Ci sono almeno due versioni di Pinocchio che ho aspettato con gioia e trepidazione: quello di Matteo Garrone (2019) un regista che stimo molto e che dopo Lo Cunti de li Cunti (2015) sembrava perfetto per raccontare le avventure del burattino di Collodi, e la versione animata di Enzo D'Alò, con i disegni di Lorenzo Mattotti e le musiche (e la voce) di Lucio Dalla, morto poco dopo la conclusione della produzione del film.
Si tratta senza dubbio di due prodotti di altissima qualità. Il film di Garrone è stato candidato a 15 Davide di Donatello, vincendone poi cinque e ha ottenuto due nomination all'Oscar come miglior film straniero (e non solo). Quello di D'Alò ha guadagnato due nomination in Festival Internazionali.
Forse soprattutto in quello di Garrone, proprio a causa dalla genialità del suo autore e dalla qualità dei suoi film. Io non credo tuttavia che sia un caso: c'è una sorta di maledizione nell'affrontare Pinocchio e credo che ciò derivi da alcune ragioni strutturali al romanzo di Collodi.
Pinocchio l'ho scoperto da padre, leggendo la versione integrale a mia figlia e rimanendone sconvolto. Solo la versione integrale può veramente rivelarne il volto autentico. Un romanzo complesso e tortuoso, estremamente ricco di colori, con sfumature che vanno dal gioco e la burla fino all'horror.
Pinocchio muore impiccato e poi resuscita perché il romanzo, il cui vero titolo è Le avventure di Pinocchio - Storia di un burattino, fu pubblicato a puntate come feuilletton [1] su il Giornale die bambini a partire dall'ottobre 1881, e dovette continuare su richiesta pressante dei suoi lettori [2].
Tanto per fare un altro esempio, la fatina è in realtà una bambina morta... Ma ci sono tanti altri aspetti che sono stati deformati e edulcorati dalle innumerevoli versioni.
Rendere in un film o in una fiaba musicale questa tavolozza infinita di sfumature è risultato fino ad oggi, almeno a quanto io conosca, apparentemente impossibile.
Sarebbe strano il contrario.
Trovare l'equilibrio tra leggerezza e densità plumbea, tra scherno toscanaccio e espressionismo deformante e orrorifico, tra delicatezza fiabesca e dramma nero e funereo, risulta una sfida quasi impossibile. Ma ciò non significa che un giorno qualcuno non potrebbe riuscirci.
Come per l'altro grande romanzo fantastico italiano, la Divina Commedia, è necessario però acquisire piena consapevolezza dell'incredibile difficoltà dell'impresa, quando ci si accinge ad affrorntarla, con la quasi certezza che si fallirà.
[1] ‹föitõ′› s. m., fr. [der. di feuille «foglio»]. – In origine, la parte di un giornale, o un suo inserto, che ospitava, verso la metà dell’Ottocento, accanto a rubriche diverse, romanzi a puntate, detti anche romanzi d’appendice. Il termine è poi passato a designare il genere letterario stesso che proponeva narrazioni fitte di vicende, di personaggi e di colpi di scena, rivolte al coinvolgimento emotivo di un pubblico vasto e in genere non colto; più in generale, qualsiasi storia sviluppata a puntate, anche radiofonica o televisiva, in cui si tratteggiano situazioni a forti tinte, con nette contrapposizioni fra personaggi buoni e personaggi cattivi, e quindi, in senso spreg., ogni produzione letteraria, cinematografica, televisiva, che ne riproduca i caratteri e le qualità: sceneggiatura, personaggi da f.; questo film è un vero feuilleton. Treccani
[2] La conclusione che Collodi pensò per la sua storia (l'autore decise inizialmente di terminare il racconto con il burattino che, impiccato, «stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito») non soddisfece affatto il pubblico, e in seguito alle proteste ansiose e rammaricate dei piccoli lettori, il giornale convinse Collodi a modificare la trama.

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