Franz Schubert, genio incompreso
Abbiamo raccontato l’ultimo anno di
Mozart, cercando di mettere a fuoco la figura di un compositore che, per quanto
avesse avuto una vita professionale non scevra da continue e molteplici difficoltà
ed amarezze, fu comunque ampiamente conosciuto e riconosciuto in vita, sia come
esecutore che come compositore sebbene fosse riuscito, soltanto poche settimane
prima di morire, ad ottenere quei riconoscimenti che aveva largamente
aspettato: il successo straordinario de Il
flauto magico, il cosiddetto posto fisso come Maestro di Cappella della
cattedrale di S. Stefano, la stima e l’affetto di tutta la città di Vienna, a
partire proprio dal tanto calunniato Antonio Salieri che a Praga, in occasione
dell’incoronazione dell’Imperatore Leopoldo II a Re di Boemia, eseguì tante
musiche del ‘rivale’ (!). Soprattutto la vita artistica di Mozart, per quanto
quella biologica sia stata breve, fu lunga e ricca. E sebbene tutti possiamo
rammaricarci del non averlo avuto negli anni del romanticismo, potendo soltanto
appena intravedere cosa sarebbe stata la storia della musica se avesse potuto
continuato a comporre capolavori nel corso dei primi decenni del XIX secolo,
bisogna riconoscere che la sua produzione lascia un testamento artistico
vastissimo e completo.
Ancora diverso il caso di Claudio
Monteverdi (in un’epoca ed in un contesto storico del tutto differenti), di cui
ci siamo occupati negli ultimi numeri, che godette di una vita lunga e di ricca
di riconoscimenti e successi, per quanto più contrastati e sofferti nel periodo
mantovano, di grande serenità e luminosità nei trent’anni che passò a Venezia. Altro
esempio fu quello di Ludwig van Beethoven (di cui ci occuperemo presto), un
caso esemplare di musicista che, in un momento nel quale la figura del compositore stava
cambiando radicalmente, grazie non solo al suo straordinario talento ma altresì
al suo carisma ed alle sue capacità di gestire la sua carriera, fu celebrato in
vita e onorato come un genio.
Con Franz Schubert (nato nel 1797,
quindi di 27 anni più giovane di Beethoven e 41 di Mozart) ci troviamo invece
di fronte ad un gigante assolutamente misconosciuto, frainteso e sottostimato, e
non solo per tutto il corso della sua breve esistenza. La sua musica ha
impiegato infatti quasi cento cinquanta anni per essere pienamente conosciuta
ed apprezzata e poter essere fatta rientrare di diritto, con Mozart e
Beethoven, all’interno della cosiddetta prima scuola di Vienna, nel cuore stesso
del classicismo viennese, insieme al grande Haydn, il più anziano dei quattro
(nato nel 1732). Egli è, in realtà, di questa scuola, il cui arco creativo si
conclude in fondo con la sua morte, nel 1828, l’unico nato e vissuto nella
capitale austriaca, sebbene suo padre fosse moravo e sua madre provenisse dalla
Slesia. Chiarendo tuttavia che quando si parla di scuola[1] non si fa riferimento ad
una relazione ‘didattica’ tra i suoi componenti, ad eccezione del breve periodo
(che rese entrambi scontenti) in cui Beethoven andò a lezione da Haydn. E
proprio quest’ultimo ebbe modo di conoscere sia Mozart che Beethoven, mentre
Mozart conobbe solo Haydn. Schubert ebbe probabilmente modo di ‘avvicinarsi’ soltanto
a Beethoven (sempre con grande timidezza e timore).
Compositore estremamente prolifico –
a trent’anni aveva scritto tra le otto e le tredici sinfonie (a seconda dei
diversi calcoli musicologici, dal momento che nessuna di esse fu pubblicata in
vita) mentre alla stessa età Beethoven aveva da poco composto la prima – Schubert
ebbe poco più di un decennio di vera e propria produzione compositiva, per
quanto intensissimo ed incredibilmente ricco di capolavori. E la sua vita ebbe
molte delle caratteristiche che spesso si attribuiscono a torto a Mozart, per
quanto riguarda gli stenti, le difficoltà finanziarie, le incomprensioni, i
cattivi rapporti con gli editori, l’invisibilità o scarsa visibilità del suo
lavoro e, infine, i pregiudizi. Un pregiudizio lo condizionò particolarmente in
vita: quello di essere un grande compositore di Lieder (ne parleremo tra poco),
ma di non essere portato per le composizioni più ampie e complesse, vale a dire
per le sinfonie i quartetti, le sonate per pianoforte, l’opera. Ed un altro
pregiudizio né limitò il riconoscimento postumo fino a qualche decennio fa:
l’essere considerato quasi un autodidatta, un semi dilettante che non conosceva
veramente la tecnica della composizione, un compositore «naturalist, “naturale”, cioè un illetterato pressoché incosciente»
(Rastelli 1999, p. XXV). Due pregiudizi, naturalmente, del tutto infondati, e
ai quali dedicheremo parte di questo articolo.
Schubertiadi
La morte e la fanciulla
La lentezza con la quale Schubert ha
finalmente occupato il posto nella storia che si meritava ha senza dubbio
influito nell’immagine che oggi, noi cittadini del Ventunesimo secolo, abbiamo
di lui. Pur, fortunatamente con qualche sorpresa. Ad esempio, sebbene non sia certamente
paragonabile al successo riscosso da Mozart solo un anno fa (ne parlammo in uno
degli articoli precedenti), che fu incoronato miglior artista del 2016 dalla
rivista statunitense Billboard, pur
tuttavia, per un compositore come Franz Schubert, comparire negli Oscar della
musica, i famosi Grammy Awards, addirittura primo con un cd intitolato ad una
delle sue più famose composizioni, non può essere ritenuto risultato di poco
conto.
Il Grammy Award per la migliore interpretazione di
musica da camera è andato infatti quest’anno alla violinista moldava Patricia
Kopatchinskaja e alla Saint Paul Chamber Orchestra col cd Death and the Maiden, (La morte e la fanciulla), pubblicato
dall’etichetta Alpha. Il cd contiene oltre al Quartetto di Schubert che dà il titolo all’album, anche altri
autori tra i quali il grande compositore inglese del Cinquecento John Dowland,
ed uno dei migliori compositori della seconda parte del XX secolo, l’ungherese
Gyorgy Kurtag.
Senza dubbio la musica di Schubert continua ad essere
presente nei paesaggi sonori del XXI secolo in maniera di gran lunga minore di
quanto non lo sia quella dei tre grandi della musica classica: Bach, Mozart e
Beethoven, e di sicuro in modo più inconsapevole, nel senso che difficilmente
sarà possibile trovare qualcuno che non abbia mai sentito l’onnipresente Ave
Maria, o qualcuno dei suoi numerosissimi Lieder (composizioni per voce e
pianoforte), ascoltato fuggevolmente in qualche film o telefilm o pubblicità, come
Standchen (Serenata) riproposto recentemente
in una nuova versione televisiva del film La
giovane Regina Vittoria. Ma probabilmente la maggior parte delle persone
non sarebbero in grado di indicare l’autore di queste musiche. Se è vero
infatti che nelle chart di molti siti e radio, come quella stilata ad esempio
da The
classical Cat – The free classical catalogue, un sito dal quale è possibile
scaricare gratuitamente degli Mp3, Schubert compare spesso tra i primi dieci
compositori (i primi tre sono invariabilmente i tre ‘giganti’ sopra
menzionati…), si tratta di classifiche stilate in base alle indicazioni degli
appassionati della musica classica, mentre per la maggior parte delle persone
Schubert rimane un compositore in ombra, lontano dai riflettori di cui godono
oltre ai tre grandi, compositori come Tchaikovskji, Chopin, Rachmaninoff e
Vivaldi, ma pur sempre più noto di autori come Monteverdi o i compositori del
Novecento, a parte Stravinskij.
Questo almeno in Italia. Diverso,
naturalmente, il caso dell’Austria e dei paesi di lingua tedesca, nei quali
Schubert è immensamente popolare, tanto da essere utilizzato anche per le
pubblicità. Come quella della birra Kronenburg, in cui Schubert lascia a metà
la sua celebre Sinfonia Incompiuta poiché
preferisce andare a bersi una birra con gli amici…
In realtà Schubert sembrerebbe possedere
proprio tutte le caratteristiche, come compositore classico, per avere grande
fama e risonanza: ha composto musiche di divina bellezza; è morto giovane,
ancor più giovane di Mozart, all’età di trentun’anni; la sua vita privata
possiede alcune caratteristiche ‘misteriose’ e torbide, verso le quali la
critica degli ultimi vent’anni ha posto sempre più attenzione e che potrebbero
attirare le curiosità disinibite del mondo moderno; è morto, quasi certamente,
per una malattia tristemente famosa come la sifilide e la sua vita difficile,
di compositore senza una fissa dimora, senza un riconoscimento ufficiale al
pari ad esempio di un Haydn o di un Beethoven, ne fa un’icona della figura del
compositore romantico sfortunato e geniale, la cui musica celestiale si erge al
di sopra della propria vita, delle sue ristrettezze e miserie.
Abbiamo già fatto cenno a due tra le
tante ragioni di questa ‘visibilità minore e difettiva’. Sta di fatto che ci
sono voluti più di cento anni perché la figura di Schubert cominciasse a
chiarirsi nei suoi lineamenti essenziali, a partire dalla monografia del grande
direttore d’orchestra e musicologo viennese Bernhard Paumgartner (1943), e
ricevesse finalmente «quella luce di cui era priva» (Buscaroli 1981, p. 7).
Schubert ebbe infatti «la sorte di passare l’intera sua vita creativa nel cono
d’ombra di Beethoven, sì da finire con l’essere giudicato, ingiustamente, col
metro e i criteri che si adoperano per l’opera di lui. Mentre il tempo che gli
resta da vivere dopo la morte di Beethoven, poco più di un anno, non è
sufficiente a consolidare una sua autonoma immagine di creatore […] Nella
storia della musica Schubert ci fa la parte dell’orfanello» (Buscaroli, pp. 12-13).
Oggi possediamo finalmente
un’immagine ben più completa di questo compositore. Prima di tutto, il catalogo delle sue opere «è stato
abbondantemente ricostruito e la vastità della sua opera […] si è rivelata una
delle più straordinarie conquiste della vita musicale del nostro tempo» (Restagno
1999, p. XI). La difficoltà nel ricostruire l’elenco completo delle sue
composizioni è dovuta fondamentalmente al fatto che la stragrande maggioranza di
esse era inedita al momento della morte – ed un editore significa una edizione
a stampa riveduta e curata e soprattutto un catalogo – e al grande disordine di
Schubert stesso, o meglio, la grande disinvoltura con la quale regalava agli
amici i manoscritti unici, molto spesso subito dopo averli terminati.
«Anselm Hüttenbrenner Schubert lo
conosceva bene: aveva solo tre anni più di lui ed era anch’egli un compositore.
Si erano conosciuti studiando con Salieri e restarono in contatto per tanti
anni. Da quest’uomo ordinato e puntiglioso veniamo a sapere con che scarsa cura
Schubert trattava le sue composizioni. Se quando era intento a comporre qualche
amico veniva a fargli visita, lo tratteneva finché non aveva finito: gli faceva
ascoltare il brano appena composto e se l’amico gli diceva che gli piaceva
glielo dava senza tanti complimenti. Così gli spartiti prendevano il volo e
solo raramente tornavano. Il meticoloso Hüttenbrenner raccoglieva le opere
dell’amico con zelo e le custodiva in un cassetto. Arrivò così a raccogliere e
classificare più di cento Lieder. Quando Schubert vide quei fogli di musica
così ben ordinati ne fu entusiasta e da allora in poi prese l’abitudine di
affidargli le sue composizioni. Non possiamo non essere grati a Hüttenbrenner
per questo diligente lavoro di raccolta ma come si fa a perdonargli di aver
continuato a custodire in quello stesso cassetto per quasi quarant’anni dopo la
morte dell’autore il manoscritto dell’Incompiuta?
A Schumann nel 1839 bastò uno sguardo al manoscritto della grande sinfonia in
do maggiore per rendersi conto che si trovava di fronte a un travolgente
capolavoro mentre Hüttenbrenner nel 1865 la teneva ancora ben chiusa nel suo
cassetto finché non venne un direttore d’orchestra a strappargliela quasi a
forza […] Nulla di strano dunque se la sconfinata produzione di Schubert è
andata dispersa in mille rivoli di prodiga disattenzione ai quali si sarebbe
dovuto rimediare con anni e anni di paziente lavoro di ricerca» (Restagno 1999,
pp. IX-XI). Vengono i brividi ad immaginare quanto si sia stati vicini a disperdere
e smarrire per sempre un tale patrimonio di bellezza…
Lied e Lieder
Torniamo ora a La morte e la fanciulla. Sfruttiamo questa composizione per entrare
nel mondo di Schubert, ascoltando prima di tutto il Lied, vale a dire la
composizione per voce e pianoforte, dal quale la versione quartettistica è
tratta e che Schubert compose a vent’anni. Ascoltatene la bella versione
cantata da Jessie Norman o dalla grandissima Christa Ludwig.
Lied (plurale Lieder) è una parola
che in fondo potremmo tradurre in italiano con ‘canzone’, così come il termine
inglese song, che viene utilizzato
per indicare tanto le bellissime e raffinate composizioni vocali di John
Dowland (XVI secolo), quanto i Lieder di Mozart e Schubert e quanto le canzoni
dei Queen e dei Beatles. In Italiano tuttavia il termine canzone ha acquisito nel tempo una connotazione sempre più specifica
e legata irrimediabilmente a certi repertori e a certi periodi, inseparabile perciò
dai giudizi positivi o negativi che tali repertori portano con sé. Intendo dire
che per noi sarebbe molto difficile separare il termine canzone dal Festival di San Remo e dalla musica ‘leggera’ italiana dei
nostri giorni, ed è quindi più corretto utilizzare il termine di Romanza quando
si parla di composizioni vocali da camera italiane, come quelle di Donizetti o
di Verdi, o semplicemente di ‘composizioni vocali’ e basta in altri casi. Al
contrario il termine song è molto più
neutro e si adatta trasversalmente ad epoche e stili diversissimi, ed è
appropriato in tutti quei casi in cui un testo poetico viene messo in musica da
una voce sola con accompagnamento. In un certo senso lo stesso potremmo dire
per il termine tedesco Lied.
Schubert dedicò tutta la sua vita a
questo genere musicale, componendo quasi un migliaio di Lieder, dai primi
abbozzi che ci sono rimasti di quando era appena tredicenne, fino all’ultima
raccolta, Schwanengesang, i cui
ultimi Lieder risalgono all’ottobre del 1828, poco precedenti alla morte del
compositore. «Non si deve guardare ai
Lieder di Schubert come al punto culminante di un lungo processo evolutivo: il
genere poteva già vantare, prima della venuta del compositore viennese, una
storia di primaria importanza, non priva di esempi pregevoli. […] La preminenza
di Schubert nel campo del Lied è dovuta esclusivamente al suo genio. Egli
possedeva il talento di comporre autentiche e purissime melodie e di tradurre
sul pianoforte immagini poetiche con tale abbondanza come non era mai avvenuto
prima di allora. Era questa una dote naturale che però il musicista seppe
coltivare e perfezionare nel corso di tutta la vita» (Brown 1988, p. 66).
Per quanto riguarda l’ascolto del
quartetto che porta lo stesso nome, difficile trovare una versione migliore di
quella del Quartetto italiano, una delle formazioni quartettistiche migliori di
tutti i tempi. La morte e la fanciulla
è il quattordicesimo dei quindici quartetti per archi di Schubert, ma l’elenco
delle composizioni da camera è veramente vastissimo. La versione per quartetto
d’archi, una composizione lunga e complessa, prende il nome del Lied a causa
del secondo movimento, l’Andante con moto
(al minuto 13,48 della versione consigliata), che utilizza l’affascinante
melodia del Lied, espandendola con una serie di variazioni. Per completare
questa prima serie di ascolti consiglierei a questo punto due raccolte di
Lieder, Die Schöne Müllerin (La bella
mugnaia) e Der Winterreise (Il
viaggio d’inverno), il Quintetto per archi in do maggiore op. postuma D. 956
(che contiene un tema semplicemente meraviglioso) e l’ascolto di almeno il
primo dei due tempi della Sinfonia
Incompiuta, un ottimo esempio di uno Schubert sinfonico che gestisce
magistralmente la grande forma, senza perdere il suo splendido dono melodico e
il suo stile inconfondibile (consiglio la versione di Carlos Kleiber).
[1] Ben diverso il caso
di quella che viene chiamata ‘seconda scuola di Vienna’, appartenente alla
prima parte del Novecento e nella quale si ha effettivamente un maestro, Arnold
Schoenberg, e due allievi, Alban Berg e Anton Webern.








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