lunedì 27 luglio 2026

Le Varianze di Gian Vittorio Baldi: bisogna imparare a sognare per essere liberi




Luca! Senti questo grido forte che sale dalla valle!

Bisogna imparare a sognare per essere liberi.

Dalle terre di Brisighella e di elefanti dalle zanne lunghissime,

il tuo papà. 9 febbraio 1995.


Questa la dedica che mi fece mio padre, all'età che ho io in questo momento, vale a dire nell'anno del compimento dei suoi sessantacinque anni.

Aveva da poco pubblicato una raccolta di racconti, Varianze, che uscì per una piccola casa editrice, di Faenza, la Mobydick.

Lui, autore dei suoi film, di soggetti e sceneggiature, scrittore in  un certo senso lo era sempre stato. Scrittore di cinema.

Ma per la prima volta usciva allo scoperto come narratore pure. Proprio in quegli anni cominciò anche a disegnare, producendo, secondo me, forse alcune delle sue cose più belle. Qui sotto uno dei suoi disegni, del 1997.

Uno dei racconti uscì anche sulle pagine de L'Unità di Veltroni: Ticcheteticchete, non a caso, a mio parere, uno dei racconti più belli e geniali.

"Bisogna imparare a sognare per essere liberi" è una delle cose più importanti che mi ha lasciato la sua eredità culturale.

Uno dei tre doni di cui parlai in chiesa alla Pieve di Tho, colto da una freddezza innaturale e inaspettata. Le mie emozioni si raggelarono quel giorno a tal punto, di fronte alla folla di gente che riempiva la chiesa, che impiegarono poi mesi per sciogliersi, fino a quanto non cominciò il pianto, inarrestabile, che mi accompagnò per settimane.

I tre doni erano il credere nel potere dell'immaginazione, prima di tutto. Poi l'educazione alla bellezza, non come qualcosa di immediato, ma frutto di una lunga conquista. E il senso del tempo. Mio padre insegnava a guardare avanti, a proiettarsi nel futuro e a sentire il tempo, a capirlo. Anche questo ha a che fare con l'immaginazione, naturalmente.

I racconti non sono tutti dello stesso livello e qui, in questa discontinuità, rivedo molti aspetti della mia arte.

Le 21 Miniature che sto pubblicando in questi giorni sul Blog e sul mio canale You Tube, ad esempio, non sono tutte della stessa qualità. Al contrario, alcune di esse mi chiedo ancora come siano finite in quella raccolta (e infatti non le pubblico...). Ma così è.

Difficile spiegarne il perché, ma io credo che ci sia in realtà una sorta di atteggiamento aristocratico alla base di questa discontinuità, atteggiamento che ha caratterizzato mio padre tutta la vita: un distacco dalle cose del mondo, per cui gli si sta dietro fino ad un certo punto e poi le si abbandonano a loro stesse.

Si dà vita a qualcosa, in un lampo di genio che pochi altri artisti hanno e poi la si lascia andare.

Ma così facendo poi gli altri recuperano il minor genio (sto parlando di mio padre, naturalmente) grazie al lavoro certosino sul dettaglio, alla caparbietà, alla fatica di seguire un progetto fino all'ultimo istante.

Non dimentichiamoci che il fratello di mio padre, Attilio, morto piuttosto giovane, teneva al titolo nobiliare di Marchese che sua madre aveva perso sposando un borghese, e questo attaccamento lo palesava apertamente. In mio padre questa disposizione era più nascosta, ma c'era e forte, per quanto uomo di sinistra. D'altronde rimaneva nella nostra famiglia la memoria di essere stati un tempo lontano molto ricchi, oltre che aristocratici (così si favoleggia).

Un atteggiamento di cui io ho preso coscienza molto lentamente e che ho abbandonato solo da pochi anni.




Oltre a Ticcheteticchete, raccomando Lattaglio e Loro Loris, ma dovrei rileggerli tutti.



Terra di Brisighella, 1997




domenica 26 luglio 2026

La canzone di Gretel: sono solo canzonette


Come preannunciato, parlando di Claudia Ferronato, ecco tra le sue innumerevoli interpretazioni, una di quelle che amo di più: La canzone di Gretel, tratta da l'Opera-Fiaba Gretel e Hans e il mondo di domani, così come Sotto un cielo grigio amianto.

Si tratta di una demo nella quale, oltre alla voce di Claudia, non ci sono che i suoni standard di un vecchio Sibelius. Anche la chitarra, che di solito suono io, è artificiale. Senza dubbio c'è la magia di Franz Fabiano, ma grandi miracoli con queste premesse non ne poteva fare neanche lui.

Eppure Claudia Ferronato, praticamente da sola, riesce a reggere tutta la canzone, e io le sono grato per la leggerezza e al tempo stesso per l'intensità con le quali la interpreta.

Una piccola parentesi va fatta però su queste "canzonette".

Quando ho cominciato ad abbandonare il linguaggio rigorosamente atonale col quale sono cresciuto nei miei anni di conservatorio, fondamentalmente dopo i due anni passati negli Stati Uniti, ho intrapreso un lungo viaggio di autoapprendimento e di ricerca.

Dovevo reimparare ad usare un linguaggio armonico e al tempo stesso trovare nuove strade, perché certo non potevo comporre secondo le regole dell'armonia classica-barocca.

Così ho passato anni a studiare la modalità novecentesca e quella popolare, il pop, la musica per il cinema e anche qualcosa di jazz.

Il linguaggio al quale sono giunto è quello che uso spesso nelle canzoni e che potrebbe definirsi quasi di dodecafonia tonale anche se io ne preferisco un altro che la momento non svelerò.

Intendo dire che mi muovo liberamente tra tutte le tonalità, utilizzando procedimenti simili a quelli descritti dal Lehman nel suo bellissimo Hollywood Harmony.

Mi muovo spesso al parallelo minore (non relativo!), oppure attraverso il procedimento dello slide, scivolo tra accordi distanti un semitono, oppure salto all'interno di un anello del Circolo esatonico

In Gretel ad esempio passo spesso da un Ebmaj7 a un Em9, con una naturalezza che vent'anni fa mi avrebbe stupito.

Ma ne L'amor fuggente percorro senza fratture e "smoothly" tutti e dodici i diversi accordi della scala cromatica, sebbene alternando maggiori o minori e ne Il libro non è la carta, dopo una intro che inizia sull'accordo di Solb, arrivo sulla strofa in Do e il ritornello in Sib!

In Sotto un cielo grigio amianto sono riuscito a collegare delicatamente due accordi a distanza di tritono, il Si minore e il Fa maggiore, cosa che solo a John Lennon ho visto fare (in I'm the walrus), mentre i Radiohead ne evidenziano tutta la durezza in Just: Do - Fa# e poi scivolano sul Fa..

Ecco il passaggio citato de Sotto un cielo:



Come dire, sono solo canzonette...

Ecco il link del brano:

https://www.youtube.com/watch?v=JI0ViKuGUvs





L'armadio dei nostri genitori e una sorpresa nascosta per sessant'anni in una scatolina d'oro


Quando si deve mettere ordine tra le cose dei genitori, perché questi non ci sono più, si apre un capitolo nuovo della nostra vita.

Entrare nell'intimità di un armadio appartenuto ad un genitore, cambia il nostro modo di vedere le cose ed è un po' come andare a trovare gli attori in camerino dopo uno spettacolo che ci ha emozionato, come vedere cosa c'è dietro le quinte di un palcoscenico, come toccare con mano la stoffa del tempo e le sue maglie che si disgregano, e pur disgregandosi rilasciano ancora tutto il profumo di ciò che è stato, di ciò che è sul punto di scomparire per sempre.

Tanto più se si scoprono cose delle quali non si aveva nessuna nozione.

Io ho trovato lettere, bigliettini, fotografie che hanno proiettato una luce nuova sulla mia famiglia. Non solo sui miei genitori, ma anche sui miei nonni.

Quando mia madre morì, dovetti fare le solite pratiche in comune e mi fu chiesto il nome del suo ex marito.

Mia madre si era sposata nel 1948 (!) e si era separata quasi subito, divorziando poi nel 1974, appena la legge glielo aveva consentito.  Dissi all'impiegata comunale che non sapevo nulla di quell'uomo e che non era mio padre. Sarei nato molti anni dopo. Ma non ci fu nulla da fare. Senza quel nome non potevo ottenere i documenti necessari alla pratica di successione. 

Così iniziò una ricerca febbrile tra mille cassetti e che portò a importanti scoperte per me. Di questo racconto in un mio post del 2018.

https://gianlucabaldi.blogspot.com/search?q=Il+nome

Nel corso di queste ricerche trovai anche una scatolina d'oro. Non ci feci tanto caso sul momento e me la sono ritrovata casualmente tra le mani qualche giorno fa.

Nella mia infanzia ho avuto la fortuna di poter conoscere almeno un bisnonno del quale ho mantenuto qualche ricordo vago, forse più legato ad una fotografia e alle parole di mia madre che alla realtà: "Il bisnonno Cesare ti portava sempre dei cavallucci marini", diceva.

E così che sorpresa quando aprii finalmente questa scatolina e i regali di cui si parlava sono saltati fuori: tre cavallucci marini e una stella marina! 

Il Marchese Cesare Cappelli, padre di mia nonna paterna Luisa, che sposando mio nonno aveva perso il titolo nobiliare, morì nel 1966, sessant'anni fa...



 



venerdì 24 luglio 2026

Le città geometriche - da 21 miniature

 


Gian-Luca Baldi

   21 Mondi di un’Astronomia Fantastica

 

                         

 

                  

                               Il mondo di Z


Si resta sorpresi, nel camminare lungo i sentieri perfettamente regolari di una delle città del mondo di Z, tutte egualmente costruite come insiemi di figure geometriche polimorfe e complesse, che si intersecano le une nelle altre.  Perfette nel loro equilibrio e nella loro armonia.

Ma la sorpresa in realtà nasce dall’incontrare i suoi abitanti. Un gruppo di ragazzi che gioca al pallone, ad esempio. C’è qualcosa che ci turba nel vederli giocare, e in poco tempo ci rendiamo conto di cosa si tratta.  I ragazzi infatti non si chiamano per nome, non si scambiano parole e pensieri, non lanciano grida di gioia o di disappunto, né si azzuffano e si spingono, finendo nella polvere.

Ma, se un tiro compie una parabola particolarmente interessante,  si limitano a pronunciare, pieni di meraviglia, la complessa formula fisico-matematica che ne esprime il percorso irregolare. Oppure si mettono a sussurrare tutta una serie di numeri, apparentemente incomprensibili, che null’altro sono in verità se non la velocità che la palla prende di volta in volta, a seconda del ragazzo che la calcia.

E anche gli adulti non sono poi diversi. Quando si incontrano, non si perdono in saluti e chiacchiere, ma si limitano ad elencare le componenti chimiche dell’aria della giornata, come potremmo noi sulla terra parlare del tempo. Oppure, stringendosi le mani, recitano una serie di espressioni di calcolo probabilistico, con riferimenti complessi alla teoria dei frattali, riguardo alla folla che li circonda. E null’altro.

Perché la verità è che gli abitanti del mondo di Z  hanno sviluppato conoscenze scientifiche avanzatissime, e già nei primissimi anni d’età acquistano familiarità e interesse per le scienze esatte, per la matematica quantistica e la biochimica nucleare, ma il loro innato talento scientifico non è stato accompagnato da altrettanti progressi nell’uso del linguaggio.

Anzi. Non possiedono affatto un linguaggio. Non hanno nomi per chiamare il sole e la luce, gli alberi e il mare, ma utilizzano sempre e soltanto le formule scientifiche che vi fanno riferimento; né  possiedono nomi per chiamare loro stessi, né parola alcuna per dare una forma ed una sostanza alla loro vita, interiore ed esteriore.

Quando scende la sera però, e l’oscurità avvolge l’assoluta simmetria dei disegni geometrici delle città, sogni ed emozioni, sentimenti e paure ricompaiono, e gli abitanti del mondo perfetto di Z, si accorgono all’improvviso, di non sapere nulla…


                 I 21 Mondi Fantastici sono allegati al volume

Grammatica dell'Armonia Fantastica - Quaderni di lavoro - Anicia editore, Roma 2014


Il brano si può ascoltare al seguente link:

 

https://www.youtube.com/watch?v=7Y7yBV-HiGM

 

La musica è mia e di Mattia Paterna, un mio ex allievo di Vicenza che aveva fatto dei corsi con me, un giovane compositore estremamente in gamba.

giovedì 23 luglio 2026

Incontro con Ermanno Cavazzoni: Il limbo delle fantasticazioni


Ho incontrato Ermanno Cavazzoni più volte a casa di mio padre, sull'appennino tosco-emilano, sulle colline che dominano Brisighella, all'inizio degli anni Duemila. 

Posso dire che fossero buoni amici e mio padre riteneva fosse uno dei più grandi scrittori italiani viventi. Ben presto anche io mi appassionai ai suoi libri e alla sua scrittura.

Così andai a trovarlo diverse volte nella sua casa di Bologna e un giorno gli proposi di fare uno spettacolo insieme. Vite brevi di idioti (1997) mi sembrò il libro ideale e e lui non solo accettò, ma disse di essere disponibile anche a fare la voce narrante.

Ne uscì uno spettacolo straordinario, soprattutto per la forza di Cavazzoni, per la sua presenza affascinante e carismatica, ma al tempo stesso a tratti surreale e stralunata. 

Proposi l'idea a Bernardino Beggio, mio collega a Castelfranco, col quale ho collaborato più volte in quegli anni. In qualità di direttore artistico, insieme a Maurizia Rossella, dell'Interensemble, lo storico ensemble di musica contemporanea di Padova, la appoggiò subito e così nacque Il limbo delle fantasticazioni, dal titolo di un altro libro di Cavazzoni, una specie di saggio di estetica in forma comico-narrativa.  





Cercai di coinvolgere anche Calicanto, perché mi sembravano particolarmente adatti per quel mondo, ma alla fine partecipò solo Francesco Ganassin, col quale ho scritto l'ultimo brano, Idée fixe, per il racconto L'uso del magnete nelle malattie fisse morbose.

Tra gli interpreti, oltre a Alessandro Fagiuoli, Luca Paccagnella e Alessia Toffanin, anche lo stesso Ganassin, al clarinetto basso.

L'immancabile Franz Fabiano si occupò della registrazione, ma mi fornì anche un superpotere speciale, alterando elettronicamente i suoni del pianoforte.

Era il 14 maggio del 2013.


Questo il link del brano su You Tube:

https://www.youtube.com/watch?v=_dbKVinl-50

mercoledì 22 luglio 2026

Il cielo sopra di me/Voglio entrare nell'ombra, la canzone che ho scritto per mio padre


Da "Gian Vittorio Baldi torna a far cinema" di Enrico Bandini del 2 agosto del 2011.

"Dopo parecchi anni di assenza torna a dirigere un film Gian Vittorio Baldi, l’autore del folgorante “Fuoco!” (1968). Tra i ricordi di Pasolini e Fellini, per i quali è stato produttore, sbucano i filari del suo vigneto dalle piante basse e diradate: “prima ho fatto cinema d’autore, oggi produco vino d’autore”

Gian Vittorio Baldi è un “giovane” del 1930, libertario e combattivo. Si ritiene “un artigiano che cerca e non ha ancora trovato”. Nonostante sia conosciuto prevalentemente dagli addetti ai lavori, ha ricevuto oltre 100 riconoscimenti in tutto il mondo (due Leoni d’oro al Festival di Venezia, una nomination all’Oscar, un Nastro d’Argento e una Grolla d’Oro) e i suoi film sono stati oggetto di retrospettive in Francia, Finlandia, Cina, Stati Uniti e Brasile.In qualità di produttore, Baldi ha al suo attivo 28 lungometraggi e 200 corti. Nel 1962 ha fondato una società indipendente, la Idi Cinematografica, per la quale ha prodotto film del calibro di “Cronaca di Anna Magdalena Bach” di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, “Porcile” e “Appunti per un’Orestiade africana” di Pier Paolo Pasolini, “Quattro notti di un sognatore” di Robert Bresson e “Vento dell’est” di Jean-Luc Godard (1969). È tornato da poco dal Brasile, dove si è recato per le riprese del suo ultimo film “Il cielo sopra di me”.

Dalle note di sceneggiatura sembra una grande riflessione sull’esistenza, sulle stagioni della vita e sulla morte, che è vista come un tornare a far parte di un tutto indivisibile. È questa la visione di Baldi sul destino dell’uomo?

“Penso che il transito dell’uomo sulla Terra sia talmente infinitesimale che il nostro compito è quello di agire il meglio possibile, cercando di portare avanti un discorso di umanità, nella convinzione che torniamo negli atomi e nulla rimane di noi, se non una piccolissima parte di quello che abbiamo fatto, se l’abbiamo fatto. Gregorio, il protagonista, conclude il film con una poesia: ‘Per favore fate silenzio, zitti, io non ci sono più. Sono ritornato nelle stelle’”. 

(https://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/news/notizie/gian-vittorio-baldi-torna-a-far-cinema/)

La poesia a cui fa riferimento mio padre nell'intervista è il testo che mi diede da musicare per il film, e che incisi all'inizio del 2013 in quello che era allora lo studio itinerante di Franz Fabiano, vale a dire nel salotto di casa mia. La voce di Claudia Ferronato, Penelope Bertolo, violino, Renè Calzavara, violoncello e Claudia Benasciutti, chitarra.


Voglio entrare nell'ombra e nel silenzio

Non voglio che si parli di me

Non sono stato né meglio né peggio di quanto è stato detto

Certo, certo, Il chiasso non piace agli angeli ed ai ai bambini

Certo, certo

per favore fate silenzio, zitti

io non ci sono più

sono ritornato nelle stelle


Nella versione montata da mio padre, che possiedo, la canzone è utilizzata diverse volte, tra cui proprio l'inizio del film. Il montaggio del produttore brasiliano fatto dopo la sua morte l'ha invece invece rimossa.

Ecco il link della canzone su You Tube

https://www.youtube.com/watch?v=EkYg_ugQiWg


martedì 21 luglio 2026

Della morte di Mozart (le cause) e il mondo "autunnale" dell'ultimo anno - III puntata

Abbiamo evidenziato nel primo dei quattro articoli di questa serie come Mozart sia andato occupando un posto sempre più importante nell’immaginario moderno e che una delle ragioni di questo successo sia da individuarsi molto probabilmente in quel «mondo autunnale indimenticabilmente bello della musica scritta nel 1791», il suo ultimo anno di vita e che comprende composizioni come il Requiem ed Il flauto magico.

Dopo aver cercato di dissipare le nebbie che riguardano il suo funerale e la sua sepoltura, dove maggiori sono le certezze di ciò che non accadde che di quello che accadde veramente (non fu sepolto in una tomba comune, il giorno del funerale non c’era un tempo burrascoso, la moglie non era presente alle esequie…), cercheremo in questo articolo di dedicarci ad indagare le cause della sua morte e di esplorare poi alcuni aspetti del suo ultimo anno, tanto aspetti quotidiani e biografici, quanto musicali come il Requiem.


1791 - Della morte di Mozart – Le cause

Nel registro mortuario della città di Vienna le cause della morte di Mozart vengono descritte come ‘febbre miliare acuta’. Una diagnosi che lasciò da subito molti dubbi e mai soddisfece veramente gli esperti. È evidente che qualsiasi ipotesi può essere condotta soltanto sui sintomi di cui si ha testimonianza certa, perché non abbiamo altro a disposizione.

Oggi le leggende sul suo possibile avvelenamento non sono ancora del tutto sopite e negli ultimi vent’anni sono stati pubblicati libri e prodotte trasmissioni televisive che ne sostengono la veridicità. Ma nessun testo serio e scrupoloso ha mai avvalorato tale ipotesi, e noi ci atterremo a questa posizione. Tuttavia bisogna ricordare che ebbero un ‘origine ben motivata nell’auto accusa di Antonio Salieri.

Questi dapprima negò fermamente qualsiasi coinvolgimento nella morte di Mozart, di fronte a Ignaz Moscheles, un allievo di Beethoven, che era andato a trovarlo nell’Ospedale Generale in un sobborgo di Vienna. Era l’ottobre del 1823, e Salieri aveva settantatré anni:

Il suo aspetto mi faceva inorridire ed egli parlava con frasi sconnesse della sua morte imminente […], alla fine disse: «Sebbene questa sia la mia ultima malattia, posso assicurarle in buona fede che non c’è nulla di vero in quell’assurda diceria: lei sa… avrei avvelenato Mozart. Ebbene no, malvagità, pura malvagità, lo dica al mondo caro Moscheles, gliel’ha detto il vecchio Salieri, che presto morirà» (Robbins Landon 1988, p. 173).

Tuttavia, soltanto un mese dopo, Anton Felix Schindler, primo biografo di Beethoven, annotò nel suo diario: «Salieri sta di nuovo assai male. La sua mente è sconvolta. Seguita a vaneggiare di essere responsabile della morte di Mozart e di avergli somministrato del veleno…» (Robbins Landon 1988, p. 173).

Occasione più ghiotta non poteva essere regalata ai sostenitori della tesi dell’avvelenamento. Con questo gesto di auto accusa si apre proprio il lavoro teatrale di Peter Shaffer, Amadeus (1978), dal quale sarà tratto il film omonimo di Milôs Forman (1984).

Il testo di Schaffer è, come abbiamo già detto, ispirato direttamente al micro dramma in due atti di Puskin, Mozart e Salieri, tratto dalle Piccole tragedie (1830), che sosteneva con forza non solo l’ostilità del secondo nei confronti del primo, ma anche la tesi dell’avvelenamento. Dal testo di Puskin, Rimsky Korsakov trasse poi un’opera nel 1897. L’opera (ed il testo di Puskin) si concludono con Salieri che invita a cena Mozart in un’osteria, e trova il modo di versargli del veleno, proprio mentre Mozart gli dice che «genio e malvagità sono incompatibili…»,  poi comincia a sentirsi poco bene e se ne va.

Se è vero comunque che non possiamo escludere definitivamente l’ipotesi dell’avvelenamento, in assenza dei resti del corpo di Mozart da analizzare, è anche vero che non ci sono assolutamente elementi sufficienti ad avvalorarla. E di certo tale ipotesi fu smentita immediatamente da molteplici testimonianze, tra le quali quella del biografo italiano di Haydn, Giuseppe Carpani e da un medico che era stato consultato a proposito della malattia e morte di Mozart, il consigliere di corte Eduard Vincent Guldener von Lobes.

A smentire tale tesi tuttavia sembrano essere proprio i sintomi manifestati, sintomi analizzati infinite volte negli ultimi decenni:

A partire dall’importante studio del 1966 del dottor Carl Bär, molti altri medici e scienziati s’impegnarono nel difficile compito di individuare non soltanto l’ultima malattia di Mozart ma anche quelle che avevano costellato la sua breve esistenza e che avevano condotto alle tre settimane fatali del novembre e dicembre 1791 (Robbins Landon 1988, p. 176).

In particolar modo sembrano importanti i sintomi che Mozart manifestò nel 1784 a Vienna, che fanno pensare ad una malattia tanto grave da collegarla al decesso sette anni più tardi. Mozart soffrì in quell’occasione di terribili coliche che terminavano con vomito intenso e febbre reumatica infiammatoria. È il dottor J. Davies, che a quanto pare ha detto «l’ultima parola in proposito», ad effettuare la diagnosi:

A quel tempo Mozart soffriva di un’infezione reumatica streptococcica contratta durante un’epidemia, complicata dall’insorgere della sindrome di Schönlein-Henoch […]

La sindrome di Schönlein-Henoch consiste in una vasculite autoimmune in cui gli immunocomplessi si depositano nei piccoli vasi sanguigni della cute, delle articolazioni, del tratto gastro-intestinale e dei reni, dando luogo a porpora ed edema della pelle, nonché ad alterazioni infiammatorie degli altri tre organi. Circa il dieci per cento dei casi presenta un’affezione renale cronica che, se non trattata, può determinare un’insufficienza renale cronica e la morte (Robbins Landon 1988, p. 177).

Mozart in realtà aveva manifestato sin dai sei anni una serie di infezioni e malattie piuttosto gravi, tra cui i sintomi di una febbre tifoidea endemica che lo fece entrare in coma, mentre si trovava nel 1763 all’Aja. Frequenti furono le infezioni delle vie aree superiori, e si ammalò, con la sorella, anche di vaiolo.

In ogni caso sembra arrivare alle soglie del 1791 sofferente di un’insufficienza renale cronica ed uremia.

Depressione, alterazioni della personalità e idee fisse in un giovane uomo non sono inconsueti nei casi di malattia uremica con ipertensione: ecco quindi la famosa passeggiata in carrozza al Prater, l’ossessione del Requiem e della propria morte, procurata, pensava Mozart, dall’acqua tofana. Il senso di mancamento (svenimenti) menzionato nelle biografie autentiche, è comune in pazienti con insufficienza renale cronica e talvolta è collegato a bruschi aumenti della pressione sanguigna (Robbins Landon 1988, p 178).

Ed ecco la diagnosi completa delle cause del decesso la notte del 5 dicembre, sempre nella diagnosi del dottor Davies:

Mozart morì per le seguenti cause: infezione streptococcica; sindrome di Schönlein-Henoch; insufficienza renale; salasso (o molti salassi); emorragia cerebrale; ed in ultimo, broncopolmonite.

Presenziando ad una riunione della Loggia durante un’epidemia, il 18 novembre 1791 contrasse un’altra infezione streptococcica. Questo comportò un aggravamento della sindrome di Schönlein-Henoch e dell’insufficienza renale, che si manifestò con febbre, poliartrite, malessere, gonfiore degli arti, vomito e porpora. Il successivo e più generalizzato gonfiore del corpo fu probabilmente dovuto ad un’ulteriore ritenzione di sali e liquidi originata dall’insufficienza renale. Mozart venne sottoposto ad uno o più salassi che peggiorarono l’insufficienza renale e contribuirono al decesso. La sindrome di Schönlein-Henoch  causò un aumento dell’ipertensione che favorì il vomito notturno e provocò un ictus. La parziale paralisi del paziente era un’emiplegia (paralisi di un lato del corpo) dovuta ad emorragia cerebrale. Circa due ore prima della morte Mozart fu colto da convulsioni ed entrò in coma. Un’ora dopo tentò di alzarsi a sedere, sbarrò gli occhi e cadde riverso con il capo girato verso la parete e le gote gonfie, tutti sintomi che fanno pensare a una paralisi congiunta degli occhi e a una paralisi dei nervi facciali conseguenti ad una massiccia emorragia cerebrale. La sera prima del decesso Mozart aveva avuto febbre e sudore profuso. Nei pazienti con uremia, causa immediata della morte, è frequentemente la broncopolmonite, che insorge di regola quando il paziente è già in fin di vita (Robbins Landon 1988, p 179).

Cinquantacinque minuti dopo la mezzanotte del 5 dicembre 1791 (quindi già il 6, in fondo), Mozart morì. Avrebbe compiuto trentasei anni dopo poco più di un mese e mezzo, il 27 gennaio.

1791 - La musica

Veramente impressionante l’elenco delle composizioni alle quali lavorò Mozart nel suo ultimo anno di vita. Senza dubbio i tre lavori principali, che abbiamo già citato sono Il flauto magico, La clemenza di Tito e il Requiem, ognuno dei quali, da solo, basterebbe a riempire un anno di lavoro di un compositore prolifico, ai quali vanno aggiunti per notorietà il Concerto per clarinetto e orchestra e l’Ave Verum per coro, orchestra e organo, un gioiello di purezza e perfezione.

Ma l’elenco completo lascia davvero sbalorditi. A partire dal dicembre del 1790, «l’inizio di un nuovo ciclo creativo» (Abert 1985, p. 596), abbiamo due Quintetti per archi, due Adagi per strumenti a fiato, i due Adagi per armonica a bicchieri scritti quasi sicuramente per la nota concertista cieca Marianne Kirchgässner (uno dei quali comprendeva anche flauto, oboe, viola e violoncello), alcuni brani per organo, e l’ultimo dei suoi Concerti per pianoforte e orchestra, quello in Sib. Poche cose per pianoforte solo tra cui un Foglio d’album, ma molti lavori vocali di vario genere, tra i quali diversi Lieder e due Cantate massoniche.

Tornato da Praga poco dopo il 15 settembre, dove aveva composto e diretto La clemenza di Tito per l’incoronazione a Re di Boemia del nuovo Imperatore Leopoldo II (succeduto al fratello Giuseppe II), Mozart si era dedicato al completamento de Il flauto magico (già composto per la maggior parte prima del luglio, per la verità). Iscrisse nel suo catalogo i due ultimi brani il 28 settembre, solo due giorni prima della rappresentazione! Proprio in questo periodo ricevette il decreto di nomina a Kapellmeister della Cattedrale di Santo Stefano, che equivaleva in un certo senso ad un posto fisso con contratto a tempo indeterminato come diremmo oggi, e con la prospettiva di un buono stipendio, cosa che tanto aveva atteso. Tuttavia avrebbe dovuto aspettare ancora per godere dei benefici economici di questa nomina, dovendo restare ‘assistente’ dell’anziano Leopold Hoffman fino alla morte di questi, e quindi senza salario… Hoffman in realtà morì dopo Mozart, nel 1793, e a succedergli sarà Johan Georg Albrechtsberger. Quell’Albrechtsberger, che di lì a poco (alla partenza di Haydn per Londra, nel 1794) sarebbe stato il ‘nuovo’ maestro di composizione di Beethoven…

Pochi giorni prima della fine poi, gli arrivarono due proposte che lo avrebbero reso tranquillo per il resto dei suoi giorni: una parte della nobiltà ungherese gli assicurava una sottoscrizione di mille fiorini annui, mentre un’offerta ancora più vantaggiosa gli arrivò da Amsterdam, con l’impegno di commissioni periodiche.

Mozart dunque cominciava a vedere il suo genio riconosciuto largamente in Europa e, a meno di due mesi dalla morte, stava raggiungendo quella tranquillità economica che tanto aveva cercato e di cui la sua arte aveva disperato bisogno. La morte tuttavia lo sorprese nel pieno della composizione del Requiem che, proprio per questa ragione acquista un ruolo chiave nella sua produzione, sebbene sia un testamento incompleto perché solo in parte suo, ma forse anche a cagione di questa incompletezza, che ha tutto il fascino delle opere incompiute, come l’Arte della fuga di Bach. Non possiamo quindi che concludere questo articolo, la prossima settimana, dedicandoci proprio al Requiem e alla sua misteriosa genesi.