Ma proprio l’imbattersi nel Mahler
dalla cantabilità schubertiana, dai grandi respiri melodici, dai colori tenui e
delicati, dalla poesia sublime – e gli esempi sono tantissimi, si pensi anche
solo al quarto movimento della Quinta
Sinfonia, il celebre Adagietto,
che dopo quasi cinquanta minuti di alterne vicende musicali cariche di
tensione, costituisce un’isola di serenità, per quanto breve e fugace – non
deve farci dimenticare tutto il resto, facendoci perdere di vista quello che
veramente Mahler è e rappresenta, cioè l’insieme di buio e di luce, di
sublimità e abisso, e soprattutto l’incredibile architettura che riesce a
comporre attraverso gli elementi più eterogeni.
Uno sguardo generale
alle sinfonie
Approfondiremo ora le caratteristiche
della musica di Mahler, la sua grandezza e modernità, attraverso un’analisi
della Prima sinfonia, non prima però
di aver dato uno sguardo generale alle sinfonie.
Delle nove sinfonie di Mahler, ben
quattro comprendono cantanti, coro e di conseguenza dei testi musicati: la Seconda, la Terza, la Quarta e l’Ottava. Di questo gruppo, le prime tre
sono generalmente indicate come le «Wunderhornen Symphonien», poiché tutte
utilizzano testi tratti dalla raccolta di canti medievali tedeschi Des Knaben Wunderhorn
di Ludwig Achim von Arnim e
Clemens Brentano. Di questa raccolta la Seconda
Sinfonia utilizza «Ulricht» (Luce delle origini) oltre ad un testo di Friedrich
Klopstock «Die Auferstehung» (La Resurrezione), che dà il nome a tutta la
Sinfonia. Lo Scherzo poi è praticamente la trascrizione strumentale di un Lied
di Mahler il cui testo è sempre tratto da questa raccolta, «Des Antonius von Padua Fischpredigt» (La predica ai pesci di Sant'Antonio da
Padova). Nel quarto movimento della Terza
Sinfonia vengono invece intonati alcuni versi di Also sprach
Zarathustra di Friedrich Nietzsche e nell’ultimo movimento «Es sungen drei Engels (Tre
angeli cantavano) tratto dalla suddetta raccolta. Nella Quarta invece si trova «Das Himmlische Leben» (La vita celeste,
sempre dal «Wunderhorn»). Discorso a parte merita invece l’Ottava, con un accostamento di testi senza dubbio più audace. Si
apre col Veni creator Spiritus,
l’inno di Rabano Mauro (VIII-IX secolo), profondamente rimaneggiato dal
compositore, e l’ultima parte del Faust
di Goethe, dove sono presenti tagli e spostamenti di versi. Squisitamente e
unicamente strumentali sono invece la Nona
e l’Adagio della Decima.
Al contrario delle
tre «Wunderhornen Symphonien» e dell’Ottava,
la Prima apparentemente non ha testi
o parti cantate. E cosa significa “apparentemente”? Significa che, se è pur
vero che non ci sono voci, i suoi primi tre movimenti sono costruiti a partire
da due Lieder di Mahler, composti nel decennio precedente e da una melodia
popolare molto conosciuta, da noi nota come Fra’
Martino. In un certo modo quindi il rapporto con delle parti cantate esiste
ed è profondo, sebbene sia in un certo senso nascosto.
La Prima Sinfonia (I parte)
Un anno importante per Mahler il 1888,
un anno che si sarebbe aperto con un grande successo e chiuso con una dolorosa
débâcle. Il successo, il primo vero grande successo arrivò il 20 gennaio e la
risonanza attraversò l’Europa e perfino l’oceano Atlantico. Tuttavia l’evento
che lo fece divenire per un certo tempo “l’uomo del giorno”, non lo vedeva
coinvolto né nelle vesti di direttore d’orchestra, né tantomeno di quelle di
compositore vero e proprio. Bensì di “curatore” e “completatore” di una
partitura altrui, vale a dire dell’opera lirica Die drei Pintos di uno dei padri del teatro musicale di lingua
tedesca, Carl Maria von Weber.
Era stato il nipote di Weber,
conosciuto durante un festival commemorativo del compositore, a commissionargli
il completamento dell’opera. Un compito arduo, davanti al quale si erano arresi
già due compositori prima di lui, tra i quali Giacomo Meyerbeer. Mahler prima
di tutto riuscì a decifrare con un’intuizione tanto fortuita quanto geniale la
stenografia segreta con la quale erano scritti gli appunti del compositore, ma
soprattutto fu così abile nel calarsi nel linguaggio di Weber e ad assumerne
mimeticamente lo stile che si racconta che il re di Sassonia avrebbe detto,
utilizzando un gioco di parole intraducibile in italiano, che era curioso di
sapere cosa fosse intessuto e cosa dipinto in quella partitura. Il gioco
nasce dal significato dei cognomi dei due compositori: Weber, tessitore e
Mahler, pittore.
Anche qui non mancarono aspre
critiche, in particolare del potente Hans von Bülow, che costrinse anche
Strauss, inizialmente abbastanza favorevole al lavoro, a rovesciare il suo giudizio.
Tuttavia l’accoglienza del pubblico fu trionfale e le repliche numerose, e questo
rese Mahler, per la prima volta ricco. I diritti d’autore portarono nelle sue tasche
somme importanti e, anche se come sempre buona parte venivano destinate ai
genitori e ai numerosi fratelli che vivevano ancora ad Iglau, ne rimanevano
abbastanza per permettergli una vita senza preoccupazioni.
Come direttore in quel tempo era
Kapelmeister presso il Teatro di Lipsia, ma sia i difficilissimi rapporti col
primo regista, al quale egli era subordinato, sia le personali vicende
sentimentali, lo spinsero e cercare un nuovo impiego. Già nel luglio di
quell’anno avrebbe preso i primi accordi col barone Franz von Beniczky,
sovrintendente del Reale Teatro dell’Opera
di Budapest.
A Lipsia era accaduto che Mahler si
fosse innamorato della moglie del giovane Weber e tra i due fosse nata una
relazione clandestina. Entrambi erano pronti a fare una pazzia e fuggire
insieme. La donna a lasciare marito e figli, il compositore ad abbandonare
doveri ed impegni presi, cosa che sicuramente avrebbe inflitto un colpo mortale
alla sua carriera. La futura moglie di Mahler, Alma, narrerà, forse in modo un
po’ romanzato, di un appuntamento in stazione e di un Mahler che attende invano
Marion von Weber, e torna a casa tanto sconsolato quanto sollevato.
Ê in questo periodo che viene
annunciata e poi eseguita la Prima
Sinfonia, composta tra il 1885 e il 1888, ma di cui esisteva probabilmente una
versione dello Scherzo per pianoforte a quattro mani già nel 1884, quando
Mahler era a Kassel.
Nel primo articolo ci siamo domandati
come mai Mahler a questo punto non approfittasse della grande risonanza
ottenuta in ambito operistico per terminare e presentare l’opera alla quale
lavorava da anni, Rübezahl (almeno
dal 1881), progetto che avrebbe accantonato definitivamente solo nel 1890.
Naturalmente non possiamo conoscere le vie interiori che portarono il
compositore a questa scelta, ma possiamo constatare che nel momento di
presentarsi ufficialmente come compositore, scelse il genere strumentale
sinfonico e per questa strada proseguì per tutta la vita, senza voltarsi mai
indietro.
Tuttavia la concezione sinfonica di
Mahler era tanto distante dal sinfonismo classico, incarnato in quel momento da
Brahms, quanto dal genere più in voga allora, vale a dire il Poema sinfonico,
ed egli stesso impiegò del tempo per mettere a fuoco la sua “identità
sinfonica” e presentarla nella giusta maniera. Forse anche per questa ragione la
sua musica impiegò tanto ad essere accettata e compresa. Mahler era in realtà
lontanissimo dall’idea di voler descrivere con la musica dei contenuti
narrativi e verbali, come faceva brillantemente Strauss. Per lui la musica era
un linguaggio “altro”, e parola e suono potevano convivere solo mantenendo
ciascuno la sua indipendenza e il loro spazio.
In
quanto a me, so che non farei certo musica sulla mia esperienza finché la posso
riassumere in parole. La mia esigenza di esprimermi musicalmente,
sinfonicamente, inizia solo là dove dominano le oscure sensazioni, sulla soglia che conduce all’«altro mondo», il
mondo in cui le cose non si scompongono più nel tempo e nello spazio. Come
trovo banale inventare musica su un programma, così considero insufficiente e
sterile voler dare un programma ad un’opera musicale (Petazzi 1998, p. 11).
Dopo aver cercato invano di sfruttare
il successo acquisito con Die drei Pintos
per far eseguire la sua Prima Sinfonia, la dirigerà egli stesso a
Budapest nel novembre del 1889, e fu un totale insuccesso.
Forse per questa ragione – Richard
Strauss aveva trionfato proprio pochi giorni prima col suo Poema sinfonico Don Juan – Mahler cambiò, per così dire,
veste di presentazione al suo lavoro a ciascuna delle prime quattro
rappresentazioni.
Per la première a Budapest, la Prima Sinfonia fu annunciata come «Poema
sinfonico in due parti», ma senza programma. Nel 1893, aggiunse un titolo alla
sinfonia, Titan (dal romanzo di Jean
Paul, scrittore che egli amava molto, ma col cui romanzo non sembrano esserci che
deboli contatti); alle due parti in cui era divisa: «Dai giorni di gioventù» e
«Commedia humana»; e a ciascuno dei cinque movimenti: «Primavera senza fine» – «Blumine»
– «A vele spiegate» e nella seconda parte «Marcia funebre nello stile di Callot»
e «Dall’Inferno al Paradiso» (in italiano). Prima dell’esecuzione nell’ottobre
del 1893 ad Amburgo arricchì ulteriormente le note di programma, intitolando la
sua sinfonia Poema sinfonico in forma di
sinfonia.
Nessuno di questi ripensamenti
migliorò in realtà l’accoglienza del pubblico che fu sempre, nei confronti di
questa sinfonia, piuttosto freddo.
Il
titolo (Titan) e il programma hanno
la loro ragione: a suo tempo i miei amici mi indussero a stendere una sorta di
programma per facilitare la comprensione della sinfonia. Solo in un secondo
momento avevo trovato i titoli e le spiegazioni. Se questa volta li ho
tralasciati non è solo perché li considero del tutto insufficienti, anzi,
neppure appropriati, ma perché ho fatto l’esperienza degli errori ai quali
inducono il pubblico. […] A dire il vero, a proposito del terzo movimento
(Marcia funebre) c’è il fatto che ho avuto lo stimolo esterno dalla nota
immagine infantile («Il funerale del cacciatore»). Ma in questa pagina è
irrilevante ciò che viene rappresentato, importa soltanto il clima espressivo
che si deve definire, e dal quale poi d’un tratto, come il fulmine da una
nuvola, erompe il quarto tempo. Ê semplicemente il grido di un uomo ferito
nel profondo, preceduto dall’afa greve
della marcia funebre, ironica e sinistra (Petazzi 1998, p. 11).
Per la terza esecuzione, l’anno
seguente a Weimar, venne eliminato il secondo movimento, «Blumine», e per la
quarta a Berlino nel 1896, tutti i riferimenti extramusicali vennero eliminati
e rimase solo e soltanto il titolo di Sinfonia
in re maggiore. Ma l’accoglienza non cambiò.
Nella
mia totale incoscienza avevo allora scritto uno dei miei lavori più audaci, e
pensavo ancora ingenuamente che fosse di una semplicità infantile, che sarebbe
immediatamente piaciuta e che avrei potuto vivere tranquillamente di diritti
d’autore (La Grange 2011, p. 380).
È importante sottolineare che i
ripensamenti che ebbe Mahler nel presentare la sua Prima Sinfonia non erano volti a compiacere il pubblico, quanto piuttosto
esprimevano il desiderio di non essere frainteso. Tuttavia, bisogna chiarire
meglio la natura di questo insuccesso, almeno della prima a Budapest. Intanto
va ricordato che la prima parte della sinfonia fu salutata da cordiali applausi
e sembrò piacere davvero. I problemi cominciarono con la seconda parte e quella
«Marcia funebre nello stile di Callot»,
di cui parleremo tra poco. Col finale poi ne fu decretato il totale insuccesso.
Se è vero che vi erano delle ragioni musicali che rendevano la musica di Mahler
indigesta ai suoi contemporanei, è altresì vero che ragioni che nulla avevano a
che fare con la musica contribuirono non poco a questo risultato. Mahler fu
messo alla berlina nei giorni seguenti sui quotidiani, e diverse caricature lo
presero di mira, tra le quali una che giocava sull’assonanza in ungherese tra «Una
sinfonia di Mahler» e «Un sifone di disgrazie». Una vignetta poi lo ritraeva
così: «Un microscopico Mahler, con gli occhi spiritati e il pince-nez e la bacchetta tesa in aria,
soffia in un basso tuba venti volte più grande di lui: dall’enorme strumento
escono, come travolti da una tromba d’aria, cani, gatti, lepri, coccodrilli,
maiali e un asino dalla cui bocca vien fuori una specie di fumetto con la
frase: “Lied di Mahler”» (Principe 1983, P. 446). Una caricatura che fa tornare
alla mente tante definizioni che i critici dettero alla musica di Mahler nel
corso degli anni: «inutile fracasso», «atroci dissonanze torturatrici»,
«agitazione teatrale senza fine». Ma le ragioni di questa acredine furono anche
e forse soprattutto politiche. Mahler era stato chiamato a Budapest per sanare
la disastrosa situazione musicale e finanziaria del Teatro dell’Opera, ma
fortissime erano state le resistenze dei nazionalisti, che si scagliavano
contro “l’ebreo tedesco” che odiava l’opera italiana (falso), tanto amata in
Ungheria e che sostenevano si ostinasse inoltre ad ignorare i capolavori del
padre del Grand Opéra ungherese, Ferenc Erkel.
La situazione sarebbe poi degenerata quando il barone Beniczky fu sostituito alla sovrintendenza del teatro dal conte Géza Zichy, “un nazionalista ossessivo”, il quale ben presto licenziò Mahler, il “direttore ebreo”, per indisciplina e scarso rendimento (!). Non mancarono però sostenitori appassionati, e un gruppo di nobili si recò alla stazione, quando Mahler partì per tornare a Vienna, per salutarlo commossi con gli onori militari. Per il compositore sarebbe cominciata una nuova ed importante esperienza di lì a poco ad Amburgo, sicuramente in un clima migliore e a lui più favorevole.









