mercoledì 1 luglio 2026

"I viaggiatori" di Bruno Catalano

Mercoledì scorso, 24 giugno, vedo montare due sculture in piazza del Duomo a Castelfranco Veneto. Si tratta di due esemplari della serie de "I viaggiatori" dello scultore italo-francese Bruno Catalano.

Vado poi il fine settimana a Caorle e ne trovo altri due esemplari. Naturalmente penso che si tratti di una collezione distribuita in molte città del Veneto.

E invece no.

Solo due cittadine sono state scelte per esporre le sculture di Catalano: Castelfranco Veneto e Caorle!

Incontro del destino quindi?

Una delle sculture a Caorle, con la luna piena (foto del sottoscritto, Caorle, 27 giugno 2026).



Bruno Catalano al lavoro. Nasce a Khourigba, in Marocco, nel 1960 da una famiglia siciliana. Si trasferì poi in Francia a ventidue anni per fare il marinaio per 4 anni, prima di dedicarsi alla scultura.



martedì 30 giugno 2026

La musica e l'Alzheimer

“Ricordare (an Alzheimer soundscape)” di Daniele Martini

miniatura musicale che tenta di sfiorare, con profondo rispetto e delicatezza, attraverso la rielaborazione e il trattamento di materiale compositivo originale, il dialogo interiore spezzato, frammentato ed emotivamente caleidoscopico, di una persona trasformata dalla malattia di Alzheimer. 

L'arsenale, ensemble di musica contemporanea, eseguirà i brani scritti dagli studenti di composizione del Conservatorio Steffani Castelfranco Veneto in una prova aperta agli studenti, ai docenti del Conservatorio Steffani e agli ospiti dei compositori dalle 14 alle 17, a Villa Barbarella.

Musiche di Alberton, Capovilla, Libralato, Martini, Salmaso, Tognin.





lunedì 29 giugno 2026

E sono 5200

Un mese fa ho festeggiato un piccolo grande risultato per me: il mio blog è passato da una media di centocinquanta visualizzazioni al mese, a mille.

Questo mese festeggio le 5000 visualizzazioni...
Ringrazio di cuore tutti i pochi umani che lo seguono :-)









Esistono film migliori del romanzo dal quale sono tratti?

Senza rubare il mestiere a un caro amico di mio padre come Roberto Chiesi, vera autorità in materia, vorrei dire alcune cose su due film che ho amato molto.

Le cose che scriverò le dirò quindi da semplice spettatore e lettore e l'unica vera medaglia del mio curriculum nel campo cinematografico è di essere cresciuto nella Roma degli anni Sessanta: il centro e la periferia pullulavano di cinema, cinema di prima, seconda e terza visione, cinema parrocchiali e cineclub. Questa era la ragione per la quale i film in sala avevano una vita media di dieci anni. Per legge, prima di tale durata, non potevano apparire in televisione

La mia infanzia l'ho passata lì. Immerso e sommerso dal cinema. A volte ne vedevo perfino tre al giorno. Inoltre, mio zio, Franco Bruno, era presidente dell'Agis, una vera potenza e io godevo di rari ed unici privilegi come quello di avere una tessera per due persone. 

Con quella tessera portai tutta la mia classe a vedere Jesus Christ Superstar, ad esempio. Naturalmente uno alla volta!

Gli anni più belli furono probabilmente quelli passati con mio nonno materno che a nemmeno 7 anni compiuti mi portò a vedere 2001 Odissea nello spazio (1968). Inimmaginabile l'emozione che poté provocare un film simile in un bambino di sei anni. E mi dette la possibilità di ascoltare a quell'età Gyorgy Ligeti senza rendermene minimamente conto. E poi Il pianeta delle scimmie (nello stesso anno!), Un uomo chiamato cavallo (forse uno degli ultimi che vidi con lui), un paio d'anni più tardi e tanti altri.



Naturalmente ero anche un appassionato di fantascienza, a partire dalle raccolte di Urania, storica collana di fantascienza curata da Fruttero e Lucentini, nata nel 1952 e credo ancora in vita, ma questa è tutta un'altra storia.



Ecco, questo il mio punto di osservazione, il mio pedigree.

E da qui, secondo il mio modesto parere, penso ci siano almeno tre film, dei quali i primi due superano di gran lunga i romanzi da cui sono tratti e che io ho letto. Il terzo ha senza dubbio delle trovate geniali che il libro non aveva e che pur tuttavia io non conosco.

Blade runner/Do the androids dream of electric sheep? 1982

Sono un amante della fantascienza, ma Philip K. Dick non mi ha mai appassionato. Le sue intuizioni sono geniali, è un autore straordinariamente visionario, ma la sua scrittura mi lascia freddo. Leggendo il suo romanzo non si riconosce nulla del fascino di Blade runner. Mi sembra che gli manchi il dono di saperti catturare con la scrittura. Cerca di ammaliarti con le sue idee, ma non sempre basta. Quando finii di leggere il romanzo fui pervaso da un senso di vuoto, di pochezza.





Situazione simile con il romanzo di Pierre Boulle, scrittore,, ingegnere e agente segreto (come Roald Dahl!), divenuto famoso per l'ultra celebre Il ponte sul fiume Kwai. E a questo punto allora mi viene un dubbio. Non è che vedere prima il film e poi leggere il romanzo rovini tutto a prescindere? 

Può darsi, ma le trovate degli sceneggiatori de Il pianeta delle scimmie (Michael Wilson e Rod Serling) e di Blade runner (Hampton Fancher e David People: mio padre mi raccontò che alla sceneggiatura People aveva lavorato in Sardegna, nella cupola di Antonioni, accanto alla nostra casa) sono davvero imbattibili. Il romanzo lo trovo sbiadito, noioso, e il finale è quasi ridicolo, ed è quello poi recuperato dalla versione di Tim Burton, della quale facevamo volentieri a meno.



Aggiungerei infine anche The Shining, anche se non ho letto mai nulla di Stephen King, è  un autore che conosco solo grazie alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche, da Le ali della libertà. al Miglio verde, a Stand by me, ecc. Tuttavia mi sembra di aver capito che lui il dono per la scrittura ce l'abbia, un dono straordinario e così la capacità di catturarti sin dalle prime righe. La versione di Kubric è semplicemente la versione di Kubric, qualcosa di molto diverso dall'originale e forse non solo per le necessità che un medium così differente come il cinema comporta inevitabilmente.

La scena finale del labirinto di ghiaccio non era presente nel libro ed è secondo me, una delle tante trovate geniali del film. 






Poi, naturalmente, di film deludenti, che non riescono a rendere minimamente la grandezza di un libro, ce ne sono senza dubbio in abbondanza. Uno tra tutti, per la mia esperienza personale, Ritratto di signora (1996), di Jane Campion. Saputo che stava per uscire il film, volli finire in fretta il romanzo di Henry James. Lo stavo leggendo da anni, ma era piuttosto difficile in lingua originale, e mi trascinavo. L'uscita del film mi dette la spinta definitiva e poi corsi al cinema pieno d'entusiasmo. Nonostante la Campion di Lezioni di piano (1993), Malkovich e la Kidman, davvero una grande delusione. Ma, trattandosi di un romanzo così complesso, come avrebbe potuto forse essere altrimenti? 
E perché la Campion decise di cambiare l'autore delle musiche? Erano vere le voci che Michael Nymann non facesse proprio tutto da solo?
D'altronde scelse al suo posto Wojciech Kilar, compositore polacco di tutt'altro peso e noto per le sue musiche dei film di Polanski.
Parlerò nei prossimi giorni delle tante versioni di Pinocchio, perché credo che il loro quasi unanime fallimento, meriti una grande attenzione!






giovedì 25 giugno 2026

Cosa hanno a che fare Stravinskij e Tom e Jerry - Le lezioni americane di Calvino e la musica

Nel 2015 pubblicai un librettino sulle Lezioni americane e la musica, e pensai bene di dargli un titolo assurdo e assolutamente criptico: Cronodiànoia o del Realismo Interiore (Armelin Musica, Padova, versione bilingue Italiana-Inglese).

Per quanto premettevo che non ci fosse tutto questo bisogno di neologismi, mi ero cimentato nell'inventarne uno, con un termine che significava sentimento del tempo.

Per carità, bello e interessante, sotto alcuni punti di vista, ma se il titolo avesse spiegato meglio il contenuto del libro, sarebbe stata un'ottima idea.

Ecco il paragrafo sulla Rapidità, che mette a confronto i modernissimi tempi di narrazione di Stravinskij con quelli di Tom e Jerry o della pubblicità. Molto simili, per la verità...





♦Brevità, velocità e leggerezza.

I nostri pensieri, come abbiamo detto, sono brevi e veloci, contraddittori, fragili, liquidi, frammentari. Tutto ciò che è solido, pesante, permanente, sicuro e perentorio, rischia di risultare meno convincente, se non addirittura falso, o quanto meno di evocare dei mondi ormai lontani. Scrive Calvino: «La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima, con immagini schiaccianti quali presse di laminatoi o colate d’acciaio, ma come i “bits” d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti d’impulsi elettronici»[1]. Questo ci induce a capire molte cose della ‘pesantezza’ del Novecento, e ancora di più quanto questa pesantezza sia ormai distante da noi.

Molte musiche che sembrano oggi strizzare l’occhio al nuovo millennio grazie a dei contributi ‘tecnologici’ molto interessanti[2]  e tuttavia spesso scarsamente percepibili, celano in realtà un pensiero profondamente conservatore, e presentano delle durate di esposizione del materiale prescelto ancora più vecchie e ‘pesanti’. E’ necessario invece prestare grande  attenzione alle durate, in generale, e alla durata della presentazione di un’idea, in particolare.  

Prendiamo ad esempio uno dei più grandi compositori del Novecento, Igor Stravinskij. E’ stato per la prima volta nel libro di Jonathan Kramer The Time of Music[3] che ho visto prestare un’attenzione specifica alle durate e alla relazione tra di esse, nell’analisi di una composizione di Stravinskij del periodo seriale, Agon, composta tra il 1953 ed il 1957. A fronte della sua radicale e pungente discontinuità, Kramer suggerisce di individuare l’unità e la coerenza del pensiero formale di questa composizione nel fatto che le durate di tutti i singoli frammenti possono derivarsi  da un’unica ratio. L’ipotesi di Kramer è molto affascinante e convincente, e ha per me schiuso un mondo, che ha impiegato più di vent’anni per palesarsi del tutto. Oggi ritengo che sia proprio nella gestione delle durate che Stravinskij dimostra tutta la sua vera e grande modernità. La sua ampissima gamma di stili e linguaggi armonici infatti celano l’unità assoluta del suo pensiero temporale, della sua Cronodiànoia. Ed è ancora più interessante notare come le’ durate base’ che utilizza, sono assolutamente attuali, ed appartengono tanto ai tempi ed ai ritmi della comunicazione di oggi, che a quelli della nostra attività cerebrale.

Prestiamo attenzione alla Sinfonia per strumenti a fiato[4], del 1921, e paragoniamola poi ad un’opera coeva. La Suite per pianoforte, op. 23 di Arnold Schoenberg, l’alba della dodecafonia.

Se consideriamo brevemente anche soltanto il primo minuto di questo lavoro (che ne dura complessivamente circa nove), è interessantissimo notare come il tessuto musicale si componga di frammenti minuscoli, il più piccolo è di 2 secondi, il più lungo di 10 e compare dopo ben 48 secondi. Un pensiero musicale non ha il tempo di divenire pesante o perentorio, perché fugge e trascolora nella nostra memoria. Si osservi la ricchezza e varietà di articolazione di un solo minuto della composizione di Stravinskij:

 

secondi[5]        sezioni

1-7                  A

8 – 15              B

16 - 19            C

20 - 21             B’

22 – 26            A’

27 – 30            D (A’’)

31 – 37            B

38 – 43            C

44 – 47            B

48 – 53            C’ che ha già qualcosa di E

54 - 1.03         E (più mosso)

1.04  - 1.12      E’

1.13             A

 

Le durate utilizzate delle dodici micro sezioni sono quindi, in secondi (approssimativamente) : 7, 8, 4, 2, 5, 4, 7, 6, 4, 6, 10, 9.

Gradualmente poi, ed in maniera altalenante, questi frammenti tendono a divenire più lunghi. L’effetto è straordinario. Lo definirei quasi un tempo ‘a vortice’, di onde concentriche che si fanno sempre più grandi, basate su tre velocità metronomiche multiple (72, 108 e 144).  Vortice del tempo e della memoria.

Certo, questo non è sufficiente a farne un pezzo di facile comprensione. Al contrario. La sua frammentarietà lascia disorientati. Tanto è vero che non ebbe l’accoglienza generalmente riservata ai lavori di Stravinskij. Mentre La Sagra trionfava a Londra, nell’estate del 1921, un’esecuzione della Sinfonia diretta da Kusevitzkij «fu uno sfacelo»[6].

Tuttavia la sua complessità e la sua spigolosità, come un sapore pungente e sconosciuto che chiede di essere provato e riprovato di nuovo,  negli anni continua a dispensare tesori diversi e nuovi, e a distanza di quasi cento anni, dimostra la sua incredibile attualità: un lavoro nel quale l’uomo moderno può riconoscersi e specchiarsi.

 

Alquanto diverso è il caso dei Cinque pezzi per pianoforte op. 23 (composti tra il 1920 ed il 1923) di Arnold Schoenberg. Ecco l’articolazione dei due minuti e mezzo della sua durata:

 

secondi[7]          sezioni

1 - 35              A

37 – 1.09         B

1.10 – 2.34      A/B

 

Essa appare decisamente più semplice, da questo punto di vista, dell’esempio precedente. L’unica vera cesura si percepisce tra i 36 e i 37 secondi, marcata da una pausa. Per il resto il pezzo procede abbastanza uniformemente. La prima idea raggiunge un picco dopo 15 secondi, per poi raggiungerne poco dopo un altro. Queste onde di ‘energia’, che si gonfiano e si distendono procedono con una certa costanza, con una certa prevedibilità, oserei dire. Qui si ha l’impressione che più Schoenberg si focalizza sulla “composizione con note”[8], e più si allontani dall’interesse tanto per la descrizione degli stati psichici, a cui fa cenno egli stesso nella lettera a Busoni citata, quanto alla gestione del tempo. Dopo gli ‘aforismi’ dei Sei piccoli pezzi dell’op. 19, dopo il Libro dei giardini pensili, i suoi tempi di esposizione tornano a farsi più lunghi. Il suo pensiero compositivo, con il metodo di ‘comporre con i dodici suoni’, appare principalmente concentrato sulle note.

Si potrebbe continuare ancora a lungo. Un altro bell’esempio potrebbe essere un lavoro di Duke Ellington degli anni Quaranta, Ko-Ko, due minuti e trenta di estrema concentrazione formale. Leggerezza e brevità si accompagnano qui ad una capacità di elaborazione motivica molto interessante (che ad alcuni ha ricordato addirittura Beethoven[9]), tanto più perché fluisce lungo frammenti molto brevi, di quindici/venti secondi.

Desidero invece provare adesso a fare due esperimenti piuttosto ‘inusuali’ in altri campi, per estendere la nostra visuale. Ad esempio in un ambito completamente diverso che, comunque, rappresenta un settore importante ed innovativo del Novecento: il cartone animato. Guardiamo uno dei capolavori del genere, Il concerto (II parte) di Tom e Jerry[10] : A (Tom, il gatto, comincia a suonare il pianoforte, con tanto di frac: 0 – 6), B (Jerry, il topolino, svegliato da Tom, esegue all’interno del piano con delle bacchette un trillo, disturbando Tom: 7-17), A (Tom riprende a suonare: 18-28), B’ (Jerry chiude il coperchio e schiaccia le dita di Tom/cambia musica: 29-45), B’’(Jerry cerca di colpire Tom con un paio di forbici: 46-1.00), B’’’  (Jerry ci riprova con una trappola per topi: 1.01 – 1.13), A’ (Tom esegue allora delle dissonanze e comincia a suonare anche con le zampe: 1.14 – 1.30).

Si noterà che c’è un incremento progressivo delle durate, che poi si stabilizzano intorno ai quindici secondi per ‘gag’: 6, 10,10, 16, 14,14, 16 secondi.

Oppure nell’ambito pubblicitario, prendendo, ad esempio, lo spot (del 2015) di trenta secondi di una famosa marca di biscotti italiana, la cui struttura è la seguente: Introduzione (0-1), A (contesto: 2 – 17), A’ (‘idea’ del jingle: 18-20), B (marchio dei biscotti: 21.25), A’’ (ripresa e sviluppo dell’idea: 26-29), B’- Coda (Marchio, 29-30).

La struttura è dunque: 2, 15, 3, 5, 4,1 secondi circa.

La pubblicità ci ha abituato ormai a narrazioni velocissime, anche di soli nove secondi! Il che ci riporta per l’ennesima volta a Calvino, il quale nella lezione sulla Rapidità scrive: «Io vorrei mettere insieme una collezione di racconti d’una sola frase o d’una sola riga…»[11].

Trovo che sia estremamente interessante studiare queste micro narrazioni, tanto più perché così vicine agli esempi musicali che abbiamo visto e, soprattutto, alla velocità e brevità dei nostri pensieri.

Inoltre l’esempio di Tom e Jerry dimostra come il Novecento sia stato davvero un secolo estremo, da molti punti di vista, sia in campi diversi - basti pensare che all’inizio degli anni Venti, parallelamente alla nascita delle prime orchestre ‘Jazz’ (e alla nascita della definizione stessa di ‘jazz’), veniva teorizzata da Arnold Schoenberg la Dodecafonia -  sia all’interno di uno stesso mondo, come quello della musica contemporanea: mi riferisco, ad esempio, al netto contrasto tra il determinismo assoluto del serialismo integrale e l’indeterminismo delle pratiche aleatorie; tra la semplicità armonica di alcuni esempi di Minimalismo e l’incredibile complessità della maggior parte delle composizioni di Elliot Carter. Sembrano coesistere dunque due percorsi paralleli e distanti che attraversano tutto il secolo scorso: uno che spinge tanto alla brevità, alle piccole dimensioni, quanto alla chiarezza e alla leggerezza (intesa anche come spensieratezza, come ‘sorriso’); l’altro alla pesantezza, alle dimensioni smisurate, alla complessità indecifrabile, alla inappellabile serietà.



[1] I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., p.10.

[2] Mi riferisco in particolare a quelle composizioni per strumenti tradizionali con l’ausilio dell’elettronica.

[3] J. Kramer, The Time of music – New meaning, New temporalities, New strategies, Schirmer Books, New York 1988. L’analisi di Agon è alle pp. 297-305.

[4] Nel libro di Kramer è presente anche una lunga analisi della Sinfonia (pp. 221-285) .

[5] In base alla versione della Radio Symphonie Orchester (RSO) Berlin diretta da Vladimir Ashkenazy, Decca 436 416-2.

[6] A. Boucourechliev, Stravinskij, Rusconi, Milano 1984, p. 177.

[7] Nell’esecuzione di Glenn Gould.

[8] Come lui stesso la definisce in una lettera a Nicolas Slonimsky del giugno del 1937.

[9] K. Rattenbury, Duke Ellington – Jazz Composer, Yale University Press, London New Haven 1990, p. 105.

[10] Ideati da William Hanna e Joseph Barbera nel 1940. Il cartone animato, che mescola diverse musiche ma ruota fondamentalmente intorno a Listz e Chopin, è visibile in rete: https://www.youtube.com/watch?v=PmGUbr9Ovic.

[11] I. Calvino, Lezioni americane, op. cit., p.50.

Concerto Prova aperta L'Arsenale - Sabato 4 luglio - Conservatorio Steffani

 




Uomini o macchine: chi legge i nostri blog?

Nel celebrare un altro piccolo successo con quasi 4000 visualizzazioni questo mese, è d'obbligo chiedermi chi legga veramente il mio blog.

Perché, nell'esaminare la provenienza dei contatti, le regioni più attive nelle visualizzazioni sono Hong Kong, gli Stati Uniti, India, Brasile e Arabia Saudita. Non credo che in questi paesi ci sia qualcuno che effettivamente legga quello che scrivo.

Ho l'impressione che avere un blog attivo è come accendere un lumicino nell'oscurità dello spazio infinito e inevitabilmente qualcuno si accorge di te e si mette a spiarti. Sono forse motori di ricerca tarati per cercare determinate parole ed espressioni? Intelligenza artificiale programmata appositamente per spiare tutto quello che viene scritto nel mondo?

Un brivido mi corre lungo la schiena al pensiero di attirare l'attenzione delle forze più misteriose del globo. D'altronde tutti i più grandi scienziati, tornando al paragone con lo spazio, insistono nel dire che è meglio non farci accorgere di noi, non suscitare la curiosità di nessuno, non mandare messaggi in giro per lo spazio profondo. Perché se c'è qualcuno di così potente che può riceverli e venire a trovarci, allora saremmo davvero perduti.

Nel mio caso c'è poco da scoprire, postando contenuti letterari e musicali, ma non si sa mai.

L'unica speranza è che i grandi numeri dei motori di ricerca si portino dietro alla fine anche gli essere umani in carne ed ossa, ammesso che nell'era dello scrolling, qualcuno dedichi più di tre secondi a guardare qualcosa in rete e legga un blog.