lunedì 15 giugno 2026

L'incantesimo che si spezza - L'armonia misurata del giorno e della notte - MUSICA PER DANZA


WHEN BACH MEETS BERG
(J.S. Bach, Minuetto II dalla Suite per violoncello solo in sol maggiore - A. Berg, Concerto per violino)
Edizioni Bèrben, distribuite oggi da Curci 1998 - 2000

https://www.youtube.com/watch?v=dlbrPttl4Nc
Se il destino di molta musica contemporanea è quello delle prime esecuzioni assolute che restano anche le ultime, la storia di questa musica è di tutt'altro genere e ha conosciuto negli anni riprese e rinascite, collezionando un bel numero di repliche.

Il progetto coreografico dell’opera di Raffaele Biolchini, al quale Teri Weikel ha dato inizio nel gennaio del 1997, nasce da un'intuizione della coreografa americana circa la consonanza poetica tra la propria danza e l'intima musicalità contenuta nei materiali dello scultore pavullese. La musica ha compiuto un percorso analogo e parallelo a quello della danza: il pensiero musicale ha preso le mosse direttamente dalle forme e dai segni dell'opera di Biolchini, cercando di coglierne i ritmi interni, le grafie astratte e misteriose, il pensiero costruttivo globale , basato spesso sulla ripetizione e variazione di piccoli gesti. Solo in un secondo momento, musica e danza, partiti quindi dallo stesso luogo d'ispirazione , ma ciascuno per proprio conto, si sono finalmente incontrate ed hanno cominciato ad interagire attraverso tutta una serie di spettacoli, ciascuno dei quali ha segnato dei profondi cambiamenti. Il primo incontro è avvenuto a Roma nell'ottobre del 1998, al teatro "dell'Orologio", e qui musica e danza si sono scoperte e studiate per cominciare a fondersi insieme e ad amarsi. La prima vera e propria dello spettacolo è avvenuta invece a Bologna, al teatro "San Leonardo, nell'aprile del 1999. Qui erano intervenuti nel frattempo già dei cambiamenti importanti e la creazione di due nuovi numeri musicali: L'Adagio molto e l'Interludio, insieme al rifacimento degli altri. A Bologna musica e danza per la prima volta si sono modificate l'una sull'altra, hanno cominciato a tener conto dei respiri e dei ritmi dell'altro, pur mantenendo la loro autonomia espressiva. La rappresentazione dell'ottobre del 1999 all'interno della giornata d'apertura del Festival di Nuova Consonanza ha costituito infine un punto d'arrivo nell'equilibrio interno dello spettacolo, raggiungendo al sua forma pressoché definitiva, sebbene la caratteristica principale di quest'opera rimanga comunque quella di essere un lavoro aperto, nel quale la scelta dei singoli movimenti e il loro ordine, dipende moltissimo dal luogo in cui viene rappresentato: il punto cardine attorno al quale tutti gli altri eventi si ordinano e acquistano significato rimane sempre e comunque lo spazio. Questa versione è stata poi replicata due mesi dopo, a dicembre.

Le musiche hanno poi acquistato nuova vita con l'Interensemble di Padova, che dopo averle eseguite al teatro della Maddalena di Padova nell'aprile del 2000, le ha portate in giro per l'Europa e per il mondo.
Infine, una vera e propria rinascita si è avuta con la ripresa dello spettacolo nella primavera del 2025, da parte della compagnia AURE presso lo Spazio Zefiro di Castelfranco Veneto con le danzatrici Matilde Cortivo, Sara Bravin e Valentina Rotta e la supervisione di Giulia Bellentani e Maria Chiara Pederzini.

And NEXT?










Dal manuale di 'Patologia del ricordo'

 Esistono ricordi come nastro adesivo usato

che inutilmente si tenta di far aderire ad una parete bagnata.

Questi i casi di deficit mnemonico o

di informazioni che non interessano, oppure di periodi di grande stress.

Esistono invece ricordi che sono come macchie indelebili,
tatuaggi inamovibili che niente e nessuno riuscirà a lavar via.

Qui possono esservi patologie legate a nevrosi o a forti traumi.

E poi ci sono quei ricordi che arrivano in sciami, o piuttosto precipitano come grandine in una tempesta e sono pungenti come chiodi e affilati come frammenti di vetro
e non c'è tetto che possa ripararci né medicina che possa curarci.




domenica 14 giugno 2026

La casa dagli specchi neri

Nella casa in cui abito esistono due grandi specchi neri

Sono specchi molto vecchi ed il tempo li ha fatti ammalare.

Molti anni fa il loro vetro era perfetto e luminoso; il primo specchio, situato nel piccolo soggiorno che guarda ad est, rispecchiava i raggi del sole al mattino, diffondendoli per tutta la stanza; il secondo, al centro del grande salotto rivolto ad ovest, colorava di rosso, al tramonto, tutti gli oggetti intorno.

Col tempo divennero però opachi, come se una densa nebbia fosse penetrata sotto la loro superficie.

Poi, un giorno, divennero completamente neri, come se il mondo sul quale sono affacciati fosse sempre immerso nella notte più profonda.

Oggi sono in tutto e per tutto due specchi identici, sia nella forma – la loro cornice antica di legno scuro – che nel contenuto – la stessa immagine nera.

Eppure… eppure provocano delle reazioni completamente diverse.

Il primo suscita un timore irrazionale ed incontrollabile, tanto da spingere chiunque vi passi davanti a camminare velocemente, ed in generale ad evitare la stanza che lo contiene.

Il secondo un’attrazione inspiegabile che spinge a restare immobili a fissarlo, come ipnotizzati.

Purtroppo non è l’unica stranezza di questi specchi,

Sono stati fatti dei tentativi di rimuoverli, ed è assolutamente impossibile, essendo tali specchi indissolubilmente legati alla casa.

Per liberarsene non resta allora che abbandonare la casa stessa, se non che, non avendo essa porte d’accesso o d’uscita, ma solo e soltanto quegli specchi per giungervi o allontanarsi, è inevitabile alla fine passarci attraverso e comprendere prima o poi le ragioni di tanto timore o di tanta attrazione…

 da Futureworld - Racconti intrecciati

Giovane Holden Edizioni, 2018





sabato 13 giugno 2026

Come una guardia forestale

Ieri, durante il saggio di composizione, osservavo questo gruppo meraviglioso di giovani: sono come degli "dei" in un certo senso, eppure non ne hanno minimamente consapevolezza. Quasi tutti nei loro vent'anni, sono belli e pieni di talento e la musica dona loro un potere magico.

Cosa possiamo fare noi insegnanti se non tutto il possibile per proteggere queste creature incantate e dare loro tutti gli strumenti in nostro possesso per farsi strada e avere una vita piena e felice di chi sa fare bene una cosa e ne sa trarre infinito giovamento?

A volte mi sento come una guardia forestale che si muove in territori selvaggi e con attenzione e rispetto cerca di prendersi cura delle creature che ospitano









venerdì 12 giugno 2026

Scrivere una trilogia fantasy

Da circa venticinque anni mi dedico costantemente e seriamente anche alla letteratura, vale a dire alla scrittura di parole e non solo di note.

Posso considerarmi uno scrittore professionista? Non lo so, non esiste il "diploma di scrittore", al contrario della composizione. Però sono stato pagato per scrivere, articoli, programmi di sala, racconti, saggi e per fare l'editor. E questo dovrebbe fare di me un "professionista".

Poi è arrivata la commissione del romanzo fantasy e un capitolo completamente nuovo si è aperto nel mio lavoro creativo con le parole.

Una trilogia fantasy richiede un progetto e un'architettura complessi, costringe a tenere quaderni di appunti con annotati nomi, trame, a volte anche disegni e mappe. Bisogna tener conto dello scorrere del tempo, a volte decenni, e del cambiare delle stagioni, delle fasi della luna e dell'evoluzione interna dei personaggi. Bisogna ricordarsi di ogni cosa che è stata fatta e detta.

Un lavoro intellettuale, dunque, estremamente articolato, totalizzante, immersivo e affascinante, che costringe a vivere in un mondo parallelo per anni.

Di conseguenza, forse la fatica maggiore consiste proprio in quella di "spostarsi" tra una realtà e l'altra, dalla realtà-sogno alla realtà-realtà e ritorno, oltre al dover spostare il o i gatti, naturalmente, dai quaderni.


(ringrazio Syd per il suo contributo attoriale)


mercoledì 10 giugno 2026

Il rammendatore (della memoria)

Quando diventai papà, nel 1997, come sempre succede, tutte le mie abitudini ne furono stravolte, anche se non in quella maniera drammatica che mi era stata descritta da tanti. Nel senso che la mia vita cambiò profondamente, sì, eppure fu l'inizio di un bellissimo viaggio.
Tra le tante abitudini nuove, ce ne fu una in apparenza di poco conto e pur tuttavia bizzarra e importante, che mi ha sempre incuriosito.
Esattamente poco dopo la nascita di mia figlia Arianna, ricominciai a comprare un fumetto che avevo tanto amato da bambino.
L'avevo seguito fin dal primo numero, ed amato spassionatamente, vivendo notte e giorno in quel mondo fantastico, come solo i bambini sanno fare. Poi crebbi e tutto cambiò. 
Quasi venticinque anni dopo, con mia figlia appena nata, ricominciai a comprarlo e a cercare gli arretrati che mi mancavano, appassionandomi di fumetterie. 
Negli anni mi sono chiesto spesso cosa mi avesse spinto a tornare in edicola e a chiedere quel fumetto. 
E così mi sono ascoltato. Ho riflettuto. Ho cercato nei sotterranei della memoria.

Io credo che con quel fumetto avessi richiamato in vita il bambino che ero stato. E a quel bambino gli ho regalato una famiglia.
Non che non fossi stato un bambino felice, nonostante i miei fossero separati. Al contrario. Tanto più che i miei si erano separati prima della mia nascita. Non ebbi a soffrire nessun litigio a casa, nessun trauma.
Però non avevo mai avuto un padre e una madre insieme, nella stessa casa. 

Così, da padre, mi sono adottato e, in un certo senso, curato. Perché a volte vagano per la nostra mente frammenti di memoria, brandelli di ricordi. E, come pellegrini, possono andare in cerca per anni della loro casa e della loro pace.
Sta a noi fargli trovare un rifugio sicuro. Sta a noi ricucire gli strappi di alcuni lembi della memoria, divenendo dei veri e propri rammendatori..
Adottandomi ho dato al me stesso bambino qualcosa di cui evidentemente avevo sentito il bisogno senza neanche saperlo. E ne provai infinita serenità.
Fu in un certo senso come avere due figli contemporaneamente.
E sono diventato un uomo diverso anche per questo.




 

martedì 9 giugno 2026

Quarant'anni per finire di vedere un film - La pazienza di un compositore

Stasera ho litigato con l'AI coatta del telefono.

Le ho chiesto qual era quel film con Toni Curtis di cui non ricordavo più il titolo, in cui interpreta un ragazzo di provincia che arriva a New York per suonare il sax e al quale rubano tutti gli strumenti.

Continuava a ripetermi che si trattava di A qualcun piace caldo e alla fine l'ho insultata.

In realtà si tratta di Ragazzi di provincia, del 1960, che traduce il titolo originale The rat race. e che segue di un solo anno il film ben più famoso con Marylin Monroe.

Ho ripensato a quel film per una ragione un po' particolare.

Nell'estate del 1981 stavo preparando un esame di Storia contemporanea con Rosario Romeo, uno dei più interessanti tra i pochi che ho fatto alla Sapienza prima di passare al Conservatorio.

Cominciai a vedere il film con Bernard Schwartz, alias Toni Curtis e Debbie Reynolds, la star di Cantando sotto la pioggia (1952) e mi intrigava parecchio.

A Curtis rubarono subito tutti gli strumenti musicali, appena arrivato a New York. 

Non so che avrei dato per vedermelo tutto! Ma il senso del dovere trionfò, spensi la tv e andai a chiudermi in camera a studiare. L'appello era stato anticipato e avevo pochissimi giorni per prepararmi.

Da allora mi sono portato dietro la voglia di vedere il seguito di quel film per anni. Ma i compositori sono pazienti e sanno aspettare.

Così sono arrivato fino all'estate del 2021, esattamente quarant'anni dopo, prima di decidere di cercarlo in rete e di vedermelo, una sera d'estate che ero solo a casa!

Io e Manuela eravamo ancora fidanzati e in città diverse.

Nel momento in cui sono rientrato in quella storia mi è sembrato incredibile pensare a tutti gli anni passati nel mezzo. Come se avessi potuto toccare con mano il tempo che era passato, sentirne la consistenza.

Per inciso, a quell'esame di Storia moderna poi presi 29...