lunedì 6 luglio 2026

A proposito di Mozart - I puntata

Comincio oggi a pubblicare, in una serie di puntate settimanali, il mio lungo articolo su Mozart, uscito in due diversi numeri della rivista della Mondadori Prometeo nel marzo e giugno del 2017.

Il taglio dell'articolo è indubbiamente divulgativo, ma non il suo contenuto, ricco di informazioni e dettagli estremamente curati e precisi.




Tra i tanti ritratti di Mozart, quello che oggi viene ritenuto il più attendibile.

A proposito di Mozart

1791: l’ultimo anno tra verità e leggenda 

 

Prima del rapper canadese Drake, rimasto per 11 settimane in classifica negli Stati Uniti col suo album Views e prima della famosissima Beyoncé, la rivista statunitense Billboard ha incoronato miglior artista del 2016 un compositore austriaco che non solo proviene da una categoria, la musica classica, che generalmente rimane alquanto di nicchia quando si parla di vendite, ma è addirittura scomparso da ben 226 anni: Wolfang Amadeus Mozart.

A fargli ottenere il primo posto nelle vendite è stato il successo del cofanetto contenente la sua produzione integrale e comprendente ben duecento cd.

Un’abile operazione commerciale? Difficile limitare la portata di questo evento a strategie di marketing o a fattori congetturali e irripetibili. È possibile invece che lo stile di Mozart, tra il tardo barocco e il pre-romanticismo, abbia trovato, nell’infinita gamma di stili e linguaggi musicali di questo inizio di Millennio, un suo spazio particolare, e che «il mondo autunnale  indimenticabilmente bello della musica scritta nel 1791», il suo ultimo anno di vita e che comprende composizioni come il Requiem, Il flauto magico, il Concerto per clarinetto e orchestra e l’Ave verum, sia in «maggior sintonia con la nostra concezione pessimistica della vita rispetto a quel senso di benessere ottimisticamente chiuso in sé della musica di Haydn, o alle trionfali affermazioni di vita beethoveniane» (Robbins Landon 1988, p. 14). A scriverlo è uno studioso statunitense, autore di uno dei più belli e affidabili libri su Mozart, quel 1791 - L’ultimo anno di Mozart che costituirà una delle due colonne portanti di questa serie di articoli, insieme alla biografia di Hermann Abert, (H. Abert, Mozart, 1984, in due volumi), che resta ancor oggi imbattibile per l’accuratezza e la ricchezza della documentazione storica, seppure con alcune ‘inesattezze’, come ad esempio la ricostruzione del funerale del compositore, che negli ultimi trent’anni è stata rimessa in discussione e di cui parleremo alla fine di questo primo articolo.

In realtà la musica di Mozart sembra essere rimasta – nell’era della ‘riproducibilità meccanica’ -  fondamentalmente estranea a quell’uso massiccio e logorante del repertorio classico e romantico che è stato fatto dal cinema, dai cartoni animati e dalla televisione, in modo particolare delle musiche di Beethoven, Chopin e Liszt; e lo stile mozartiano si è mantenuto in qualche modo ‘puro’ anche dalle contaminazioni con il pop, il rock e il jazz, che hanno sempre amato e preferito il barocco e soprattutto Johann Sebastian Bach.

Ci sono alcuni aspetti però, legati non tanto alla sua musica, quanto alla sua figura e alla sua storia personale, che senza dubbio hanno da sempre colpito l’immaginario della modernità, e continuano a farlo all’inizio del XXI secolo. Prima di tutto il suo essere il prototipo del genio musicale assoluto, come Einstein lo è stato e lo tutt’ora in ambito scientifico; ed in secondo luogo l’aver avuto una vita breve e travagliata, terminata con una morte drammatica e apparentemente misteriosa: un sospetto di avvelenamento, un corpo che viene smarrito e i cui resti si sono cercati a lungo.

Alcuni di questi elementi, raccontati con teatralità ed efficacia nel pluripremiato Amadeus di Milôs Forman del 1984, hanno reso Mozart una delle icone del XX e XXI secolo, a dispetto di una conoscenza della sua musica spesso scarsa. Il film di Forman, un film che personalmente ritengo abbia saputo cogliere alcuni aspetti essenziali della personalità di Mozart, si basava tuttavia non su di una ricostruzione storica fedele e documentata, ma bensì sul lavoro teatrale di Peter Schaffer, anche autore della sceneggiatura, testo ispirato a sua volta al micro dramma di Puskin, Mozart e Salieri che aveva totalmente sposato la tesi dell’ostilità e dell’avvelenamento da parte di Salieri. Se quindi coglieva alcune verità ‘essenziali’, era una totale finzione storica per molte altre. Ha però incoronato definitivamente Mozart tra le star, ben prima della rivista Billboard, e introdotto il suo Requiem (paradossalmente una delle composizioni che meno gli appartengono, perché lasciato in gran parte incompleto e terminato dal suo allievo Süssmayer), tra le icone sonore degli ultimi trent’anni.

Ma non solo. Nel tempo la musica di Mozart sembra aver acquistato spazi sempre più importanti. È sempre Robbins Landon ad individuare nel 1941, molto prima del film di Forman, l’anno di svolta per la musica di Mozart, almeno in Inghilterra. Un anno di grandiose rappresentazioni in occasione del centocinquantenario della morte, che lo portò ben presto a scalzare Beethoven, come compositore più eseguito nelle sale da concerto.

Parlando ancora di cinema, non si può non citare un film uscito qualche anno prima di Amadeus, Don Giovanni del regista inglese Joseph Losey (1979), trasposizione fedele e straordinaria dell’omonima opera. Forse la più bella trasposizione cinematografica di un’opera lirica, interamente ambientata tra la Villa La Rotonda e il Teatro Olimpico del Palladio a Vicenza, la laguna e le campagne venete.  Chiunque ami Mozart e il suo Don Giovanni, non può non amare questa trasposizione per la sua fedeltà all’opera, ma anche per la sua eleganza, la bellezza della fotografia, la bravura degli interpreti. Ruggero Raimondi è un Don Giovanni che rimarrà a lungo nella memoria, e non solo per le sue doti musicali. Il suo sguardo rivolto, ad esempio, “alla giovin principiante” o alla statua del commendatore quando nella scena finale si presenta alla sua mensa, sono memorabili. Un film da consigliare non solo agli appassionati, ma soprattutto a coloro che rimangono ancora distanti dal teatro musicale e dal canto lirico, e possono trovare in questa trasposizione cinematografica l’ingresso ideale per imparare a comprendere ed amare un mondo ancora oggi attualissimo. Attualità testimoniata, tra le altre cose, dal notevole incremento delle presenze degli under 30 nei nostri Teatri Lirici. Solo per fare un esempio, la Fenice di Venezia ha registrato nel 2016 un aumento dell’11% della vendita di biglietti online, acquistati per la maggior parte da under 40. Senza contare poi le centinaia di migliaia di follower sui social come Twitter (107 mila) e Facebook (205 mila) del teatro veneziano.

Possiamo quindi non solo dire che Mozart ha conquistato un posto importante all’interno della vastissima galleria di ‘grandi personaggi del passato’ che il nuovo secolo ha deciso di portare con sé, ma che oggi sembra essere oggetto di un interesse sempre crescente.

Delle capacità straordinarie

‘Mozart bambino prodigio’ è sicuramente una delle forme attraverso le quali Mozart più incuriosisce l’immaginario contemporaneo e che contribuiscono a creare quell’idea di prototipo assoluto di una genialità spesso sorprendente e quasi inspiegabile. Se Einstein quindi viene ritenuto il ‘sommo degli scienziati’ unicamente per le sue scoperte ed i suoi lavori, Mozart rischia di vedersi attribuire lo scettro di ‘numero uno’ più per il suo orecchio straordinario, per la sua precocità e l’esuberanza musicale, che per la ‘musica in sé’.

È indubbio che Mozart possedesse capacità non comuni. Talento precocissimo, abile strumentista, era dotato inoltre di un orecchio ben superiore a qualsiasi individuo considerato generalmente molto dotato. Facciamo soltanto un esempio, citando uno degli episodi più noti, che rendono bene l’idea delle straordinarie doti musicali di Mozart: l’episodio, ben documentato e comprovato, del Miserere di Gregorio Allegri.

Nel corso del suo primo viaggio in Italia (1769-1771), un Mozart quattordicenne, dopo aver lasciato a malincuore Firenze, e dopo «un viaggio faticoso, con un tempo tanto brutto […], attraverso un territorio per lo più disabitato, con locande orribili nelle quali c’era molta sporcizia ma niente da mangiare salvo, qua e là, un paio d’uova e dei broccoli, giunse a Roma il pomeriggio del venerdì santo, con un violento temporale tra lampi e tuoni» (Abert I 1984, pp. 198-199). Era l’11 aprile del 1770. Appena in tempo per correre ad ascoltare il celeberrimo Miserere di Gregorio Allegri, considerato a quei tempi la gemma del genere ed il pezzo forte delle musiche pontificali per il venerdì santo. Tanto da essere protetto da trascrizioni non autorizzate.

Non avevano tuttavia fatto i conti col giovane Mozart, che dopo averlo ascoltato per la prima volta, lo trascrisse fedelmente, nota per nota, tutto a memoria e lo eseguì (probabilmente su di una tastiera) dinanzi al cantante papale Cristofori che ne riconobbe l’assoluta concordanza con l’originale. Il padre Leopold dovette addirittura tranquillizzare la moglie e la sorella di Mozart, Nannerl, che temevano che Wolfang avesse commesso qualche peccato nel trascrivere quel brano che veniva custodito così segretamente e gelosamente.

Il Miserere di Allegri consisteva in un brano per sole voci in cui si alternavano due cori a quattro e cinque parti, e che alla fine cantavano tutti insieme a nove. Una composizione di una dozzina di minuti. Per quanto ci sia stato chi, in diverse occasioni, abbia cercato di sminuire l’impresa del giovane Mozart, sostenendo che in fondo si trattava di un brano abbastanza omoritmico (le voci cioè si muovono insieme e non ognuna in maniera indipendente) e ripetitivo, resta la capacità di memorizzare un brano così lungo e di distinguere perfettamente le diverse voci, sia a cinque (impresa già non facile anche per un professionista) che a nove (e questo è veramente difficile).

Tuttavia è necessario sottolineare che tali capacità, in fondo, non hanno molta importanza. Forse una certa forma di sindrome autistica leggera poteva celarsi dietro di esse. Ma la grandezza di Mozart e della sua musica non è legata alle sue doti. Esse, indubbiamente, gli hanno permesso di compiere ‘imprese’ probabilmente impossibili ad altri compositori, in termini di quantità di tempo a disposizione e quantità e qualità di musica composta all’interno di esso. Il suo ultimo anno di vita ne è testimonianza, con l’intrecciarsi incredibile di lavori, ai quali si dedicava febbrilmente: Il Requiem, Il flauto magico, La clemenza di Tito (opera seria) e tanti altri. Ma tali doti possono riscontrarsi a volte in individui che non posseggono talento alcuno per la composizione, e di certo non eguagliabile a quello di Mozart.

Bisogna assolutamente ricordare che il suo talento musicale faceva uso di queste doti, le sfruttava, non consisteva in quelle doti. 




L’esercizio continuo dell’immaginazione

Il talento di un compositore risiede nella qualità delle sue idee e nella sua capacità di realizzarle. La grandezza di Mozart è testimoniata dalla incredibile bellezza delle sue melodie, dalla forza del suo pensiero formale, dall’originalità potente delle sue soluzioni strumentali, dalle armonie sempre ricche, interessanti e mai banali, dalla leggerezza della sua musica, giocosa ma dotata di un’intensità, di una profondità del tutto uniche. Che poi impiegasse poco o molto tempo per raggiungere questi risultati, cosa cambia in fondo? Che Mozart producesse musica naturalmente come respirare mentre Beethoven la componesse col sangue e col sudore, questo non cambia il risultato.

Tuttavia è difficile credere che le cose fossero proprio così facili per lui. Le capacità di Mozart gli consentivano di tenere a memoria, in alcuni casi, intere sinfonie; e di comporre ovunque, in qualsiasi luogo, qualunque attività svolgesse, in carrozza, a cavallo, giocando al biliardo, mentre mangiava: lo faceva a mente. Di queste sue capacità abbiamo numerosissime testimonianze e più volte ricorre nelle sue lettere la frase: “Tutto è già composto ma non ancora scritto”, che faceva tanto spazientire e preoccupare suo padre, attento ai risultati tangibili. Per questa ragione risulta difficile sapere con esattezza se i suoi processi compositivi fossero facili o difficili, istantanei o sudati. Quello che scriveva, in bella grafia sui fogli pentagrammati, era solo il risultato finale. Ma quanto tempo aveva impiegato, nella sua mente, per raggiungerlo?

Ecco una testimonianza diretta di questo suo lavoro creativo ed ‘interiore’ incessante:

Nel 1791, mentre Mozart stava componendo la sua opera per l’incoronazione, La clemenza di Tito, andava con alcuni suoi amici ad un Kaffèhaus non lontano da casa per distrarsi col gioco del biliardo. Per qualche giorno si notò che mentre giocava canticchiava sottovoce, tra sé e sé un motivo e faceva mm, mm, mm…; spesso quando un altro stava tirando estraeva un libriccino dalla tasca, gli dava una rapida occhiata e quindi riprendeva a giocare. Si restava stupiti quando Mozart si sedeva al pianoforte di casa Duschek e suonava agli amici il bel quintetto de Il flauto magico Tra Tamino, Papageno e le tre damigelle [«Wie, wie, wie?»], che comincia proprio con quel bel motivetto che Mozart aveva in mente quando giocava a biliardo. Dimostrazione non soltanto dell’esercizio continuo della sua immaginazione creativa, che, anche nel bel mezzo di passatempi e distrazioni, non s’interrompeva, ma anche della forza gigantesca del suo genio, capace di impegnarsi allo stesso tempo in due attività così diverse. (Robbins Landon 1988, p. 109).

Mozart era dunque dedito ad un esercizio continuo della sua immaginazione, e molteplici testimonianze ce lo raccontano mentre tamburella un ritmo con le mani, o canticchia qualcosa. Per questa ragione non possiamo sapere quanto tempo impiegasse realmente per comporre. Ma non doveva essere comunque un processo scevro da fatica, ripensamenti, momenti di dubbi e di stasi, rallentamenti ed accelerazioni improvvisi. Era, dopo tutto un uomo.

A proposito del continuo esercizio dell’immaginazione poi, molto interessante, e anche divertente, è la testimonianza del suo parrucchiere. Mozart era tenuto, per i suoi impegni di corte, a vestire con eleganza e ad avere sempre un aspetto curato. Il prendersi cura della capigliatura era uno dei suoi doveri, tanto più che aveva sempre rifiutato di portare il parrucchino, e portava i capelli raccolti in un codino.

Una mattina mentre stavo acconciandogli i capelli ed ero impegnato a sistemargli il codino, Mozart balzò improvvisamente in piedi e, nonostante io lo tenessi per il codino, andò nella stanza accanto, trascinandomi dietro e cominciò a suonare il pianoforte. Ammaliato dal suo modo di suonare e dai bei suoni dello strumento – prima d’allora non ne avevo mai sentito uno così – lasciai andare il codino e ripresi a lavorare solo dopo che Mozart si fu alzato. Un giorno stavo svoltando dalla Kärntstrasse in Himmelpfortegasse per andare a servire Mozart, quando egli arrivò a cavallo, si fermò, proseguì ancora un poco, estrasse dalla tasca una tavoletta e scrisse qualche nota. Gli rivolsi la parola, chiedendogli se potevo venire da lui subito ed egli mi rispose di sì (Robbins Landon, 1988, pp. 33-34).

Infine, riportiamo la testimonianza della sorella di Costanze, Sofia, che alla morte di Mozart aveva 28 anni ed era ancora nubile. Avrebbe sposato nel 1807 il tenore e compositore Jakob Haibl, per cui risulta spesso nei documenti come Sofia Haibl:

Era sempre di buon umore, ma sempre pensieroso; fissava il suo interlocutore negli occhi rispondendo, sia che fosse allegro o triste, con riflessione, eppure sembrava che stesse pensando profondamente a qualcos’altro. Perfino al mattino, quando si lavava le mani, andava avanti e dietro per la stanza senza fermarsi mai, battendo un tacco contro l’altro, sempre pensieroso. A tavola arrotolava spesso l’angolo della salvietta agitandolo sotto il naso come sopra pensiero, spesso facendo anche una smorfia con la bocca (Abert, 1984, p. 110).

Bisogna dire però che, in questo caso, si descrivono delle caratteristiche che possono riscontrarsi non solo in molti musicisti, ma nella maggior parte degli artisti. L’arte è un lavoro ‘full time’, che non conosce orari. Un’attività che alla quale la mente non smette mai veramente di dedicarsi, notte e sonno compresi.


domenica 5 luglio 2026

Harmony is my Mistress - Il questionario

Nell'estate del 2022 ricevetti una mail da uno studioso in cui mi si chiedeva di compilare un questionario in relazione ad un libro che ne sarebbe seguito. Lo studioso rimase piuttosto stupito del fatto che non lo conoscessi, e io rimasi stupito del suo stupore. Il rapporto non era cominciato nel migliore dei modi.

Ciò non di meno il questionario era interessante e dedicai diverse ore a compilarlo. Non ebbi da allora alcun riscontro né notizie del libro che ad oggi non mi risulta sia ancora uscito. E così vorrei, a distanza di quattro anni, condividerne alcune parti, dalle quali ho omesso le domande del questionario e che pur tuttavia si possono dedurre dalle risposte.

                         Harmony is my Mistress

  

Ideare - Immaginare - Inventare 

 

Comporre per...

G.L.B. - Per me la necessità impellente di creare si è fatta sentire molto presto, e sempre più prepotentemente. Per questa ragione ho costruito tutta la mia vita intorno a questo bisogno che definirei primario e ineludibile, che si trattasse di dipinti, fumetti, racconti, canzoni, musica da camera e per orchestra, romanzi o altro. Intendo dire che, dopo il liceo, ho preso atto di questo stato di cose e ho diretto tutti i miei studi e le mie energie in quella direzione. E così, alla fine, tra varie ipotesi aperte, ho studiato composizione in conservatorio e deciso di fare il compositore. Mi sembrava il percorso più strutturato e più professionalizzante in ambito creativo. Quindi ho cercato di fare del comporre la mia professione, anche se parallelamente a quella di insegnante, perché oggettivamente non avrei mai potuto vivere solo con lo scrivere musica, anche se negli anni ho ricevuto commissioni anche abbastanza remunerative.

Le occasioni poi per creare possono essere tantissime, ma io preferisco sempre quelle libere. Intendo dire che, al di là di commissioni e richieste e necessità, che realizzo sempre con puntualità e serietà, io preferisco portare a termine idee che nascono spontaneamente nella mia mente e libere da qualsiasi indicazione esterna. Unica eccezione, lo scrivere per mia figlia, alla quale ho dedicato, da quando era molto piccola, ninna nanne, fiabe, racconti, romanzi e canzoni. E questo mi ha reso, in un certo modo, uno scrittore e un compositore per l’infanzia.

G.L.B. - Io ho cominciato a dedicarmi all’infanzia quando sono diventato padre, come molti probabilmente. Si comincia per gioco e poi diventa una cosa terribilmente seria. Si scopre che scrivere per bambini è un viaggio attraverso l’umiltà, la chiarezza, l’essenzialità. Tuttavia non so se ho mai davvero scritto per bambini. Il fatto che mia figlia sia cresciuta con le mie canzoni e le mie fiabe non significa che possano andare bene per tutti i bambini. Le cose che ho fatto in teatro sono andate molto bene, ma certo erano spesso un po’ più difficili e impegnative delle cose che si intendono generalmente per bambini. E comunque non ho mai scritto perché la musica fosse suonata da bambini e adolescenti, ma solo per il loro ascolto. Non ho nemmeno mai insegnato professionalmente a bambini e adolescenti, ma interagito con loro solo in presentazioni e laboratori, soprattutto in Puglia, dopo l’uscita della mia fiaba sulla vera storia di Hallowe’en, fatta con una cantante irlandese. Ricordo incontri con decine e decine di bambini attenti, curiosi, sensibilissimi, pronti a fare le osservazioni più incredibili e intelligenti. Tutte esperienze molto belle. Ho fatto anche laboratori su Il Piccolo Principe e sui miei libri, come il romanzo La principessa Hamlet e il Regno degli Orchi.

In generale mi sento di dire che io farei attenzione a non creare eccessivamente un ambito stilistico definito “per bambini”. A volte ho l’impressione che le cose per bambini siano forzatamente semplificate, banali. Ho avuto una figlia e non mi sono mai relazionato a lei in quel modo. E poi lei ascoltava Mozart e Beatles a 4 anni. I bambini hanno un cervello immenso e possono ascoltare di tutto. Non limitiamo le loro potenzialità.

G.L.B. Il processo compositivo per me è un processo totalizzante, corrisponde a vivere nell’oceano ed essere un cetaceo. Si è immersi tutto il tempo, tranne quei pochi istanti per prendere aria. Una volta in vacanza mia figlia di sei/sette anni mi disse: “Papà, ma tu non smetti mai di comporre, vero?”, perché mi portavo foglio e matita a letto e appuntavo le ultime idee. Gli altoforni della mente, come una grande acciaieria, sono sempre accesi. All’interno di questo surriscaldamento continuo della fantasia, possono prediligersi alcune azioni piuttosto che altre, ma in fondo non mi pare così determinante.

Una cosa mi sento di dire: l’azione dello scrivere avviene su diversi livelli, e questo lo racconto sempre ai miei allievi, portando l’esempio di Beethoven. Beethoven passava ore al pianoforte a suonare e improvvisare e qui accumulava un tesoro di idee e intuizioni che scaturivano direttamente dal suono. Poi lavorava sulla carta, a tavolino, lontano dallo strumento e progettava razionalmente e lucidamente, forme, strutture, percorsi. Infine andava a passeggiare in mezzo alla natura e tutti gli elementi si ricomponevano nella sua mente come per incanto. Senza uno di questi passaggi non avrebbe potuto scrivere quello che ha scritto.

A me dà piacere la creazione disimpegnata, a Roma si direbbe “il cazzeggio”. Mettersi sul divano, magari anche davanti alla tv e improvvisare sulla chitarra. Oppure sedermi al pianoforte in momenti particolari, che io sento “magici”. E questo sarebbe il punto 1 di Beethoven. Ma poi arriva il punto 2, quando metto tutto insieme su carta o al computer, e subentra una fase più razionale e riflessiva. Ma la verifica ulteriore è indispensabile e la faccio camminando e nuotando. Ma tutto può cominciare anche dagli appunti su di un librettino, o meglio ancora nel silenzio della mente, mentre sono in macchina o a passeggio. E le varie fasi del processo si mettono a procedere a ritroso

G.L.B. - Sono un docente di composizione, studio continuamente decine e decine di autori e tutti mi donano qualcosa. Ma non solo quello classici. Scopro ogni giorno autori nuovi, gruppi nuovi e spesso sono gli allievi a farmeli scoprire. Ultimamente Leprous, Florence and the Machine, London Grammar, Stromae. E poi Olafur Arnalds, Winged Victory for the Sullen e tantissimi altri.

Per quanto riguarda i processi, ne parlerò più avanti, tuttavia mi preme sottolineare che l’armonia è la mia signora, per parafrasare il titolo dell'autobiografia di un autore che amo moltissimo Duke Ellington, e al quale ho dedicato un grande brano sinfonico nel 2008 (Orchestra della Provincia di Bari): Music is my Mistress. Elaborare percorsi armonici è ciò che amo di più. Gioco con le armonie e con gli accordi. Ne sono innamorato. Nell'abbandonare la musica per dedicarsi totalmente alla pittura, Paul Klee disse: "il colore mi ha vinto, sono pittore". Parafrasandolo direi: l'armonia mi ha vinto, sono musicista (nel riquadro: Paul Klee, Giardini della Tunisia).




venerdì 3 luglio 2026

Metafisica delle nuvole

 Il primo capitolo del libro entrato nella rosa dei finalisti del Premio Modigliani 2022


             1

 

Il sonno si ritrasse, ma le immagini e le voci della notte continuarono, ora a sfiorarla, ora ad avvolgerla tutta, quasi fossero onde spinte dal moto incessante della marea sul bagnasciuga. C’era un suono costante, quello di un rubinetto aperto che riempiva una grande vasca. Dal rumore che faceva, la vasca doveva essere già abbastanza piena. Era vero, o era solo parte di un sogno? Quel suono la riportava indietro di anni, quando il padre si svegliava molto presto la domenica mattina e, nel dormiveglia, a lei piaceva sentire il rumore di quel flusso di liquido che usciva dalla bocca del rubinetto per tuffarsi nell’acqua, divenendo sempre più ovattato ed ipnotico man mano che la vasca si riempiva.

Ma adesso era suo marito che si stava preparando il bagno, come tutte le sere appena tornato dal lavoro?

No, anche quella era storia passata.

E ora, ora che il suono era cessato, sostituito da un altro, quale dei due era reale e quale un sogno?



Avvertiva il ticchettio di un grande orologio da muro, ben scandito dall’esile stelo di una lancetta dei secondi particolarmente sonora. Poi d’un tratto un suono assordante di pioggia che batteva sul tetto, accompagnato dalla zampa soffice di un gatto appoggiata sulle sue labbra, solo per ricordarle che era ora di alzarsi. Questa era la realtà. Il bagnasciuga era ora la calda spiaggia della veglia.

Ancora con gli occhi semichiusi, prese il gatto e se lo pose sul petto, come faceva tutte le mattine. Sotto la sua mano che lo carezzava cominciarono le fusa, delicate ma sonore, nonostante il suono della pioggia fosse sempre più forte.

Con ancora la voce impastata dal sonno disse qualche parola affettuosa alla sua micia, ma appena pronunciò la parola “pappa”, la gatta scattò giù dal letto e cominciò a inarcare la schiena e a strofinarsi contro le coperte che pendevano sul pavimento, rispettando alla lettera i gesti di un rituale preciso e immancabilmente ripetitivo. Era ora di alzarsi.

Ma il rumore dell’acqua nella vasca riprese e insieme ad esso voci estranee che venivano da oltre al muro e che erano cresciute d’intensità.

E allora si svegliò davvero. Non c’era più la sua micia accanto a lei, non c’era la pioggia che batteva sul tetto. Non c’era più la sua bella casa, proprio davanti al parco, col salotto dalla grande credenza le cui ceramiche si illuminavano all’ora del tramonto e il bel soffitto decorato. Ma solo quelle voci sgradevoli di un uomo e di una donna che stavano litigando.

Ancora con gli occhi semichiusi, con le dita che si muovevano come gambe incerte sulla superficie di un terreno accidentato, dopo aver superato il filo dell’abat-jour e la vecchia sveglia, prese il flaconcino delle pillole. Si alzò appena a sedere, se ne mise la solita decina in bocca, dai colori diversi, e bevve l’ultimo sorso d’acqua rimasto nella sua tanichetta di plastica multiuso che teneva sotto al letto. Poi andò alla bilancia, che era poco più in là. Era dimagrita ancora. Negli ultimi mesi aveva perso dieci chili, e la pelle dello stomaco le aderiva ai pochi addominali rimasti come un vestito troppo stretto.

All’improvviso le vibrazioni cominciarono e lei capì che erano le sei e mezza. Quel solito rumore che faceva tremare tutto il palazzo e che sembrava scaturire da ogni direzione, dai muri, dal soffitto e dal pavimento. Le avevano spiegato che si trattava di una grossa macchina industriale che lavorava sette giorni su sette, e che doveva trovarsi al primo piano, dove era stato ricavato un unico grande spazio per la lavorazione di non sapeva cosa.

Fece un sospiro, spalancò bene gli occhi e andò alla finestra per aprirla. C’era il solito cielo nuvoloso del tramonto. Respirò a pieni polmoni un paio di volte, nonostante l’aria fosse ferma e pesante. Era quello ormai il modo che aveva di svegliarsi e di prepararsi a quella piccola impresa che era uscire dalla finestra per scendere dalla scala esterna, prima ancora di essersi lavata la faccia e bevuto un caffè. Doveva salire sulla vecchia sedia traballante, scavalcare il davanzale della finestra e infilarsi nel passaggio della scala esterna, dove delle fasce curve di metallo la proteggevano dal cadere. La prima volta, ancora mezza addormentata, si era fatta un lungo graffio sull’avambraccio. Ma poi quei gesti, una serie ben precisa di piccoli e cauti movimenti, erano divenuti parte di una routine alla quale non faceva più caso. Dopo quasi cinque mesi, l’unica sensazione ancora sgradevole era quel metallo freddo e arrugginito al quale si doveva stringere; e i rumori e gli odori della città che arrivavano dal marciapiede sottostante, come ospiti inattesi e inopportuni che all’improvviso violavano l’intimità della sua mente, persa ancora nel sonno. Dopo, bastava lasciarsi scivolare dolcemente e in poco tempo si ritrovava sul balconcino sottostante, girava la maniglia della porta-finestra ed entrava nella zona bagno e cucina.

Mise su il solito surrogato del caffè e andò nel suo minuscolo bagnetto a lavarsi la faccia. Poi si sedette sul water e, mentre si pettinava, prese in mano il piccolo calendario sgualcito, che teneva sulla scatola dello scarico, con le immagini pubblicitarie della fabbrica di prodotti alimentari nella quale lavorava. Guardò tutti quei giorni cancellati con le crocette, centoquarantasette per l’esattezza. Quanti gliene restavano ancora prima di tornare a casa? E prima della prossima telefonata?

Infine, aspettando che il non-caffè uscisse, con i gomiti appoggiati come sempre sul tavolo vicino alla piantina di ciclamino, si mise a fissare fuori.

C’era un enorme condominio, con tante di quelle finestre che c’era da chiedersi come si reggesse in piedi quella struttura, se buona parte della sua massa era composta da vetro. La parte in cemento era vecchia e scrostata. Ma al tramonto diventava bellissimo, quando tutte le finestre si accendevano e nel buio si scorgevano solo quei mille occhi, anzi, quelle mille stelle ognuna delle quali conteneva un piccolo universo, un mondo di persone e storie sconosciute. Solo una si rispegneva poco dopo, e restava così per tutta la notte, unico occhio cieco. Lo sapeva perché quando non doveva andare in fabbrica, restava a fissarla per ore, seduta al tavolo da cucina.

Dopo aver fatto in fretta colazione, raccolse le sue cose, chiuse lo zaino, ed infine uscì.


giovedì 2 luglio 2026

Anima Mundi: altro primo premio per uno dei miei allievi

Anni davvero ricchi di premi per i miei allievi.

Pietro Dinetto, che dopo il Biennio, sta seguendo un corso di Alta Formazione, ha appena vinto il XVIII Concorso Internazionale di Composizione Sacra Anima Mundi dell'Opera Primaziale Pisana


Così come in un prato incolto, pieno solo di pietre ed erbacce, non compaiono all'improvviso ricchi grappoli d'uva per fare il vino migliore, così non credo sia un caso che Pietro abbia vinto questo premio. Da anni si dedica alla musica sacra, animato da una fede profonda. Il suo progetto del Diploma Biennale consisteva all'inizio in un grande affresco sinfonico dedicato alla Crocifissione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, che riscrisse ben due volte, per poi decidere un progetto diverso. E tantissime altre sono poi le composizioni che ha dedicato a temi sacri. Così questo premio arriva a completare un percorso lungo, al quale Pietro ha dedicato tutta la sua concentrazione, la sua energia e il suo talento negli ultimi tre anni.






mercoledì 1 luglio 2026

"I viaggiatori" di Bruno Catalano

Mercoledì scorso, 24 giugno, vedo montare due sculture in piazza del Duomo a Castelfranco Veneto. Si tratta di due esemplari della serie de "I viaggiatori" dello scultore italo-francese Bruno Catalano.

Vado poi il fine settimana a Caorle e ne trovo altri due esemplari. Naturalmente penso che si tratti di una collezione distribuita in molte città del Veneto.

E invece no.

Solo due cittadine sono state scelte per esporre le sculture di Catalano: Castelfranco Veneto e Caorle!

Incontro del destino quindi?

Una delle sculture a Caorle, con la luna piena (foto del sottoscritto, Caorle, 27 giugno 2026).



Bruno Catalano al lavoro. Nasce a Khourigba, in Marocco, nel 1960 da una famiglia siciliana. Si trasferì poi in Francia a ventidue anni per fare il marinaio per 4 anni, prima di dedicarsi alla scultura.



martedì 30 giugno 2026

La musica e l'Alzheimer

“Ricordare (an Alzheimer soundscape)” di Daniele Martini

miniatura musicale che tenta di sfiorare, con profondo rispetto e delicatezza, attraverso la rielaborazione e il trattamento di materiale compositivo originale, il dialogo interiore spezzato, frammentato ed emotivamente caleidoscopico, di una persona trasformata dalla malattia di Alzheimer. 

L'arsenale, ensemble di musica contemporanea, eseguirà i brani scritti dagli studenti di composizione del Conservatorio Steffani Castelfranco Veneto in una prova aperta agli studenti, ai docenti del Conservatorio Steffani e agli ospiti dei compositori dalle 14 alle 17, a Villa Barbarella.

Musiche di Alberton, Capovilla, Libralato, Martini, Salmaso, Tognin.





lunedì 29 giugno 2026

E sono 5200

Un mese fa ho festeggiato un piccolo grande risultato per me: il mio blog è passato da una media di centocinquanta visualizzazioni al mese, a mille.

Questo mese festeggio le 5000 visualizzazioni...
Ringrazio di cuore tutti i pochi umani che lo seguono :-)