domenica 5 luglio 2026

Harmony is my Mistress - Il questionario

Nell'estate del 2022 ricevetti una mail da uno studioso in cui mi si chiedeva di compilare un questionario in relazione ad un libro che ne sarebbe seguito. Lo studioso rimase piuttosto stupito del fatto che non lo conoscessi, e io rimasi stupito del suo stupore. Il rapporto non era cominciato nel migliore dei modi.

Ciò non di meno il questionario era interessante e dedicai diverse ore a compilarlo. Non ebbi da allora alcun riscontro né notizie del libro che ad oggi non mi risulta sia ancora uscito. E così vorrei, a distanza di quattro anni, condividerne alcune parti, dalle quali ho omesso le domande del questionario e che pur tuttavia si possono dedurre dalle risposte.

                         Harmony is my Mistress

  

Ideare - Immaginare - Inventare 

 

Comporre per...

G.L.B. - Per me la necessità impellente di creare si è fatta sentire molto presto, e sempre più prepotentemente. Per questa ragione ho costruito tutta la mia vita intorno a questo bisogno che definirei primario e ineludibile, che si trattasse di dipinti, fumetti, racconti, canzoni, musica da camera e per orchestra, romanzi o altro. Intendo dire che, dopo il liceo, ho preso atto di questo stato di cose e ho diretto tutti i miei studi e le mie energie in quella direzione. E così, alla fine, tra varie ipotesi aperte, ho studiato composizione in conservatorio e deciso di fare il compositore. Mi sembrava il percorso più strutturato e più professionalizzante in ambito creativo. Quindi ho cercato di fare del comporre la mia professione, anche se parallelamente a quella di insegnante, perché oggettivamente non avrei mai potuto vivere solo con lo scrivere musica, anche se negli anni ho ricevuto commissioni anche abbastanza remunerative.

Le occasioni poi per creare possono essere tantissime, ma io preferisco sempre quelle libere. Intendo dire che, al di là di commissioni e richieste e necessità, che realizzo sempre con puntualità e serietà, io preferisco portare a termine idee che nascono spontaneamente nella mia mente e libere da qualsiasi indicazione esterna. Unica eccezione, lo scrivere per mia figlia, alla quale ho dedicato, da quando era molto piccola, ninna nanne, fiabe, racconti, romanzi e canzoni. E questo mi ha reso, in un certo modo, uno scrittore e un compositore per l’infanzia.

G.L.B. - Io ho cominciato a dedicarmi all’infanzia quando sono diventato padre, come molti probabilmente. Si comincia per gioco e poi diventa una cosa terribilmente seria. Si scopre che scrivere per bambini è un viaggio attraverso l’umiltà, la chiarezza, l’essenzialità. Tuttavia non so se ho mai davvero scritto per bambini. Il fatto che mia figlia sia cresciuta con le mie canzoni e le mie fiabe non significa che possano andare bene per tutti i bambini. Le cose che ho fatto in teatro sono andate molto bene, ma certo erano spesso un po’ più difficili e impegnative delle cose che si intendono generalmente per bambini. E comunque non ho mai scritto perché la musica fosse suonata da bambini e adolescenti, ma solo per il loro ascolto. Non ho nemmeno mai insegnato professionalmente a bambini e adolescenti, ma interagito con loro solo in presentazioni e laboratori, soprattutto in Puglia, dopo l’uscita della mia fiaba sulla vera storia di Hallowe’en, fatta con una cantante irlandese. Ricordo incontri con decine e decine di bambini attenti, curiosi, sensibilissimi, pronti a fare le osservazioni più incredibili e intelligenti. Tutte esperienze molto belle. Ho fatto anche laboratori su Il Piccolo Principe e sui miei libri, come il romanzo La principessa Hamlet e il Regno degli Orchi.

In generale mi sento di dire che io farei attenzione a non creare eccessivamente un ambito stilistico definito “per bambini”. A volte ho l’impressione che le cose per bambini siano forzatamente semplificate, banali. Ho avuto una figlia e non mi sono mai relazionato a lei in quel modo. E poi lei ascoltava Mozart e Beatles a 4 anni. I bambini hanno un cervello immenso e possono ascoltare di tutto. Non limitiamo le loro potenzialità.

G.L.B. Il processo compositivo per me è un processo totalizzante, corrisponde a vivere nell’oceano ed essere un cetaceo. Si è immersi tutto il tempo, tranne quei pochi istanti per prendere aria. Una volta in vacanza mia figlia di sei/sette anni mi disse: “Papà, ma tu non smetti mai di comporre, vero?”, perché mi portavo foglio e matita a letto e appuntavo le ultime idee. Gli altoforni della mente, come una grande acciaieria, sono sempre accesi. All’interno di questo surriscaldamento continuo della fantasia, possono prediligersi alcune azioni piuttosto che altre, ma in fondo non mi pare così determinante.

Una cosa mi sento di dire: l’azione dello scrivere avviene su diversi livelli, e questo lo racconto sempre ai miei allievi, portando l’esempio di Beethoven. Beethoven passava ore al pianoforte a suonare e improvvisare e qui accumulava un tesoro di idee e intuizioni che scaturivano direttamente dal suono. Poi lavorava sulla carta, a tavolino, lontano dallo strumento e progettava razionalmente e lucidamente, forme, strutture, percorsi. Infine andava a passeggiare in mezzo alla natura e tutti gli elementi si ricomponevano nella sua mente come per incanto. Senza uno di questi passaggi non avrebbe potuto scrivere quello che ha scritto.

A me dà piacere la creazione disimpegnata, a Roma si direbbe “il cazzeggio”. Mettersi sul divano, magari anche davanti alla tv e improvvisare sulla chitarra. Oppure sedermi al pianoforte in momenti particolari, che io sento “magici”. E questo sarebbe il punto 1 di Beethoven. Ma poi arriva il punto 2, quando metto tutto insieme su carta o al computer, e subentra una fase più razionale e riflessiva. Ma la verifica ulteriore è indispensabile e la faccio camminando e nuotando. Ma tutto può cominciare anche dagli appunti su di un librettino, o meglio ancora nel silenzio della mente, mentre sono in macchina o a passeggio. E le varie fasi del processo si mettono a procedere a ritroso

G.L.B. - Sono un docente di composizione, studio continuamente decine e decine di autori e tutti mi donano qualcosa. Ma non solo quello classici. Scopro ogni giorno autori nuovi, gruppi nuovi e spesso sono gli allievi a farmeli scoprire. Ultimamente Leprous, Florence and the Machine, London Grammar, Stromae. E poi Olafur Arnalds, Winged Victory for the Sullen e tantissimi altri.

Per quanto riguarda i processi, ne parlerò più avanti, tuttavia mi preme sottolineare che l’armonia è la mia signora, per parafrasare il titolo dell'autobiografia di un autore che amo moltissimo Duke Ellington, e al quale ho dedicato un grande brano sinfonico nel 2008 (Orchestra della Provincia di Bari): Music is my Mistress. Elaborare percorsi armonici è ciò che amo di più. Gioco con le armonie e con gli accordi. Ne sono innamorato. Nell'abbandonare la musica per dedicarsi totalmente alla pittura, Paul Klee disse: "il colore mi ha vinto, sono pittore". Parafrasandolo direi: l'armonia mi ha vinto, sono musicista (nel riquadro: Paul Klee, Giardini della Tunisia).




venerdì 3 luglio 2026

Metafisica delle nuvole

 Il primo capitolo del libro entrato nella rosa dei finalisti del Premio Modigliani 2022


             1

 

Il sonno si ritrasse, ma le immagini e le voci della notte continuarono, ora a sfiorarla, ora ad avvolgerla tutta, quasi fossero onde spinte dal moto incessante della marea sul bagnasciuga. C’era un suono costante, quello di un rubinetto aperto che riempiva una grande vasca. Dal rumore che faceva, la vasca doveva essere già abbastanza piena. Era vero, o era solo parte di un sogno? Quel suono la riportava indietro di anni, quando il padre si svegliava molto presto la domenica mattina e, nel dormiveglia, a lei piaceva sentire il rumore di quel flusso di liquido che usciva dalla bocca del rubinetto per tuffarsi nell’acqua, divenendo sempre più ovattato ed ipnotico man mano che la vasca si riempiva.

Ma adesso era suo marito che si stava preparando il bagno, come tutte le sere appena tornato dal lavoro?

No, anche quella era storia passata.

E ora, ora che il suono era cessato, sostituito da un altro, quale dei due era reale e quale un sogno?



Avvertiva il ticchettio di un grande orologio da muro, ben scandito dall’esile stelo di una lancetta dei secondi particolarmente sonora. Poi d’un tratto un suono assordante di pioggia che batteva sul tetto, accompagnato dalla zampa soffice di un gatto appoggiata sulle sue labbra, solo per ricordarle che era ora di alzarsi. Questa era la realtà. Il bagnasciuga era ora la calda spiaggia della veglia.

Ancora con gli occhi semichiusi, prese il gatto e se lo pose sul petto, come faceva tutte le mattine. Sotto la sua mano che lo carezzava cominciarono le fusa, delicate ma sonore, nonostante il suono della pioggia fosse sempre più forte.

Con ancora la voce impastata dal sonno disse qualche parola affettuosa alla sua micia, ma appena pronunciò la parola “pappa”, la gatta scattò giù dal letto e cominciò a inarcare la schiena e a strofinarsi contro le coperte che pendevano sul pavimento, rispettando alla lettera i gesti di un rituale preciso e immancabilmente ripetitivo. Era ora di alzarsi.

Ma il rumore dell’acqua nella vasca riprese e insieme ad esso voci estranee che venivano da oltre al muro e che erano cresciute d’intensità.

E allora si svegliò davvero. Non c’era più la sua micia accanto a lei, non c’era la pioggia che batteva sul tetto. Non c’era più la sua bella casa, proprio davanti al parco, col salotto dalla grande credenza le cui ceramiche si illuminavano all’ora del tramonto e il bel soffitto decorato. Ma solo quelle voci sgradevoli di un uomo e di una donna che stavano litigando.

Ancora con gli occhi semichiusi, con le dita che si muovevano come gambe incerte sulla superficie di un terreno accidentato, dopo aver superato il filo dell’abat-jour e la vecchia sveglia, prese il flaconcino delle pillole. Si alzò appena a sedere, se ne mise la solita decina in bocca, dai colori diversi, e bevve l’ultimo sorso d’acqua rimasto nella sua tanichetta di plastica multiuso che teneva sotto al letto. Poi andò alla bilancia, che era poco più in là. Era dimagrita ancora. Negli ultimi mesi aveva perso dieci chili, e la pelle dello stomaco le aderiva ai pochi addominali rimasti come un vestito troppo stretto.

All’improvviso le vibrazioni cominciarono e lei capì che erano le sei e mezza. Quel solito rumore che faceva tremare tutto il palazzo e che sembrava scaturire da ogni direzione, dai muri, dal soffitto e dal pavimento. Le avevano spiegato che si trattava di una grossa macchina industriale che lavorava sette giorni su sette, e che doveva trovarsi al primo piano, dove era stato ricavato un unico grande spazio per la lavorazione di non sapeva cosa.

Fece un sospiro, spalancò bene gli occhi e andò alla finestra per aprirla. C’era il solito cielo nuvoloso del tramonto. Respirò a pieni polmoni un paio di volte, nonostante l’aria fosse ferma e pesante. Era quello ormai il modo che aveva di svegliarsi e di prepararsi a quella piccola impresa che era uscire dalla finestra per scendere dalla scala esterna, prima ancora di essersi lavata la faccia e bevuto un caffè. Doveva salire sulla vecchia sedia traballante, scavalcare il davanzale della finestra e infilarsi nel passaggio della scala esterna, dove delle fasce curve di metallo la proteggevano dal cadere. La prima volta, ancora mezza addormentata, si era fatta un lungo graffio sull’avambraccio. Ma poi quei gesti, una serie ben precisa di piccoli e cauti movimenti, erano divenuti parte di una routine alla quale non faceva più caso. Dopo quasi cinque mesi, l’unica sensazione ancora sgradevole era quel metallo freddo e arrugginito al quale si doveva stringere; e i rumori e gli odori della città che arrivavano dal marciapiede sottostante, come ospiti inattesi e inopportuni che all’improvviso violavano l’intimità della sua mente, persa ancora nel sonno. Dopo, bastava lasciarsi scivolare dolcemente e in poco tempo si ritrovava sul balconcino sottostante, girava la maniglia della porta-finestra ed entrava nella zona bagno e cucina.

Mise su il solito surrogato del caffè e andò nel suo minuscolo bagnetto a lavarsi la faccia. Poi si sedette sul water e, mentre si pettinava, prese in mano il piccolo calendario sgualcito, che teneva sulla scatola dello scarico, con le immagini pubblicitarie della fabbrica di prodotti alimentari nella quale lavorava. Guardò tutti quei giorni cancellati con le crocette, centoquarantasette per l’esattezza. Quanti gliene restavano ancora prima di tornare a casa? E prima della prossima telefonata?

Infine, aspettando che il non-caffè uscisse, con i gomiti appoggiati come sempre sul tavolo vicino alla piantina di ciclamino, si mise a fissare fuori.

C’era un enorme condominio, con tante di quelle finestre che c’era da chiedersi come si reggesse in piedi quella struttura, se buona parte della sua massa era composta da vetro. La parte in cemento era vecchia e scrostata. Ma al tramonto diventava bellissimo, quando tutte le finestre si accendevano e nel buio si scorgevano solo quei mille occhi, anzi, quelle mille stelle ognuna delle quali conteneva un piccolo universo, un mondo di persone e storie sconosciute. Solo una si rispegneva poco dopo, e restava così per tutta la notte, unico occhio cieco. Lo sapeva perché quando non doveva andare in fabbrica, restava a fissarla per ore, seduta al tavolo da cucina.

Dopo aver fatto in fretta colazione, raccolse le sue cose, chiuse lo zaino, ed infine uscì.


giovedì 2 luglio 2026

Anima Mundi: altro primo premio per uno dei miei allievi

Anni davvero ricchi di premi per i miei allievi.

Pietro Dinetto, che dopo il Biennio, sta seguendo un corso di Alta Formazione, ha appena vinto il XVIII Concorso Internazionale di Composizione Sacra Anima Mundi dell'Opera Primaziale Pisana


Così come in un prato incolto, pieno solo di pietre ed erbacce, non compaiono all'improvviso ricchi grappoli d'uva per fare il vino migliore, così non credo sia un caso che Pietro abbia vinto questo premio. Da anni si dedica alla musica sacra, animato da una fede profonda. Il suo progetto del Diploma Biennale consisteva all'inizio in un grande affresco sinfonico dedicato alla Crocifissione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, che riscrisse ben due volte, per poi decidere un progetto diverso. E tantissime altre sono poi le composizioni che ha dedicato a temi sacri. Così questo premio arriva a completare un percorso lungo, al quale Pietro ha dedicato tutta la sua concentrazione, la sua energia e il suo talento negli ultimi tre anni.






mercoledì 1 luglio 2026

"I viaggiatori" di Bruno Catalano

Mercoledì scorso, 24 giugno, vedo montare due sculture in piazza del Duomo a Castelfranco Veneto. Si tratta di due esemplari della serie de "I viaggiatori" dello scultore italo-francese Bruno Catalano.

Vado poi il fine settimana a Caorle e ne trovo altri due esemplari. Naturalmente penso che si tratti di una collezione distribuita in molte città del Veneto.

E invece no.

Solo due cittadine sono state scelte per esporre le sculture di Catalano: Castelfranco Veneto e Caorle!

Incontro del destino quindi?

Una delle sculture a Caorle, con la luna piena (foto del sottoscritto, Caorle, 27 giugno 2026).



Bruno Catalano al lavoro. Nasce a Khourigba, in Marocco, nel 1960 da una famiglia siciliana. Si trasferì poi in Francia a ventidue anni per fare il marinaio per 4 anni, prima di dedicarsi alla scultura.



martedì 30 giugno 2026

La musica e l'Alzheimer

“Ricordare (an Alzheimer soundscape)” di Daniele Martini

miniatura musicale che tenta di sfiorare, con profondo rispetto e delicatezza, attraverso la rielaborazione e il trattamento di materiale compositivo originale, il dialogo interiore spezzato, frammentato ed emotivamente caleidoscopico, di una persona trasformata dalla malattia di Alzheimer. 

L'arsenale, ensemble di musica contemporanea, eseguirà i brani scritti dagli studenti di composizione del Conservatorio Steffani Castelfranco Veneto in una prova aperta agli studenti, ai docenti del Conservatorio Steffani e agli ospiti dei compositori dalle 14 alle 17, a Villa Barbarella.

Musiche di Alberton, Capovilla, Libralato, Martini, Salmaso, Tognin.





lunedì 29 giugno 2026

E sono 5200

Un mese fa ho festeggiato un piccolo grande risultato per me: il mio blog è passato da una media di centocinquanta visualizzazioni al mese, a mille.

Questo mese festeggio le 5000 visualizzazioni...
Ringrazio di cuore tutti i pochi umani che lo seguono :-)









Esistono film migliori del romanzo dal quale sono tratti?

Senza rubare il mestiere a un caro amico di mio padre come Roberto Chiesi, vera autorità in materia, vorrei dire alcune cose su due film che ho amato molto.

Le cose che scriverò le dirò quindi da semplice spettatore e lettore e l'unica vera medaglia del mio curriculum nel campo cinematografico è di essere cresciuto nella Roma degli anni Sessanta: il centro e la periferia pullulavano di cinema, cinema di prima, seconda e terza visione, cinema parrocchiali e cineclub. Questa era la ragione per la quale i film in sala avevano una vita media di dieci anni. Per legge, prima di tale durata, non potevano apparire in televisione

La mia infanzia l'ho passata lì. Immerso e sommerso dal cinema. A volte ne vedevo perfino tre al giorno. Inoltre, mio zio, Franco Bruno, era presidente dell'Agis, una vera potenza e io godevo di rari ed unici privilegi come quello di avere una tessera per due persone. 

Con quella tessera portai tutta la mia classe a vedere Jesus Christ Superstar, ad esempio. Naturalmente uno alla volta!

Gli anni più belli furono probabilmente quelli passati con mio nonno materno che a nemmeno 7 anni compiuti mi portò a vedere 2001 Odissea nello spazio (1968). Inimmaginabile l'emozione che poté provocare un film simile in un bambino di sei anni. E mi dette la possibilità di ascoltare a quell'età Gyorgy Ligeti senza rendermene minimamente conto. E poi Il pianeta delle scimmie (nello stesso anno!), Un uomo chiamato cavallo (forse uno degli ultimi che vidi con lui), un paio d'anni più tardi e tanti altri.



Naturalmente ero anche un appassionato di fantascienza, a partire dalle raccolte di Urania, storica collana di fantascienza curata da Fruttero e Lucentini, nata nel 1952 e credo ancora in vita, ma questa è tutta un'altra storia.



Ecco, questo il mio punto di osservazione, il mio pedigree.

E da qui, secondo il mio modesto parere, penso ci siano almeno tre film, dei quali i primi due superano di gran lunga i romanzi da cui sono tratti e che io ho letto. Il terzo ha senza dubbio delle trovate geniali che il libro non aveva e che pur tuttavia io non conosco.

Blade runner/Do the androids dream of electric sheep? 1982

Sono un amante della fantascienza, ma Philip K. Dick non mi ha mai appassionato. Le sue intuizioni sono geniali, è un autore straordinariamente visionario, ma la sua scrittura mi lascia freddo. Leggendo il suo romanzo non si riconosce nulla del fascino di Blade runner. Mi sembra che gli manchi il dono di saperti catturare con la scrittura. Cerca di ammaliarti con le sue idee, ma non sempre basta. Quando finii di leggere il romanzo fui pervaso da un senso di vuoto, di pochezza.





Situazione simile con il romanzo di Pierre Boulle, scrittore,, ingegnere e agente segreto (come Roald Dahl!), divenuto famoso per l'ultra celebre Il ponte sul fiume Kwai. E a questo punto allora mi viene un dubbio. Non è che vedere prima il film e poi leggere il romanzo rovini tutto a prescindere? 

Può darsi, ma le trovate degli sceneggiatori de Il pianeta delle scimmie (Michael Wilson e Rod Serling) e di Blade runner (Hampton Fancher e David People: mio padre mi raccontò che alla sceneggiatura People aveva lavorato in Sardegna, nella cupola di Antonioni, accanto alla nostra casa) sono davvero imbattibili. Il romanzo lo trovo sbiadito, noioso, e il finale è quasi ridicolo, ed è quello poi recuperato dalla versione di Tim Burton, della quale facevamo volentieri a meno.



Aggiungerei infine anche The Shining, anche se non ho letto mai nulla di Stephen King, è  un autore che conosco solo grazie alle sue innumerevoli trasposizioni cinematografiche, da Le ali della libertà. al Miglio verde, a Stand by me, ecc. Tuttavia mi sembra di aver capito che lui il dono per la scrittura ce l'abbia, un dono straordinario e così la capacità di catturarti sin dalle prime righe. La versione di Kubric è semplicemente la versione di Kubric, qualcosa di molto diverso dall'originale e forse non solo per le necessità che un medium così differente come il cinema comporta inevitabilmente.

La scena finale del labirinto di ghiaccio non era presente nel libro ed è secondo me, una delle tante trovate geniali del film. 






Poi, naturalmente, di film deludenti, che non riescono a rendere minimamente la grandezza di un libro, ce ne sono senza dubbio in abbondanza. Uno tra tutti, per la mia esperienza personale, Ritratto di signora (1996), di Jane Campion. Saputo che stava per uscire il film, volli finire in fretta il romanzo di Henry James. Lo stavo leggendo da anni, ma era piuttosto difficile in lingua originale, e mi trascinavo. L'uscita del film mi dette la spinta definitiva e poi corsi al cinema pieno d'entusiasmo. Nonostante la Campion di Lezioni di piano (1993), Malkovich e la Kidman, davvero una grande delusione. Ma, trattandosi di un romanzo così complesso, come avrebbe potuto forse essere altrimenti? 
E perché la Campion decise di cambiare l'autore delle musiche? Erano vere le voci che Michael Nymann non facesse proprio tutto da solo?
D'altronde scelse al suo posto Wojciech Kilar, compositore polacco di tutt'altro peso e noto per le sue musiche dei film di Polanski.
Parlerò nei prossimi giorni delle tante versioni di Pinocchio, perché credo che il loro quasi unanime fallimento, meriti una grande attenzione!