Gian Luca Baldi
sabato 17 ottobre 2026
Il miglior studio per scrivere e comporre
venerdì 16 ottobre 2026
Vent'anni con Amleth - In occasione dell'uscita del secondo romanzo e del quarto video
Oggi ho terminato il terzo romanzo della mia Trilogia fantasy dedicato alla Principessa Amleth, Il Regno oltre i Confini del Mondo. mentre pochi giorni fa ho pubblicato su Spotify l'EP con le quattro canzoni dedicate alla Trilogia.
All'inizio di novembre uscirà il secondo, La Principessa Amleth e le Nove Regine Bianche.
Sono passati esattamente 20 anni da quando Amleth è nata.
Era il 2006, un anno per me difficile, l'anno della mia separazione. Nella primavera avevo lasciato la casa dove vivevo con mia moglie e con mia figlia, andando a vivere in una nuova casa da solo, e nell'estate mi ero fatto male al ginocchio e andavo in giro con un bastone, con tutte le problematiche del caso.
E' proprio vero che si scrive per tante ragioni, ma la necessità di curarsi è una delle principali.
Io ho curato me stesso in quegli anni con i miei primi due romanzi, il secondo dei quali era una specie di fantascienza-horror per adulti, Le tessitrici dell'ultimo giorno (Premio Speciale della giuria, Viareggio 2028). Forse è stata proprio la mia separazione a farmi diventare scrittore?
Nel corso di quell'estate piuttosto solitaria, si sviluppò la storia di Amleth, i cui semi erano nati nel 2004. Ho ritrovato infatti da poco degli appunti su di un romanzo dedicato ad Amleto. Il protagonista era ancora un uomo! Ecco i primi appunti sui vari, ipotetici, capitoli:
Il Principe Amleto e il Regno degli orchi
Il castello del Re Amleto
Apparizione del fantasma
Strana comparsa di uno zio sconosciuto
Amleto lascia fare
Arrivano altri strani parenti
L’incoronazione del nuovo Re
La legge degli orchi
La piccola Ofelia
Il Regno degli Orchi
Amleto non si decide
Dolore e distruzione
Amleto prende la spada
La cacciata degli orchi
Amleto, Re di Danimarca
Poi, nel 2006 prende vita la storia con la conversione al femminile della protagonista. Penso che a dicembre fosse tutto finito.
Il romanzo sarebbe poi stato pubblicato nel 2010, dal mio editore Anicia, lo stesso delle fiabe in musica e lo stesso che una ventina d'anni dopo, nel 2023, mi ha chiesto di terminare la trilogia e ha ripubblicato il primo romanzo, con nuovi disegni.
Ecco le due diverse copertine (I e II edizione, 2010 e 2025), la prima illustrata da Cinzia Ghioldi e la seconda da Elisabetta Gigante.
Ho fatto fatica, nel 2023 a rientrare in Amleth. E' stato un ritorno graduale nel suo mondo. Ma poi ci sono caduto a capofitto e adesso non so quando riuscirò ad uscirne.
Ieri ho detto a mia moglie Manuela che è vero, non si può fare il compositore e lo scrittore di fantasy allo stesso tempo.
Finché si scrive qualche racconto, qualche canzone, anche un romanzo breve, è una cosa. Si gioca, in un certo senso, a fare gli scrittori.
Ma una trilogia è cosa completamente diversa a causa della struttura che c'è dietro, della preparazione richiesta, della necessità di tenere a mente centinaia di personaggi e dell'energia che ci vuole a sostenere questo sforzo immane.
Se mai dovessi scrivere un nuovo fantasy, magari quando sarò in pensione, lascerò ogni altra cosa e mi immergerò completamente in un mondo fantastico, mi sono detto oggi.
A fare i pendolari della creatività, facendo la spola ogni giorno tra un mondo e l'altro si perde la salute.
Ma la domanda è: sarei in grado di farlo, di tagliare completamente una delle due cose?
Probabilmente no.
domenica 11 ottobre 2026
Johan Sebastian Bach - III parte
Perché Johann
Sebastian Bach, da almeno due secoli ormai, continua ad essere l’oggetto di una
sconfinata ammirazione, se non addirittura venerazione, da parte tanto di
musicisti professionisti, quanto di dilettanti e appassionati? Questa è la
domanda che ci siamo posti nel primo di questa serie di articoli.
Tuttavia, se è
vero che praticamente chiunque avverte l’assoluta perfezione della sua musica, e
molti condividono le parole del direttore d’orchestra John Eliot Gardiner secondo
cui la «statura del Bach compositore è sconcertante e, sotto molti punti di
vista, non è comparabile ai normali risultati dell’attività umana» (Gardiner
2015, p. 4), è altresì vero che risulta poi difficile spiegare in dettaglio il
perché di questa incommensurabile perfezione.
Proviamo allora ad
elencare, prima di proseguire nella conoscenza delle opere di Bach, dedicandoci
alle Variazioni Goldberg, alcune
delle caratteristiche essenziali della figura del compositore, e vediamo quanto
questa operazione possa esserci ulteriormente d’aiuto.
1. Bach dimostra
di essere un uomo perfettamente in equilibrio tra passato e presente, un
musicista il cui spirito «fu costantemente pronto a cogliere i suggerimenti del
proprio tempo e in misura ancora maggiore quelli del tempo passato» (Basso
1979, p. 444), passato al quale guardava con umiltà e devozione ma anche con la
consapevolezza che rispettare veramente la tradizione significa cambiare ed
andare avanti. Instancabile e attento è il suo interesse verso la musica tanto dei
grandi che lo hanno preceduto, come Girolamo Frescobaldi (1583-1643), Johann
Jacob Froberger (1616-1667), Dietrich Buxtehude (1637 –1707) e Johann Pachelbel
(1653-1706), quanto e forse ancor di più dei suoi contemporanei come, François Couperin
(1668–1733), Georg Philipp Telemann (1681-1767) e soprattutto Antonio Vivaldi
(1678-1741). Il rapporto con Vivaldi poi, sebbene i due quasi certamente non si
incontrarono mai, presenta «caratteristiche eccezionali e con una problematica
interna tutta particolare. Misteriosi sono i fili che legano i due musicisti,
al punto che risulta persino difficile immaginare qualche cosa di analogo
nell’intero arco della storia musicale» (Basso 1979, p. 458). Bach trascrisse
sei dei dodici concerti dell’Estro
armonico vivaldiano, trascrizioni-elaborazioni che introducono a volte
modifiche di un certo peso rispetto all’originale, generate dalla necessità
cogente di tradurre l’essenza di un’opera da una compagine strumentale ad
un’altra.
2. Bach possiede
un’altissima concezione del fare musica. La musica è senza dubbio il mestiere
che ha consentito alla sua numerosissima stirpe di guadagnarsi da vivere per un
paio di secoli, un mestiere scelto con convinzione e coraggio da uno dei nipoti
di quel primo Vitus (o Veit) Bach, mugnaio, che fu costretto a fuggire dall’Ungheria
in Turingia, nel XVI secolo, a causa della sua fede luterana e che Bach stesso mise
a capostipite della sua genealogia in quell’Origine
della famiglia di musicisti Bach che egli cominciò a compilare nel suo
cinquantesimo anno d’età.
Ma la musica è
prima di tutto per lui un’attività profondamente spirituale e non mondana, una
vera e propria ancilla theologiae, nella
sua capacità di formare lo spirito e di contribuire alla ricerca della
conoscenza di Dio, come egli stesso aveva ben imparato sui banchi di scuola.
E non solo: Bach considerava la musica una scienza. Nell’aprile del 1738 Lorenz Christoph Mizler, già allievo del compositore, «annuncia la fondazione della Società delle scienze musicali, in cui Bach entrerà nel 1747, quale quattordicesimo membro, Telemann era stato il sesto, Händel l’undicesimo» (Dentler 2000, p. 28). Ultimo sarà Leopold Mozart, padre di Wolfang, nel 1755, entrando quando ormai la Società si era di fatto sciolta. Il fine principale di questa società era restituire alla musica «l’antica maestà», la sua capacità di migliorare i costumi e purificare le passioni, e soprattutto la dignità di una scienza, in un’epoca in cui essa sembrava scivolare verso l’intrattenimento salottiero: «la musica è una scienza» scrive Mizler nella sua tesi di laurea, Dissertatio quod musica ars sit pars eruditionis phiolosophicae (Bach fu uno dei dedicatari della tesi), sostenendo che essa fosse parte integrante della filosofia, e nella sua rivista “Musikalische Bibliothek” riporta la definizione leibniziana di musica: «La musica è un’aritmetica occulta dello spirito, ignara del proprio numerare». E ancora: «La conoscenza matematica dei suoni dà al compositore una grande luce» (Dentler 2000, p. 37). Quest’ultima frase è particolarmente interessante, su come cioè le conoscenze matematiche possano illuminare l’ispirazione di un compositore. E proprio Mizler fu il primo docente universitario a tenere lezioni sulla musica a Lipsia, dopo una pausa di 150 anni.
Tutto ciò ci fa
riflettere dunque e forse comprendere l’importanza che Bach dava allo “scrivere
delle note”, che non servivano semplicemente a dilettare per qualche ora un
gruppo di persone in un salotto o nell’ampio salone di una famiglia dell’alta
aristocrazia. Probabilmente questa sua visione, questa serietà e spiritualità
dell’atto creativo contribuiscono a farci capire perché la musica di Bach
appaia così “necessaria”, perché ogni sua nota sembri al posto giusto, che sia esattamente
là dove si trova per intima e al tempo stesso superiore necessità. Nessun atto
gratuito, nessuna casualità, ma dei gesti così scolpiti nella roccia più intima
del proprio animo, tali da mantenere la stessa forza dopo duecentosettant’anni
dalla morte.
3. Bach era
considerato dai suoi contemporanei un conservatore, e in fondo fino a pochi
decenni fa il suo essere un innovatore non era certo annoverato trai suoi
pregi. Tuttavia nel tempo la nostra opinione è radicalmente mutata, basti citare
il giudizio espresso, ad esempio, da un musicologo tedesco come Martin Zenck
che sostiene che Bach «costruisce il futuro»
(Zenck 1985, p. 29). Egli infatti rinnova profondamente tutte le forme alle
quali lavora, come la fuga, le variazioni, il concerto. Per questa ragione
parleremo tra poco delle Variazioni
Goldberg, con le quali egli dette un impulso decisivo alla strada maestra
del pensiero musicale dei paesi di lingua germanica: l’elaborazione
motivico-tematica, che sarebbe poi stata la caratteristica linguistica
principale dei grandi del classicismo viennese, come Haydn e Beethoven.
4. La musica di
Bach, e questo è ciò che è più difficile da mostrare e dimostrare se non,
empiricamente, dall’evidenza pura e semplice dell’ascolto, è dotata di una
grazia, eleganza, musicalità del tutto speciali. Ascoltiamo ad esempio il Tema
delle Variazioni Goldberg, l’Aria
d’apertura. Bach utilizza una successione di accordi molto comune nel Barocco,
e già usata per delle variazioni, solo per fare due nomi importanti, da Henri
Purcell e Georg Friedrich Händel. Il basso scende di grado, lentamente, una
nota per battuta, e compie un giro che riporta infine alla nota di partenza, la
tonica, vale a dire la nota più importante della scala. Quindi il giro armonico
non è particolarmente originale, al contrario, è già stato utilizzato
molteplici volte in precedenza. Ma uno degli aspetti della forza del genio di
Bach sta proprio nel prendere oggetti quotidiani, semplici, immediatamente
riconoscibili e memorizzabili, e donare loro una grazia inaspettata. Su questo
giro armonico costruisce infatti una melodia celestiale, inconfondibile e
indimenticabile. Tra le migliaia di soluzioni possibili su quelle armonie,
all’interno del linguaggio barocco, sceglie proprio quelle note. A volte solo
piccole differenze distinguono una melodia dall’altra, ma piccole differenze
che fanno una grande differenza, abissale diremmo. L’indugiare un po’ più a
lungo su di una nota, ad esempio, o il ripetere dei piccoli frammenti con senso
perfetto delle proporzioni e della simmetria. Basta così poco a volte per
tracciare il confine tra mediocrità e genio, tra banalità e sublime. Ed è
innegabile che ci sia sempre una grande simmetria in tutto quello che Bach
costruisce, ma al tempo stesso libertà e fantasia. Niente di rigido, meccanico.
L’incontro col mondo dei numeri e della matematica crea una relazione felice in
cui la musica è sempre Signora e mai ancella o addirittura schiava. L’Aria
delle Goldberg ne è una magnifica
dimostrazione. E qui l’analisi si deve fermare, perché non c’è modo di spiegare
oltre il perché di certe qualità.
Il cervello di un musicista riconosce la grazia e la bellezza, la
celestialità e l’originalità, senza incertezza alcuna, eppure riesce difficile
razionalmente spiegare il perché certi temi di Bach siano così unici. È come se
ci fosse una qualità misteriosa nella musica, come se il compositore riuscisse
a infondere nei suoni, in questi simboli invisibili, ma assolutamente concreti,
parte del suo animo, la sua essenza spirituale profonda che chi ascolta coglie.
E questo contenuto non è alterabile, mentire è impossibile. Attraverso questa
architettura astratta viene fuori esattamente ciò che siamo, il nostro animo,
la nostra visione del mondo e delle cose. La musica di Bach comunica la visione
di un mondo perfettamente armonioso, dove tutte le tensioni, imperfezioni e
difetti sono comunque risolti ad un livello superiore. L’universo, governato da
un Dio grande e giusto, è lo specchio di un’armonia celeste, e non c’è istante
nella musica di Bach che questa armonia universale non si colga. Nell’ascolto l’anima
sembra ritrovare la propria «Immagine originale, il suo vero volto, il volto
che è il suo» (Corbin 2011, p. 139), che fu creato prima ancora di nascere e
mai potrà mutare.
Dei cinquantatré Bach musicisti che lo hanno preceduto, Johann Sebastian è l’unico a toccare queste vette. I suoi tre figli saranno degli ottimi musicisti, ma certo non paragonabili al padre. E a parte loro quattro, né prima né dopo ci sarà niente di lontanamente simile in tutta la loro stirpe.
Frau
Musica
È abitudine assai comune in Italia
lamentarsi di come la musica sia poco considerata nel nostro paese. Assente dai
programmi delle scuole superiori (tranne che nei Licei musicali, naturalmente),
è ritenuta da molti un semplice passatempo (spesso troppo costoso ed
impegnativo), mentre nei paesi dell’Europa del nord ed in particolare in
Germania, gode di ben altra considerazione, essendo il fare e l’ascoltare
musica intimamente percepiti come attività nobili e indispensabili tanto alla
pratica religiosa quanto alla stessa vita sociale.
Forse, se potessimo tornare indietro
nel tempo e trovarci in una delle aule di una tipica scuola Latina della
Turingia tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, potremmo comprendere
meglio il perché di questa differenza. Questa vasta e boscosa regione che gli
avi di Bach – il più stupefacente clan
della storia musicale come lo definisce Alberto Basso - avevano scelto come loro dimora (regione
natale anche di Händel, Goethe, Schumann, Schiller e Wagner), e nella cui
Eisenach Bach nacque il 21 marzo del 1685 «aveva goduto e ancora godeva, ai
tempi di Bach, di un privilegiato clima religioso», permeato dell’inclinazione
«tutta luterana alla meditazione, ad un efficace misticismo» (Basso 1981, p.
173).
Nel sistema scolastico luterano
Musica e Teologia rappresentavano quasi la metà del piano di studi, affidate ad
un maestro unico, mentre i tre pilastri scolastici usuali – leggere, scrivere e
far di conto – erano relegati solo al terzo posto, insieme a fisica, latino,
greco e storia. Questo fu il programma che Bach a dieci anni si trovò a seguire
a Ohrdruf (una quarantina di chilometri da Eisenach), dove si trasferì dopo la
morte dei genitori, per vivere con lo zio Johann Christoph. Era il 1690 e
Lutero era morto da poco meno di centocinquanta anni.
Nei suoi Discorsi a tavola, di cui Bach possedette almeno una copia, Lutero
scriveva che la musica è un dono cospicuo di Dio e prossimo per importanza alla
teologia e che ai giovani doveva essere insegnata quest’arte perché rende le
persone migliori e più abili. «Nella sua famosa poesia Frau Musica, Lutero aveva personificato la musica come una signora
che dà a Dio più gioia ed allegria di tutti i piaceri della terra» (Gardiner
2015, p. 53). Lutero aveva intuito che la musica costituisce non solo uno
straordinario strumento di apprendimento – attraverso il canto come metodo più
veloce e sicuro di memorizzazione («un maestro di scuola deve saper cantare,
altrimenti non lo riconosco come tale») ma anche e soprattutto uno strumento
potente per formare dei buoni cristiani e dei buoni cittadini.
Bibliografia
A. Basso, Frau
Musica. La vita e le opere di J. S.
Bach, vol. I e II, EDT, Torino 1979
e 1983.
J. E. Gardiner, La
musica nel castello del cielo. Un ritratto di Johann Sebastian Bach [2013], Einaudi, Torino 2015.
G. Israel, I mondi
infiniti dell’armonia, dal «Corriere della sera» del 3 settembre 2008.
venerdì 9 ottobre 2026
Avvelenata, ma non troppo - Darmstadt est mort
Su You Tube - Bludicaos feat. Chiara Patronella
https://www.youtube.com/watch?v=mFzcutugTOU
Probabilmente è la prima volta che faccio veramente il "cantautore" con un testo lungo che è un chiarissimo omaggio a Francesco Guccini e alla sua scomparsa.
Il testo della mia garbata Avvelenata, ma non troppo è dedicato invece ad un certo tipo di musica contemporanea e all'arte tutta del Novecento, quando diviene totalmente ermetica e autoreferenziale, anche agli addetti ai lavori.
Così come il verso: "Ma se cultura è partecipazione" è un omaggio alla canzone di Giorgio Gaber Libertà, del 1972.
"La libertà non è star sopra un albero / non è neanche il volo di un moscone / la libertà non è uno spazio libero / libertà è partecipazione".
"Darmstadt est mort" parafrasa invece il celebre articolo/saggio di Pierre Boulez, scritto all'età di ventisette anni in occasione della morte del compositore Arnold Schoenberg, "Schoenberg est mort!". Un triste capitolo della storia della musica degli ultimi cento anni, in cui un giovane compositore ambizioso e particolarmente aggressivo sosteneva, cosa che non gli sarà mai perdonata dalla vedova, che il padre della Dodecafonia non fosse morto solo fisicamente, ma anche spiritualmente, perché la sua rivoluzione si era fermata troppo presto ed era ormai completamente superata da una nuova generazione di compositori rampanti e radicalmente innovativi. E ciò nonostante l'enorme debito che Boulez avesse senza dubbio nei suoi confronti.
Tuttavia, in realtà, l'Avvelenata, ma non troppo, non è dedicata specificamente a Boulez, ma ad un certo tipo di compositore, ad una certa scuola nel suo insieme, nei suoi caratteri generali, e solo in quei momenti in cui diventa totalmente autoreferenziale, arrogante, aggressiva, eccessivamente intellettualistica al punto da essere paradossale (**). Probabilmente tutti noi compositori contemporanei, dal dopo guerra ad oggi, abbiamo avuto atteggiamenti simili e possiamo riconoscerci, me compreso, nelle cose che io voglio criticare.
Tutto ciò che dico attraverso i versi di questa canzone, avrei potuto scriverlo in un saggio, perchè riassumono cose sulle quali rifletto da molti anni e ogni parola è stata pensata con cura e rimanda a riflessioni profonde.
Tuttavia, lo stile di una canzone è naturalmente diverso da quello di un saggio. Si può sostenere il bianco e il nero allo stesso tempo, oppure dire non solo cose che si pensano ma anche cose che pensano altri. Qui vengono portati alla luce pensieri condivisi da molti e nei confronti dei quali io non sono sempre d'accordo al 100 per cento.
Nella foto: Francesco Guccini e Giorgio Gaber
Nel lungo testo, inoltre, descrivo tra le righe, la parabola esemplare di Boulez che da rivoluzionario, diviene poi ghigliottinatore come Robespierre e infine Imperatore (sua Maestà), come Napoleone, ricalcando la sua storia nazionale alla lettera.
Avvelenata, ma non troppo – Darmstad est mort!
Confesso che per
anni ho creduto
di sapere la vera
musica qual è
e spiegavo a ogni
sprovveduto
di tanta
complessità il perché
Ma se cultura è
partecipazione
non sarà l'arte un
po’ condivisione
l'incontro del
sublime col profano
il dialogo del
banale con l'arcano
Così a poco a
poco son cambiato
e di certezze non ne son rimaste
tant'è che infine
ho legittimato
le mie
inclinazioni più nascoste (1)
Pensare a quanti
anni son passati
a studiare, a
cercare di capire
di Darmstadt (2) gli
aneddoti cifrati
che il cuore si
rifiutan di rapire
Ma non ho mai perso
la voglia di
cercar la verità
e per questo mi
rivolgo adesso
direttamente a sua
maestà
Egregio Maestro
Pierre te ne sei andato
un giorno di
ottant'anni fa (3)
con la tua
avanguardia sei partito
e ci hai lasciati
soli qua
Cominciaste con
la rivoluzione
e il sogno della
Musique Moderne
Come sempre finì
in Restaurazione
e la nascita di un
nuovo Komintern
Come un padre che
se ne va lontano
e che a casa manda
solo degli enigmi
per anni abbiamo
atteso invano
di comprendere un
poco i tuoi aforismi
Nella nostra vita non sei stato tu
A dar voce ai
sogni, alle paure,
e a donarci le
chiavi per scoprire
il mondo
Senza dubbio sono ancor convinto
che la grande musica
dovrebbe
essere un viaggio,
un’avventura, una scoperta
un andare verso
destinazione incerta
Ahi Maestro Pierre, sempre impegnato
a inseguir le armonie
dell'universo
ma tra i numeri complessi
del creato
mi sembra che alla fine
ti sia perso
Ma
avanguardia non era andare avanti
per poi tornare indietro
a riferire
voi partiste con l'idea
di andar distanti
senza voglia alcuna di
tornare
Come
se i messi di Napoleone
inviati per cercare
Wellington
fossero finiti oltre le
lune di Plutone
a disquisir di leggi di
Bon Ton
Giorno
dopo giorno
a crescere con noi non
c'eri tu
ma Mamma Cultura Popolare
fatta di dischi, cinema e
tv
Ma
sì che c’hai ragione caro Pierre
A intender l’arte ci vuol
preparazione
ma son trent’anni che mi
ci arrovello
e il tuo Marteau (4) resta un
indovinello
Perciò
Pierre mio questo tuo Serialismo
Più che di scoperta ha
l’aria d’onanismo
O forse andrebbe meglio
la tua arte
Un giorno per i popoli di Marte
Così mio caro Pierre il Robespierre
Fattene ti prego una
ragione
Se la musica sarà un po’
più légère
E ce ne fregheremo della
tua rivoluzione
(**) Si pensi all'equivoco Babbit e al titolo posticcio (aggiunto dal suo editore) del suo articolo "A chi importa se tu ascolti?" Per quanto Milton Babbit non sembra aver mai pronunciato o scritto quelle parole, il senso di quel titolo permea tutta una generazione di compositori: "L'importante è la struttura, non il risultato sonoro".
(1) Mi riferisco proprio al fatto di aver accettato la mia anima di song writer
(2) (3) I celebri Darmstaedter Ferienkurse che hanno visto la partecipazione dei più celebri compositori del secondo dopo guerra, come Berio, Nono, Boulez appunto, Stockhausen e tanti altri. Tali corsi sono iniziati proprio ottant'anni fa, nel 1946.
(4) Le Marteau sans Maitre, celebre lavoro di Boulez del 1954.
(5) Onanismo, dal personaggio biblico Onan in riferimento al suo peccato. Un modo colto per dire "pugnette" o meglio, masturbazione.
Nella foto: Chiara Patronella e Bludicaos
domenica 4 ottobre 2026
Cose da poco - Four walls di John Cage e l’estetica del poco e del semplice (E A little bird is flying)
Nei due anni passati in California presso il Mills College di Oakland, San Francisco (1991-1993) ci sono state molteplici esperienze determinanti nel mio percorso di formazione musicale.
Sono
arrivato negli Stati Uniti che fondamentalmente avevo un’idea ben chiara di
cosa fosse la musica e dove dovesse andare.
Poi tutto fu sconvolto e rivoluzionato.
Il primo
incontro con Lou Harrison e il suo pentatonismo diatonico fiabesco mi lasciò esterrefatto.
Come si
poteva scrivere in quel modo nel 1991?
Poi ci
furono i corsi di David Bernstein di Analisi e Pitch Class Set Theory. A questi
corsi devo l’acquisizione di una padronanza del linguaggio atonale profonda, e
un amore del tutto speciale per quel repertorio.
Dall’altro
lato però, devo sempre a questi corsi la scoperta di altri mondi e il
riconoscimento di un posto di tutto rispetto nell’era contemporanea dell’estetica
del semplice, del poco, della leggerezza in fondo.
Un brano mi colpì molto e rappresentò la riscoperta di un autore che avevo fino ad allora odiato: Four walls di John Cage. Un brano per la verità del tutto unico nella sua produzione e appartenente ad una prima fase che Cage avrebbe poi del tutto abbandonato, e che rappresenta la prima collaborazione col ballerino e coreografo Merce Cunningham.
Tuttavia
quel brano esiste, è.
Ascoltate
Act I Scene II con quei semplici accordi che appaiono dal nulla e poi si
fermano. Silenzio. E poi riprendono esattamente da dove erano rimasti, senza
direzione, senza volontà di dominio e funzione. Perduti, smarriti, una sintassi
dell’oblio e della vertigine.
Per me fu
l’inizio di un lungo sentiero.
Affascinato da quel brano composi poco dopo un Trio, Cose da poco, fatto della stessa fragilità e pochezza. Se ricordo bene, riuscii ad arrivare ultimo a un concorso di quegli anni con quel pezzo!
Canzoni
come A little bird is flying, appena pubblicata su You Tube, ne sono in fondo ancora un frutto evidente,
anche se a distanza di tanti anni (35).
E questo lungo
e lento cammino è dedicata anche la mia Avvelenata, ma non troppo (Darmstadt
est mort) che uscirà prossimamente su You Tube.
Johann Sebastian Bach - II parte
"La severa morale protestante, improntata all'autodisciplina e al lavoro come strumento di elevazione e riscatto dal peccato, lascia un'impronta profonda non solo nelle forme e nei luoghi (chiesa e casa), ma anche nell'approccio metodologico al fare musica". Irene Marone (1)
Il termine fuga
Lunga e complessa è la storia della
nascita della polifonia, all’interno della quale compare, tra il XIV e XV
secolo il termine fuga. L’abitudine di cantare a più voci, che si riscontra nella
tradizione musicale di molte parti del mondo, acquista nella società
occidentale, in maniera particolare poi con l’avvento della scrittura (intorno
al X secolo), un ruolo predominante e del tutto unico. Se la pratica
estemporanea e di tradizione orale, si limita infatti a pochi momenti in cui
una melodia si diffonde e si divide, differenziandosi tra le varie voci, come
un raggio di luce in un prisma, la scrittura permette una proliferazione e
soprattutto un controllo di questa pratica che si chiama polifonia, vale a dire più suoni nello stesso momento. Anzi, per
essere precisi, più linee melodiche contemporaneamente.
A quanto risulta il termine ‘fuga’ appare
per la prima volta in un trattato del 1331, nello Speculum musicae di Jacques de Liège, per indicare un certo tipo di
polifonia, quella ‘a canone’, vale a dire quella in cui due voci si imitano
rigorosamente. E in questo stretto legame con il principio dell’imitazione il
termine fuga andrà imponendosi e si
troverà, ad esempio, più di un secolo più tardi, menzionato nel Musica practica di Bartolomeo Ramos de
Pareja (Bologna, 1482), un significato che manterrà, tra i tanti, ancora nel
Seicento.
Ma se è innegabile che il termine fuga si intrecci indissolubilmente all’idea di una tecnica compositiva a più voci ed imitativa, ed è vero che accompagni e guidi lo sviluppo di una musica puramente strumentale fino alla sua piena e totale emancipazione, laddove la polifonia era nata in simbiosi con la parola, è altrettanto vero che tale termine, nel corso della sua lunga storia, non si sia mai legato ad alcuna idea formale precisa, rimanendo un procedimento aperto e potenzialmente adattabile ad infinite soluzioni diverse. Nel Settecento mantiene questa anima multiforme, nella quale risiede probabilmente la sua essenza, quella di essere una forma senza forma, un qualcosa di perfettamente riconoscibile e al tempo stesso di perpetuamente cangiante, esattamente come la perla scaramazza, una perla, si era detto, con forma a fantasia. Ed esattamente così che Bach la considera e la tratta. Tanto è vero che quando alla fine dell’Ottocento proliferarono manuali e trattati e si cercò di descriverne la forma per l’insegnamento, ci fu chi lo criticò, sostenendo che non poteva essere preso a modello, perché ogni sua fuga era diversa dalle altre e addirittura chi scrisse che tra le 48 fughe dei due volumi del Clavicembalo ben temperato non ve ne fosse nemmeno una corretta (!). Ma per fortuna ci furono anche didatti e teorici illuminati come Ebenezer Prout, che nel suo Trattato scrisse che le fughe di Bach sono le migliori in assoluto e che «qualunque cosa faccia Bach sistematicamente, e non solo eccezionalmente, è la cosa giusta da fare per lo studente» (Prout 1891, pp. iii-iv).
Una
sfida non facile
Abbiamo dedicato il primo di questa
serie di articoli (dicembre 2019) ad alcune premesse indispensabili per
avvicinarci alla musica di Johann Sebastian Bach: abbiamo investigato l’origine
del termine Barocco, parlando della perla
scaramazza o barocca, una perla
non lavorata e dalla forma a fantasia, e di come questo termine, coniato per le
arti plastiche e figurative, sia passato in seguito anche alla musica, non
senza qualche forzatura e imprecisione; abbiamo cominciato poi a descrivere a
grandi linee la visione estetica e formale del Barocco musicale, concentrandoci
infine sulla fuga, tra i tanti tipi
di composizioni nei quali Bach si cimentò, forse il più celebre, il più
complesso ed il più misterioso, preparando così il terreno ad un’analisi
attenta, alla quale ci dedicheremo in questa seconda parte, affinché sia la
musica stessa di Bach a svelarci in
primis i suoi segreti.
Premettiamo che forse non sarà facilissimo
seguire questo ascolto guidato perché oggi non siamo più abituati ad ascoltare
la musica strumentale. Siamo circondati continuamente da molti generi musicali
differenti, ma nella maggior parte dei casi sono generi vocali: la nostra mente
perciò si sofferma essenzialmente sulle parole, anche se sono in un'altra
lingua, e non presta tanta attenzione alla melodia in sé e alle sue
caratteristiche. Tanto meno agli accordi, agli strumenti usati e ad altri
aspetti ‘apparentemente’ tecnici, ma ai quali anche un non professionista potrebbe
prestare attenzione, se solo avesse una consuetudine all’ascolto. Sia ben
chiaro, queste informazioni il nostro
cervello le registra, e per questa ragione provocano nell’ascoltatore una
risposta emotiva, ma generalmente non vengono percepite con consapevolezza, si sentono senza che si ascoltino veramente.
La grande fioritura della musica strumentale, avvenuta proprio col Barocco (il
quale sancì anche la nascita dell’opera lirica, come abbiamo visto con
Monteverdi, comportò invece la
crescita di un pubblico che poco a poco imparò a concentrarsi solo e soltanto sulla
musica, affinando le sue capacità di prestare attenzione a tutti i suoi
aspetti: melodia, armonia, ritmo e timbro. Imparò cioè a saper seguire una
narrazione musicale, così come si segue la storia di un libro. L’acquisizione
di queste facoltà è davvero l’unico requisito indispensabile per capire la
musica classica. Non è tanto necessario conoscere le regole di sintassi e di
grammatica, bisogna bensì imparare ad ascoltare, a concentrarsi su quello che
si ascolta e memorizzarlo. E per questa ragione, a volte, si trovano degli
appassionati che hanno una comprensione migliore della musica di alcuni
professionisti. Perché essi ascoltano di solito tanto e con grande entusiasmo, e
soprattutto con orecchie libere da filtri concettuali, prestando attenzione
alla musica e basta. Questo li porta a sviluppare negli anni una capacità del
tutto particolare di capire il senso della narrazione musicale, al di là degli
aspetti tecnici e delle ‘regole’. E questa è in fondo la scommessa di questa
rubrica, di contribuire cioè alla formazione di un pubblico di appassionati che
sappiano ascoltare con attenzione e capire intimamente la musica classica,
anche senza aver studiato.
Proprio per questo motivo, nonostante
tutte le difficoltà che potremo incontrare, abbiamo pensato che fosse necessario
condurvi per mano verso una prima analisi della musica di Bach, cercando naturalmente
di mantenere sempre la maggiore chiarezza e semplicità possibili. Nel primo
articolo consigliammo in particolare l’ascolto di tre fughe, tutte tratte dal
primo volume del Clavicembalo ben
temperato (1722). Dopo una breve
premessa su questa raccolta, cominceremo ad analizzarne attentamente due.
Il Clavicembalo ben temperato
Uno straordinario e affascinante
monumento al razionalismo e alla musica
disciplina, definisce Alberto Basso questa raccolta di 24 Preludi e fughe
in tutte le tonalità maggiori e minori,
scritta «per utilità e uso della gioventù musicale avida di apprendere, e anche
a ricreazione di coloro che sono già provetti in questo studio (Basso 1981, p.
657). Un’opera fondamentale, tanto è vero che ancora oggi, dopo trecento anni, viene
utilizzata da chi studia uno strumento a tastiera, ed è inserita tra i testi
obbligatori nei programmi dei Conservatori di musica.
La raccolta fu composta nel 1722, quando
Bach, trentasettenne, prestava servizio a Köthen, presso la corte del principe
Leopoldo. Rimasto da poco vedovo (nel 1720) di Maria Barbara Bach (cugina di
secondo grado e figlia di Johann Michael Bach), madre dei suoi primi sette
figli, si era risposato l’anno seguente con Anna Magdalena Wilcke. A Köthen
Bach rimase sei anni, dal 1717 fino al 1723, e qui ebbe modo di comporre molta
musica strumentale, come le sei Suite per
violoncello solo, le sei Sonate e
partite per violino solo, i Concerti
violino, e molta musica per clavicembalo, soprattutto con finalità
pedagogiche, tra cui appunto il Clavicembalo
ben temperato. Il principe Leopoldo infatti era di fede calvinista e non
accettava una musica liturgica eccessivamente elaborata. Per questa ragione
Bach si dedicò molto meno alla musica liturgica e alle Cantate, che avevano
occupato buona parte del suo lavoro negli impieghi precedenti. Quando il
principe Leopoldo si sposò, il suo interesse per la musica diminuì notevolmente,
essendo la principessa, secondo la definizione di Bach stesso «amusa», vale a
dire totalmente disinteressata alle cose musicali. Era tempo ormai per Bach di
cercarsi un altro posto di lavoro. Dopo il primo impiego, a diciotto anni, a
Weimar come ‘supplente’ organista, durato sei mesi (1703), dopo Arnstadt e poi
di nuovo Weimar, e dopo Köthen, la sua nuova ricerca lo avrebbe portato a
Lipsia, dove sarebbe rimasto fino alla morte, avvenuta nel 1750.
La raccolta ebbe presto una grande diffusione,
pur senza un’edizione a stampa (che arrivò solo nel 1801), grazie soprattutto
ai figli di Bach e formò intere generazioni di musicisti, primo fra tutti
Beethoven, ma fu nel corso dell’Ottocento, col Romanticismo, che conobbe un
incredibile successo: ben 27 sono le edizioni documentate tra la prima edizione
a stampa del 1801 e il 1852! Das
Wohltemperierte Klavier, nel titolo originale, unisce l’aspetto ricreativo a
quello di studio e di severa applicazione, in un binomio ed una sintesi
inscindibili: il primo si ritrova nei preludi dal carattere spesso
virtuosistico ed improvvisativo, il secondo nelle fughe, composizioni
caratterizzate da un grande rigore costruttivo. Ma la vera novità di questa
raccolta, oltre al fatto di contenere composizioni in tutte le tonalità
maggiori e minori sta, da una parte, nell’aver individuato nella fuga il
principio compositivo più complesso ed elevato per un musicista, un principio
razionale adottato ‘devozionalmente’ da chi riteneva la musica essere una
scienza e, dall’altra, nell’essere stato capace di dare alla fuga una valenza
espressiva nuova e per molti versi inedita. Forse proprio la conquista della
dimensione espressiva, del suo inglobare lo stylus
phantasticus del preludio, è la ragione del perché quest’opera ha saputo
parlare alle numerosissime generazioni seguenti, e lo fa ancora. La miracolosa
unione di principi razionali ed affettivi, la nobiltà, la musicalità e la pregnanza
delle idee musicali che fioriscono in una struttura solida e limpidamente
razionale, ne costituiscono la vera essenza ed originalità. Bach esplora e
rinnova un genere in fondo antico, portandolo al massimo livello, con la sua
straordinaria capacità di riflessione, di pensare con la musica, ma lo fa come
se la mente e il cuore fossero un unico organo indivisibile, sperimentando
decine di soluzioni formali diverse, donando a ciascuna fuga un profilo del
tutto individuale ed indimenticabile, e così possiamo parlare di fuga patetica
e fuga in stile di danza, fuga ricercare e fuga mottetto, fuga concertante e
fuga pura, concetti che chiariremo meglio più avanti. Forse è questa la ragione
per la quale il matematico Giorgio Israel (Israel 2008), già citato nel primo
articolo, sostenendo che la vera essenza della musica va ben oltre le strutture
matematiche su cui è basata e la sua capacità di divertirci e dare piacere, ma
risiede nell’esplorare l' infinità degli stati psichici
e la complessità della vita interiore, ha scritto: «Colui che più di
chiunque altro ha piegato la sua conoscenza ineguagliata della scienza musicale
a questo fine profondamente umano è stato Johann Sebastian Bach. Non a caso
sono stati i musicisti romantici a comprenderne appieno la grandezza».
Altrettanto importante è la ragione
del titolo, Clavicembalo ben temperato,
vale a dire accordato secondo i principi del temperamento equabile. Il
temperamento indica un particolare tipo di accordatura degli strumenti,
comparso in Europa probabilmente già alla fine del Cinquecento (forse arrivato
dalla Cina attraverso i Gesuiti), ma che si diffuse molto gradualmente, dapprima
affiancandosi ad altri sistemi come quello pitagorico e quello ’naturale’ o
zarliniano. Teorizzato compiutamente dall’organista tedesco Andreas
Werckmeister nel 1691, si impose infine
solo all’inizio del Settecento. Bach, con la sua raccolta, prese una posizione
netta a favore di questa accordatura, dando il suo sigillo ad una strada che di
lì a poco sarebbe diventata pressoché l’unica percorsa dai musicisti europei,
ad eccezione dalla musica popolare, che mantenne altre accordature.
Cerchiamo di spiegare meglio di cosa
si tratta. Le note che troviamo già ‘pronte’ sulla tastiera di un pianoforte
sono in realtà frutto di una scelta molto precisa e di lunghe e travagliate
diatribe teoriche, che risalgono addirittura al tempo dei Greci e di Pitagora.
Tra un tasto bianco e l’altro non esiste infatti soltanto il tasto nero che li
divide, ma una grandissima quantità di suoni intermedi, con distanze molto più
piccole del semitono, e che altre civiltà musicali come quella dell’India,
utilizzano. Le note del pianoforte sono in
fondo come i colori di una scatola di tempere o di acquerelli: bianco, nero,
giallo, arancione, rosso, viola, blu, indaco, verde, marrone e grigio. Ma
sappiamo benissimo che infinite invece sono le gradazioni di ciascun colore. Ad
esempio, soltanto di rosso ne esistono almeno una decina nei set professionali,
che vanno dal rosso cadmio al rubino, dal carminio allo scarlatto, dal lacca di
geranio all’angelico, dal porpora all’amaranto. Quindi, selezionando solo un
numero limitato di colori, vengono scelte alcune gradazioni specifiche, che
rappresentano tutte le altre. Nel tempo è stato scelto quel tipo esatto di rosso
per inserirlo poi nella scatola di colori. Ecco, la differenza tra la scala
pitagorica, quella zarliniana e quella temperata, sta proprio nel tipo di
gradazioni che ciascuna accordatura sceglie, a partire da una nota di base. Scelta
una nota di partenza, l’esatta altezza di quelle seguenti è frutto dunque di
scelte precise e di calcoli complessi e questo ha portato nella storia della
musica a soluzioni molto diverse. La scala pitagorica restò in uso almeno fino
al XVI secolo, ma con la diffusione degli strumenti a tastiera come l’organo e
il clavicembalo, strumenti cioè con note fisse che gli esecutori non potevano
modificare, e con l’andare verso un linguaggio sempre più complesso e ricco di
alterazioni (vale a dire di diesis e bemolli) cominciò a non essere più adatta
e a creare infiniti problemi. Per suonare 24 preludi e fughe in altrettante
tonalità diverse, ad esempio, con la scala pitagorica o zarliniana, sarebbe
stato necessario riaccordare per ben 24 volte il clavicembalo! L’accordatura
temperata invece, dividendo l’ottava in dodici parti uguali, garantiva l’uso di
tutte le note senza problemi sulle tastiere e gli strumenti ad intonazione
fissa, nonostante si allontanasse dall’intonazione ‘naturale’ e venisse così a
creare non pochi problemi alla voce e soprattutto ad alcuni strumenti come gli
ottoni.
Bibliografia
M. Baroni, E. Fubini, P. Petazzi, G. Vinay, Storia della musica, Einaudi, Torino
1995.
A. Basso, Frau
Musica. La vita e le opere di J. S.
Bach, vol. I e II, EDT, Torino 1979
e 1983.
J. Blacking, La
biologia del fare musica, in T. Magrini (a cura di), Universi sonori – Introduzione all’etnomusicologia, Einaudi, Torino
2002.
J. E. Gardiner, La
musica nel castello del cielo. Un ritratto di Johann Sebastian Bach [2013], Einaudi, Torino 2015.
D. J. Grout, Storia
della musica in occidente [1960], Feltrinelli, Milano 1984.
C. Gianturco, Barocco,
in DEUMM, Dizionario Enciclopedico della musica e dei Musicisti, Il lessico,
vol. I, Utet, Torino 1983.
G. Israel, I mondi infiniti dell’armonia, dal «Corriere della sera» del 3 settembre 2008.
A. Mann, Lo studio della fuga, Astrolabio, Roma 2012.
Prout, Fugue,
Augener&Co, London 1891 (reperibile in rete, in lingua originale).
G. Turchi, Fuga (I), in DEUMM, Dizionario Enciclopedico della
musica e dei Musicisti, Il lessico, vol. II, Utet, Torino 1983.
(1) https://www.baroque.it/arte-barocca/musica-barocca/il-clavicembalo-ben-temperato-e-la-trattatistica-musicale-in-germania.html
lunedì 28 settembre 2026
Johann Sebastian Bach - Introduzione
Scrive Goethe che la musica di Bach è
«un colloquio di Dio con se stesso, poco prima della creazione».
«La statura del Bach compositore è sconcertante e, sotto molti punti di vista, non è comparabile ai normali risultati dell’attività umana», scrive John Eliot Gardiner nel suo recente La musica nel castello del cielo – Un ritratto di Johann Sebastian Bach (Gardiner 2015, p. 4).
Gardiner, direttore d’orchestra di
grandissima fama, ha non solo eseguito ma anche inciso tutte le principali
opere sacre di Bach nel corso della sua lunghissima carriera. Per questo motivo
la sua affermazione colpisce ancora di più, in quanto punto di arrivo di una
riflessione durata una vita e supportata da una conoscenza profonda dell’opera del
compositore, dal contatto con l’espressione concreta del suo pensiero e della
sua ispirazione. Ma evidentemente non è il solo a nutrire questa ammirazione
sconfinata. Basterà citare a questo proposito alcuni celebri aforismi, come
quelli del filosofo e saggista rumeno Emil Cioran: «dopo la Messa in Si minore,
Dio deve esistere», oppure il bellissimo: «Se c’è qualcuno che deve tutto a
Bach, questi è proprio Dio». E così definì Bach e la sua musica Goethe: «Un
colloquio di Dio con se stesso, poco prima della creazione».
È naturale perciò chiedersi il perché
di questa sconfinata ammirazione e adorazione da parte tanto di musicisti
professionisti, quanto di semplici appassionati, una curiosità che ci spinge
inevitabilmente ad approfondire la conoscenza di questo grandissimo genio,
portando avanti al tempo stesso il nostro viaggio attraverso il linguaggio
della musica. E cominceremo non dai dati biografici, ma dalla musica stessa,
raccogliendo una sfida: cercare di spiegare a tutti cosa sia un fuga, tra i tanti tipi di composizioni
nei quali Bach si cimentò, forse il più celebre, il più complesso ed il più
misterioso. Prima, però, solo un paio di premesse.
Il
Barocco musicale
La perla scaramazza o perla barocca è
una perla non lavorata che non possiede quindi alcuna delle forme tradizionali
che vengono date abitualmente alle perle, come quella sferica, quella ovale, a
bottone o a goccia, ma una forma irregolare. Viene definita quindi con forma a fantasia.
È con tutta probabilità questa
l’origine del termine francese baroque
derivato a sua volta da quello spagnolo e portoghese barroco e berruecca (a sua volta probabilmente derivato dal latino verruca, escrescenza), che si diffuse
tra i trattatisti dell’età neoclassica con un’accezione decisamente negativa
come definizione dell’arte del XVII secolo. Non si può escludere però neanche
la derivazione da baroco, nome
scolastico di un particolare sillogismo. Già nel corso del XVI secolo tale
termine definiva un ragionamento pedante e bizzarro e forse cominciò a
diffondersi per indicare una nuova visione estetica, di cui Roma era il centro
e il pontificato di Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, e la Controriforma
protestante, il suo principale riferimento storico.
Ma se chiarissime sono le
caratteristiche del Barocco e i suoi confini nel mondo dell’arte figurativa, un
po’ più difficile risulta stabilire un parallelismo con la storia della musica,
nella quale questo termine ha fatto il suo ingresso piuttosto di recente[1], scalzando altre
definizioni come epoca del basso continuo
o dello stile concertato, e che comprende
un periodo molto ampio che va dalla fine del XVI secolo alla prima metà del
XVIII, un periodo durante il quale il linguaggio musicale si è andato via via trasformando,
pur mantenendo alcune caratteristiche di fondo. Per questa ragione alcuni
studiosi hanno proposto di suddividere a sua volta la musica barocca in tre
fasi distinte, primo Barocco, pieno Barocco e tardo Barocco. Ma «non sempre è riuscita totalmente convincente
l’impresa di stabilire con precisione quali siano i tratti stilistici
caratterizzanti tali fasi» (Baroni 1995, p.115), né quella di stabilire un
nesso tra la musica e le arti figurative di questo periodo.
Della musica barocca, più che una
suddivisione in tre periodi, sarà forse più utile sottolinearne la progressiva semplificazione
e sistematizzazione. Essa, infatti, se inizialmente si dimostrò molto libera e audace,
senza il timore di utilizzare sonorità nuove e dissonanti (come quelle di
Monteverdi stesso e di Frescobaldi ad esempio), gradualmente arrivò a generare
una lingua, diffusasi presto in tutta Europa, dalle regole ben chiare e
condivise, dalla sonorità fluida e levigata, in cui equilibrio, compostezza e
semplicità sembravano essere le parole chiave. Tutto il contrario di come
Jean-Jacques Rousseau l’aveva descritta nel suo Dictionnaire de musique nel 1768: «L'armonia è confusa,
sovraccarica di modulazioni e dissonanze, il canto duro e poco naturale,
l'intonazione difficile e il movimento forzato».
Inoltre, caratteristica evidente e
basilare di tutta la musica Barocca è l’aver posto l’armonia al centro del
pensiero musicale, vale a dire il governo attento e consapevole degli accordi, che
divengono vera struttura portante dell’intero edificio musicale, completando così
un processo che aveva cominciato a manifestarsi nel lontano Quattrocento con
alcuni compositori fiamminghi come Dufay, dalla spiccata sensibilità armonica e
verticale. Esemplare da questo punto di vista, per chiarire meglio quanto
stiamo dicendo, il caso di Claudio Monteverdi, del quale ci siamo occupati a lungo nel corso di due articoli[2]. Egli, grazie ad esempio
ai suoi nove libri di madrigali, e nell’arco di circa quarant’anni, ci mostra
l’evoluzione non soltanto di un genere ma di tutto un linguaggio musicale. A
partire infatti dal Quinto libro dei
madrigali, stampato a Venezia nel 1605, dopo averne padroneggiato la forma
tradizionale in quelli precedenti, spinge la forma del madrigale fuori dal Rinascimento,
traghettandola direttamente nella musica barocca. Si assiste, in queste
raccolte di brani vocali, al passaggio da una concezione ‘polifonica’, in cui
vengono utilizzate quattro o cinque voci, rigorosamente ‘a cappella’ (vale a
dire senza accompagnamento strumentale) e tutte di pari importanza ed evidenza,
ad una concezione monodica del canto, che giungerà a compimento nei Madrigali guerrieri e amorosi ben
trentatré anni dopo, nel 1638. La complessa trama polifonica si scioglie e le
altre voci fanno un passo indietro, diventando in un certo senso
‘accompagnamento’, a favore di una voce superiore che domina incontrastata,
mentre compaiono gli strumenti ed in particolare uno degli elementi chiave
dello stile Barocco: il basso continuo. Vale a dire che la voce grave non può
più essere considerata una voce come le altre che possa entrare ed uscire dal
tessuto musicale indifferentemente, ma un protagonista costante e necessario,
il fondamento degli accordi e della stessa linea melodica: «L’ideale sonoro di
base del Rinascimento era stato una polifonia di voci indipendenti; nel Barocco
esso era un basso solido e un soprano fiorito, retti da un’armonia discreta»
(Grout, 1984, p. 311). Le voci interne sono apparentemente meno importanti, ma
completano gli accordi. Sembrerà strano, ma questa concezione, nata nel corso
del Seicento, è quella che ancor oggi si ritrova in buona parte dei repertori
contemporanei, dal jazz alla popular music. I moderni spartiti di musica pop
con le loro linee melodiche sotto alle sigle degli accordi si inseriscono
ancora nel solco della tradizione di un modo di vedere la musica che nacque
allora.
Fattore determinante per l’evoluzione
del nuovo linguaggio furono le nuove scoperte della fisica ed in particolare la
dimostrazione che fece Joseph Sauver dell’esistenza dei suoni armonici[3] (1701): le leggi della
musica da questo momento in poi si riterranno basate non più sulla consuetudine
e sulla tradizione degli antichi testi (trattati greci, latini e medievali),
bensì direttamente sulle leggi della natura. «Il Rinascimento aveva scalfitto e
quasi distrutto il principio di autorità che per secoli aveva dominato la
cultura occidentale: la scienza si era presa la giusta rivincita sul dogma e
aveva aperto la strada alla conoscenza e all’esplorazione dei fatti» (Basso
1979, I, p. 652).
Questo processo si completa e
acquisisce piena consapevolezza con un gruppo di compositori che costituiscono
il punto di arrivo e di conclusione del Barocco: George Friedrich Haendel, Domenico
Scarlatti e Johann Sebastian Bach, tutti e tre nati nel 1685, Jean-Philippe
Rameau e Georg Philipp Telemann di qualche anno più vecchi (1683 e 1681). Rameau,
considerato il più grande teorico musicale dopo Pitagora, baserà il suo Traité
de l'harmonie réduite à ses principes naturels (1722),
proprio sulle scoperte di Sauver.
Prima di loro e parallelamente a Monteverdi, vanno citati altri
tre grandi compositori del Seicento, che dissero anche una parola importante
nell’ambito del teatro musicale come Henri Purcell (da ricordare la sua Dido and Aeneas), Marc-Antoine
Charpentier e Heinrich Schütz. Poi Jean-Baptiste Lully (di origine fiorentina,
il suo nome era in realtà Giovanni Battista Lulli), il già citato Girolamo
Frescobaldi, Arcangelo Corelli, Alessandro Scarlatti, François Couperin, Antonio
Vivaldi, ma la lista sarebbe davvero molto lunga.
Alla luce di queste considerazioni va
ribadito come non sempre sono del tutto appropriati questi prestiti terminologici
dalle arti figurative, e che la storia della musica avrebbe bisogno in molti
casi di termini propri e più aderenti alle varie e numerose fasi della sua
evoluzione. Forse il primo momento di vera condivisione di ideali estetici e di
‘sentire’ tra le arti, almeno in epoca moderna, è stato il Romanticismo.
Un elemento accomuna tuttavia l’arte
e la musica barocca: di entrambe infatti si può dire che fossero inizialmente
dominate dalle idee italiane, idee che si intrecciarono alle diverse culture
europee e, nel caso della musica, dettero gli ultimi frutti con compositori di
lingua tedesca come Haendel e Bach.
Questo dunque il contesto storico nel
quale dobbiamo collocare Johann Sebastian Bach. Con la sua morte, nel 1750, si
chiude un’era, quella del Barocco, che dopo un breve periodo di transizione,
l’era della cosiddetta ‘musica galante’, porterà al classicismo di Haydn
(1732-1809), di Mozart (1756-1791) e di Beethoven (1770-1827). Le prime
Sinfonie di Hadyn, composte tra il 1757 e 1759, segnano già l’inizio di una
nuova era.
Il lascito artistico di Bach sembrò
al momento eclissarsi in un’indifferenza generale. La prima ristampa nel 1756
dell’Arte della fuga, venderà solo
trenta copie, non riuscendo a coprire neanche le spese per le lastre di rame.
Nella prefazione a questa edizione, postuma, il grande teorico Wilhelm Marpurg,
scrisse che ormai non c’era più interesse per una forma severa e storicamente
gloriosa come la fuga e che «l’effeminata produzione musicale del suo tempo era
ormai inesorabilmente avviata a identificarsi con lo stile rococò» (Basso 1983,
II, p. 720). Ma proprio in quell’anno nacque qualcuno che grazie al rapporto
con i figli del grande compositore avrebbe imparato a conoscerlo ed ammirarlo,
Wolfang Amadeus Mozart, e solo qualche anno prima (1749) quel Johann Nikolaus
Forkel, considerato da molti il padre della musicologia, che tanto avrebbe
contribuito alla riscoperta di Bach (e autore della sua prima biografia, nel
1802). I semi della sua giusta collocazione storica erano ormai stati piantati.
Perla scaramazza o barocca
La riattualizzazione del Barocco
Nel settembre del 2011 un articolo uscito
sulle pagine culturali del Corriere della
sera a firma di Enrico Girardi titolava: L’antica armonia del futuro – Cresce la voglia di Barocco - Un
tessuto sonoro vicino alla sensibilità moderna.
L’articolo, partendo dal dato di un successo commerciale di vendite, si
domandava da dove nascesse questa curiosità per la musica precedente a Haydn,
Mozart e Beethoven, ipotizzando che il gusto per un tipo di espressività non
minore a quella dell’artista romantico, ma senz’altro più contenuta e misurata,
vale a dire il manifestarsi di una «emotività non soggettiva, ma oggettiva,
simbolica e dunque universale», fosse più in sintonia con i nostri tempi.
Il successo discografico del Barocco
all’inizio del secondo decennio del Duemila può essere dovuto a tante ragioni,
ma lo stile della musica barocca, in realtà, è tornato d’attualità molto tempo
prima, e si è mescolato intimamente al sound
della modernità grazie anche a due linguaggi musicali che hanno conquistato
l’attenzione di un vastissimo pubblico in tutto il mondo nel secondo dopo
guerra: il jazz ed il rock. Bach in particolare sembra aver incontrato una
fortuna del tutto speciale proprio in questi due ambiti nella seconda parte del
Novecento, e se la sua musica è così conosciuta oggi, si deve anche, per esempio,
ai Jethro Tull, e alla loro versione della Bourrée,
ai Genesis e alla riscrittura del Preludio
dalla prima Suite per violoncello solo
(Horizons), a Emerson, Lake e Palmer
e alle loro Bach improvisations. Il
rapporto tra Bach e il jazz poi è strettissimo e citeremo solo uno degli
ultimi, splendidi incontri della sua musica con uno dei più grandi pianisti
jazz contemporanei, Brad Meldhau: Three
pieces after Bach (eseguiti alla
Philarmonie di Parigi nell’aprile del 2017), che consigliamo caldamente di
ascoltare.
Questa ‘riattualizzazione’ dello
stile Barocco appare un fenomeno profondamente diverso dai vari repechage e recuperi fatti all’inizio del Novecento. Perché se il Neoclassicismo
degli anni Venti restò comunque il ‘vezzo di una élite’, per quanto estesa e
importante, qui ci troviamo di fronte a un fenomeno di massa, a una sensibilità
che riguarda intere generazioni, dall’Europa al Giappone, agli Stati Uniti.
Anche il cinema ha contribuito alla
diffusione di questo linguaggio: si pensi alla famosissima Sarabanda di Haendel, motivo portante del Barry Lindon di Stanley Kubrick (1975).
La Sarabanda, in una versione, tra le altre, per soli timpani, per
quanto utilizzata in un film in costume, diviene la protagonista sonora
dell’opera di un regista perfettamente inserito nella modernità come Kubrick,
che ha sempre dato alla musica un’attenzione del tutto particolare e ha
dimostrato di saper mescolare generi e stili diversi con grande abilità,
affiancando, ad esempio, in 2001: Odissea
nello spazio, due facce dell’Ottocento musicale, i valzer di Johann Strauss
(figlio) e il denso e inquietante Così
parlò Zaratustra di Richard Strauss, fino all’avanguardistico Lux Aeterna di Georgy Ligeti.
Da allora, la Sarabanda di Haendel è divenuta un topos sonoro onnipresente della modernità, tanto che nel 2002 ne compare
una splendida versione per una pubblicità di jeans, Levi’s Engineered Jeans, una riscrittura orchestrale
particolarmente drammatica ed efficace di John Altman. Le immagini di questa
pubblicità, assolutamente moderne – un ragazzo e una ragazza che si sfidano in
una corsa impossibile che attraversa pareti e corre lungo i tronchi degli
alberi - si sposano ad una musica che
barocca più non può essere definita, ma semplicemente parte integrante di
questa nostra contraddittoria e molteplice modernità.
E questo ci fa riflettere sul fatto
di come lo stile Barocco sia antesignano per molti versi del Minimalismo, con
le sue strutture semplici e ripetitive, con la sua incessante e costante
pulsazione, (il cosiddetto horror vacui),
e di come sia entrato ormai nel DNA di tutta la musica di consumo. Si ascolti,
per fare qualche altro esempio, la versione di Peter Gabriel (Peter Gabriel, Scratch my back, Realworld 2010), con
l’arrangiamento orchestrale di John Metcalfe, del brano Aprés moi, di Regina Spektor, un potente esempio di Pop e
minimalismo Barocco. Oppure le nuove versioni che Sting ha fatto delle sue
canzoni con la Royal Philarmonic Orchestra. Minimalismo, Barocco e Pop sembrano
fondersi in un unico, nuovo stile.
Ed è per questo che si potrebbe
azzardare una definizione coraggiosa: la globalizzazione
del Tempo e degli stili nel mondo contemporaneo, intesa come
l’assottigliarsi dei confini tra un’epoca e l’altra e la conseguente
compresenza di stili diversi nei linguaggi musicali, a causa dell’abbattimento
delle barriere temporali, dovuto anche alla presenza ormai totalizzante della
tecnologia che ci permette di ascoltare qualsiasi brano, di qualsiasi stile, in
qualsiasi momento, così come per ‘globalizzazione’ si intende generalmente un
venir meno dei confini nazionali, indotto dallo
sviluppo delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione e dei
trasporti.
[1] Tale definizione
cominciò a divenire di uso comune a partire dal saggio di Curt Sachs Barokmusik del 1919.
[2] «Prometeo»
dicembre 2017 e marzo 2018. Per maggiori chiarimenti si veda anche la pagina
Facebook Rubrica Rivista Prometeo.
[3] Si veda a questo
proposito il mio Regole e libertà
creativa, in «Prometeo» del marzo 2015.












