Il giardiniere dei sogni e il viaggiatore
Cos’è che fa veramente di un compositore, un compositore esperto e professionista?
Non
è il vero sapere di un compositore il sapere pratico dell’esperienza
compositiva, e non il sapere teorico delle regole e dei principi… dei quali in
fondo potrebbe anche fare a meno?
Ed in questo sapere pratico, non c’è soprattutto la capacità di coltivare un’idea, di sceglierla e di mantenerla in vita? Cioè, l’averne cura?
Un
compositore deve imparare davvero ad essere
il giardiniere dei propri sogni. Un giardiniere attento e scrupoloso.
Pensiamo
soltanto alla capacità che un grande compositore ha di portare un’idea dentro
di sé. Pensiamo a Beethoven e alla sua Quinta
Sinfonia. Dopo aver buttato giù le prime idee nel 1804[1],
Beethoven passò i quattro anni seguenti a rivedere, ripensare, limare, scavare,
mettere a fuoco quelle idee, fino al completamento finale, nel 1808 (componendo
mille altre cose straordinarie nel frattempo…).
Beethoven
fu uno splendido giardiniere, capace
non solo di mantenere in vita per quattro anni i primi germogli informi di una
pianta sconosciuta, ma di portarla lentamente e con infinita pazienza ed
energia a piena e rigogliosa maturazione.
Le
idee infatti sono spesso delicate come germogli, ed evanescenti. Bisogna
distinguere tra quelle buone e quelle cattive, e prendersene cura con estrema
attenzione.
Un
compositore alle prime esperienze si innamora di un’idea, ma poi magari la
trascura per giorni, lasciandola sfiorire, perché pensa ad altro. Oppure non ha
abbastanza fiducia, o abbastanza energia.
E’
importante invece dedicarsi con attenzione alla prima fase della nascita di
un’idea, alla creazione di quel vaso in cui il seme crescerà, intendo dire che
è essenziale il riuscire ad afferrare il vago, l’ineffabile, l’indeterminato,
fermare il flusso di emozioni e di pensieri in un abbozzo che ne fissi le
caratteristiche. Altrimenti tutto svanisce, come il ricordo di un sogno, che si
perde nel corso della giornata.
E soprattutto, si deve mantenere una concentrazione costante, e rimanere con quel pensiero per mesi, a volte per anni. Bisogna prendersene cura come di un cucciolo, come di un Tamagotchi, come di un fiore delicato. E portarsi questa creatura fragile e che dipende in tutto e per tutto da noi perennemente in braccio, stretta nel calore del nostro corpo.
Come faceva Mozart, ad esempio, che portava le sue composizioni con sé, nella sua mente, in tutti i suoi viaggi, in tutti i suoi momenti:
«Nel 1791, mentre Mozart stava componendo la sua opera per l’incoronazione, La clemenza di Tito, andava con alcuni suoi amici ad un Kaffèhaus non lontano da casa per distrarsi col gioco del biliardo. Per qualche giorno si notò che mentre giocava canticchiava sottovoce, tra sé e sé un motivo e faceva mm, mm, mm…; spesso quando un altro stava tirando estraeva un libriccino dalla tasca, gli dava una rapida occhiata e quindi riprendeva a giocare. Si restava stupiti quando Mozart si sedeva al pianoforte di casa Duschek e suonava agli amici il bel quintetto de Il flauto magico Tra Tamino, Papageno e le tre damigelle [«Wie, wie, wie? »], che comincia proprio con quel bel motivetto che Mozart aveva in mente quando giocava a biliardo. Dimostrazione non soltanto dell’esercizio continuo della sua immaginazione creativa, che , anche nel bel mezzo di passatempi e distrazioni, non s’interrompeva, ma anche della forza gigantesca del suo genio, capace di impegnarsi allo stesso tempo in due attività così diverse. Come ben si sa, Mozart era già avanti con Il flauto magico prima di partire per Praga, dove comporre ed eseguire La clemenza di Tito»[2].
Mozart era dunque dedito ad un esercizio
continuo della sua immaginazione, e molteplici testimonianze ce lo
raccontano mentre tamburella un ritmo con le mani, o canticchia qualcosa.
Sempre. E’ continuamente al lavoro,
in qualsiasi situazione. Come abbiamo detto, stringe l’idea compositiva e la
sua realizzazione in fieri, perennemente tra il calore delle sue braccia. Tanto
più nel corso dei suoi lunghi e numerosi viaggi.
E a proposito di viaggi, c’è un’altra bella immagine che descrive il mondo del compositore e il processo del suo comporre, ed è quella del viaggiatore… Ce la racconta Luciano Berio, nel suo dialogo con Rossana Dalmonte nella sua Intervista sulla musica:
«La prima idea di un lavoro per me, come per tutti credo, è sempre molto globale e molto generale e a poco a poco, man mano che il lavoro precede, ne preciso i dettagli… Comunque sia nel corso della realizzazione, della stesura, insomma, e della definizione dei dettagli, può accadere di scoprire nuove possibilità e nuove relazioni sulle quali posso anche decidere di indugiare senza per questo alterare la natura e la ragione del progetto. E’ un po’ come decidere un viaggio, decidere di andare in Cina per esempio. Non è che un’idea del genere possa apparire dal nulla, all’improvviso, e non è che ci sia solo un modo d’andarci. Se poi la forma del viaggio non è stata già predisposta e decisa, a Pechino, da un gruppo di burocrati della Repubblica popolare cinese, e io sono libero d’andarci come mi pare, allora il viaggio può diventare fonte di scoperte interessanti: strada facendo posso decidere di trattenermi in un luogo più a lungo del previsto e posso anche progettare di ritornarci, in Cina, per tutt’altra strada. E poi, ti sembrerà assurdo, io dalla Cina ci ritorno a piedi o al massimo in bicicletta. Non voglio perdere i dettagli di quei paesaggi e di quelle città che all’andata avevo scorso a volo d’uccello. Oppure ci vado a piedi e ritorno in aereo. Non mi piacciono i viaggi stocastici, dove è curata solo la forma generale, l’involucro, ma non il dettaglio, dove sono definiti i confini, ma non i rapporti reali e responsabilmente realizzabili all’interno di quei confini. […] Nel corso della realizzazione del progetto globale, dicevo prima può anche accadere che la scoperta e la proliferazione dell’imprevisto diventi così importante da alterare effettivamente il progetto e allora compio il cammino inverso: dai dettagli, che ero venuto precisando e raccogliendo, risalgo a un progetto diverso»[3].
«La proliferazione dell’imprevisto», un’espressione affascinante e inaspettata. Dopo tanta attenzione al
progetto, alla pianificazione del viaggio, vuol dire che possono emergere
all’improvviso una serie di elementi nuovi. Significa quindi che si può partire
da elementi progettuali e consapevoli e poi, imprevedibilmente, trovarsi da
tutt’altra parte. Vuol dire allora che forse il progetto è soltanto un mezzo e
non un fine, uno strumento per viaggiare e scoprire nuovi mondi. Certamente non
un fine in se stesso. Perché l’importante è prepararsi al viaggio e salire a
bordo, poi nessuno può veramente essere sicuro di dove arriverà. Che
sia il filobus numero 75 di Rodari, o il Sottomarino
giallo dei Beatles, oppure il treno di John Cage, che in tre splendide
giornate del giugno del 1978, attraversava città e paesini dell’Emilia, pieno
di musica, nelle Tre escursioni per treno
preparato su un tema di Tito Gotti[4],
ci sarà sempre qualcosa di imprevisto che ci condurrà in luoghi sconosciuti…
da Grammatica dell'armonia fantastica - Appunti e interludi, Anicia, Roma 2012
[1] Dagli Skizzenbuch del compositore, sembra che sia presente da subito la cellula di quattro note ribattute, anche
se poi impiegherà anni per raggiungere la sua forma definitiva.
[2] Citazione presente in H.C. Robbins Landon, 1791 - L’ultimo anno di Mozart, Garzanti, Milano 1989, p.109 e
tratta da G. N. Nissen, Biographie W. A.
Mozart nach originalbrifen, ristampa anastatica dell’edizione originale,
Leipzig 1828, Hidesheim 1972. Il libro di Landon è purtroppo un altro dei
meravigliosi libri introvabili… Bisogna ricordare che Mozart era un
appassionato del gioco del biliardo e nel suo costosissimo appartamento a
Vienna aveva una sala da biliardo proprio tra il suo studio e la sala da
musica. In questo Landon viene a sfatare uno dei tanti luoghi comuni della
storia della musica: Mozart non morì povero, nel senso che non morì in miseria,
ma – essendo tenuto a mantenere un tenore di vita molto alto, aveva uno
splendido appartamento e tanti abiti eleganti (praticamente il guardaroba di un
ricco commerciante), ma morì , proprio per questa ragione, pieno di debiti,
anche se proprio nel momento in cui non avrebbe più avuto preoccupazioni
economiche. Al ritorno da Praga infatti Mozart ricevette finalmente quel posto sicuro tanto desiderato, la nomina a
Kapellmeister della Cattedrale di Santo Stefano, alla quale si aggiungono le commissioni per i
teatri di Vienna e di Praga, e delle offerte dall’Ungheria e dall’Olanda. «Cosicchè egli aveva la lieta prospettiva di un
avvenire libero da ogni preoccupazione economica»,
Robbins Landon, cit., p. 153. E ciò rende la sua prematura scomparsa ancora più
drammatica, se possibile…
[3] L. Berio, Intervista sulla musica, a cura di R. Dalmonte, Editori Laterza,
Bari 1981, pp. 95/96.
[4] Tre escursioni per treno preparato su un tema di Tito Gotti.
Bologna, 26-28 giugno 1978 – Sull’evento è recentemente uscito un libro di
testi, fotografie e documenti sonori e visivi (cd e dvd), Alla ricerca del silenzio perduto – Il treno di Cage, Basketville
Artbooks, 2008, a cura di Oderso Rubini e Massimo Simonini.
Mozart in the Garden by Maurice Sendak


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