lunedì 22 giugno 2026

Maschi e femmine - Luoghi comuni e pregiudizi di genere nel vivere i sentimenti

Davvero è una caratteristica maschile quella particolare incapacità di avere una reazione rapida e per così dire ‘verbale', di fronte ad un flusso di emozioni complesso e articolato? Il non saperle analizzare, capire e tradurre in tempo reale, e quindi evitarle in blocco?

Mi sembra che si possa dire che, almeno in passato, gli uomini se la cavassero molto bene con le reazioni immediate, fintantoché riguardavano poche emozioni elementari e primarie, come paura, fame, rabbia, pericolo. 

Tutto quello che scatena la nostra adrenalina e richiede una risposta ‘fisica’ semplice, diretta, tutto quello che ci fa staccare la spina della nostra amigdala e ci lascia senza emozione alcuna se non la nostra reazione stessa, ci fa sentire perfettamente a nostro agio. 

Ma se entrano in gioco delle emozioni diverse, più ‘civilizzate’, per così dire, se entra in gioco un dolore non fisico, come la delusione o lo smarrimento in un cocktail complesso di emozioni, allora i tempi di lettura, interpretazione e risposta sembrano allungarsi e ci scopriamo spesso ad aver bisogno di ore, giorni, mesi per metabolizzare e rispondere a tono.  

Non è vero d'altronde che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, sin da bambini noi maschi siamo stati educati a ricacciare indietro quell’onda montante di pianto, di angoscia, di tristezza, di paura, che qualunque essere umano prova prima o poi, maschio o femmina? Mentre la donna sembrava essere stata educata a tuffarcisi dentro.




Ripenso all'episodio di un film, una commedia americana "leggera" e pur tuttavia, come tutte le buone commedie, non privo di cose profonde e vere: Crazy stupid love, con Steve Carell, Julianne Moore, Emma Stone e Ryan Gosling.

Julianne Moore, tornando a casa dopo una cena, dice al marito, Steve Carell, che lo vuole lasciare e che è stata a letto con un suo collega (Kevin Bacon). Steve Carell non sa far altro che buttarsi giù dall'auto, appena questa rallenta un po' (è la moglie alla guida...).

Il buttarsi giù dalla macchina è un gesto in parte di ‘dignitoso dolore’, ma anche di un’esplicita ammissione di difficoltà. Significa: non sono in grado di rispondere adesso a quello che è avvenuto, alle cose che mi dici, ho bisogno di tempo. Quindi ti prego, adesso lasciami solo ed in silenzio. Ne riparliamo tra un paio di mesi. Purtroppo però in quei mesi il torrente di emozioni di una donna avrà percorso migliaia di chilometri e chissà dove l’avrà portata. Probabilmente non sarà più disponibile ad ascoltare ciò che l’uomo, finalmente, avrà da dire.

Forse questa difficoltà nel leggere le proprie emozioni, nel leggersi dentro è un problema che riguarda tanto gli uomini che le donne. E dipende dalla nostra educazione emotiva.

La mia generazione affrontava l'educazione dei maschi e delle femmine in maniera totalmente diversa, i ruoli erano ben distinti e diversissimi ed era chiaro dai primissimi mesi di vita.

Le cose stanno cambiando e cambierebbero ancora di più con percorsi educativi diversi?

Non sono uno psicologo e mi limito ad osservare, da scrittore ciò che è dentro di me e ciò che è intorno a me.

In passato ho avuto l’impressione a volte che per una donna provare delle emozioni fosse come andare ad aprire la porta ed essere investita dall’onda di una piena. Non può fare a meno di viverle tutte ed esserne travolta. Poi di solito reagisce, e le elabora. Un uomo invece è come se sentisse suonare il citofono per una raccomandata da firmare. Pensa: «Ah, devo infilarmi le scarpe e la camicia e correre giù…», e intanto passa del tempo. Poi, alla fine, scende ma l’androne delle scale è buio, deve accendere la luce e prendere il pacco. Poi infine deve aprirlo, ma può anche rimandare e, a volte, rimanda all’infinito.

Altre volte, pensando alle emozioni, mi è venuto da immaginare la complessità di un’orchestra sinfonica: cento strumentisti che suonano, e purtroppo, al contrario della musica, senza spartito né direttore.

Rischia di essere banale, un pregiudizio di genere dire che l'orchestra di una donna ha gli archi in prima fila, come le orchestre reali, con tutta una sezione composta da violini, viole, violoncelli e contrabbassi che suonano melodie espressive e avvolgenti?

Forse sì, ma io posso dire come è composta la mia di orchestra!

La mia orchestra ha senza dubbio una bella sezione di archi che esegue bellissime melodie , ma gli archi non sono in prima fila, sono in fondo. Davanti ci sono una decina di percussionisti che fanno un gran baccano con i loro tamburi, gong, congas, piatti e gran casse, ed è quasi impossibile udire il suono degli archi. Percussioni come aggressività, testosterone, inclinazione all’azione, allo scontro, archi invece come sentimenti, come affetto, come riflessività e introspezione. Banalità?

In momenti di grande dolore, ad esempio, come quando mi sono separato, io sono sicuro che gli archi della mia orchestra suonassero delle melodie malinconiche e struggenti, come quelle di Cajkovskij, ma non riuscivo a sentirle, a focalizzarmi su di loro, bensì solo su quello che c'era da fare, sui problemi logistici ed organizzativi, su tutti gli aspetti pratici che ne sarebbero derivati, soprattutto per nostra figlia. Solo dopo diversi anni, il fragore di tutte quelle percussioni si è calmato e ho potuto finalmente soffermarmi e ascoltare bene le cose che avevo davvero provato. E' stato un po' come aprire una specie di vaso di Pandora, e vederne uscire fuori un fiume di emozioni e sentimenti rimasti nell'ombra per anni.







domenica 21 giugno 2026

Perché attribuiamo ancora oggi il Pulcinella "a" STRAVINSKIJ?

Igor Stravinskij lavorò al balletto Pulcinella nel 1919 e ne trasse alcuni anni più tardi la Suite omonima. La storia di Sergej Djaghilev che scopre alcuni manoscritti di Pergolesi nel Conservatorio di Napoli e al British Museum e li sottopone al compositore, è piuttosto nota e non starò qui a ripeterne i dettagli.


In quegli anni la musica barocca era ancora un immenso continente semi sconosciuto e ricchissimo di tesori, pronti ad essere saccheggiati da chiunque lo volesse. Non molto dissimile da quello che rappresentava nel XIX secolo (e oltre) il continente africano per gli europei e il Congo per il re del Belgio, solo per fare un esempio. 

Si pensi che Vivaldi era ben lungi dall'essere riscoperto e che ci vollero vent'anni per arrivare a poter disporre della sua immensa produzione, rimasta sepolta per un paio di secoli in varie collezioni private.

Fu il 1926 l'anno in cui, grazie all'iniziativa del direttore del Collegio Salesiano San Carlo di Borgo San Martino (Casale Monferrato), don Federico Emanuel, iniziò la lunga odissea che avrebbe riportato alla luce, quattro anni più tardi, quel patrimonio di 27 volumi di manoscritti vivaldiani (quasi tutti autografi) comprendenti 80 cantate, 42 opere sacre, 20 opere, 307 brani strumentali e l'oratorio Juditha triumphans, noto come fondo Foà-Giordano. E non era ancora finita...

"I musicologi non poterono sfruttare rapidamente questa scoperta eccezionale poiché Alberto Gentili, al quale i diritti di studio e di pubblicazione erano stati espressamente riservati, era ebreo e come tale fu bloccato a causa delle leggi razziali del fascismo italiano. Fu solamente dopo la seconda guerra mondiale che lo studio e la pubblicazione poterono essere condotti al loro termine"(1).

Questo per dare un'idea di ciò che poteva essere la conoscenza della letteratura barocca nel 1919 e la ragione per la quale era forse ancora lecito al tempo selezionare un certo numero di musiche di due autori straordinari come Domenico Gallo e Giovanni Battista Pergolesi, e spacciarle "quasi" per proprie.




Ma oggi? Come facciamo ancora a definire il Pulcinella un'opera di Igor Stravinskij?

Senza dubbio la scelta dei brani è stata mirabile e la sua orchestrazione elegante, delicata e soprattutto rispettosa. A volte libera, molte altre estremamente fedele.

E sia chiaro, niente a che fare con la Sacre du printemps, che, seppur ricchissima di temi popolari russi, rimane un'opera il cui unico e assoluto creatore è senza dubbio Stravinskij.

Per questo direi che è giunto il tempo di tornare a dare a Cesare ciò che è di Cesare, pur rispettando la grandezza di un gigante della musica del XX secolo. Anche semplicemente col rispolverare il titolo originale che era Ballet avec chant» -  Pulchinella (Musique d'après Pergolesi), e aggiungendovi chiaramente il nome di Gallo.

Tanto più che Domenico Gallo è ancora oggi un compositore sconosciuto ai più, eppure largamente eseguito proprio grazie al compositore russo.

Non dovrebbe apparire qualcosa del genere nel titolo?

Pulcinella, musiche di Domenico Gallo e Giovanni Battista Pergolesi, riorchestrate da Igor Stravinskij.

Domenico Gallo.

(1) A. Vivaldi, Wikipedia,https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Vivaldi

Quanto tempo impieghiamo ad abituarci al fatto di esistere e di avere un corpo?


Salivo velocemente le scale ieri sera, tornando a casa, e ho sentito il pianto disperato di un neonato provenire da uno degli appartamenti del secondo piano. Sentendo quelle urla così violente mi è venuto naturale pensare a quanto ci preoccupiamo del momento in cui usciremo dalla nostra vita, mentre ci dimentichiamo completamente di come deve essere stato difficile entrarci.

Quel lungo momento in cui siamo passati dal nulla o comunque da una specie di esistenza incorporea a possedere un corpo, con tutti i suoi bisogni fisiologici, dolorosi o piacevoli che siano, ma comunque spiazzanti quando si provano per la prima volta. Aver bisogno, sentire la mancanza di qualcosa e provare piacere quando questo bisogno viene soddisfatto, essere colpiti dallo shock di provare dolore ma anche solo dal fastidio della luce e dall’inquietezza del buio, scoprire il caldo, il freddo, la sensazione del bagnato, il buon odore del latte e della mamma e i cattivi odori. Tutto deve essere così nuovo, provenendo dalla quiete dell’assenza di una coscienza: la formazione dell’io deve essere una vera e propria rivoluzione, anzi un terremoto di magnitudo massima che ci sconvolge profondamente nel momento in cui traccia le linee del nostro essere. Un bombardamento incessante in un cervello che si sta sviluppando alla velocità della luce. Quanto tempo impieghiamo ad abituarci al fatto di esistere e di avere un corpo? È per questa ragione che i bambini hanno quello sguardo perduto ed assente a volte? Sembrano passivi e lontani mentre in realtà combattono la loro prima e più importante lotta con l'esistenza?


 





sabato 20 giugno 2026

Memorie della vita da single - I Ricordi spenti

Durante la lunga assenza di rapporti stabili che ho vissuto per circa una quindicina d'anni, la mia vita si era frammentata in decine di segmenti, alcuni lunghi ed importanti, altri brevi e brevissimi, e tutti ben separati gli uni dagli altri. 

La linea continua dello scorrere temporale si era dissolta e si era venuto a creare, perciò, un tempo fragile, ferito, liquido e soprattutto discontinuo. 

Fu un po' come aver vissuto una serie infinita di Big Bang, nei quali, sebbene ciascuno dei mondi che si veniva a creare fosse ricco di avvenimenti e di emozioni, buona parte dei ricordi ad esso legati, si perdevano o si deterioravano nella transizione da un arco esistenziale a quello seguente, tra un segmento temporale e l’altro. 

Nel momento in cui una storia finiva, tutto l'insieme di ricordi condivisi, tenuto insieme, coccolato e alimentato fino a quel momento in due, come una cosa viva, attuale, parte organica di quel vissuto indispensabile alla vita quotidiana della coppia stessa, come il pavimento sul quale si cammina, si disperdeva come polline al vento.

Restavo dunque solo a dovermi prendere cura di quei ricordi  che tuttavia acquistavano tutto un altro sapore. Perché, perdendo il collegamento col presente, divenivano inevitabilmente un pericoloso guardarsi indietro. 

E allora non c’era scampo. O, al fine di andare avanti, di non restare rivolti all'indietro, di non perdersi nella nostalgia, buttavo tutto giù, come zavorra da una mongolfiera e guardavo avanti, perdendo però una parte del mio passato; o cercavo di conservarlo, di occuparmi dei ricordi come un guardiano rimasto solo in un vecchio museo abbandonato, riponendo quei ricordi in cassetti che sapevo sarebbero rimasti chiudi per molto tempo. 

In questo modo, per quanto salvati all'oblio, quei ricordi erano destinati inevitabilmente a divenire dei ricordi spenti.




giovedì 18 giugno 2026

Le ineffabili e segrete ragioni del minimalismo (Segrets)

L'armonia misurata del giorno e della notte parte II - DANZA A TRE

DISPONIBILE SU YOU TUBE:

https://www.youtube.com/watch?v=HV9Hrd3WqgY

Quando cominciai a collaborare con la coreografa e ballerina californiana Teri Weikel, stavo attraversando un periodo molto particolare della mia vita di compositore. 

Era nata da poco mia figlia e tutta la mia energia e concentrazione sembrava precipitare verso quel vortice di amore e sconvolgimento che era l'esser padre.

Mi fu chiesto di scrivere musica in un paio di settimane. Oggi ci metterei anche la metà del tempo, ma allora era come prendere una navicella interstellare per affrontare un viaggio galattico e tornare sulla terra.

Mi sembrava un compito impossibile e non sapevo da dove cominciare.

Presi lo spunto da una canzone che avevo scritto in quel periodo (ma guarda un po'), Soft and gently, con un ostinato molto accattivante che è poi quello di Danza a tre. 

Il testo diceva qualcosa di simile (non l'ho mai scritta):

I watch the sky

Open the windows of my eyes

My mind is void

My thoughts many miles away

E poi nel ritornello che è la parte dove, nel brano strumentale, la musica si addolcisce e compare una melodia discendente per gradi congiunti:

Soft and gently 

The rain falls 

on my roof.




Tuttavia la ragione principale che mi spinse a fare questa esperienza col minimalismo fu un'altra.

Teri era un'improvvisatrice nata. Ed io come potevo starle dietro con la musica scritta? Se lei allungava o accorciava i suoi numeri di 3 o 4 minuti, ero perso.

Escogitai allora il sistema a ritornelli di quattro misure, tipo lo Steve Reich di Piano Phase e tanti altri pezzi. In questo modo potevo facilmente allungare o accorciare il mio pezzo a fisarmonica, semplicemente dicendo agli interpreti di ripetere non 3 ma 4 o più volte. 


Naturalmente la scrittura deve avere caratteristiche tali da consentire queste ripetizioni. Risulta evidente che non è possibile adottare lo stesso sistema con qualsiasi tipo di gesto o stile.





lunedì 15 giugno 2026

L'incantesimo che si spezza - L'armonia misurata del giorno e della notte - MUSICA PER DANZA


WHEN BACH MEETS BERG
(J.S. Bach, Minuetto II dalla Suite per violoncello solo in sol maggiore - A. Berg, Concerto per violino)
Edizioni Bèrben, distribuite oggi da Curci 1998 - 2000

https://www.youtube.com/watch?v=dlbrPttl4Nc
Se il destino di molta musica contemporanea è quello delle prime esecuzioni assolute che restano anche le ultime, la storia di questa musica è di tutt'altro genere e ha conosciuto negli anni riprese e rinascite, collezionando un bel numero di repliche.

Il progetto coreografico dell’opera di Raffaele Biolchini, al quale Teri Weikel ha dato inizio nel gennaio del 1997, nasce da un'intuizione della coreografa americana circa la consonanza poetica tra la propria danza e l'intima musicalità contenuta nei materiali dello scultore pavullese. La musica ha compiuto un percorso analogo e parallelo a quello della danza: il pensiero musicale ha preso le mosse direttamente dalle forme e dai segni dell'opera di Biolchini, cercando di coglierne i ritmi interni, le grafie astratte e misteriose, il pensiero costruttivo globale , basato spesso sulla ripetizione e variazione di piccoli gesti. Solo in un secondo momento, musica e danza, partiti quindi dallo stesso luogo d'ispirazione , ma ciascuno per proprio conto, si sono finalmente incontrate ed hanno cominciato ad interagire attraverso tutta una serie di spettacoli, ciascuno dei quali ha segnato dei profondi cambiamenti. Il primo incontro è avvenuto a Roma nell'ottobre del 1998, al teatro "dell'Orologio", e qui musica e danza si sono scoperte e studiate per cominciare a fondersi insieme e ad amarsi. La prima vera e propria dello spettacolo è avvenuta invece a Bologna, al teatro "San Leonardo, nell'aprile del 1999. Qui erano intervenuti nel frattempo già dei cambiamenti importanti e la creazione di due nuovi numeri musicali: L'Adagio molto e l'Interludio, insieme al rifacimento degli altri. A Bologna musica e danza per la prima volta si sono modificate l'una sull'altra, hanno cominciato a tener conto dei respiri e dei ritmi dell'altro, pur mantenendo la loro autonomia espressiva. La rappresentazione dell'ottobre del 1999 all'interno della giornata d'apertura del Festival di Nuova Consonanza ha costituito infine un punto d'arrivo nell'equilibrio interno dello spettacolo, raggiungendo al sua forma pressoché definitiva, sebbene la caratteristica principale di quest'opera rimanga comunque quella di essere un lavoro aperto, nel quale la scelta dei singoli movimenti e il loro ordine, dipende moltissimo dal luogo in cui viene rappresentato: il punto cardine attorno al quale tutti gli altri eventi si ordinano e acquistano significato rimane sempre e comunque lo spazio. Questa versione è stata poi replicata due mesi dopo, a dicembre.

Le musiche hanno poi acquistato nuova vita con l'Interensemble di Padova, che dopo averle eseguite al teatro della Maddalena di Padova nell'aprile del 2000, le ha portate in giro per l'Europa e per il mondo.
Infine, una vera e propria rinascita si è avuta con la ripresa dello spettacolo nella primavera del 2025, da parte della compagnia AURE presso lo Spazio Zefiro di Castelfranco Veneto con le danzatrici Matilde Cortivo, Sara Bravin e Valentina Rotta e la supervisione di Giulia Bellentani e Maria Chiara Pederzini.

And NEXT?










Dal manuale di 'Patologia del ricordo'

 Esistono ricordi come nastro adesivo usato

che inutilmente si tenta di far aderire ad una parete bagnata.

Questi i casi di deficit mnemonico o

di informazioni che non interessano, oppure di periodi di grande stress.

Esistono invece ricordi che sono come macchie indelebili,
tatuaggi inamovibili che niente e nessuno riuscirà a lavar via.

Qui possono esservi patologie legate a nevrosi o a forti traumi.

E poi ci sono quei ricordi che arrivano in sciami, o piuttosto precipitano come grandine in una tempesta e sono pungenti come chiodi e affilati come frammenti di vetro
e non c'è tetto che possa ripararci né medicina che possa curarci.