Salivo velocemente le scale ieri sera, tornando a casa, e ho sentito il pianto disperato di un neonato provenire da uno degli appartamenti del secondo piano. Sentendo quelle urla così violente mi è venuto naturale pensare a quanto ci preoccupiamo del momento in cui usciremo dalla nostra vita, mentre ci dimentichiamo completamente di come deve essere stato difficile entrarci.
Quel lungo momento in cui siamo passati dal nulla o comunque da una specie di esistenza incorporea a possedere un corpo, con tutti i suoi bisogni fisiologici, dolorosi o piacevoli che siano, ma comunque spiazzanti quando si provano per la prima volta. Aver bisogno, sentire la mancanza di qualcosa e provare piacere quando questo bisogno viene soddisfatto, essere colpiti dallo shock di provare dolore ma anche solo dal fastidio della luce e dall’inquietezza del buio, scoprire il caldo, il freddo, la sensazione del bagnato, il buon odore del latte e della mamma e i cattivi odori. Tutto deve essere così nuovo, provenendo dalla quiete dell’assenza di una coscienza: la formazione dell’io deve essere una vera e propria rivoluzione, anzi un terremoto di magnitudo massima che ci sconvolge profondamente nel momento in cui traccia le linee del nostro essere. Un bombardamento incessante in un cervello che si sta sviluppando alla velocità della luce. Quanto tempo impieghiamo ad abituarci al fatto di esistere e di avere un corpo? È per questa ragione che i bambini hanno quello sguardo perduto ed assente a volte? Sembrano passivi e lontani mentre in realtà combattono la loro prima e più importante lotta con l'esistenza?










