Perché Johann
Sebastian Bach, da almeno due secoli ormai, continua ad essere l’oggetto di una
sconfinata ammirazione, se non addirittura venerazione, da parte tanto di
musicisti professionisti, quanto di dilettanti e appassionati? Questa è la
domanda che ci siamo posti nel primo di questa serie di articoli.
Tuttavia, se è
vero che praticamente chiunque avverte l’assoluta perfezione della sua musica, e
molti condividono le parole del direttore d’orchestra John Eliot Gardiner secondo
cui la «statura del Bach compositore è sconcertante e, sotto molti punti di
vista, non è comparabile ai normali risultati dell’attività umana» (Gardiner
2015, p. 4), è altresì vero che risulta poi difficile spiegare in dettaglio il
perché di questa incommensurabile perfezione.
Proviamo allora ad
elencare, prima di proseguire nella conoscenza delle opere di Bach, dedicandoci
alle Variazioni Goldberg, alcune
delle caratteristiche essenziali della figura del compositore, e vediamo quanto
questa operazione possa esserci ulteriormente d’aiuto.
1. Bach dimostra
di essere un uomo perfettamente in equilibrio tra passato e presente, un
musicista il cui spirito «fu costantemente pronto a cogliere i suggerimenti del
proprio tempo e in misura ancora maggiore quelli del tempo passato» (Basso
1979, p. 444), passato al quale guardava con umiltà e devozione ma anche con la
consapevolezza che rispettare veramente la tradizione significa cambiare ed
andare avanti. Instancabile e attento è il suo interesse verso la musica tanto dei
grandi che lo hanno preceduto, come Girolamo Frescobaldi (1583-1643), Johann
Jacob Froberger (1616-1667), Dietrich Buxtehude (1637 –1707) e Johann Pachelbel
(1653-1706), quanto e forse ancor di più dei suoi contemporanei come, François Couperin
(1668–1733), Georg Philipp Telemann (1681-1767) e soprattutto Antonio Vivaldi
(1678-1741). Il rapporto con Vivaldi poi, sebbene i due quasi certamente non si
incontrarono mai, presenta «caratteristiche eccezionali e con una problematica
interna tutta particolare. Misteriosi sono i fili che legano i due musicisti,
al punto che risulta persino difficile immaginare qualche cosa di analogo
nell’intero arco della storia musicale» (Basso 1979, p. 458). Bach trascrisse
sei dei dodici concerti dell’Estro
armonico vivaldiano, trascrizioni-elaborazioni che introducono a volte
modifiche di un certo peso rispetto all’originale, generate dalla necessità
cogente di tradurre l’essenza di un’opera da una compagine strumentale ad
un’altra.
2. Bach possiede
un’altissima concezione del fare musica. La musica è senza dubbio il mestiere
che ha consentito alla sua numerosissima stirpe di guadagnarsi da vivere per un
paio di secoli, un mestiere scelto con convinzione e coraggio da uno dei nipoti
di quel primo Vitus (o Veit) Bach, mugnaio, che fu costretto a fuggire dall’Ungheria
in Turingia, nel XVI secolo, a causa della sua fede luterana e che Bach stesso mise
a capostipite della sua genealogia in quell’Origine
della famiglia di musicisti Bach che egli cominciò a compilare nel suo
cinquantesimo anno d’età.
Ma la musica è
prima di tutto per lui un’attività profondamente spirituale e non mondana, una
vera e propria ancilla theologiae, nella
sua capacità di formare lo spirito e di contribuire alla ricerca della
conoscenza di Dio, come egli stesso aveva ben imparato sui banchi di scuola.
E non solo: Bach considerava la musica una scienza. Nell’aprile del 1738 Lorenz Christoph Mizler, già allievo del compositore, «annuncia la fondazione della Società delle scienze musicali, in cui Bach entrerà nel 1747, quale quattordicesimo membro, Telemann era stato il sesto, Händel l’undicesimo» (Dentler 2000, p. 28). Ultimo sarà Leopold Mozart, padre di Wolfang, nel 1755, entrando quando ormai la Società si era di fatto sciolta. Il fine principale di questa società era restituire alla musica «l’antica maestà», la sua capacità di migliorare i costumi e purificare le passioni, e soprattutto la dignità di una scienza, in un’epoca in cui essa sembrava scivolare verso l’intrattenimento salottiero: «la musica è una scienza» scrive Mizler nella sua tesi di laurea, Dissertatio quod musica ars sit pars eruditionis phiolosophicae (Bach fu uno dei dedicatari della tesi), sostenendo che essa fosse parte integrante della filosofia, e nella sua rivista “Musikalische Bibliothek” riporta la definizione leibniziana di musica: «La musica è un’aritmetica occulta dello spirito, ignara del proprio numerare». E ancora: «La conoscenza matematica dei suoni dà al compositore una grande luce» (Dentler 2000, p. 37). Quest’ultima frase è particolarmente interessante, su come cioè le conoscenze matematiche possano illuminare l’ispirazione di un compositore. E proprio Mizler fu il primo docente universitario a tenere lezioni sulla musica a Lipsia, dopo una pausa di 150 anni.
Tutto ciò ci fa
riflettere dunque e forse comprendere l’importanza che Bach dava allo “scrivere
delle note”, che non servivano semplicemente a dilettare per qualche ora un
gruppo di persone in un salotto o nell’ampio salone di una famiglia dell’alta
aristocrazia. Probabilmente questa sua visione, questa serietà e spiritualità
dell’atto creativo contribuiscono a farci capire perché la musica di Bach
appaia così “necessaria”, perché ogni sua nota sembri al posto giusto, che sia esattamente
là dove si trova per intima e al tempo stesso superiore necessità. Nessun atto
gratuito, nessuna casualità, ma dei gesti così scolpiti nella roccia più intima
del proprio animo, tali da mantenere la stessa forza dopo duecentosettant’anni
dalla morte.
3. Bach era
considerato dai suoi contemporanei un conservatore, e in fondo fino a pochi
decenni fa il suo essere un innovatore non era certo annoverato trai suoi
pregi. Tuttavia nel tempo la nostra opinione è radicalmente mutata, basti citare
il giudizio espresso, ad esempio, da un musicologo tedesco come Martin Zenck
che sostiene che Bach «costruisce il futuro»
(Zenck 1985, p. 29). Egli infatti rinnova profondamente tutte le forme alle
quali lavora, come la fuga, le variazioni, il concerto. Per questa ragione
parleremo tra poco delle Variazioni
Goldberg, con le quali egli dette un impulso decisivo alla strada maestra
del pensiero musicale dei paesi di lingua germanica: l’elaborazione
motivico-tematica, che sarebbe poi stata la caratteristica linguistica
principale dei grandi del classicismo viennese, come Haydn e Beethoven.
4. La musica di
Bach, e questo è ciò che è più difficile da mostrare e dimostrare se non,
empiricamente, dall’evidenza pura e semplice dell’ascolto, è dotata di una
grazia, eleganza, musicalità del tutto speciali. Ascoltiamo ad esempio il Tema
delle Variazioni Goldberg, l’Aria
d’apertura. Bach utilizza una successione di accordi molto comune nel Barocco,
e già usata per delle variazioni, solo per fare due nomi importanti, da Henri
Purcell e Georg Friedrich Händel. Il basso scende di grado, lentamente, una
nota per battuta, e compie un giro che riporta infine alla nota di partenza, la
tonica, vale a dire la nota più importante della scala. Quindi il giro armonico
non è particolarmente originale, al contrario, è già stato utilizzato
molteplici volte in precedenza. Ma uno degli aspetti della forza del genio di
Bach sta proprio nel prendere oggetti quotidiani, semplici, immediatamente
riconoscibili e memorizzabili, e donare loro una grazia inaspettata. Su questo
giro armonico costruisce infatti una melodia celestiale, inconfondibile e
indimenticabile. Tra le migliaia di soluzioni possibili su quelle armonie,
all’interno del linguaggio barocco, sceglie proprio quelle note. A volte solo
piccole differenze distinguono una melodia dall’altra, ma piccole differenze
che fanno una grande differenza, abissale diremmo. L’indugiare un po’ più a
lungo su di una nota, ad esempio, o il ripetere dei piccoli frammenti con senso
perfetto delle proporzioni e della simmetria. Basta così poco a volte per
tracciare il confine tra mediocrità e genio, tra banalità e sublime. Ed è
innegabile che ci sia sempre una grande simmetria in tutto quello che Bach
costruisce, ma al tempo stesso libertà e fantasia. Niente di rigido, meccanico.
L’incontro col mondo dei numeri e della matematica crea una relazione felice in
cui la musica è sempre Signora e mai ancella o addirittura schiava. L’Aria
delle Goldberg ne è una magnifica
dimostrazione. E qui l’analisi si deve fermare, perché non c’è modo di spiegare
oltre il perché di certe qualità.
Il cervello di un musicista riconosce la grazia e la bellezza, la
celestialità e l’originalità, senza incertezza alcuna, eppure riesce difficile
razionalmente spiegare il perché certi temi di Bach siano così unici. È come se
ci fosse una qualità misteriosa nella musica, come se il compositore riuscisse
a infondere nei suoni, in questi simboli invisibili, ma assolutamente concreti,
parte del suo animo, la sua essenza spirituale profonda che chi ascolta coglie.
E questo contenuto non è alterabile, mentire è impossibile. Attraverso questa
architettura astratta viene fuori esattamente ciò che siamo, il nostro animo,
la nostra visione del mondo e delle cose. La musica di Bach comunica la visione
di un mondo perfettamente armonioso, dove tutte le tensioni, imperfezioni e
difetti sono comunque risolti ad un livello superiore. L’universo, governato da
un Dio grande e giusto, è lo specchio di un’armonia celeste, e non c’è istante
nella musica di Bach che questa armonia universale non si colga. Nell’ascolto l’anima
sembra ritrovare la propria «Immagine originale, il suo vero volto, il volto
che è il suo» (Corbin 2011, p. 139), che fu creato prima ancora di nascere e
mai potrà mutare.
Dei cinquantatré Bach musicisti che lo hanno preceduto, Johann Sebastian è l’unico a toccare queste vette. I suoi tre figli saranno degli ottimi musicisti, ma certo non paragonabili al padre. E a parte loro quattro, né prima né dopo ci sarà niente di lontanamente simile in tutta la loro stirpe.
Frau
Musica
È abitudine assai comune in Italia
lamentarsi di come la musica sia poco considerata nel nostro paese. Assente dai
programmi delle scuole superiori (tranne che nei Licei musicali, naturalmente),
è ritenuta da molti un semplice passatempo (spesso troppo costoso ed
impegnativo), mentre nei paesi dell’Europa del nord ed in particolare in
Germania, gode di ben altra considerazione, essendo il fare e l’ascoltare
musica intimamente percepiti come attività nobili e indispensabili tanto alla
pratica religiosa quanto alla stessa vita sociale.
Forse, se potessimo tornare indietro
nel tempo e trovarci in una delle aule di una tipica scuola Latina della
Turingia tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, potremmo comprendere
meglio il perché di questa differenza. Questa vasta e boscosa regione che gli
avi di Bach – il più stupefacente clan
della storia musicale come lo definisce Alberto Basso - avevano scelto come loro dimora (regione
natale anche di Händel, Goethe, Schumann, Schiller e Wagner), e nella cui
Eisenach Bach nacque il 21 marzo del 1685 «aveva goduto e ancora godeva, ai
tempi di Bach, di un privilegiato clima religioso», permeato dell’inclinazione
«tutta luterana alla meditazione, ad un efficace misticismo» (Basso 1981, p.
173).
Nel sistema scolastico luterano
Musica e Teologia rappresentavano quasi la metà del piano di studi, affidate ad
un maestro unico, mentre i tre pilastri scolastici usuali – leggere, scrivere e
far di conto – erano relegati solo al terzo posto, insieme a fisica, latino,
greco e storia. Questo fu il programma che Bach a dieci anni si trovò a seguire
a Ohrdruf (una quarantina di chilometri da Eisenach), dove si trasferì dopo la
morte dei genitori, per vivere con lo zio Johann Christoph. Era il 1690 e
Lutero era morto da poco meno di centocinquanta anni.
Nei suoi Discorsi a tavola, di cui Bach possedette almeno una copia, Lutero
scriveva che la musica è un dono cospicuo di Dio e prossimo per importanza alla
teologia e che ai giovani doveva essere insegnata quest’arte perché rende le
persone migliori e più abili. «Nella sua famosa poesia Frau Musica, Lutero aveva personificato la musica come una signora
che dà a Dio più gioia ed allegria di tutti i piaceri della terra» (Gardiner
2015, p. 53). Lutero aveva intuito che la musica costituisce non solo uno
straordinario strumento di apprendimento – attraverso il canto come metodo più
veloce e sicuro di memorizzazione («un maestro di scuola deve saper cantare,
altrimenti non lo riconosco come tale») ma anche e soprattutto uno strumento
potente per formare dei buoni cristiani e dei buoni cittadini.
Bibliografia
A. Basso, Frau
Musica. La vita e le opere di J. S.
Bach, vol. I e II, EDT, Torino 1979
e 1983.
J. E. Gardiner, La
musica nel castello del cielo. Un ritratto di Johann Sebastian Bach [2013], Einaudi, Torino 2015.
G. Israel, I mondi
infiniti dell’armonia, dal «Corriere della sera» del 3 settembre 2008.









