state raccontate da bambino, che vada a toccare i meandri più profondi del mio animo più dell'Odissea. Essa e le sue immagini potenti e così cariche di senso e di significati infiniti, mi accompagnano da sempre e senza dubbio hanno contribuito alla costruzione del mio stesso io. Per questo mi emoziona visceralmente e al tempo stesso mi disturba vedere versioni che ne tradiscono il senso e lo spirito.
Non che mi abbia disturbato o financo sdegnato vedere il film di Nolan, ma trasformare la scena finale dell'arco in una sorta di scazzottata western, sì. Da questo punto di vista, molto migliore era stata la versione che ne aveva dato due anni fa il film di Uberto Pasolini, "Il ritorno", con Ralph Fiennes e Juliette Binoche.
Per quanto riguarda le musiche... un grande punto interrogativo. Cominciano male, con melodie dal sapore irlandese. Vorrei solo ricordare che la musica greca oggi sembrerebbe musica orientale, essendo la scala pitagorica poi stata utilizzata dagli arabi.
E finiamo peggio, con uno stacco improvviso che toglie il respiro. Il film non fa in tempo a finire che partono i suoni elettronici distorti di  "When I'm home"del rapper Travis Scott, che fa l'aedo nel film. La canzone è bella, echi lontani di Radiohead, ma l'accostamento è brusco e maldestro. Potevano aspettare almeno due secondi e dare respiro alla conclusione delle immagini? In questo modo passiamo  traumaticamente dai tempi omerici al XXI secolo in un istante.
Per il resto, sono convinto che piacerà molto. C'è tutta l'energia e la forza delle percussioni che oggi ci si aspetta da una colonna sonora, e alcuni momenti sono senza dubbio veramente molto efficaci, come quello della distruzione di Troia, in uno dei tanti flash back, con un crescendo ben governato e inesorabile.
Un interrogativo, che desta un certo interesse: perché il tema intimo e misterioso delle sirene torna ad un certo punto nella distruzione di Troia? Intriguing.

Per una corrispondenza tra Nolan e l'originale, consiglio la seguente lettura, molto interessante, di Lucio Di Gaetano:



venerdì 17 luglio 2026

Cervellati e sordone - Federico Xiccato e l'Orchestra impossibile II

Due mesi prima della visita a Riccardo Favero, io e i miei allievi eravamo stati da Federico Xiccato, liutaio di Castelfranco Veneto.

A lui è stata affidato la ricostruzione di un quartetto di cervellati e di un sordone.

Il cervellato (racket) , strumento ad ancia doppia ma scoperta, nel senso che è completamente fuori dallo strumento e bisogna avvolgerla del tutto con la bocca, come fosse un ciuccio, non è in realtà il vero antenato del fagotto, il cui posto per diritto ha la dulciana.

Etimologicamente, come attestato nell'opera L'Harmonie universelle (1636) di Marin Marsenne, cervellato deriva dal francese cervelas, termine a sua volta ripreso dall'italiano per indicare un tipo di salsiccia già diffusa nel XVI secolo (in tedesco è attestato anche il nome Wurstfagott, "fagotto a salsiccia")[1].

Esiste anche un particolare registro d'organo nato per imitarne il suono.

Il canneggio non è conico, contrariamente a dulciana e fagotto, ma dritto e questo gli dà un suono più duro.

Xiccato ha appena finito di costruire l'intera famiglia dal soprano al basso, mentre il sordone, che si caratterizza per un volume di suono maggiore rispetto al cervellato, è ancora in fase di progettazione. Utilizza nylon puro  servendosi della tecnologia SLS (selective laser sintering) con stampanti industriali 3D 


Tutti e quattro i diversi cervellati possiedono l'estensione di un'ottava più una sesta:






I tre allievi del Biennio, Alberton Libralato e Martini



                                                     Sartorato e Xiccato (sulla destra)




[1] Wikipedia

giovedì 16 luglio 2026

La misteriosa vita della plastica

Avete mai visto come si riducono i sacchetti di plastica molto vecchi?

E quando dico vecchi, intendo dire davvero molto vecchi. Del tipo di quelli che si trovano quando si mettono a posto le cantine e si aprono bauli rimasti chiusi per cinquant'anni!

Appena li si prende in mano, si polverizzano come gli affreschi di una camera rimasta chiusa per secoli.

La plastica diventa una sorta di polvere coagulata che si sfalda tra le nostra dita. La sensazione è spiacevole, quella di toccare qualcosa di innaturale e malsano.


E malsana quella plastica lo è davvero perché rilascia gli additivi chimici tossici dei quali è composta. Inoltre funziona come una spugna e può assorbire altre sostanze nocive presenti nell'ambiente circostante. Infine, si frammenta in particelle inferiori ai 5 millimetri, le cosiddette microplastiche4 che sono ormai presenti nell'ambiente nel quale viviamo e soprattutto nel nostro corpo.

Nel 2017 l'ONU ha calcolato che esistessero 51 mila miliardi di particelle di microplastica nei mari, 500 volte più numerose delle stelle della nostra galassia!  

Si sa naturalmente che sono molto dannose, ma affermano di non sapere ancora bene come e perché. Dobbiamo credergli? E che effetto, alla lunga, avranno queste particelle sul nostro DNA?

A volte poi la plastica si fonde con altri oggetti, come nel caso di questo guanto che si è fuso col filo elettrico sul quale è rimasto appeso, dando vita a una nuova creatura inquietante e mostruosa.

E se una scossa elettrica desse vita a questo scherzo della chimica?






mercoledì 15 luglio 2026

La lira veronese e il liutaio Riccardo Favero - L'orchestra impossibile I

Mattinata speciale a casa del liutaio e clavicembalista Riccardo Favero, di Mussolente, in possesso anche di un settimo di composizione vecchio ordinamento (titolo pesante). Me lo ha ricordato lui stesso, dicendomi che ero in commissione, molti anni fa!

Favero sta costruendo una lira veronese, sulla base dello strumento originale che si trova oggi presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna e costruito da Giovanni d'Andrea Veronensis nel 1511. I volti di un uomo e di una donna sono scolpiti su entrambi i lati del riccio, la parte superiore del manico. Il volto di un uomo prende anche tutto il retro della cassa armonica, mentre sul davanti si possono distinguere due capezzoli e la forma di un seno femminile. Sembra tuttavia che non sia l'unica parte del corpo femminile presente... 

Questa la fotografia dello strumento che ci ha mostrato:

Questo ritorno in vita miracoloso avviene grazie ai finanziamenti ottenuti dal progetto de L'orchestra impossibile, ideato da Claudio Sartorato e che già ha previsto la ricostruzione di un quartetto di cervellati e di un sordone, di cui parleremo in un prossimo post.

La viola è dotata di cinque corde come il controviolino e la controviola, ma con l'aggiunta di due corde di bordone, accordate alla quindicesima.

Partendo dalla prima corda, oltre il La, Re, Sol e Do, abbiamo un altro Sol grave. I bordoni sono due Re. Nella controviola la quinta corda era un Fa.

Compito di un gruppo di allievi di composizione del Biennio di Castelfranco, quello di scrivere brani nuovi da eseguire con strumenti antichi.

I laboratori dei liutai sono sempre una fonte inesauribile di scoperte e conoscenza. Un luogo dove si respira il passato come se non fosse mai passato e, in fondo, è proprio così: la musica è immortale e ha la capacità di donare vita e luce agli anni che non ci sono più.



Nella prima foto, lo studio di Riccardo Favero, che si scorge sul fondo insieme all'allievo Daniele Martini. Poi Claudio Sartorato e l'allievo Alberton. Infine, ancora Alberton e Favero. Rimasto fuori dall'obiettivo è Matteo Libralato, terzo allievo compositore.

martedì 14 luglio 2026

La voce e il canto di Claudia Ferronato

Penso che Claudia Ferronato sia una cantante straordinaria e racconterò un aneddoto a questo proposito.

Ho conosciuto Claudia col progetto S-Confini, che Carlo De Pirro mi aveva affidato, costringendolo una malattia inesorabile a fare i conti col tempo tiranno e volendo dedicarsi completamente alla sua opera su Marco Polo.

Cuore di questo progetto era l'incontro di un'orchestra sinfonica con un gruppo folk

L'orchestra sinfonica era la Filarmonia Veneta, diretta da Antonio Pessetto, sotto la direzione artistica di Claudio Sartorato.

Il gruppo folk, naturalmente, Calicanto, sebbene definirlo in questo modo risulti estremamente restrittivo.

Nell'autunno/inverno del 2009 facemmo la prima prova con l'orchestra. Eravamo nei locali della Parrocchia di Terranegra a Padova, vicino agli spazi dedicati alla memoria dello Shoah.

La musica era allora, come oggi d'altronde, un mondo funestato da molti pregiudizi, e da tanti confini e steccati. 

Si percepì subito che l'orchestra fosse molto diffidente nei confronti di questo gruppo che senza dubbio considerava una formazione di dilettanti. Cosa aveva a che fare un grande orchestra sinfonica con questi quattro musicisti che leggevano a stento la musica e sapevano a malapena solfeggiare?


Questo è almeno quello che pensa abitualmente un musicista che viene da una formazione classica e si è fatto dieci, dodici anni di conservatorio e forse più.

Calicanto cominciò a suonare, e già l'espressione dei visi cambiò.

Poi fu il momento di Claudia e un brivido percorse tutta l'orchestra. Questi musicisti della domenica facevano sul serio, e non solo.

L'interprete che si trovavano davanti era di quelle non comuni, una cantante di prima classe.

Da quel momento fu subito tutta un'altra musica e le prove andarono decisamente bene. Del concerto, straordinario, ho già scritto.

Oggi volevo parlare di Claudia per introdurre un brano che ho fatto con lei e che pubblicherò nei prossimi giorni sul mio canale You Tube.

Con lei naturalmente ho lavorato nei tre anni di collaborazione con Calicanto, per S-Confini.(2010) Avrebbe poi fatto anche la canzone per il film di mio padre, Il cielo sopra di me (2011), che pubblicherò la prossima settimana. Nel mezzo ci sono le due demo per l'Opera- Fiaba Gretel e Hans e il mondo di domani, di cui ho già pubblicato Sotto un cielo grigio amianto.

La prossima settimana toccherà alla Canzone di Gretel.

Si tratta di una semplicissima demo fatta con suoni artificiali, eppure Claudia è riuscita a dare il meglio di sé. La sua interpretazione la trovo fantastica, l'aderenza al testo e la comprensione delle sue più intime sfumature perfetta.

Cosa potrebbe desiderare un compositore di più?

Spero di portare in teatro questa Opera-Fiaba nel 2028.