Durante la lunga assenza di rapporti stabili che ho vissuto per circa una quindicina d'anni, la mia vita si era frammentata in decine di segmenti, alcuni lunghi ed importanti, altri brevi e brevissimi, e tutti ben separati gli uni dagli altri.
La linea continua dello scorrere temporale si era dissolta e si era venuto a creare, perciò, un tempo fragile, ferito, liquido e soprattutto discontinuo.
Fu un po' come aver vissuto una serie infinita di Big Bang, nei quali, sebbene ciascuno dei mondi che si veniva a creare fosse ricco di avvenimenti e di emozioni, buona parte dei ricordi ad esso legati, si perdevano o si deterioravano nella transizione da un arco esistenziale a quello seguente, tra un segmento temporale e l’altro.
Nel momento in cui una storia finiva, tutto l'insieme di ricordi condivisi, tenuto insieme, coccolato e alimentato fino a quel momento in due, come una cosa viva, attuale, parte organica di quel vissuto indispensabile alla vita quotidiana della coppia stessa, come il pavimento sul quale si cammina, si disperdeva come polline al vento.
Restavo dunque solo a dovermi prendere cura di quei ricordi che tuttavia acquistavano tutto un altro sapore. Perché, perdendo il collegamento col presente, divenivano inevitabilmente un pericoloso guardarsi indietro.
E allora non c’era scampo. O, al fine di andare avanti, di non restare rivolti all'indietro, di non perdersi nella nostalgia, buttavo tutto giù, come zavorra da una mongolfiera e guardavo avanti, perdendo però una parte del mio passato; o cercavo di conservarlo, di occuparmi dei ricordi come un guardiano rimasto solo in un vecchio museo abbandonato, riponendo quei ricordi in cassetti che sapevo sarebbero rimasti chiudi per molto tempo.
In questo modo, per quanto salvati all'oblio, quei ricordi erano destinati inevitabilmente a divenire dei ricordi spenti.









