Gli ultimi mesi del 1791
Le vicende biografiche degli ultimi
dodici mesi di vita di Mozart costituiscono un’ottima porta d’ingresso per
approfondire la conoscenza di questo compositore straordinario, offrendoci un
arco narrativo avvincente e drammatico, nel quale si intrecciano
polifonicamente luci ed ombre.
Una fine tragica, una
scomparsa prematura e dolorosa, resa più amara dal fatto che il successo e la sicurezza
economica arrivarono proprio ad un passo morte, come il decreto di nomina a Kapellmeister della Cattedrale di Santo
Stefano (quel ‘posto fisso’ che tanto aveva atteso), fanno da triste
controcanto al grandissimo successo del Flauto
magico e in generale della sua musica in tutta Europa: il suo astro
splendente iniziò da quel momento a
brillare magnificamente e, da allora, non ha fatto che aumentare di intensità.
Il suo stile, già maturo
e formato da tempo, acquista nel 1791 un sapore nuovo, una diversa leggerezza e
profondità, la sua musica evoca l’atmosfera di «quel mondo autunnale
indimenticabilmente bello» di cui parla Robbins Landon, dai colori densi e
malinconici, che sembrano parlare così direttamente e intimamente all’uomo
moderno. Lo facevano negli anni Ottanta del Novecento, sembrano ancor più farlo
oggi, a quasi quarant’anni di distanza.
Mozart negli ultimi mesi lavora senza
sosta, mentre è spesso a casa da solo. La moglie è quasi sempre via, a curarsi
alle terme di Baden: Costanza infatti ha avuto il secondo figlio il 26 luglio e
ha continuato a fare avanti indietro da Vienna per tutto il 1791. A volte c’è
un domestico che viene e a portargli dei pasti caldi, presi in trattoria, a
volte è ospite di amici. E continua a comporre febbrilmente fino al 20
novembre, quando cade malato ed è costretto a letto, fino al giorno della sua
morte. Contrastanti sono però le testimonianze del suo stato di salute fino ad
allora. Robbins Landon scrive che dalle sue lettere “Mozart ci fornisce il
ritratto di un uomo giovane, allegro, gioioso e nel fiore degli anni, che dalle
quinte del teatro scherza con Schikaneder [impresario, attore e autore del
libretto de Il flauto magico, N.d.A.] e sposo felice di una donna che
evidentemente lo ricambia in tutto e per tutto” (Robbins Landon, 1988, p. 148).
Ma dalle biografie del tempo, in
particolare quella del secondo marito di Costanze, Nissen (del 1824) e quella
di Franz Xaver Niemetschek (del 1798), viene descritto in alcuni casi come
malinconico, ossessionato dall’idea della morte, addirittura dall’idea di
essere avvelenato, sfiancato dal troppo lavoro. Sua moglie arrivò perfino a
portargli via la partitura del Requiem
per un certo tempo, per non farlo stancare: ma abbiamo visto come un simile
espediente potesse essere inutile nel caso di Mozart.
Altri studiosi, come l’Abert,
sottolineano ancora di più uno stato di salute, già cagionevole sin dalla
fanciullezza, che si aggrava costantemente e inesorabilmente, a partire dal
ritorno da Praga: “Alla rappresentazione del Tito a Praga era giunto già molto sofferente e da allora la sua
salute peggiorò giorno per giorno” (Abert, 1984, p. 724).
Non tutte le testimonianze vengono
oggi ritenute attendibili, come quella di Joseph Deiner, di cui riparleremo tra
poco in relazione al funerale. Ma sembra indubbio che la salute di Mozart
cominci a peggiorare visibilmente intorno a metà novembre, ce ne fornisce una
testimonianza sicura la cognata Sophie, che gli confeziona una veste da camera
“che poteva infilare dal davanti, giacché era tanto gonfio da non potersi
girare”.
È costretto a letto, ma non smette di
lavorare e seguire le rappresentazioni del Flauto
magico, senza dubbio “il più grande successo operistico della vita di
Mozart. Avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova era per il compositore”
(Robbins Landon, 1988, p. 148), ma questa era dovette chiudersi precocemente,
nel giro di un paio di mesi…
Con grande interesse seguiva il crescente successo del Flauto magico e, orologio alla mano, partecipava sempre in ispirito alla rappresentazione: «Ecco, è finito il primo atto… ora siamo al punto ‘A te, grande regina della notte’». Ancora il giorno prima della morte disse a Costanze: «Una volta ancora vorrei sentirlo il mio Flauto magico», e canticchiò tra sé «Io sono l’uccellatore». Il maestro di Cappella Roser, che era lì per caso, si mise allora al pianoforte e cantò il Lied, con palese gioia di Mozart. Anche il Requiem lo teneva continuamente occupato. Appena terminato un numero, se lo faceva subito cantare, suonando, finché gli fu possibile, l’accompagnamento al pianoforte, Il giorno prima della morte, alle due di pomeriggio, si fece portare la partitura a letto, e scelse per sé la voce di contralto, assegnando a Schack come al solito quella di soprano, a suo cognato Hofer quella di tenore e a Gerl quella di basso. Erano giunti alle prime battute del Lacrimosa quando Mozart, nel presentimento di non poter condurre a termine l’opera, si mise a piangere e depose la partitura» (Abert, 1984, p. 727).
Da sottolineare che del Lacrimosa quasi certamente solo le prime otto battute sono di pugno di Mozart, e probabilmente sono anche le ultime che egli abbia scritto.
La
morte
La sera del 5 dicembre arrivò anche
la cognata, Sophie, e Costanze la accolse con parole piene di disperazione:
«Grazie
a Dio, sei arrivata, stanotte è stato così male, che già pensavo che non
avrebbe passato questo giorno; se oggi accadrà lo stesso, non supererà la
notte». Quando Sophie si accostò al letto, Mozart le disse: «Meno male cara
Sophie che è venuta, questa notte deve restare qui per vedermi morire». Essa,
cercando di dominarsi volle distoglierlo da questo pensiero, ma lui rispose:
«Ho già la morte sulla lingua e chi resterà vicino alla mia cara Costanze se
non resterà Lei?». Sophie pregò di potersi recare solo per un attimo da sua
madre per avvertirla. Su desiderio di Costanze passò anche dai religiosi di S.
Pietro, pregandoli di mandare uno di loro da Mozart, come per caso. […] Al
suo ritorno Sophie trovò il cognato che parlava concitatamente del Requiem con Süssmayer; tra l’altro
diceva piangendo: «Non te l’ho detto forse che questo Requiem lo scrivevo per
me?».
Certo ormai di morire, Mozart pensa
addirittura di avvertire Albrechtsberger, dandone incarico alla moglie, giacché
a lui spettava di diritto il suo posto come Maestro di Cappella di Santo
Stefano.
A sera tardi si mandò a cercare il dottore e dopo molto cercare lo si trovò a teatro. Egli si dichiarò disposto a venire a rappresentazione terminata. Segretamente confidò a Süssmayer che non c’erano più speranze e ordinò impacchi freddi sulla testa, che scossero a tal punto il morente da fargli perdere conoscenza. Da questo punto in poi non fece altro che fantasticare, ancora visibilmente preoccupato per il Requiem: gonfiava le guance e imitava il suono dei timpani. Verso mezzanotte si tirò su con lo sguardo fisso nel vuoto, quindi chinò il capo verso il muro e sembrò addormentarsi. 55 minuti dopo la mezzanotte, il giorno 5 dicembre, subentrò la morte (Abert, 1984, p. 728).
Funerale
e sepoltura I: le leggende
C’erano al massimo una dozzina di
persone, compresa la moglie, oltre a colleghi ed amici, tra cui Süssmayer, Salieri, van Swieten,
Deiner, Roser ed il violoncellista Ortler, tutti sotto i loro ombrelli al
riparo da una pioggia battente, mista a nevischio. Il tempo stava peggiorando,
e si preannunciava una vera e propria tempesta.
Erano le tre del pomeriggio del 6
dicembre 1791, la salma era stata benedetta nella cappella di Santa Croce, navata nord della chiesa di Santo Stefano.
Poi tutti si diressero verso il cimitero di S. Marco. A causa delle condizioni
del tempo però, tutti decisero di tornare indietro e di non restare fino alla
fine. Nemmeno Costanze rimase all’inumazione della salma. Joseph Deiner le
chiese se non volesse far mettere una semplice croce, ma lei rispose “che tanto
ci avrebbe pensato la parrocchia” (Abert, 1984, pp. 729-730). Mozart così,
intraprese il suo ultimo viaggio da solo…
Costanze, trovatasi in difficoltà
alla morte del marito, accettò il consiglio dall’amico van Swieten, che
evidentemente non voleva esporsi finanziariamente più di quanto avesse già
fatto, di prenotare un servizio funebre di terza classe, del costo di dodici
fiorini (un’ottantina di euro circa). Ciò voleva dire utilizzare una tomba
comune, che poteva comprendere dai quindici ai venti corpi.
Tornò al cimitero solo diverso tempo
dopo: “Quando però, dopo essersi rimessa, visitò con alcuni amici il cimitero,
trovò un nuovo custode delle tombe che non era più in grado di dirle dove fosse
stato sepolto suo marito. Tutte le ricerche furono vane e anche più tardi,
nonostante i reiterati tentativi, non è stato più possibile rintracciare con
sicurezza il luogo dove Mozart è stato sepolto» (Abert, 1984, p. 729-730).
Funerale
e sepoltura II: la verosimile verità
Ecco, questa è stata per molto tempo
una delle versioni più accreditate del funerale di Mozart e riportata da uno
dei più autorevoli testi sul compositore, la biografia di Hermann Abert.
Ci sono però alcuni dubbi, che negli
ultimi trent’anni hanno gettato ombre sempre più consistenti su alcuni dettagli
della ricostruzione.
Prima di tutto le condizioni
metereologiche. Ampiamente documentato è il precoce inverno che colpì il centro
Europa a partire dall’inizio di ottobre. Il tempo fu catastrofico fino a metà
novembre. A settimane di pioggia torrenziale seguì una nevicata che non dette
tregua per diversi giorni con forti bufere, più che un autunno aveva l’aspetto
di un gennaio dei peggiori. In molti casi il raccolto di cereali fu abbandonato
nei campi. C’erano state solo due giornate in cui il cielo si era aperto e la
temperatura si era fatta più mite, il 20 e 21 ottobre. E Costanze ne aveva subito approfittato per
portare il marito a fare una passeggiata in carrozza al Prater, uno dei più bei
parchi di Vienna, per fargli prendere finalmente un po’ d’aria. Tuttavia
all’inizio di dicembre il tempo era notevolmente migliorato, ce lo dicono gli
archivi dell’Osservatorio di Vienna. Particolare che viene confermato anche dai
diari di Karl von Zinzerdorf, diari conosciuti per l’estrema meticolosità e che
sono raccolti in 76 volumi (ci sono molti resoconti delle rappresentazioni
delle opere di Mozart): per il 6 dicembre von Zinzerdorf annota che il tempo
era mite, con frequenti nebbie.
Il dettaglio forse più interessante poi
riguarda la sepoltura e ‘la tomba’ comune. Quel ’comune’ quasi sicuramente non
stava ad indicare una fossa comune, ma la sepoltura in un luogo pubblico, non
proprietà di una famiglia aristocratica, bensì della città, che ne avrebbe
rivendicato, dopo dieci anni, il possesso. Una prassi probabilmente normale
all’epoca.
Ma se non si era preannunciata una
bufera, perché nessuno rimase per le ultime esequie di Mozart? E se qualcuno
restò fino all’ultimo, ammettendo anche che la moglie non fosse tra questi,
perché non fu più ritrovato il luogo della sepoltura?
Costanze, allora trentenne , ebbe un
crollo nervoso. Comprensibile, aveva due figli piccoli, uno di quattro mesi, e
uno di sette anni. Forse non partecipò nemmeno ai funerali, sebbene la
testimonianza in questo senso di un certo Deiner, che millantava di essere
stato presente al funerale, non sembra credibile – tanto più perché riportata
in un articolo del Vienna Morgen-Post del 1856! – e non fu in grado di
occuparsi personalmente della sepoltura del marito. Senza dubbio è un’ipotesi
possibile che, pressata dai debiti e spaventata dalle difficoltà economiche e
dai molti creditori – tra questi un usuraio, il “famoso e famigerato Herr
Goldhann”, lo stesso che il “7 dicembre firmò l’elenco dei beni del
compositore” (Robbins Landon, 1988, pp. 168-169) – si sia chiusa in casa,
dandosi per gravemente malata, per giorni. Oppure, come la stessa Costanze dirà
molti anni più tardi, sia stata portata via, alla morte del marito, e condotta
in un primo tempo da un certo Bauernfeind, ‘Impiegato di concetto delle
Imperial Regie Cancellerie riunite di Corte e massone…
Così conclude Robbins Landon:
San
Marco è un sobborgo di Vienna, a un’ora buona di cammino dal centro. Nessuno di
coloro che parteciparono alle esequie – non conosciamo i nomi dei presenti –
volle accompagnare la salma, e per anni nessuno si preoccupò di sapere dove
fosse stato inumato Mozart, ed è perciò che conosciamo solo approssimativamente
il settore del camposanto nel quale riposano le spoglie del sommo genio della
musica (Robbins Landon, 1988, p. 170).
Resta per noi uno dei maggiori
interrogativi tra le vicende biografiche di Mozart.
Nei prossimi articoli indagheremo
sulle cause della sua morte, e parleremo delle composizioni dell’ultimo anno,
oltre a fornire una discografia essenziale. Nel frattempo consigliamo di
cominciare ad ascoltare almeno la meravigliosa Ouverture del Flauto magico
e il Kyrie del Requiem.














