Gian Luca Baldi
martedì 27 ottobre 2026
lunedì 26 ottobre 2026
Cinque piccole variazioni sulla Follia
Joseph Turner, Tempesta di neve sul mare
Nate per un Convegno sul Tempo, organizzato da Maria Antonietta Lamanna per l'Università di Bari nel 2010, questo ciclo di piccole variazioni sulla Follia è dedicato ad altrettante Lezioni americane di Italo Calvino. Pubblicate da Armelin, Padova.E' presente nel mio canale un video amatoriale con alcune delle variazioni (manca la prima, Leggerezza, e la seconda e la terza sono invertite), girato durante la Maratona del Conservatorio Steffani per la Giornata della Memoria, 24 gennaio 2020.
Per quanto di pessima qualità, i due studenti, Nico Giacalone e Riccardo Baldizzi, hanno interpretato splendidamente il mio pezzo.
domenica 25 ottobre 2026
Johann Sebastian Bach – V ed ultima parte: gli anni della formazione
Gli anni della formazione
Più volte nel corso di
questa rubrica abbiamo rivolto la nostra attenzione alla formazione dei grandi
compositori, vale a dire al cammino che permise loro di acquisire quegli
strumenti tecnici necessari per esprimere il loro genio. Se particolarmente
chiaro appare il percorso compiuto da tre dei grandissimi di cui ci siamo
occupati, Mozart, Beethoven e Schubert, poche notizie certe e documentate ci
restano invece dei primi dieci anni di vita di Bach ad Eisenach. Per quanto
riguarda la sua istruzione di base, sappiamo che ebbe modo di frequentare tre
classi della Scuola di latino della città (la Georgenschule), dalla Sesta alla Quarta.
Il sistema scolastico del tempo prevedeva infatti sei classi, «a partire dalla
Sesta per giungere alla Prima, ciascuna delle quali poteva durare più anni, in
media due, addirittura quattro nella Prima, con la conclusione della quale si
giungeva praticamente alle soglie dell’Università. A conti fatti, l’intero
corso durava non meno di tredici-quattordici anni e gli allievi potevano
contare un’età variante dai 7 ai 24 anni» (Basso 1979, p. 211).
Jean-Francois-Janinet-1752-1814, Duello
Oltre alla centralità
della religione, e di materie considerate “complementari” come aritmetica e
storia, molto importante era lo studio del latino, ma ancora più importante per
noi fu il fatto che il testo sul quale Bach studiò fu del celebre Comenius (sia
a Eisenach che a Ohrdruf), il primo autentico rappresentante della pedagogia
moderna: «L’autore della Magna Didactica
sosteneva, com’è noto, il principio dell’insegnamento libero da costrizioni
verbali e nozionismo fine a se stesso, per lasciar ampio margine di manovra
all’intuizione, utilizzando testi di studio ricchi di illustrazioni» (Basso 1979,
p. 212). E questo non è un dettaglio che può essere sottovalutato nella
formazione di Bach.
Ma quale fu invece la sua
formazione musicale in quegli anni? Di sicuro il padre Johann Ambrosius (prima
musico municipale e poi anche di corte presso i duchi di Eisenach) svolse un ruolo
centrale nel fornirgli delle cognizioni generali di musica e una certa
dimestichezza con gli strumenti ad arco come il violino e la viola. Vale la
pena inoltre qui sottolineare che il padre fu l’autore di un’antologia delle
opere dei compositori della famiglia Bach, che raccolse ad uso scolastico e che
tanto Johann Sebastian che suo figlio Carl Philipp Emanuel la continuarono. Una
vocazione didattica testimoniata anche dai diversi lavori per organo del cugino
del padre, Johann Christoph (tra le quali una raccolta organistica di brani di
facile esecuzione), una vocazione e una tradizione familiare che Bach seppe
raccogliere ed esprimere pienamente nel corso della sua vita.
Proprio Johann Christoph,
il più importante dei membri della famiglia Bach prima di Johann Sebastian, ebbe
un ruolo determinante per la sua educazione, tanto che Bach stesso sembra
volercelo dire affermando nella genealogia da lui compilata che lo zio era un «compositore
profondo». Accanto a queste due figure familiari, non dobbiamo poi dimenticare
il Kantor della Scuola di latino, Andreas Christian Dedekind.
A completare il quadro
della sua prima formazione musicale, infine, è lecito suppore che Bach fosse
molto impegnato nell’attività extrascolastica del Kurrendechor, cioè quella di cantare nelle borgate e nei centri non
lontani da Eisenach innanzi alle case, ricavandone qualche ricompensa, durante
le feste natalizie e pasquali, ai matrimoni, ai funerali e a manifestazioni
varie. Possiamo dedurlo non solo dal fatto che sappiamo fosse dotato di una
bellissima voce di fanciullo (di «voce straordinariamente bella» si parla nel
Necrologio), e senza dubbio di un precoce talento musicale, ma indirettamente
dalle numerose assenze da scuola: ben 96 nel suo primo anno di scuola, 53 nel
secondo e addirittura 103 nel terzo, l’anno della morte del padre. Un’abitudine
questa, degli allievi della scuola, tanto diffusa da spingere il rettore a
vietarla agli scolari, che a loro volta furono costretti a rivolgergli una
supplica per poterla riprendere. Bach proseguì col Kurrendechor anche quando dovette trasferirsi a Ohrdruf a una
cinquantina di chilometri da Eisenach, dal fratello maggiore, avendo perduto nel
giro di meno di un anno prima la madre (1694) e poi il padre (1695). A Ohrdruf egli
raggiunse in poco tempo la Prima classe, con due anni d’anticipo sull’età base,
dimostrando disciplina, volontà d’apprendimento e talento intellettuale e
assicurandosi una solida preparazione culturale prima ed in misura superiore a
quella dei suoi contemporanei.
Per quanto riguarda la
sua preparazione musicale, qui fu la figura del fratello a svolgere senza
dubbio un ruolo importantissimo, pari se non superiore a quello dello zio,
anche se non sempre del tutto positiva, come apprendiamo dal Necrologio:
La
passione del nostro piccolo Johann Sebastian per la musica era grandissima sin
dalla più tenera età. In breve tempo egli seppe tenere in mano tutti i brani
che suo fratello gli aveva assegnato saldamente in pugno. Gli era stato
proibito, tuttavia, malgrado le sue preghiere e senza motivo apparente, di
prender visione d’un libro contenente pezzi per clavicembalo dei più rinomati
maestri di quel tempo, Froberger, Kerl, Pachelbel. Lo zelo di cui era animato
per progredire negli studi gli suggerì allora il seguente innocente inganno. Il
libro stava in un armadio chiuso da una griglia. Infilando le sue manine lungo
la griglia, egli riuscì a raggiungere l’interno dell’armadio, ad arrotolare il
libro che consisteva in un quaderno di carta, e ad estrarlo, cosicché, di
notte, quando tutti erano a letto, gli fu possibile copiarlo al chiaror di
luna, dal momento che non disponeva d’un lume. In capo a sei mesi quel bagaglio
musicale fu interamente nelle sue mani. Egli cercò poi di utilizzarlo in
segreto con eccezionale avidità, ma con il suo più grande dolore, suo fratello
se ne accorse e gli sequestrò la copia che con tanta fatica egli si era
confezionata (Basso 1979, p. 223).
Questo episodio risulta
estremamente significativo perché ci rivela come sin dalla prima giovinezza Bach
manifestasse una spiccata predisposizione all’apprendere autonomamente, da autodidatta.
Un aspetto che diventerà negli anni seguenti decisivo.
Bach-Platz a Lünenburg
Presto però arrivò il
momento di abbandonare anche la casa del fratello, sebbene le ragioni non ci siano
del tutto chiare. Non sembra trattarsi di ragioni di spazio, perché il terzo
figlio del fratello sarebbe nato solo qualche anno più tardi. Probabilmente fu
invece il venir meno di un posto gratuito presso la scuola, parallelamente al
desiderio di Johann Sebastian di non interrompere i suoi studi umanistici e di
proseguire fino all’Università, in quella Lünenburg (Bassa Sassonia) che gli
era stata tanto caldeggiata da uno dei suoi insegnanti, il Kantor Elias Herda.
Se è vero che Lünenburg non vantava al tempo una storia musicale degna di
essere raccontata, è pur vero che possedeva un’ottima scuola organistica (e tra
gli organisti attivi allora c’era Georg Böhm, originario della Turingia ,
presso il quale il giovane Bach cercò protezione e appoggio), ma soprattutto nella
biblioteca del convento di S. Michele vi si trovavano preziosi manoscritti
delle opere di tantissimi grandi autori, tra cui molti italiani (e tra questi
Monteverdi), e un patrimonio musicale, di millecentodue volumina et libri di centosettacinque autori diversi, tra i quali
figuravano alcuni dei membri della famiglia Bach. Per il giovane Bach, avido di
conoscenza, questa poteva essere una ragione più che sufficiente per
trasferircisi.
Da
quel patrimonio librario Bach attinse una larga parte della sua cultura di
base, ed imparò ad apprezzare l’opera dei maestri antichi non meno dei contemporanei;
il culto dell’antico, così tenacemente radicato in famiglia, trovò modo di
cementarsi in una compatta forma mentis nella diuturna frequentazione di quella
biblioteca (Basso 1979, p. 229).
A Lünenburg Bach entrò a
far parte del Mettenchor della scuola-convitto Michaelisschule, un insieme
ristretto di coristi dedicato al difficile repertorio della musica polifonica (musica figuralis), i cui membri dovevano
essere per statuto figli di povera gente o comunque privi di risorse proprie
per la sussistenza e dotati di bella voce, cosa che Bach come ben sappiamo
possedeva. L’impegno era decisamente notevole ma gli permetteva di mantenersi con
un modesto compenso mensile a cui andavano però aggiunte tutte le prebende per
le manifestazioni alle quali partecipava. È probabile che in questo periodo Bach
portò avanti da solo la tecnica del comporre, proseguendo in quel lavoro da
autodidatta a cui abbiamo accennato precedentemente.
Tuttavia poco tempo dopo
l’ingresso nel Mettenchor, Bach perse la sua voce di fanciullo. Non ci è dato
di sapere se passò tra le voci virili, ma di sicuro ebbe modo di dedicarsi
maggiormente alla pratica strumentale tanto del violino quanto dell’organo.
Inoltre nella sua formazione sono molto
importanti i viaggi che ebbe modo di fare ad Amburgo: qui egli ebbe la
possibilità di entrare in contatto con un mondo e con una concezione di vita e
del far musica non più provinciale ma alimentata dal flusso ininterrotto delle
esperienze internazionali. Determinante fu soprattutto l’incontro con la
tradizione organistica amburghese e con la dinastia dei Praetorius, che ebbe
sicura influenza sull’arte organistica bachiana.
Due anni dopo l’ingresso
a Lünenburg, al compimento degli studi regolari presso la Michaelisschule, Bach
si trovò a dover scegliere tra l’iscrizione all’università (legge o teologia) e
la professione musicale. Che fosse per la mancanza di disponibilità finanziarie
necessarie alla prima scelta, o per il talento musicale già manifesto
soprattutto all’organo, o per tutte e due le ragioni, Bach scelse senza
esitazione la professione musicale. Come prima cosa concorse al posto di
organista presso la Jacobskirche di Sangerhausen. Tuttavia, dopo aver dato
brillantemente prova del suo talento, il posto venne assegnato ad un altro. Non
sappiamo se l’intervento del duca stesso, Johann George di Sassonia-Weissenfels
che si oppose alla sua assunzione, fu causato dalla giovane età del concorrente
(non aveva ancora compiuto i diciotto anni) o dal voler favorire il nipote
dell’organista precedente. Ma poco tempo dopo, forse grazie a qualcuna delle
conoscenze derivanti dalla sua vastissima rete familiare, Bach ottenne il suo
primo incarico, alla corte di Weimar. Per la precisione come Kammerdiener o
lacchè, della cappella privata del co-reggente Johann Ernst, con i compiti di
un cancelliere o segretario personale al quale spettavano anche le mansioni di
Hofmusicus (musico di corte). E qui, il 4 marzo del 1703, due settimane prima del
suo diciottesimo compleanno, ebbe inizio la sua storia di musicista
professionista
Tuttavia, manca ancora
una tappa fondamentale della sua formazione, un incontro che lo segnò
profondamente e indelebilmente. Dopo sei mesi l’ambizioso giovane Bach
abbandonò Weimar per assumere un incarico più prestigioso, quello di organista
presso la chiesa di S. Bonifacio di Arnstadt ed è durante il soggiorno ad
Arnstadt che egli percorse ben quattrocento chilometri a piedi per andare ad
ascoltare l’arte organistica del grande Dietrich Buxtehude nella lontana
Lubecca.
Per compiere quel viaggio
aveva chiesto una licenza di quattro settimane e rimase assente invece per quattro
mesi e possiamo immaginare che i suoi datori di lavoro non fossero molto
contenti di questa lunga assenza. Questa però non era stata la prima ragione di
attrito col Concistoro della città. Già in precedenza Bach era stato convocato
a causa di un curioso incidente che lo aveva visto coinvolto. Alcuni studenti, abitualmente
chiamati ad aiutarlo nell’allestimento della Kirchenmusic, esacerbati dai
frequenti e severi rimproveri di Bach («fagottista da strapazzo», Zippelfagottist, avrebbe detto a uno di
loro), una sera d’agosto, mentre Bach stava ritornando a casa in compagnia
della sorella maggiore della sua futura moglie, lo minacciarono con dei
randelli. In quell’occasione, per difendersi, Bach aveva dovuto sguainare la
spada.
Questi attriti ci fanno
supporre che le ragioni del viaggio di Bach a Lubecca e la lunga assenza non
fossero stati dettati solo da ragioni musicali, ma probabilmente anche dal
desiderio di trovarsi un nuovo impiego. Il posto di Buxtehude – organista alla
Marienkirche - sarebbe stato di lì a poco vacante (Buxtehude aveva ormai 68
anni) e Bach quasi sicuramente aveva considerato l’ipotesi di aspirare a
prenderne il posto. Ma per quel posto esisteva una clausola molto particolare,
alla quale anche Buxtehude stesso aveva dovuto sottostare. Chi rilevava la
carica di organista avrebbe dovuto sposare la figlia del suo predecessore.
Purtroppo Anna Margreta Buxtehude aveva dieci anni di più di Bach e questo
forse lo convinse a tornarsene ad Arnstadt. Come abbiamo già visto per il
concorso di Amburgo, ci troviamo nuovamente di fronte a condizioni molto
particolari per poter avere un incarico da organista.
Spinto a trovarsi un
nuovo lavoro per i molteplici conflitti col Concistoro di Arnstadt, dopo una
breve parentesi a Mülhausen, Bach sarebbe poi tornato a Weimar, questa volta
con l’incarico ben più prestigioso di Kappelmeister presso la corte principale,
prima di quel trasferimento a Köthen che gli costò tre settimane d reclusione,
ed infine a Lipsia.
Qui, per la prima volta,
a vent’anni di distanza dal momento in cui si era avviato alla professione
musicale, «Bach prendeva possesso di una carica in una città degna di questo
nome e sicuramente in prima fila nel panorama della vita culturale e sociale
tedesca» (Basso 1983, p. 71), per quanto sempre ben lontana dalle grandi
capitali europee della musica dove lavorarono altri grandi del tempo, come
Händel (Londra), Telemann (Amburgo), Couperin (Parigi) e Vivaldi (Venezia),o
come sarebbe stata la Vienna di Mozart, Beethoven e Schubert.
Bibliografia
A. Basso, Frau Musica. La vita e le opere di J. S. Bach,
vol. I, EDT, Torino 1979.
A. Basso, Frau Musica. La vita e le opere di J. S. Bach,
vol. II, EDT, Torino 1983.
J. E. Gardiner, La musica nel castello del cielo. Un
ritratto di Johann Sebastian Bach [2013],
Einaudi, Torino 2015.
N.B.
È a disposizione una pagina Facebook per i commenti e le domande: Rubrica
Rivista Prometeo De Musica, con l’elenco completo degli articoli a partire dal
dicembre 2015.
sabato 24 ottobre 2026
MIddle-Art - L'arte tra Cielo e Terra
Oggi conio questo termine per la mia musica: Middle-Art.
Cosa significa?
Un arte di mezzo, tra Cielo e Terra. IL termine ricorda, naturalmente, la Middle-Earth di Tolkien.
Un'arte in bilico tra quella popolare e comunicativa e quella colta e ricercata.
Un ponte tra la complessità e la semplicità.
"Il dialogo tra il sublime e il profano, l'incontro tra il banale e l'arcano".
Questa è da sempre stata la mia cifra, l'appartenere a due mondi distinti, ma a nessuno dei due
completamente e per questa ragione entrambi mi hanno sempre sentito un estraneo.
Credo che nel Novecento sia avvenuta la frattura.
L'Arte si è divisa in due, percorrendo due cammini distanti l'uno dall'altro.
Da un lato ha intrapreso le strade della ricerca estrema attraverso le molteplici avanguardie, divenendo molto complessa e allontanandosi sempre di più dalle persone, dall'altra divenendo comunicativa ma più raffinata e complessa, più professionale.
Non si trattava più di opporre il professionista al dilettante, il menestrello saltimbanco al musicista teorico e dotto, perché il menestrello diviene nel Novecento altrettanto erudito e produce musica "colta", ma comunicativa, popolare.
Questo è accaduto anche nella letteratura e nel cinema. I cartoni animati di Tom & Jerry non sono un esempio raffinato di Arte popolare? E i romanzi di Simenon o il fantasy di Tolkien?
E il rock, dai Beatles ai Radiohead, passando per Pink Floyd e prog rock non sono forse un esempio di un nuovo tipo di musica d'arte, di Middle-Art?
Oggi dove collochiamo Max Richter e Johnny Greenwood?
Due specie di Arte diverse e altrettanto importanti e indispensabili.
E tuttavia io mi sento sospeso tra le due e ad entrambe appartengo.
domenica 18 ottobre 2026
Johann Sebastian Bach – IV parte: il contesto storico e l’uomo
Nel corso dei tre articoli precedenti abbiamo cercato di indagare il mistero della grandezza del genio di Johann Sebastian Bach, analizzando con particolare attenzione le Variazioni Goldberg e alcune fughe tratte dal primo volume del Clavicembalo ben temperato. Così facendo, tuttavia, abbiamo lambito appena una parte infinitesimale dell’immenso continente della sua musica.
L’elenco completo delle sue
composizioni comprende infatti oltre un migliaio di lavori, 1080 per
l’esattezza secondo il catalogo pubblicato nel 1950 da Wolfang Schmieder, al
quale facciamo riferimento ancora oggi sebbene con qualche integrazione dovuta alla
scoperta di nuovi manoscritti. In tale catalogo ciascuna opera è contrassegnata
dalla sigla BWV (Bach Werke-Verzeichnis, elenco dei lavori di Bach) e dal
numero che essa occupa nel catalogo, in base alla collocazione cronologica (molto
spesso incerta) in ciascun settore. Scorrendo l’elenco troviamo quasi
cinquecento cantate (sacre e profane), oratori, passioni (tra cui la Passione secondo Matteo), corali, lieder
spirituali, messe e musica sacra (tra cui la Messa in si minore), concerti (tra i quali i Sei concerti brandeburghesi), ouverture per orchestra, sonate per strumenti
vari e clavicembalo, composizioni per strumenti soli come il clavicembalo e l’organo
(in entrambi i casi un elenco vastissimo), il violino (tra le quali la Partita in re minore che comprende la Ciaccona), il liuto (un bellissimo
strumento a corde pizzicate), il flauto e il violoncello (le sei Suites), parodie satiriche (che
rientrano nel catalogo delle cantate profane, sebbene spesso portino il
sottotitolo di Dramma per Musica),
come La contesa tra Febo e Pan e La cantata del caffè. Unica grande assente
è l’opera lirica, sebbene molti oggi sostengano che tale assenza non sia stata
dettata da precise preclusioni del compositore, quanto piuttosto dalle
circostanze e che l’ingresso di Bach nel mondo dell’opera fu molto più
probabile di quanto si sia sempre creduto. Va ricordato infatti che il teatro
d’opera di Lipsia fu chiuso per debiti proprio qualche anno prima dell’arrivo
di Bach, che in quella città sarebbe poi rimasto ben ventisette anni.
La scultura di Bach a Lipsia
Si tratta dunque di una produzione vastissima e ancora assolutamente viva, perché la stragrande maggioranza di queste composizioni sono tutt’ora eseguite e considerate tra i più grandi capolavori di tutta la storia della musica, capolavori che animano ed illuminano le stagioni concertistiche di tutto il mondo. Ciò appare tanto forse paradossale in quanto Bach, al contrario di tanti suoi colleghi prima e dopo di lui, si mosse ben poco durante la sua vita, che fu racchiusa in un’area geografica nel complesso abbastanza limitata. Egli visse e viaggiò fondamentalmente all’interno di due stati della Germania, la Turingia e la Sassonia, un’area dalla quale uscì soltanto poche volte: per recarsi ad Amburgo, ad esempio, la città più popolosa e vivace sia dal punto di vista economico che dal punto di vista musicale che ebbe mai modo di conoscere; e a Lubecca, nel ‘lontano nord’ dello Schleswig-Holstein, dove si recò per andare ad ascoltare il grande organista e compositore Dietrich Buxtehude. Ma quello che egli non fece in vita, lo fa la sua musica da più di duecentocinquanta anni, viaggiando per ogni angolo del pianeta e rivivendo attraverso il lavoro e l’amore di milioni di musicisti e di coloro che li ascoltano.
Vale forse la pena
allora, a questo punto, per completare il nostro percorso introduttivo alla
figura e all’opera di Johann Sebastian Bach, di volgere il nostro sguardo all’uomo
e ad alcune delle sue principali vicende biografiche.
Il contesto storico
Nel 1685, l’anno della
nascita di Bach, quella che noi oggi chiamiamo Germania si presentava come un
mosaico estremamente frammentato ed eterogeno di ducati e principati
indipendenti, tra i quali il principato elettorale di Sassonia era allora il
più importante della Germania del nord, e di città libere (Reichstädte), come
lo era Amburgo o come ad esempio Mülhausen, piccola cittadina della Turingia
dove Bach visse un paio d’anni e sposò la prima moglie, la cugina Maria Barbara
Bach. La Turingia, la terra delle foreste selvagge del Thüringerwald, focolaio
di rivolta ai tempi della Riforma, e dove vive e forti erano ancora le tracce
del passaggio di Lutero, fu la terra «che gli avi di Bach avevano elettivamente
indicato come luogo deputato per trarre il pane del sostentamento quotidiano»
(Basso 1979, p. 173). Essa aveva subìto nel tempo un inarrestabile e
progressivo frazionamento politico, d’altronde la suddivisione infinitesimale
del potere era uno dei mali che affliggeva la nazione tedesca tutta. Come canta
Frosch nella prima stesura del Faust di
Goethe: «Il Sacro Romano Impero tutti noi lo amiamo/ Ma come si regga ancora,
questo non lo sappiamo».
In Turingia e Sassonia
erano continuate le recrudescenze delle epidemie di peste, susseguitesi a più
riprese dopo la Guerra dei Trent’anni (1618-1648). A Lipsia l’ultima fu nel
1680, ove morirono più di duemila persone in pochi mesi, ma ad Erfurt, capitale
odierna della Turingia, gli ultimi episodi di peste si ebbero nel 1683 e dimezzarono
la popolazione con quasi diecimila vittime, tra le quali due fratelli di Johann
Ambrosius, padre di Johann Sebastian Bach. Estremamente viva era inoltre la
memoria di quella guerra che conservò fino al XX secolo il triste primato di
essere stata la più lunga, la più sanguinosa e la più distruttiva che l’Europa
avesse fino ad allora conosciuto e la Turingia era stata una delle zone
maggiormente colpite.
Eisenach, città natale
del compositore, alla fine del XVII secolo era forse in condizioni meno
drammatiche di altre città della regione in quanto sede dal 1762 di un Ducato
indipendente, ma pur tuttavia la situazione nelle compagne era ancora di grande
povertà, e tanti erano coloro che non avevano di che sfamarsi pur non avendo il
coraggio di andare negli ospizi dei poveri, soprattutto le vedove.
È lecito dunque chiedersi
se fu proprio l’instabilità politica, la lunghissima guerra e la precarietà
endemica a promuovere la trasmissione quasi segreta, corporativistica di
abilità professionali da padre in figlio, incentivando la nascita di tutta una
serie di dinastie musicali tra le quali quella dei Bach costituisce senza
dubbio la più vasta rete di musicisti nella storia della musica occidentale.
Nella sola Turingia, nell’età barocca, se ne contano almeno una ventina di
queste dinastie, tra cui gli Hämmerhirt, ai quali apparteneva la madre di
Johann Sebastian, Maria Elisabetha.
Ma in tutta Europa, nella
seconda parte del XVII secolo, si assiste alla nascita di dinastie musicali che
non hanno il pari in altri ambiti artistici. In Italia si ebbero gli Scarlatti,
in Boemia i Benda (la più longeva), in Francia i Couperin, senza dubbio quella
che ottenne più successo arrivando fino a conquistare titoli nobiliari. Tra
Cinque e Seicento i Bach (termine che nel gergo delle popolazioni nomadi
dell’Europa orientale significa musicista girovago) fecero il “grande salto”, da
quel Vitus (o Veit), fornaio ungherese costretto a fuggire per la sua fede
luterana, ma già appassionato di musica e suonatore di cetra, ai suoi
discendenti che si cimentarono nei primi mestieri musicali come quello di Spielman (menestrello-violinista), Stadpfeifer (musico municipale e
trombetta cittadina), fino a Caspar (nato verso il 1578), che fu Türmer, guardiano della torre ed il
primo che ebbe una formazione di musicista a tempo pieno.
Le cose per i musicisti non
erano certo mai state facili, ma la guerra dei Trent’anni non fece che
peggiorare questa situazione, tanto che innumerevoli sono le testimonianze di
coloro che lamentavano salari da fame, o che addirittura non venivano pagati
per lunghi periodi. Uno dei tre figli di Caspar Bach, Einrich (c.a. 1609-1635),
dovette supplicare per un intero anno per avere il salario che gli spettava.
Ciò costrinse spesso queste generazioni di Bach ad un doppio lavoro, mantenendo
cioè parallelamente una piccola attività di agricoltori per sostentarsi.
È forse questa la ragione
per cui Johann Sebastian Bach si dimostrò sempre piuttosto prudente nelle sue
mosse professionali, conservando tutta la saggezza di chi aveva ancora vivo il
ricordo familiare dei tempi più bui, della fame e delle pestilenze, della
guerra e dell’inaffidabilità della sorte e della cattiveria umana. «Unico fra i
sommi, Johann Sebastian Bach agì sempre in centri che contavano poche migliaia
di abitanti, (dai 4000 di Arnstadt ai 30.000 di Lipsia), quasi umiliandosi al
servizio di piccoli comuni, di modeste corti, di ristrette istituzioni. Non i
grandi teatri, non le imponenti cattedrali, non le corti imperiali, non le
prestigiose accademie, ammantate di musica, gli fornirono i mezzi per la sua ars inveniendi (Basso 1983p. 71)».
Tuttavia, per quanto
muovesse i suoi passi con prudenza, Bach non mancò mai di mostrare al tempo
stesso una grande abilità nel gestire i suoi affari, ben consapevole del suo
valore:
Ovunque stabilisse il
proprio luogo di lavoro, Bach riusciva sempre ad ottenere le
condizioni economiche più favorevoli e in misura superiore a quelle dettate ai
maestri che lo avevano preceduto o che lo avrebbero seguito. Era questo
certamente un segno del valore del musicista, per la cui opera organismi
municipali o principi regnanti erano disposti a sacrifici anche ingenti: è
possibile che questa situazione di privilegio, non conforme alle leggi
ordinarie del mercato, che anche in fatto di musica, condizionavano le
istituzioni, finisse col creare screzi e malumori, invidie e ritorsioni fra
coloro i quali non beneficiavano di pari o proporzionale trattamento, sicché
nel ricercare i motivi che di volta in volta condussero Bach alla
determinazione di lasciare un servizio per assumerne un altro si dovrà tener
conto anche di questa realtà economica che lo innalzava sugli altri, ma lo
rendeva anche più isolato e vulnerabile (Basso 1979, pp. 361-362).
Prudenza e saggezza nel
suo caso non significavano affatto però pavidità ed incertezza, al contrario.
Tutte le volte che la sua sistemazione professionale non gli sembrava
soddisfacente o che c’era bisogno di un avanzamento economico per mantenere la
famiglia che si stava sempre più allargando, Bach si guardava intorno e
decideva con velocità e determinazione. Significativo da questo punto di vista
il suo abbandono della corte di Weimar, per recarsi alla corte di Köthen in
qualità di Kappelmeister. Ferma e ostinata fu la richiesta di Bach di un
congedo dal servizio al suo datore di lavoro, il duca Wilhelm Ernst, congedo
che non sembrava proprio voler arrivare. Ma tanto sicuro era Bach di spuntarla
che già a partire dall’agosto del 1717 aveva fatto trasferire tutta la famiglia
a Köthen, con la cui corte aveva già preso accordi precisi. Questa ostinazione però
gli costò cara, vale a dire una pena carceraria di oltre tre settimane, come
sappiamo dalla dichiarazione del segretario di corte Bormann:
Il
fino ad ora Concert-Meister e organista di corte Bach, a causa della sua
ostinata richiesta per strappare il congedo è stato messo agli arresti nel
palazzo di giustizia, e finalmente il 2 dicembre gli è stato comunicato, con
animo maldisposto, il congedo tramute il segretario di corte, e in pari tempo è
stato liberato dagli arresti (Basso 1979, p. 389).
Ma anche in altre
occasioni Bach non temette di far valere i propri diritti o di perseguire le
proprie necessità dimostrando a volte un’interpretazione piuttosto libera di
ciò che gli era strettamente concesso. Ad esempio come quando chiese, e lo
vedremo in seguito, una licenza di quattro settimane per compiere un viaggio,
ma rimase assente ben quattro mesi. O come quando a Lipsia per alcuni anni, a
partire dal 1725, si mise in aperto conflitto con l’amministrazione
universitaria «su una questione di secondaria importanza, ma che Bach
caparbiamente si impegnò a risolvere in proprio favore sia per rispettare un
principio di diritto, sia per recuperare una somma di danaro non elevata, ma
evidentemente necessaria a sostenere il bilancio familiare» (Basso 1983, p.
91).
Interessante da questo
punto di vista anche il controverso episodio del concorso organistico di
Amburgo (1721), forse l’unica vera possibilità che Bach ebbe di compiere il
salto in un grande centro, considerato allora la roccaforte della musica
tedesca del tempo. Il compositore fu tra gli otto invitati a presentarsi al
concorso, tra rivali che certo non potevano essere per lui temibili. Dobbiamo
ricordare infatti che Bach può a ben ragione essere considerato il maggior
organista della sua epoca, e se è vero che egli fu spesso sottostimato come
compositore dai suoi contemporanei, la reazione pubblica alla sua tecnica
organistica fu sempre entusiastica, ovunque egli ebbe modo di esibirsi.
Che ad Amburgo volessero
proprio Bach è testimoniato dal fatto che nonostante egli fosse impossibilitato
a presentarsi nel giorno stabilito per il concorso per impegni alla corte di
Köthen, ebbe la possibilità di esibirsi davanti alla commissione in un altro
momento, suonando per oltre due ore tra la generale meraviglia. Inoltre la
commissione, dopo aver ascoltato e selezionato gli altri candidati, rimandò per
oltre tre settimane ogni decisione, contando in una sua lettera. La lettera
effettivamente arrivò, anche se a noi non è pervenuta. Sappiamo solo che fu
negativa. La ragione di questo rifiuto è legata probabilmente ad un requisito
essenziale per accedere al posto di organista
presso la Jacobskirche di Amburgo, di versare cioè una conveniente somma
di danaro nella casse della chiesa. Per quanto i giudici avessero voluto
precisare, mentre attendevano la risposta di Bach, che il versamento di quella
somma non era in fondo un requisito indispensabile, ma una “libera azione”, quanto
questa precisazione dovesse essere attendibile può intuirsi dal fatto che colui
che venne poi prescelto dopo il rifiuto di Bach, Johann Joachim Heitmann, versò
una cifra decisamente cospicua al momento del suo insediamento (4000 marchi).
L’avvenimento non passò inosservato e sollevò anzi un certo clamore. Ne è prova
la testimonianza del compositore, teorico e scrittore Johann Mattheson che
qualche anno dopo scrisse:
Alcuni
anni prima di ottenere un ragguardevole cantorato, un certo grande virtuoso
aveva concorso al posto di organista in una non piccola città; aveva dimostrato
tutto il proprio valore sugli organi migliori e più belli e aveva destato in
tutti l’ammirazione per la sua abilità; ma al tempo stesso era stato informato
che, accanto agli inetti compagni di concorso, c’era il figlio di un agiato
artigiano il quale sapeva preludiare meglio coi talleri che con le dita e a
costui, come si poteva facilmente supporre, era poi toccato il servizio con la
conseguenza di scandalizzare quasi tutti (Basso 1979, p. 540).
Il cantorato a cui fa
riferimento Mattheson è l’incarico che Bach ricoprì a Lipsia, l’ultimo “servizio”
e il più lungo della sua carriera, dal 1723 al 1750, l’anno della morte. Qui fu
assunto come Kantor della Thomasschule, anche se poi vi svolse diversi altri
incarichi tra i quali quello di direttore del Collegium Musicum. Il Kantor era
una figura tipica del costume luterano che nelle Scuole di latino svolgeva sia compiti
direttoriali (coro) che didattici, tanto nell’ambito musicale quanto in quello
umanistico, teologico e pastorale (principalmente latino, catechismo e teoria
musicale). A Lipsia in realtà Bach chiese di essere esonerato dall’insegnamento
del latino e pagò a sue spese un supplente.
Bach suona l'organo alla scuola San Tommaso di Lipsia
sabato 17 ottobre 2026
Il miglior studio per scrivere e comporre
venerdì 16 ottobre 2026
Vent'anni con Amleth - In occasione dell'uscita del secondo romanzo e del quarto video
Oggi ho terminato il terzo romanzo della mia Trilogia fantasy dedicato alla Principessa Amleth, Il Regno oltre i Confini del Mondo. mentre pochi giorni fa ho pubblicato su Spotify l'EP con le quattro canzoni dedicate alla Trilogia.
All'inizio di novembre uscirà il secondo, La Principessa Amleth e le Nove Regine Bianche.
Sono passati esattamente 20 anni da quando Amleth è nata.
Era il 2006, un anno per me difficile, l'anno della mia separazione. Nella primavera avevo lasciato la casa dove vivevo con mia moglie e con mia figlia, andando a vivere in una nuova casa da solo, e nell'estate mi ero fatto male al ginocchio e andavo in giro con un bastone, con tutte le problematiche del caso.
E' proprio vero che si scrive per tante ragioni, ma la necessità di curarsi è una delle principali.
Io ho curato me stesso in quegli anni con i miei primi due romanzi, il secondo dei quali era una specie di fantascienza-horror per adulti, Le tessitrici dell'ultimo giorno (Premio Speciale della giuria, Viareggio 2028). Forse è stata proprio la mia separazione a farmi diventare scrittore?
Nel corso di quell'estate piuttosto solitaria, si sviluppò la storia di Amleth, i cui semi erano nati nel 2004. Ho ritrovato infatti da poco degli appunti su di un romanzo dedicato ad Amleto. Il protagonista era ancora un uomo! Ecco i primi appunti sui vari, ipotetici, capitoli:
Il Principe Amleto e il Regno degli orchi
Il castello del Re Amleto
Apparizione del fantasma
Strana comparsa di uno zio sconosciuto
Amleto lascia fare
Arrivano altri strani parenti
L’incoronazione del nuovo Re
La legge degli orchi
La piccola Ofelia
Il Regno degli Orchi
Amleto non si decide
Dolore e distruzione
Amleto prende la spada
La cacciata degli orchi
Amleto, Re di Danimarca
Poi, nel 2006 prende vita la storia con la conversione al femminile della protagonista. Penso che a dicembre fosse tutto finito.
Il romanzo sarebbe poi stato pubblicato nel 2010, dal mio editore Anicia, lo stesso delle fiabe in musica e lo stesso che una ventina d'anni dopo, nel 2023, mi ha chiesto di terminare la trilogia e ha ripubblicato il primo romanzo, con nuovi disegni.
Ecco le due diverse copertine (I e II edizione, 2010 e 2025), la prima illustrata da Cinzia Ghioldi e la seconda da Elisabetta Gigante.
Ho fatto fatica, nel 2023 a rientrare in Amleth. E' stato un ritorno graduale nel suo mondo. Ma poi ci sono caduto a capofitto e adesso non so quando riuscirò ad uscirne.
Ieri ho detto a mia moglie Manuela che è vero, non si può fare il compositore e lo scrittore di fantasy allo stesso tempo.
Finché si scrive qualche racconto, qualche canzone, anche un romanzo breve, è una cosa. Si gioca, in un certo senso, a fare gli scrittori.
Ma una trilogia è cosa completamente diversa a causa della struttura che c'è dietro, della preparazione richiesta, della necessità di tenere a mente centinaia di personaggi e dell'energia che ci vuole a sostenere questo sforzo immane.
Se mai dovessi scrivere un nuovo fantasy, magari quando sarò in pensione, lascerò ogni altra cosa e mi immergerò completamente in un mondo fantastico, mi sono detto oggi.
A fare i pendolari della creatività, facendo la spola ogni giorno tra un mondo e l'altro si perde la salute.
Ma la domanda è: sarei in grado di farlo, di tagliare completamente una delle due cose?
Probabilmente no.







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