giovedì 16 luglio 2026

La misteriosa vita della plastica

Avete mai visto come si riducono i sacchetti di plastica molto vecchi?

E quando dico vecchi, intendo dire davvero molto vecchi. Del tipo di quelli che si trovano quando si mettono a posto le cantine e si aprono bauli rimasti chiusi per cinquant'anni!

Appena li si prende in mano, si polverizzano come gli affreschi di una camera rimasta chiusa per secoli.

La plastica diventa una sorta di polvere coagulata che si sfalda tra le nostra dita. La sensazione è spiacevole, quella di toccare qualcosa di innaturale e malsano.

E malsana quella plastica lo è davvero perché rilascia gli additivi chimici tossici dei quali è composta. Inoltre funziona come una spugna e può assorbire altre sostanze nocive presenti nell'ambiente circostante. Infine, si frammenta in particelle inferiori ai 5 millimetri, le cosiddette microplastiche4 che sono ormai presenti nell'ambiente nel quale viviamo e soprattutto nel nostro corpo.

Nel 2017 l'ONU ha calcolato che esistessero 51 mila miliardi di particelle di microplastica nei mari, 500 volte più numerose delle stelle della nostra galassia!  

Si sa naturalmente che sono molto dannose, ma affermano di non sapere ancora bene come e perché. Dobbiamo credergli? E che effetto, alla lunga, avranno queste particelle sul nostro DNA?

A volte poi la plastica si fonde con altri oggetti, come nel caso di questo guanto che si è fuso col filo elettrico sul quale è rimasto appeso, dando vita a una nuova creatura inquietante e mostruosa.

E se una scossa elettrica desse vita a questo scherzo della chimica?






mercoledì 15 luglio 2026

La lira veronese e il liutaio Riccardo Favero - L'orchestra impossibile I

Mattinata speciale a casa del liutaio e clavicembalista Riccardo Favero, di Mussolente, in possesso anche di un settimo di composizione vecchio ordinamento (titolo pesante). Me lo ha ricordato lui stesso, dicendomi che ero in commissione, molti anni fa!

Favero sta costruendo una lira veronese, sulla base dello strumento originale che si trova oggi presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna e costruito da Giovanni d'Andrea Veronensis nel 1511. I volti di un uomo e di una donna sono scolpiti su entrambi i lati del riccio, la parte superiore del manico. Il volto di un uomo prende anche tutto il retro della cassa armonica, mentre sul davanti si possono distinguere due capezzoli e la forma di un seno femminile. Sembra tuttavia che non sia l'unica parte del corpo femminile presente... 

Questa la fotografia dello strumento che ci ha mostrato:

Questo ritorno in vita miracoloso avviene grazie ai finanziamenti ottenuti dal progetto de L'orchestra impossibile, ideato da Claudio Sartorato e che già ha previsto la ricostruzione di un quartetto di cervellati e di un sordone, di cui parleremo in un prossimo post.

La viola è dotata di cinque corde come il controviolino e la controviola, ma con l'aggiunta di due corde di bordone, accordate alla quindicesima.

Partendo dalla prima corda, oltre il La, Re, Sol e Do, abbiamo un altro Sol grave. I bordoni sono due Re. Nella controviola la quinta corda era un Fa.

Compito di un gruppo di allievi di composizione del Biennio di Castelfranco, quello di scrivere brani nuovi da eseguire con strumenti antichi.

I laboratori dei liutai sono sempre una fonte inesauribile di scoperte e conoscenza. Un luogo dove si respira il passato come se non fosse mai passato e, in fondo, è proprio così: la musica è immortale e ha la capacità di donare vita e luce agli anni che non ci sono più.



Nella prima foto, lo studio di Riccardo Favero, che si scorge sul fondo insieme all'allievo Daniele Martini. Poi Claudio Sartorato e l'allievo Alberton. Infine, ancora Alberton e Favero. Rimasto fuori dall'obiettivo è Matteo Libralato, terzo allievo compositore.

martedì 14 luglio 2026

La voce e il canto di Claudia Ferronato

Penso che Claudia Ferronato sia una cantante straordinaria e racconterò un aneddoto a questo proposito.

Ho conosciuto Claudia col progetto S-Confini, che Carlo De Pirro mi aveva affidato, costringendolo una malattia inesorabile a fare i conti col tempo tiranno e volendo dedicarsi completamente alla sua opera su Marco Polo.

Cuore di questo progetto era l'incontro di un'orchestra sinfonica con un gruppo folk

L'orchestra sinfonica era la Filarmonia Veneta, diretta da Antonio Pessetto, sotto la direzione artistica di Claudio Sartorato.

Il gruppo folk, naturalmente, Calicanto, sebbene definirlo in questo modo risulti estremamente restrittivo.

Nell'autunno/inverno del 2009 facemmo la prima prova con l'orchestra. Eravamo nei locali della Parrocchia di Terranegra a Padova, vicino agli spazi dedicati alla memoria dello Shoah.

La musica era allora, come oggi d'altronde, un mondo funestato da molti pregiudizi, e da tanti confini e steccati. 

Si percepì subito che l'orchestra fosse molto diffidente nei confronti di questo gruppo che senza dubbio considerava una formazione di dilettanti. Cosa aveva a che fare un grande orchestra sinfonica con questi quattro musicisti che leggevano a stento la musica e sapevano a malapena solfeggiare?


Questo è almeno quello che pensa abitualmente un musicista che viene da una formazione classica e si è fatto dieci, dodici anni di conservatorio e forse più.

Calicanto cominciò a suonare, e già l'espressione dei visi cambiò.

Poi fu il momento di Claudia e un brivido percorse tutta l'orchestra. Questi musicisti della domenica facevano sul serio, e non solo.

L'interprete che si trovavano davanti era di quelle non comuni, una cantante di prima classe.

Da quel momento fu subito tutta un'altra musica e le prove andarono decisamente bene. Del concerto, straordinario, ho già scritto.

Oggi volevo parlare di Claudia per introdurre un brano che ho fatto con lei e che pubblicherò nei prossimi giorni sul mio canale You Tube.

Con lei naturalmente ho lavorato nei tre anni di collaborazione con Calicanto, per S-Confini.(2010) Avrebbe poi fatto anche la canzone per il film di mio padre, Il cielo sopra di me (2011), che pubblicherò la prossima settimana. Nel mezzo ci sono le due demo per l'Opera- Fiaba Gretel e Hans e il mondo di domani, di cui ho già pubblicato Sotto un cielo grigio amianto.

Domani tocca alla Canzone di Gretel.

Si tratta di una semplicissima demo fatta con suoni artificiali, eppure Claudia è riuscita a dare il meglio di sé. La sua interpretazione la trovo fantastica, l'aderenza al testo e la comprensione delle sue più intime sfumature perfetta.

Cosa potrebbe desiderare un compositore di più?

Spero di portare in teatro questa Opera-Fiaba nel 2028.






lunedì 13 luglio 2026

La Lagerstroemia fiorisce d'estate e le api ringraziano

Magnifica fortuna è avere una Lagerstroemia in giardino, che regala bellissimi fiori a metà luglio.

Così nominata nel 1759 da Linneo in onore del suo amico svedese  Magnus Lagerström, è originaria della zona a clima tropicale compresa tra sud est asiatico e Australia.




"Si tratta spesso di grandi alberi, con corteccia liscia e cadente in placche (motivo per cui in Italia viene comunemente chiamato "albero di San Bartolomeo" santo che subì il martirio della scorticatura), il cui legno è utilizzato per la sua tenacità e flessibilità" (Wikipedia).




domenica 12 luglio 2026

Gli ultimi mesi di Mozart, la morte e il funerale tra verità e leggenda - II puntata

 Gli ultimi mesi del 1791

Le vicende biografiche degli ultimi dodici mesi di vita di Mozart costituiscono un’ottima porta d’ingresso per approfondire la conoscenza di questo compositore straordinario, offrendoci un arco narrativo avvincente e drammatico, nel quale si intrecciano polifonicamente luci ed ombre.

Una fine tragica, una scomparsa prematura e dolorosa, resa più amara dal fatto che il successo e la sicurezza economica arrivarono proprio ad un passo morte, come il decreto di nomina a Kapellmeister della Cattedrale di Santo Stefano (quel ‘posto fisso’ che tanto aveva atteso), fanno da triste controcanto al grandissimo successo del Flauto magico e in generale della sua musica in tutta Europa: il suo astro splendente  iniziò da quel momento a brillare magnificamente e, da allora, non ha fatto che aumentare di intensità.

Il suo stile, già maturo e formato da tempo, acquista nel 1791 un sapore nuovo, una diversa leggerezza e profondità, la sua musica evoca l’atmosfera di «quel mondo autunnale indimenticabilmente bello» di cui parla Robbins Landon, dai colori densi e malinconici, che sembrano parlare così direttamente e intimamente all’uomo moderno. Lo facevano negli anni Ottanta del Novecento, sembrano ancor più farlo oggi, a quasi quarant’anni di distanza.

Mozart negli ultimi mesi lavora senza sosta, mentre è spesso a casa da solo. La moglie è quasi sempre via, a curarsi alle terme di Baden: Costanza infatti ha avuto il secondo figlio il 26 luglio e ha continuato a fare avanti indietro da Vienna per tutto il 1791. A volte c’è un domestico che viene e a portargli dei pasti caldi, presi in trattoria, a volte è ospite di amici. E continua a comporre febbrilmente fino al 20 novembre, quando cade malato ed è costretto a letto, fino al giorno della sua morte. Contrastanti sono però le testimonianze del suo stato di salute fino ad allora. Robbins Landon scrive che dalle sue lettere “Mozart ci fornisce il ritratto di un uomo giovane, allegro, gioioso e nel fiore degli anni, che dalle quinte del teatro scherza con Schikaneder [impresario, attore e autore del libretto de Il flauto magico, N.d.A.] e sposo felice di una donna che evidentemente lo ricambia in tutto e per tutto” (Robbins Landon, 1988, p. 148).

Ma dalle biografie del tempo, in particolare quella del secondo marito di Costanze, Nissen (del 1824) e quella di Franz Xaver Niemetschek (del 1798), viene descritto in alcuni casi come malinconico, ossessionato dall’idea della morte, addirittura dall’idea di essere avvelenato, sfiancato dal troppo lavoro. Sua moglie arrivò perfino a portargli via la partitura del Requiem per un certo tempo, per non farlo stancare: ma abbiamo visto come un simile espediente potesse essere inutile nel caso di Mozart.

Altri studiosi, come l’Abert, sottolineano ancora di più uno stato di salute, già cagionevole sin dalla fanciullezza, che si aggrava costantemente e inesorabilmente, a partire dal ritorno da Praga: “Alla rappresentazione del Tito a Praga era giunto già molto sofferente e da allora la sua salute peggiorò giorno per giorno” (Abert, 1984, p. 724).

Non tutte le testimonianze vengono oggi ritenute attendibili, come quella di Joseph Deiner, di cui riparleremo tra poco in relazione al funerale. Ma sembra indubbio che la salute di Mozart cominci a peggiorare visibilmente intorno a metà novembre, ce ne fornisce una testimonianza sicura la cognata Sophie, che gli confeziona una veste da camera “che poteva infilare dal davanti, giacché era tanto gonfio da non potersi girare”.

È costretto a letto, ma non smette di lavorare e seguire le rappresentazioni del Flauto magico, senza dubbio “il più grande successo operistico della vita di Mozart. Avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova era per il compositore” (Robbins Landon, 1988, p. 148), ma questa era dovette chiudersi precocemente, nel giro di un paio di mesi…


Con grande interesse seguiva il crescente successo del Flauto magico e, orologio alla mano, partecipava sempre in ispirito alla rappresentazione: «Ecco, è finito il primo atto… ora siamo al punto ‘A te, grande regina della notte’». Ancora il giorno prima della morte disse a Costanze: «Una volta ancora vorrei sentirlo il mio Flauto magico», e canticchiò tra sé «Io sono l’uccellatore». Il maestro di Cappella Roser, che era lì per caso, si mise allora al pianoforte e cantò il Lied, con palese gioia di Mozart. Anche il Requiem lo teneva continuamente occupato. Appena terminato un numero, se lo faceva subito cantare, suonando, finché gli fu possibile, l’accompagnamento al pianoforte, Il giorno prima della morte, alle due di pomeriggio, si fece portare la partitura a letto, e scelse per sé la voce di contralto, assegnando a Schack come al solito quella di soprano, a suo cognato Hofer quella di tenore e a Gerl quella di basso. Erano giunti alle prime battute del Lacrimosa quando Mozart, nel presentimento di non poter condurre a termine l’opera, si mise a piangere e depose la partitura» (Abert, 1984, p. 727).

Da sottolineare che del Lacrimosa quasi certamente solo le prime otto battute sono di pugno di Mozart, e probabilmente sono anche le ultime che egli abbia scritto.

La morte

La sera del 5 dicembre arrivò anche la cognata, Sophie, e Costanze la accolse con parole piene di disperazione:

«Grazie a Dio, sei arrivata, stanotte è stato così male, che già pensavo che non avrebbe passato questo giorno; se oggi accadrà lo stesso, non supererà la notte». Quando Sophie si accostò al letto, Mozart le disse: «Meno male cara Sophie che è venuta, questa notte deve restare qui per vedermi morire». Essa, cercando di dominarsi volle distoglierlo da questo pensiero, ma lui rispose: «Ho già la morte sulla lingua e chi resterà vicino alla mia cara Costanze se non resterà Lei?». Sophie pregò di potersi recare solo per un attimo da sua madre per avvertirla. Su desiderio di Costanze passò anche dai religiosi di S. Pietro, pregandoli di mandare uno di loro da Mozart, come per caso. […] Al suo ritorno Sophie trovò il cognato che parlava concitatamente del Requiem con Süssmayer; tra l’altro diceva piangendo: «Non te l’ho detto forse che questo Requiem lo scrivevo per me?».

Certo ormai di morire, Mozart pensa addirittura di avvertire Albrechtsberger, dandone incarico alla moglie, giacché a lui spettava di diritto il suo posto come Maestro di Cappella di Santo Stefano.

A sera tardi si mandò a cercare il dottore e dopo molto cercare lo si trovò a teatro. Egli si dichiarò disposto a venire a rappresentazione terminata. Segretamente confidò a Süssmayer che non c’erano più speranze e ordinò impacchi freddi sulla testa, che scossero a tal punto il morente da fargli perdere conoscenza. Da questo punto in poi non fece altro che fantasticare, ancora visibilmente preoccupato per il Requiem: gonfiava le guance e imitava il suono dei timpani. Verso mezzanotte si tirò su con lo sguardo fisso nel vuoto, quindi chinò il capo verso il muro e sembrò addormentarsi. 55 minuti dopo la mezzanotte, il giorno 5 dicembre, subentrò la morte (Abert, 1984, p. 728).

Funerale e sepoltura I: le leggende

C’erano al massimo una dozzina di persone, compresa la moglie, oltre a colleghi ed amici,  tra cui Süssmayer, Salieri, van Swieten, Deiner, Roser ed il violoncellista Ortler, tutti sotto i loro ombrelli al riparo da una pioggia battente, mista a nevischio. Il tempo stava peggiorando, e si preannunciava una vera e propria tempesta.

Erano le tre del pomeriggio del 6 dicembre 1791, la salma era stata benedetta nella cappella di Santa Croce,  navata nord della chiesa di Santo Stefano. Poi tutti si diressero verso il cimitero di S. Marco. A causa delle condizioni del tempo però, tutti decisero di tornare indietro e di non restare fino alla fine. Nemmeno Costanze rimase all’inumazione della salma. Joseph Deiner le chiese se non volesse far mettere una semplice croce, ma lei rispose “che tanto ci avrebbe pensato la parrocchia” (Abert, 1984, pp. 729-730). Mozart così, intraprese il suo ultimo viaggio da solo…

Costanze, trovatasi in difficoltà alla morte del marito, accettò il consiglio dall’amico van Swieten, che evidentemente non voleva esporsi finanziariamente più di quanto avesse già fatto, di prenotare un servizio funebre di terza classe, del costo di dodici fiorini (un’ottantina di euro circa). Ciò voleva dire utilizzare una tomba comune, che poteva comprendere dai quindici ai venti corpi.

Tornò al cimitero solo diverso tempo dopo: “Quando però, dopo essersi rimessa, visitò con alcuni amici il cimitero, trovò un nuovo custode delle tombe che non era più in grado di dirle dove fosse stato sepolto suo marito. Tutte le ricerche furono vane e anche più tardi, nonostante i reiterati tentativi, non è stato più possibile rintracciare con sicurezza il luogo dove Mozart è stato sepolto» (Abert, 1984, p. 729-730).

Funerale e sepoltura II: la verosimile verità

Ecco, questa è stata per molto tempo una delle versioni più accreditate del funerale di Mozart e riportata da uno dei più autorevoli testi sul compositore, la biografia di Hermann Abert.

Ci sono però alcuni dubbi, che negli ultimi trent’anni hanno gettato ombre sempre più consistenti su alcuni dettagli della ricostruzione.

Prima di tutto le condizioni metereologiche. Ampiamente documentato è il precoce inverno che colpì il centro Europa a partire dall’inizio di ottobre. Il tempo fu catastrofico fino a metà novembre. A settimane di pioggia torrenziale seguì una nevicata che non dette tregua per diversi giorni con forti bufere, più che un autunno aveva l’aspetto di un gennaio dei peggiori. In molti casi il raccolto di cereali fu abbandonato nei campi. C’erano state solo due giornate in cui il cielo si era aperto e la temperatura si era fatta più mite, il 20 e 21 ottobre.  E Costanze ne aveva subito approfittato per portare il marito a fare una passeggiata in carrozza al Prater, uno dei più bei parchi di Vienna, per fargli prendere finalmente un po’ d’aria. Tuttavia all’inizio di dicembre il tempo era notevolmente migliorato, ce lo dicono gli archivi dell’Osservatorio di Vienna. Particolare che viene confermato anche dai diari di Karl von Zinzerdorf, diari conosciuti per l’estrema meticolosità e che sono raccolti in 76 volumi (ci sono molti resoconti delle rappresentazioni delle opere di Mozart): per il 6 dicembre von Zinzerdorf annota che il tempo era mite, con frequenti nebbie.

Il dettaglio forse più interessante poi riguarda la sepoltura e ‘la tomba’ comune. Quel ’comune’ quasi sicuramente non stava ad indicare una fossa comune, ma la sepoltura in un luogo pubblico, non proprietà di una famiglia aristocratica, bensì della città, che ne avrebbe rivendicato, dopo dieci anni, il possesso. Una prassi probabilmente normale all’epoca.

Ma se non si era preannunciata una bufera, perché nessuno rimase per le ultime esequie di Mozart? E se qualcuno restò fino all’ultimo, ammettendo anche che la moglie non fosse tra questi, perché non fu più ritrovato il luogo della sepoltura?

Costanze, allora trentenne , ebbe un crollo nervoso. Comprensibile, aveva due figli piccoli, uno di quattro mesi, e uno di sette anni. Forse non partecipò nemmeno ai funerali, sebbene la testimonianza in questo senso di un certo Deiner, che millantava di essere stato presente al funerale, non sembra credibile – tanto più perché riportata in un articolo del Vienna Morgen-Post del 1856! – e non fu in grado di occuparsi personalmente della sepoltura del marito. Senza dubbio è un’ipotesi possibile che, pressata dai debiti e spaventata dalle difficoltà economiche e dai molti creditori – tra questi un usuraio, il “famoso e famigerato Herr Goldhann”, lo stesso che il “7 dicembre firmò l’elenco dei beni del compositore” (Robbins Landon, 1988, pp. 168-169) – si sia chiusa in casa, dandosi per gravemente malata, per giorni. Oppure, come la stessa Costanze dirà molti anni più tardi, sia stata portata via, alla morte del marito, e condotta in un primo tempo da un certo Bauernfeind, ‘Impiegato di concetto delle Imperial Regie Cancellerie riunite di Corte e massone…

Così conclude Robbins Landon:

San Marco è un sobborgo di Vienna, a un’ora buona di cammino dal centro. Nessuno di coloro che parteciparono alle esequie – non conosciamo i nomi dei presenti – volle accompagnare la salma, e per anni nessuno si preoccupò di sapere dove fosse stato inumato Mozart, ed è perciò che conosciamo solo approssimativamente il settore del camposanto nel quale riposano le spoglie del sommo genio della musica (Robbins Landon, 1988, p. 170).

Resta per noi uno dei maggiori interrogativi tra le vicende biografiche di Mozart.

Nei prossimi articoli indagheremo sulle cause della sua morte, e parleremo delle composizioni dell’ultimo anno, oltre a fornire una discografia essenziale. Nel frattempo consigliamo di cominciare ad ascoltare almeno la meravigliosa Ouverture del Flauto magico e il Kyrie del Requiem.

Le megattere hanno inventato Internet migliaia di anni prima di noi

Otto chili di cervello, contro il chilo e mezzo del cervello umano. Questa la dote che la natura ha donato alle Megattere, che forse più dei delfini, dimostrano di avere capacità celebrali estremamente complesse che nulla hanno a invidiare a quelle umane.

Fu Robert Payne, nel 1967, con l'aiuto di Scott Mc Vay a compiere scoperte straordinarie su questi animali, a partire dalle loro collezione di canti.

Perché le megattere maschi, durante la stagione riproduttiva, eseguono un grande numero di canti molto diversi, oltre un centinaio, ciascuno dei quali può arrivare a durare anche trenta minuti.

La cosa ancora più straordinaria però è che questi canti si evolvono nel tempo, da una parte vengono trasmessi alla propria prole e dall'altra possono cambiare, e megattere appartenenti ad aree dell'oceano diverse possono imparare i canti di altri gruppi e decidere di abbandonare i propri. Inoltre questi scambi avvengono anche tra specie di balene diverse e non solo tra megattere.

Payne inoltre ipotizzò che le megattere fossero in grado di comunicare per tutto l'oceano con questi canti, creando una rete di comunicazione vastissima, cosa che fu poi confermata dagli studi più recenti: una vera rete internet del mare, fatta di suoni.

"Alcune delle registrazioni di Payne furono pubblicate nel 1970 come un LP chiamato Songs of the Humpback Whale (ancora il disco sonoro naturale più venduto di tutti i tempi) che aiutò a guadagnare visibilità per il movimento Save the Whales che cercava di porre fine alla caccia commerciale, che all'epoca spingeva molte specie pericolosamente verso l'estinzione. La caccia commerciale alle balene fu infine vietata dalla International Whaling Commission nel 1986".

Oggi, anche grazie alla AI, si spera di poter decifrare la lingua complessa e ricchissima delle balene. Se così fosse, sarebbe la prima lingua di un'altra specie animale con la quale ci confronteremmo, un salto interspecie molto più grande e importante e soprattutto possibile, di qualsiasi ipotetico incontro con specie aliene. 

Il mondo principale ancora da esplorare è qui, sulla nostra terra.

Del 1971 è Il canto delle balene di George Crumb, composto sull'onda della fascinazione per le scoperte di Payne, un brano per tre interpreti mascherati, flauto, violoncello e pianoforte amplificati elettronicamente.

https://www.youtube.com/watch?v=cGPQLXPV5wE&list=RDcGPQLXPV5wE&start_radio=1






 

sabato 11 luglio 2026

Cosa ci aiuta ad orizzontarci nel fiume dei nostri ricordi?

Ogni giorno la nostra mente è destinata a produrre migliaia di ricordi che confluiscono nel fiume della nostra memoria. Facile perderne traccia, perché questo fiume scorre veloce e aumenta di volume ad ogni alba e ad ogni tramonto.

Cosa ci aiuta ad orizzontarsi, a mettere ordine nel magazzino immenso della nostra memoria?

Il calendario, tra le altre cose, serve proprio a questo. Stagioni e festività, Natale e Pasqua, il nostro compleanno e quello dei nostri familiari, ci aiutano a non perderci nell’archivio dei nostri ricordi.

Un viaggio, un evento, un’emozione, lo leghiamo a date particolari. Se il calendario fosse fatto semplicemente di giorni tutti uguali, di infiniti lunedì, ad esempio, non avremmo speranza. Ci perderemmo nel labirinto della nostra memoria.


Ma anche l’arte ha una funzione importante.

Un libro, un film, un concerto, una mostra, sono strumenti essenziali per dare forma e ordine al ricordare.

Stamattina mi è capitato di ripensare ad un episodio degli anni Ottanta. Mio padre passava molto tempo a Roma, con la sua compagna, nonostante vivesse ormai da molti anni in Romagna, e per questo ci vedevamo spesso.

In realtà l’episodio al quale ho pensato risale ad un momento in cui avevamo fatto un brutto litigio e io era un po’ che non lo vedevo.

Per questo fui piuttosto imbarazzato quando me lo trovai improvvisamente di fronte. Soprattutto perché a Roma, incontrare qualcuno per caso non capita praticamente mai.

Stavo andando a vedere un film di Moretti, La messa è finita, ed ero proprio davanti al cinema, mentre lui lo aveva appena visto e stava uscendo.

Questo ricordo mi ha fatto pensare a tutta una parte della mia vita, quella dei miei vent’anni a Roma e dei miei rapporti burrascosi con mio padre. 

Ma quando è accaduto quell’incontro?

Nel novembre del 1985, semplice. Perché il film di Moretti uscì nelle sale romane il 15 novembre ed io, come sempre facevo, andai a vederlo quasi subito.