domenica 12 luglio 2026

Le megattere hanno inventato Internet migliaia di anni prima di noi

Otto chili di cervello, contro il chilo e mezzo del cervello umano. Questa la dote che la natura ha donato alle Megattere, che forse più dei delfini, dimostrano di avere capacità celebrali estremamente complesse che nulla hanno a invidiare a quelle umane.

Fu Robert Payne, nel 1967, con l'aiuto di Scott Mc Vay a compiere scoperte straordinarie su questi animali, a partire dalle loro collezione di canti.

Perché le megattere maschi, durante la stagione riproduttiva, eseguono un grande numero di canti molto diversi, oltre un centinaio, ciascuno dei quali può arrivare a durare anche trenta minuti.

La cosa ancora più straordinaria però è che questi canti si evolvono nel tempo, da una parte vengono trasmessi alla propria prole e dall'altra possono cambiare, e megattere appartenenti ad aree dell'oceano diverse possono imparare i canti di altri gruppi e decidere di abbandonare i propri. Inoltre questi scambi avvengono anche tra specie di balene diverse e non solo tra megattere.

Payne inoltre ipotizzò che le megattere fossero in grado di comunicare per tutto l'oceano con questi canti, creando una rete di comunicazione vastissima, cosa che fu poi confermata dagli studi più recenti: una vera rete internet del mare, fatta di suoni.

"Alcune delle registrazioni di Payne furono pubblicate nel 1970 come un LP chiamato Songs of the Humpback Whale (ancora il disco sonoro naturale più venduto di tutti i tempi) che aiutò a guadagnare visibilità per il movimento Save the Whales che cercava di porre fine alla caccia commerciale, che all'epoca spingeva molte specie pericolosamente verso l'estinzione. La caccia commerciale alle balene fu infine vietata dalla International Whaling Commission nel 1986".

Oggi, anche grazie alla AI, si spera di poter decifrare la lingua complessa e ricchissima delle balene. Se così fosse, sarebbe la prima lingua di un'altra specie animale con la quale ci confronteremmo, un salto interspecie molto più grande e importante e soprattutto possibile, di qualsiasi ipotetico incontro con specie aliene. 

Il mondo principale ancora da esplorare è qui, sulla nostra terra.

Del 1971 è Il canto delle balene di George Crumb, composto sull'onda della fascinazione per le scoperte di Payne, un brano per tre interpreti mascherati, flauto, violoncello e pianoforte amplificati elettronicamente.

https://www.youtube.com/watch?v=cGPQLXPV5wE&list=RDcGPQLXPV5wE&start_radio=1






 

sabato 11 luglio 2026

Cosa ci aiuta ad orizzontarci nel fiume dei nostri ricordi?

Ogni giorno la nostra mente è destinata a produrre migliaia di ricordi che confluiscono nel fiume della nostra memoria. Facile perderne traccia, perché questo fiume scorre veloce e aumenta di volume ad ogni alba e ad ogni tramonto.

Cosa ci aiuta ad orizzontarsi, a mettere ordine nel magazzino immenso della nostra memoria?

Il calendario, tra le altre cose, serve proprio a questo. Stagioni e festività, Natale e Pasqua, il nostro compleanno e quello dei nostri familiari, ci aiutano a non perderci nell’archivio dei nostri ricordi.

Un viaggio, un evento, un’emozione, lo leghiamo a date particolari. Se il calendario fosse fatto semplicemente di giorni tutti uguali, di infiniti lunedì, ad esempio, non avremmo speranza. Ci perderemmo nel labirinto della nostra memoria.


Ma anche l’arte ha una funzione importante.

Un libro, un film, un concerto, una mostra, sono strumenti essenziali per dare forma e ordine al ricordare.

Stamattina mi è capitato di ripensare ad un episodio degli anni Ottanta. Mio padre passava molto tempo a Roma, con la sua compagna, nonostante vivesse ormai da molti anni in Romagna, e per questo ci vedevamo spesso.

In realtà l’episodio al quale ho pensato risale ad un momento in cui avevamo fatto un brutto litigio e io era un po’ che non lo vedevo.

Per questo fui piuttosto imbarazzato quando me lo trovai improvvisamente di fronte. Soprattutto perché a Roma, incontrare qualcuno per caso non capita praticamente mai.

Stavo andando a vedere un film di Moretti, La messa è finita, ed ero proprio davanti al cinema, mentre lui lo aveva appena visto e stava uscendo.

Questo ricordo mi ha fatto pensare a tutta una parte della mia vita, quella dei miei vent’anni a Roma e dei miei rapporti burrascosi con mio padre. 

Ma quando è accaduto quell’incontro?

Nel novembre del 1985, semplice. Perché il film di Moretti uscì nelle sale romane il 15 novembre ed io, come sempre facevo, andai a vederlo quasi subito.



venerdì 10 luglio 2026

Sinossi e Intro de Metafisica delle nuvole

 Metafisica delle nuvole (Debito a Ólethros) 

Vittima di un’esplosione nel corso di una vacanza in un paese straniero, dopo mesi in ospedale sospesa tra la vita e la morte, una giovane donna (il cui nome non viene mai rivelato), si ritrova prigioniera in un paese sconvolto dalla guerra civile e da un colpo di stato. I confini sono ermeticamente chiusi, nessuno esce o entra, nessuna comunicazione possibile con l’esterno tranne, una volta al mese, l’apertura di un centro per la comunicazione internazionale, con un telefono a gettoni. Costretta a ripagare le spese mediche a cui è stata sottoposta, comincia per lei una vita ben lontana dall’agiatezza alla quale era stata abituata. Trova un lavoro in una fabbrica di prodotti alimentari e un’improbabile sistemazione, in un appartamento diviso su due piani, dove, per raggiungere la camera da letto, è necessario uscire in balcone e salire per una scala esterna di sicurezza. 




Metafisica delle nuvole
 racconta il progressivo smarrimento e la trasformazione di chi, abituata a the sunny side of the street, si ritrova improvvisamente dall’altra parte del mondo a fare i conti con una vita di rinunce e solitudine.  

In una realtà perfettamente possibile, ma con una spiccata tendenza alla distopia, in una città, Ólethros, in cui vecchi e bambini vivono ai margini, nascosti o rinchiusi, la protagonista incontra ad un certo punto un vecchio professore-muratore, che vive clandestinamente in un appartamento minuscolo, nel suo condominio. In breve tempo ne nasce un rapporto ricco e intenso. 

«Delle nuvole ci fermiamo di solito a scorgere una singola forma, tanto più se assomiglia a oggetti a noi familiari», le racconta una volta l’uomo, «è necessario invece osservare un cielo costellato di nubi per diverse ore di seguito e prestare attenzione a come quelle forme mutino velocemente combinandosi e reinventandosi. Il segreto sta proprio nel cogliere il movimento e la trasformazione. Se riuscissimo a tracciare le linee invisibili dei loro movimenti, a comporre la complessa e magnifica architettura delle loro infinite traiettorie, allora parleremmo la lingua di Dio, allora sapremmo interpretarne i segni». 

Da questo momento, per la protagonista, si dipaneranno una serie di fili narrativi importanti e imprevedibili, che prenderanno ad un certo punto, dopo alcuni giorni di febbre altissima, due direzione opposte: al normale succedersi dei giorni nella vita reale e cosciente, si affiancherà un percorso a ritroso, nella vita onirica, un vero e proprio viaggio all’indietro nel proprio passato che ogni notte riprenderà esattamente  dove si era interrotto la notte prima, con una continuità e coerenza impensabili per un sogno. 

La Metafisica delle nuvole si dimostrerà allora un prezioso strumento per affrontare il doppio viaggio, a ritroso nel tempo e dentro se stessa, e nella propria vita. 

 

          Ω

Si ritrovò all’improvviso in un immenso spogliatoio, con una fila interminabile 

di armadietti tutti uguali, senza numero né serratura. 

Le sembrò perfettamente normale quello che doveva fare, né le venne da chiedersi come sarebbe stato possibile e perché. L’unica cosa che la preoccupò fu come avrebbe fatto il mattino seguente, al ritorno dalle regioni del sonno, a ritrovare il proprio io, quell’io di cui doveva adesso spogliarsi e riporre con cura in uno di questi armadietti.

Studiò con attenzione l’armadietto che aveva scelto, ma era in tutto e per tutto identico a tutti gli altri della stessa fila, una fila apparentemente senza un inizio né una fine. Né c’era nulla che potesse aiutarla a distinguerlo, come un pennarello, un pezzo di carta, una chiave per lasciarci un graffio. Allora si strappò una ciocca di capelli e la infilò in una fessura.

Poi fece quello che doveva fare, sfilandosi il proprio io come fosse stato una veste bianca, respirò a fondo e infine si incamminò seminuda e a piedi scalzi, lungo un corridoio.






 

giovedì 9 luglio 2026

Storia della musica in pillole


Dal 6 luglio è cominciata la pubblicazione di una serie di articoli, usciti tra il 2014 e il 2022 su di una rivista specializzata della Mondadori, di carattere divulgativo e pur tuttavia estremamente curati e ricchi di informazioni utili anche in ambito professionale.

Credo che mai come oggi sia indispensabile filtrare, sintetizzare e rendere in un linguaggio leggero e appetibile, i contenuti più importanti della nostra tradizione classica.

Nei prossimi mesi, fino alla fine del 2026 e oltre, ecco la lista di alcuni degli argomenti che verranno trattati:

Agosto - Gustav Mahler

Settembre - Ludwig van Beethoven

Ottobre - Claudio Monteverdi

Novembre - Johann Sebastian Bach







martedì 7 luglio 2026

L'inesorabile e triste destino dei "Pinocchi"

Perché anche i grandi falliscono?

Ci sono almeno due versioni di Pinocchio che ho aspettato con gioia e trepidazione: quello di Matteo Garrone (2019) un regista che stimo molto e che dopo Lo Cunti de li Cunti (2015) sembrava perfetto per raccontare le avventure del burattino di Collodi, e la versione animata di Enzo D'Alò, con i disegni di Lorenzo Mattotti e le musiche (e la voce) di Lucio Dalla, morto poco dopo la conclusione della produzione del film.

Si tratta senza dubbio di due prodotti di altissima qualità. Il film di Garrone è stato candidato a 15 Davide di Donatello, vincendone poi cinque e ha ottenuto due nomination all'Oscar come miglior film straniero (e non solo). Quello di D'Alò ha guadagnato due nomination in Festival Internazionali.



E pur tuttavia, in entrambi i film, sebbene in maniera diversa, c'è qualcosa di poco convincente.

Forse soprattutto in quello di Garrone, proprio a causa dalla genialità del suo autore e dalla qualità dei suoi film. Io non credo tuttavia che sia un caso: c'è una sorta di maledizione nell'affrontare Pinocchio e credo che ciò derivi da alcune ragioni strutturali al romanzo di Collodi.

Pinocchio l'ho scoperto da padre, leggendo la versione integrale a mia figlia e rimanendone sconvolto. Solo la versione integrale può veramente rivelarne il volto autentico. Un romanzo complesso e tortuoso, estremamente ricco di colori, con sfumature che vanno dal gioco e la burla fino all'horror.

Prima di tutto Pinocchio muore impiccato e poi resuscita, perché il romanzo, il cui vero titolo è Le avventure di Pinocchio - Storia di un burattino, fu pubblicato a puntate come feuilletton [1] su il Giornale dei bambini a partire dall'ottobre 1881, e dovette continuare su richiesta pressante dei suoi lettori, oltre la fine pensata dal suo autore [2].

Inoltre la fatina è in realtà una bambina morta... Ma ci sono tanti altri aspetti che sono stati deformati e edulcorati dalle innumerevoli versioni seguite nei centoquaranticinque anni successivi.

Rendere in un film o in una fiaba musicale questa tavolozza infinita di sfumature è risultato fino ad oggi, almeno a quanto io conosca, apparentemente impossibile.

Sarebbe strano il contrario.

Trovare l'equilibrio tra leggerezza e densità plumbea, tra scherno toscanaccio e espressionismo deformante e orrorifico, tra delicatezza fiabesca e dramma nero e funereo, in un mondo diverso dalla letteratura dove tutto si svolge nella nostra mente ed immaginazione e non ha bisogno di essere raffigurato e prender corpo, risulta una sfida quasi impossibile. Ma ciò non significa che un giorno qualcuno non potrebbe riuscirci.

Come per l'altro grande romanzo fantastico italiano, la Divina Commedia, è necessario  acquisire piena consapevolezza dell'incredibile difficoltà dell'impresa, quando ci si accinge ad affrontarla, con la quasi certezza che si fallirà.

Il mio è un augurio quindi al genio che ci riuscirà un giorno (o forse ci è già riuscito e non lo so).





[1] föitõ› s. m., fr. [der. di feuille «foglio»]. – In origine, la parte di un giornale, o un suo inserto, che ospitava, verso la metà dell’Ottocento, accanto a rubriche diverse, romanzi a puntate, detti anche romanzi d’appendice. Il termine è poi passato a designare il genere letterario stesso che proponeva narrazioni fitte di vicende, di personaggi e di colpi di scena, rivolte al coinvolgimento emotivo di un pubblico vasto e in genere non colto; più in generale, qualsiasi storia sviluppata a puntate, anche radiofonica o televisiva, in cui si tratteggiano situazioni a forti tinte, con nette contrapposizioni fra personaggi buoni e personaggi cattivi, e quindi, in senso spreg., ogni produzione letteraria, cinematografica, televisiva, che ne riproduca i caratteri e le qualità: sceneggiatura, personaggi da f.; questo film è un vero feuilleton. Treccani

[2] La conclusione che Collodi pensò per la sua storia (l'autore decise inizialmente di terminare il racconto con il burattino che, impiccato, «stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito») non soddisfece affatto il pubblico, e in seguito alle proteste ansiose e rammaricate dei piccoli lettori, il giornale convinse Collodi a modificare la trama.

lunedì 6 luglio 2026

Grande giornata per i nostri allievi con l'Arsenale

Ecco alcune foto del 4 luglio, giornata di prove aperte e di registrazioni per i brani dei sei allievi del Biennio di composizione



Nella foto, da sinistra:
Andrea Mattevi (docente di Composizione), Gian-Luca Baldi (docente di Composizione), Andrea Capovilla (allievo Biennio), Silvia Cignoli (chitarra elettrica), Roberto Durante (pianoforte e sinth), Livia Rado (voce), Emanuele Dalmaso (sasssofoni), Filippo Perocco (compositore e direttore), Matteo Libralato (allievo Biennio), Gianantonio Alberton (allievo Biennio), Daniele Martini (allievo Biennio), Igor Zobin (fisarmonica), Rachele Salmaso (allievo Biennio), Michele Tognin (allievo Biennio).
























A proposito di Mozart - I puntata

Comincio oggi a pubblicare, in una serie di puntate settimanali, il mio lungo articolo su Mozart, uscito in due diversi numeri di una rivista della Mondadori nel marzo e giugno del 2017.

Il taglio dell'articolo è indubbiamente divulgativo, ma non il suo contenuto, ricco di informazioni e dettagli estremamente curati e precisi.




Tra i tanti ritratti di Mozart, quello che oggi viene ritenuto il più attendibile.

A proposito di Mozart

1791: l’ultimo anno tra verità e leggenda 

 

Prima del rapper canadese Drake, rimasto per 11 settimane in classifica negli Stati Uniti col suo album Views e prima della famosissima Beyoncé, la rivista statunitense Billboard ha incoronato miglior artista del 2016 un compositore austriaco che non solo proviene da una categoria, la musica classica, che generalmente rimane alquanto di nicchia quando si parla di vendite, ma è addirittura scomparso da ben 226 anni: Wolfang Amadeus Mozart.

A fargli ottenere il primo posto nelle vendite è stato il successo del cofanetto contenente la sua produzione integrale e comprendente ben duecento cd.

Un’abile operazione commerciale? Difficile limitare la portata di questo evento a strategie di marketing o a fattori congetturali e irripetibili. È possibile invece che lo stile di Mozart, tra il tardo barocco e il pre-romanticismo, abbia trovato, nell’infinita gamma di stili e linguaggi musicali di questo inizio di Millennio, un suo spazio particolare, e che «il mondo autunnale  indimenticabilmente bello della musica scritta nel 1791», il suo ultimo anno di vita e che comprende composizioni come il Requiem, Il flauto magico, il Concerto per clarinetto e orchestra e l’Ave verum, sia in «maggior sintonia con la nostra concezione pessimistica della vita rispetto a quel senso di benessere ottimisticamente chiuso in sé della musica di Haydn, o alle trionfali affermazioni di vita beethoveniane» (Robbins Landon 1988, p. 14). A scriverlo è uno studioso statunitense, autore di uno dei più belli e affidabili libri su Mozart, quel 1791 - L’ultimo anno di Mozart che costituirà una delle due colonne portanti di questa serie di articoli, insieme alla biografia di Hermann Abert, (H. Abert, Mozart, 1984, in due volumi), che resta ancor oggi imbattibile per l’accuratezza e la ricchezza della documentazione storica, seppure con alcune ‘inesattezze’, come ad esempio la ricostruzione del funerale del compositore, che negli ultimi trent’anni è stata rimessa in discussione e di cui parleremo alla fine di questo primo articolo.

In realtà la musica di Mozart sembra essere rimasta – nell’era della ‘riproducibilità meccanica’ -  fondamentalmente estranea a quell’uso massiccio e logorante del repertorio classico e romantico che è stato fatto dal cinema, dai cartoni animati e dalla televisione, in modo particolare delle musiche di Beethoven, Chopin e Liszt; e lo stile mozartiano si è mantenuto in qualche modo ‘puro’ anche dalle contaminazioni con il pop, il rock e il jazz, che hanno sempre amato e preferito il barocco e soprattutto Johann Sebastian Bach.

Ci sono alcuni aspetti però, legati non tanto alla sua musica, quanto alla sua figura e alla sua storia personale, che senza dubbio hanno da sempre colpito l’immaginario della modernità, e continuano a farlo all’inizio del XXI secolo. Prima di tutto il suo essere il prototipo del genio musicale assoluto, come Einstein lo è stato e lo tutt’ora in ambito scientifico; ed in secondo luogo l’aver avuto una vita breve e travagliata, terminata con una morte drammatica e apparentemente misteriosa: un sospetto di avvelenamento, un corpo che viene smarrito e i cui resti si sono cercati a lungo.

Alcuni di questi elementi, raccontati con teatralità ed efficacia nel pluripremiato Amadeus di Milôs Forman del 1984, hanno reso Mozart una delle icone del XX e XXI secolo, a dispetto di una conoscenza della sua musica spesso scarsa. Il film di Forman, un film che personalmente ritengo abbia saputo cogliere alcuni aspetti essenziali della personalità di Mozart, si basava tuttavia non su di una ricostruzione storica fedele e documentata, ma bensì sul lavoro teatrale di Peter Schaffer, anche autore della sceneggiatura, testo ispirato a sua volta al micro dramma di Puskin, Mozart e Salieri che aveva totalmente sposato la tesi dell’ostilità e dell’avvelenamento da parte di Salieri. Se quindi coglieva alcune verità ‘essenziali’, era una totale finzione storica per molte altre. Ha però incoronato definitivamente Mozart tra le star, ben prima della rivista Billboard, e introdotto il suo Requiem (paradossalmente una delle composizioni che meno gli appartengono, perché lasciato in gran parte incompleto e terminato dal suo allievo Süssmayer), tra le icone sonore degli ultimi trent’anni.

Ma non solo. Nel tempo la musica di Mozart sembra aver acquistato spazi sempre più importanti. È sempre Robbins Landon ad individuare nel 1941, molto prima del film di Forman, l’anno di svolta per la musica di Mozart, almeno in Inghilterra. Un anno di grandiose rappresentazioni in occasione del centocinquantenario della morte, che lo portò ben presto a scalzare Beethoven, come compositore più eseguito nelle sale da concerto.

Parlando ancora di cinema, non si può non citare un film uscito qualche anno prima di Amadeus, Don Giovanni del regista inglese Joseph Losey (1979), trasposizione fedele e straordinaria dell’omonima opera. Forse la più bella trasposizione cinematografica di un’opera lirica, interamente ambientata tra la Villa La Rotonda e il Teatro Olimpico del Palladio a Vicenza, la laguna e le campagne venete.  Chiunque ami Mozart e il suo Don Giovanni, non può non amare questa trasposizione per la sua fedeltà all’opera, ma anche per la sua eleganza, la bellezza della fotografia, la bravura degli interpreti. Ruggero Raimondi è un Don Giovanni che rimarrà a lungo nella memoria, e non solo per le sue doti musicali. Il suo sguardo rivolto, ad esempio, “alla giovin principiante” o alla statua del commendatore quando nella scena finale si presenta alla sua mensa, sono memorabili. Un film da consigliare non solo agli appassionati, ma soprattutto a coloro che rimangono ancora distanti dal teatro musicale e dal canto lirico, e possono trovare in questa trasposizione cinematografica l’ingresso ideale per imparare a comprendere ed amare un mondo ancora oggi attualissimo. Attualità testimoniata, tra le altre cose, dal notevole incremento delle presenze degli under 30 nei nostri Teatri Lirici. Solo per fare un esempio, la Fenice di Venezia ha registrato nel 2016 un aumento dell’11% della vendita di biglietti online, acquistati per la maggior parte da under 40. Senza contare poi le centinaia di migliaia di follower sui social come Twitter (107 mila) e Facebook (205 mila) del teatro veneziano.

Possiamo quindi non solo dire che Mozart ha conquistato un posto importante all’interno della vastissima galleria di ‘grandi personaggi del passato’ che il nuovo secolo ha deciso di portare con sé, ma che oggi sembra essere oggetto di un interesse sempre crescente.

Delle capacità straordinarie

‘Mozart bambino prodigio’ è sicuramente una delle forme attraverso le quali Mozart più incuriosisce l’immaginario contemporaneo e che contribuiscono a creare quell’idea di prototipo assoluto di una genialità spesso sorprendente e quasi inspiegabile. Se Einstein quindi viene ritenuto il ‘sommo degli scienziati’ unicamente per le sue scoperte ed i suoi lavori, Mozart rischia di vedersi attribuire lo scettro di ‘numero uno’ più per il suo orecchio straordinario, per la sua precocità e l’esuberanza musicale, che per la ‘musica in sé’.

È indubbio che Mozart possedesse capacità non comuni. Talento precocissimo, abile strumentista, era dotato inoltre di un orecchio ben superiore a qualsiasi individuo considerato generalmente molto dotato. Facciamo soltanto un esempio, citando uno degli episodi più noti, che rendono bene l’idea delle straordinarie doti musicali di Mozart: l’episodio, ben documentato e comprovato, del Miserere di Gregorio Allegri.

Nel corso del suo primo viaggio in Italia (1769-1771), un Mozart quattordicenne, dopo aver lasciato a malincuore Firenze, e dopo «un viaggio faticoso, con un tempo tanto brutto […], attraverso un territorio per lo più disabitato, con locande orribili nelle quali c’era molta sporcizia ma niente da mangiare salvo, qua e là, un paio d’uova e dei broccoli, giunse a Roma il pomeriggio del venerdì santo, con un violento temporale tra lampi e tuoni» (Abert I 1984, pp. 198-199). Era l’11 aprile del 1770. Appena in tempo per correre ad ascoltare il celeberrimo Miserere di Gregorio Allegri, considerato a quei tempi la gemma del genere ed il pezzo forte delle musiche pontificali per il venerdì santo. Tanto da essere protetto da trascrizioni non autorizzate.

Non avevano tuttavia fatto i conti col giovane Mozart, che dopo averlo ascoltato per la prima volta, lo trascrisse fedelmente, nota per nota, tutto a memoria e lo eseguì (probabilmente su di una tastiera) dinanzi al cantante papale Cristofori che ne riconobbe l’assoluta concordanza con l’originale. Il padre Leopold dovette addirittura tranquillizzare la moglie e la sorella di Mozart, Nannerl, che temevano che Wolfang avesse commesso qualche peccato nel trascrivere quel brano che veniva custodito così segretamente e gelosamente.

Il Miserere di Allegri consisteva in un brano per sole voci in cui si alternavano due cori a quattro e cinque parti, e che alla fine cantavano tutti insieme a nove. Una composizione di una dozzina di minuti. Per quanto ci sia stato chi, in diverse occasioni, abbia cercato di sminuire l’impresa del giovane Mozart, sostenendo che in fondo si trattava di un brano abbastanza omoritmico (le voci cioè si muovono insieme e non ognuna in maniera indipendente) e ripetitivo, resta la capacità di memorizzare un brano così lungo e di distinguere perfettamente le diverse voci, sia a cinque (impresa già non facile anche per un professionista) che a nove (e questo è veramente difficile).

Tuttavia è necessario sottolineare che tali capacità, in fondo, non hanno molta importanza. Forse una certa forma di sindrome autistica leggera poteva celarsi dietro di esse. Ma la grandezza di Mozart e della sua musica non è legata alle sue doti. Esse, indubbiamente, gli hanno permesso di compiere ‘imprese’ probabilmente impossibili ad altri compositori, in termini di quantità di tempo a disposizione e quantità e qualità di musica composta all’interno di esso. Il suo ultimo anno di vita ne è testimonianza, con l’intrecciarsi incredibile di lavori, ai quali si dedicava febbrilmente: Il Requiem, Il flauto magico, La clemenza di Tito (opera seria) e tanti altri. Ma tali doti possono riscontrarsi a volte in individui che non posseggono talento alcuno per la composizione, e di certo non eguagliabile a quello di Mozart.

Bisogna assolutamente ricordare che il suo talento musicale faceva uso di queste doti, le sfruttava, non consisteva in quelle doti. 





L’esercizio continuo dell’immaginazione

Il talento di un compositore risiede nella qualità delle sue idee e nella sua capacità di realizzarle. La grandezza di Mozart è testimoniata dalla incredibile bellezza delle sue melodie, dalla forza del suo pensiero formale, dall’originalità potente delle sue soluzioni strumentali, dalle armonie sempre ricche, interessanti e mai banali, dalla leggerezza della sua musica, giocosa ma dotata di un’intensità, di una profondità del tutto uniche. Che poi impiegasse poco o molto tempo per raggiungere questi risultati, cosa cambia in fondo? Che Mozart producesse musica naturalmente come respirare mentre Beethoven la componesse col sangue e col sudore, questo non cambia il risultato.

Tuttavia è difficile credere che le cose fossero proprio così facili per lui. Le capacità di Mozart gli consentivano di tenere a memoria, in alcuni casi, intere sinfonie; e di comporre ovunque, in qualsiasi luogo, qualunque attività svolgesse, in carrozza, a cavallo, giocando al biliardo, mentre mangiava: lo faceva a mente. Di queste sue capacità abbiamo numerosissime testimonianze e più volte ricorre nelle sue lettere la frase: “Tutto è già composto ma non ancora scritto”, che faceva tanto spazientire e preoccupare suo padre, attento ai risultati tangibili. Per questa ragione risulta difficile sapere con esattezza se i suoi processi compositivi fossero facili o difficili, istantanei o sudati. Quello che scriveva, in bella grafia sui fogli pentagrammati, era solo il risultato finale. Ma quanto tempo aveva impiegato, nella sua mente, per raggiungerlo?

Ecco una testimonianza diretta di questo suo lavoro creativo ed ‘interiore’ incessante:

Nel 1791, mentre Mozart stava componendo la sua opera per l’incoronazione, La clemenza di Tito, andava con alcuni suoi amici ad un Kaffèhaus non lontano da casa per distrarsi col gioco del biliardo. Per qualche giorno si notò che mentre giocava canticchiava sottovoce, tra sé e sé un motivo e faceva mm, mm, mm…; spesso quando un altro stava tirando estraeva un libriccino dalla tasca, gli dava una rapida occhiata e quindi riprendeva a giocare. Si restava stupiti quando Mozart si sedeva al pianoforte di casa Duschek e suonava agli amici il bel quintetto de Il flauto magico Tra Tamino, Papageno e le tre damigelle [«Wie, wie, wie?»], che comincia proprio con quel bel motivetto che Mozart aveva in mente quando giocava a biliardo. Dimostrazione non soltanto dell’esercizio continuo della sua immaginazione creativa, che, anche nel bel mezzo di passatempi e distrazioni, non s’interrompeva, ma anche della forza gigantesca del suo genio, capace di impegnarsi allo stesso tempo in due attività così diverse. (Robbins Landon 1988, p. 109).

Mozart era dunque dedito ad un esercizio continuo della sua immaginazione, e molteplici testimonianze ce lo raccontano mentre tamburella un ritmo con le mani, o canticchia qualcosa. Per questa ragione non possiamo sapere quanto tempo impiegasse realmente per comporre. Ma non doveva essere comunque un processo scevro da fatica, ripensamenti, momenti di dubbi e di stasi, rallentamenti ed accelerazioni improvvisi. Era, dopo tutto un uomo.

A proposito del continuo esercizio dell’immaginazione poi, molto interessante, e anche divertente, è la testimonianza del suo parrucchiere. Mozart era tenuto, per i suoi impegni di corte, a vestire con eleganza e ad avere sempre un aspetto curato. Il prendersi cura della capigliatura era uno dei suoi doveri, tanto più che aveva sempre rifiutato di portare il parrucchino, e portava i capelli raccolti in un codino.

Una mattina mentre stavo acconciandogli i capelli ed ero impegnato a sistemargli il codino, Mozart balzò improvvisamente in piedi e, nonostante io lo tenessi per il codino, andò nella stanza accanto, trascinandomi dietro e cominciò a suonare il pianoforte. Ammaliato dal suo modo di suonare e dai bei suoni dello strumento – prima d’allora non ne avevo mai sentito uno così – lasciai andare il codino e ripresi a lavorare solo dopo che Mozart si fu alzato. Un giorno stavo svoltando dalla Kärntstrasse in Himmelpfortegasse per andare a servire Mozart, quando egli arrivò a cavallo, si fermò, proseguì ancora un poco, estrasse dalla tasca una tavoletta e scrisse qualche nota. Gli rivolsi la parola, chiedendogli se potevo venire da lui subito ed egli mi rispose di sì (Robbins Landon, 1988, pp. 33-34).

Infine, riportiamo la testimonianza della sorella di Costanze, Sofia, che alla morte di Mozart aveva 28 anni ed era ancora nubile. Avrebbe sposato nel 1807 il tenore e compositore Jakob Haibl, per cui risulta spesso nei documenti come Sofia Haibl:

Era sempre di buon umore, ma sempre pensieroso; fissava il suo interlocutore negli occhi rispondendo, sia che fosse allegro o triste, con riflessione, eppure sembrava che stesse pensando profondamente a qualcos’altro. Perfino al mattino, quando si lavava le mani, andava avanti e dietro per la stanza senza fermarsi mai, battendo un tacco contro l’altro, sempre pensieroso. A tavola arrotolava spesso l’angolo della salvietta agitandolo sotto il naso come sopra pensiero, spesso facendo anche una smorfia con la bocca (Abert, 1984, p. 110).

Bisogna dire però che, in questo caso, si descrivono delle caratteristiche che possono riscontrarsi non solo in molti musicisti, ma nella maggior parte degli artisti. L’arte è un lavoro ‘full time’, che non conosce orari. Un’attività che alla quale la mente non smette mai veramente di dedicarsi, notte e sonno compresi.