lunedì 6 luglio 2026

A proposito di Mozart - I puntata

Comincio oggi a pubblicare in una serie di puntate il mio lungo articolo su Mozart, pubblicato in due diversi numero di Prometeo nel marzo e giugno del 2017.

Il taglio dell'articolo è indubbiamente divulgativo, ma non il suo contenuto, ricco di informazioni e dettagli estremamente curati e precisi.




Tra i tanti ritratti di Mozart, quello che oggi viene ritenuto il più attendibile.

A proposito di Mozart

1791: l’ultimo anno tra verità e leggenda 

 

Prima del rapper canadese Drake, rimasto per 11 settimane in classifica negli Stati Uniti col suo album Views e prima della famosissima Beyoncé, la rivista statunitense Billboard ha incoronato miglior artista del 2016 un compositore austriaco che non solo proviene da una categoria, la musica classica, che generalmente rimane alquanto di nicchia quando si parla di vendite, ma è addirittura scomparso da ben 226 anni: Wolfang Amadeus Mozart.

A fargli ottenere il primo posto nelle vendite è stato il successo del cofanetto contenente la sua produzione integrale e comprendente ben duecento cd.

Un’abile operazione commerciale? Difficile limitare la portata di questo evento a strategie di marketing o a fattori congetturali e irripetibili. È possibile invece che lo stile di Mozart, tra il tardo barocco e il pre-romanticismo, abbia trovato, nell’infinita gamma di stili e linguaggi musicali di questo inizio di Millennio, un suo spazio particolare, e che «il mondo autunnale  indimenticabilmente bello della musica scritta nel 1791», il suo ultimo anno di vita e che comprende composizioni come il Requiem, Il flauto magico, il Concerto per clarinetto e orchestra e l’Ave verum, sia in «maggior sintonia con la nostra concezione pessimistica della vita rispetto a quel senso di benessere ottimisticamente chiuso in sé della musica di Haydn, o alle trionfali affermazioni di vita beethoveniane» (Robbins Landon 1988, p. 14). A scriverlo è uno studioso statunitense, autore di uno dei più belli e affidabili libri su Mozart, quel 1791 - L’ultimo anno di Mozart che costituirà una delle due colonne portanti di questa serie di articoli, insieme alla biografia di Hermann Abert, (H. Abert, Mozart, 1984, in due volumi), che resta ancor oggi imbattibile per l’accuratezza e la ricchezza della documentazione storica, seppure con alcune ‘inesattezze’, come ad esempio la ricostruzione del funerale del compositore, che negli ultimi trent’anni è stata rimessa in discussione e di cui parleremo alla fine di questo primo articolo.

In realtà la musica di Mozart sembra essere rimasta – nell’era della ‘riproducibilità meccanica’ -  fondamentalmente estranea a quell’uso massiccio e logorante del repertorio classico e romantico che è stato fatto dal cinema, dai cartoni animati e dalla televisione, in modo particolare delle musiche di Beethoven, Chopin e Liszt; e lo stile mozartiano si è mantenuto in qualche modo ‘puro’ anche dalle contaminazioni con il pop, il rock e il jazz, che hanno sempre amato e preferito il barocco e soprattutto Johann Sebastian Bach.

Ci sono alcuni aspetti però, legati non tanto alla sua musica, quanto alla sua figura e alla sua storia personale, che senza dubbio hanno da sempre colpito l’immaginario della modernità, e continuano a farlo all’inizio del XXI secolo. Prima di tutto il suo essere il prototipo del genio musicale assoluto, come Einstein lo è stato e lo tutt’ora in ambito scientifico; ed in secondo luogo l’aver avuto una vita breve e travagliata, terminata con una morte drammatica e apparentemente misteriosa: un sospetto di avvelenamento, un corpo che viene smarrito e i cui resti si sono cercati a lungo.

Alcuni di questi elementi, raccontati con teatralità ed efficacia nel pluripremiato Amadeus di Milôs Forman del 1984, hanno reso Mozart una delle icone del XX e XXI secolo, a dispetto di una conoscenza della sua musica spesso scarsa. Il film di Forman, un film che personalmente ritengo abbia saputo cogliere alcuni aspetti essenziali della personalità di Mozart, si basava tuttavia non su di una ricostruzione storica fedele e documentata, ma bensì sul lavoro teatrale di Peter Schaffer, anche autore della sceneggiatura, testo ispirato a sua volta al micro dramma di Puskin, Mozart e Salieri che aveva totalmente sposato la tesi dell’ostilità e dell’avvelenamento da parte di Salieri. Se quindi coglieva alcune verità ‘essenziali’, era una totale finzione storica per molte altre. Ha però incoronato definitivamente Mozart tra le star, ben prima della rivista Billboard, e introdotto il suo Requiem (paradossalmente una delle composizioni che meno gli appartengono, perché lasciato in gran parte incompleto e terminato dal suo allievo Süssmayer), tra le icone sonore degli ultimi trent’anni.

Ma non solo. Nel tempo la musica di Mozart sembra aver acquistato spazi sempre più importanti. È sempre Robbins Landon ad individuare nel 1941, molto prima del film di Forman, l’anno di svolta per la musica di Mozart, almeno in Inghilterra. Un anno di grandiose rappresentazioni in occasione del centocinquantenario della morte, che lo portò ben presto a scalzare Beethoven, come compositore più eseguito nelle sale da concerto.

Parlando ancora di cinema, non si può non citare un film uscito qualche anno prima di Amadeus, Don Giovanni del regista inglese Joseph Losey (1979), trasposizione fedele e straordinaria dell’omonima opera. Forse la più bella trasposizione cinematografica di un’opera lirica, interamente ambientata tra la Villa La Rotonda e il Teatro Olimpico del Palladio a Vicenza, la laguna e le campagne venete.  Chiunque ami Mozart e il suo Don Giovanni, non può non amare questa trasposizione per la sua fedeltà all’opera, ma anche per la sua eleganza, la bellezza della fotografia, la bravura degli interpreti. Ruggero Raimondi è un Don Giovanni che rimarrà a lungo nella memoria, e non solo per le sue doti musicali. Il suo sguardo rivolto, ad esempio, “alla giovin principiante” o alla statua del commendatore quando nella scena finale si presenta alla sua mensa, sono memorabili. Un film da consigliare non solo agli appassionati, ma soprattutto a coloro che rimangono ancora distanti dal teatro musicale e dal canto lirico, e possono trovare in questa trasposizione cinematografica l’ingresso ideale per imparare a comprendere ed amare un mondo ancora oggi attualissimo. Attualità testimoniata, tra le altre cose, dal notevole incremento delle presenze degli under 30 nei nostri Teatri Lirici. Solo per fare un esempio, la Fenice di Venezia ha registrato nel 2016 un aumento dell’11% della vendita di biglietti online, acquistati per la maggior parte da under 40. Senza contare poi le centinaia di migliaia di follower sui social come Twitter (107 mila) e Facebook (205 mila) del teatro veneziano.

Possiamo quindi non solo dire che Mozart ha conquistato un posto importante all’interno della vastissima galleria di ‘grandi personaggi del passato’ che il nuovo secolo ha deciso di portare con sé, ma che oggi sembra essere oggetto di un interesse sempre crescente.

Delle capacità straordinarie

‘Mozart bambino prodigio’ è sicuramente una delle forme attraverso le quali Mozart più incuriosisce l’immaginario contemporaneo e che contribuiscono a creare quell’idea di prototipo assoluto di una genialità spesso sorprendente e quasi inspiegabile. Se Einstein quindi viene ritenuto il ‘sommo degli scienziati’ unicamente per le sue scoperte ed i suoi lavori, Mozart rischia di vedersi attribuire lo scettro di ‘numero uno’ più per il suo orecchio straordinario, per la sua precocità e l’esuberanza musicale, che per la ‘musica in sé’.

È indubbio che Mozart possedesse capacità non comuni. Talento precocissimo, abile strumentista, era dotato inoltre di un orecchio ben superiore a qualsiasi individuo considerato generalmente molto dotato. Facciamo soltanto un esempio, citando uno degli episodi più noti, che rendono bene l’idea delle straordinarie doti musicali di Mozart: l’episodio, ben documentato e comprovato, del Miserere di Gregorio Allegri.

Nel corso del suo primo viaggio in Italia (1769-1771), un Mozart quattordicenne, dopo aver lasciato a malincuore Firenze, e dopo «un viaggio faticoso, con un tempo tanto brutto […], attraverso un territorio per lo più disabitato, con locande orribili nelle quali c’era molta sporcizia ma niente da mangiare salvo, qua e là, un paio d’uova e dei broccoli, giunse a Roma il pomeriggio del venerdì santo, con un violento temporale tra lampi e tuoni» (Abert I 1984, pp. 198-199). Era l’11 aprile del 1770. Appena in tempo per correre ad ascoltare il celeberrimo Miserere di Gregorio Allegri, considerato a quei tempi la gemma del genere ed il pezzo forte delle musiche pontificali per il venerdì santo. Tanto da essere protetto da trascrizioni non autorizzate.

Non avevano tuttavia fatto i conti col giovane Mozart, che dopo averlo ascoltato per la prima volta, lo trascrisse fedelmente, nota per nota, tutto a memoria e lo eseguì (probabilmente su di una tastiera) dinanzi al cantante papale Cristofori che ne riconobbe l’assoluta concordanza con l’originale. Il padre Leopold dovette addirittura tranquillizzare la moglie e la sorella di Mozart, Nannerl, che temevano che Wolfang avesse commesso qualche peccato nel trascrivere quel brano che veniva custodito così segretamente e gelosamente.

Il Miserere di Allegri consisteva in un brano per sole voci in cui si alternavano due cori a quattro e cinque parti, e che alla fine cantavano tutti insieme a nove. Una composizione di una dozzina di minuti. Per quanto ci sia stato chi, in diverse occasioni, abbia cercato di sminuire l’impresa del giovane Mozart, sostenendo che in fondo si trattava di un brano abbastanza omoritmico (le voci cioè si muovono insieme e non ognuna in maniera indipendente) e ripetitivo, resta la capacità di memorizzare un brano così lungo e di distinguere perfettamente le diverse voci, sia a cinque (impresa già non facile anche per un professionista) che a nove (e questo è veramente difficile).

Tuttavia è necessario sottolineare che tali capacità, in fondo, non hanno molta importanza. Forse una certa forma di sindrome autistica leggera poteva celarsi dietro di esse. Ma la grandezza di Mozart e della sua musica non è legata alle sue doti. Esse, indubbiamente, gli hanno permesso di compiere ‘imprese’ probabilmente impossibili ad altri compositori, in termini di quantità di tempo a disposizione e quantità e qualità di musica composta all’interno di esso. Il suo ultimo anno di vita ne è testimonianza, con l’intrecciarsi incredibile di lavori, ai quali si dedicava febbrilmente: Il Requiem, Il flauto magico, La clemenza di Tito (opera seria) e tanti altri. Ma tali doti possono riscontrarsi a volte in individui che non posseggono talento alcuno per la composizione, e di certo non eguagliabile a quello di Mozart.

Bisogna assolutamente ricordare che il suo talento musicale faceva uso di queste doti, le sfruttava, non consisteva in quelle doti. 




L’esercizio continuo dell’immaginazione

Il talento di un compositore risiede nella qualità delle sue idee e nella sua capacità di realizzarle. La grandezza di Mozart è testimoniata dalla incredibile bellezza delle sue melodie, dalla forza del suo pensiero formale, dall’originalità potente delle sue soluzioni strumentali, dalle armonie sempre ricche, interessanti e mai banali, dalla leggerezza della sua musica, giocosa ma dotata di un’intensità, di una profondità del tutto uniche. Che poi impiegasse poco o molto tempo per raggiungere questi risultati, cosa cambia in fondo? Che Mozart producesse musica naturalmente come respirare mentre Beethoven la componesse col sangue e col sudore, questo non cambia il risultato.

Tuttavia è difficile credere che le cose fossero proprio così facili per lui. Le capacità di Mozart gli consentivano di tenere a memoria, in alcuni casi, intere sinfonie; e di comporre ovunque, in qualsiasi luogo, qualunque attività svolgesse, in carrozza, a cavallo, giocando al biliardo, mentre mangiava: lo faceva a mente. Di queste sue capacità abbiamo numerosissime testimonianze e più volte ricorre nelle sue lettere la frase: “Tutto è già composto ma non ancora scritto”, che faceva tanto spazientire e preoccupare suo padre, attento ai risultati tangibili. Per questa ragione risulta difficile sapere con esattezza se i suoi processi compositivi fossero facili o difficili, istantanei o sudati. Quello che scriveva, in bella grafia sui fogli pentagrammati, era solo il risultato finale. Ma quanto tempo aveva impiegato, nella sua mente, per raggiungerlo?

Ecco una testimonianza diretta di questo suo lavoro creativo ed ‘interiore’ incessante:

Nel 1791, mentre Mozart stava componendo la sua opera per l’incoronazione, La clemenza di Tito, andava con alcuni suoi amici ad un Kaffèhaus non lontano da casa per distrarsi col gioco del biliardo. Per qualche giorno si notò che mentre giocava canticchiava sottovoce, tra sé e sé un motivo e faceva mm, mm, mm…; spesso quando un altro stava tirando estraeva un libriccino dalla tasca, gli dava una rapida occhiata e quindi riprendeva a giocare. Si restava stupiti quando Mozart si sedeva al pianoforte di casa Duschek e suonava agli amici il bel quintetto de Il flauto magico Tra Tamino, Papageno e le tre damigelle [«Wie, wie, wie?»], che comincia proprio con quel bel motivetto che Mozart aveva in mente quando giocava a biliardo. Dimostrazione non soltanto dell’esercizio continuo della sua immaginazione creativa, che, anche nel bel mezzo di passatempi e distrazioni, non s’interrompeva, ma anche della forza gigantesca del suo genio, capace di impegnarsi allo stesso tempo in due attività così diverse. (Robbins Landon 1988, p. 109).

Mozart era dunque dedito ad un esercizio continuo della sua immaginazione, e molteplici testimonianze ce lo raccontano mentre tamburella un ritmo con le mani, o canticchia qualcosa. Per questa ragione non possiamo sapere quanto tempo impiegasse realmente per comporre. Ma non doveva essere comunque un processo scevro da fatica, ripensamenti, momenti di dubbi e di stasi, rallentamenti ed accelerazioni improvvisi. Era, dopo tutto un uomo.

A proposito del continuo esercizio dell’immaginazione poi, molto interessante, e anche divertente, è la testimonianza del suo parrucchiere. Mozart era tenuto, per i suoi impegni di corte, a vestire con eleganza e ad avere sempre un aspetto curato. Il prendersi cura della capigliatura era uno dei suoi doveri, tanto più che aveva sempre rifiutato di portare il parrucchino, e portava i capelli raccolti in un codino.

Una mattina mentre stavo acconciandogli i capelli ed ero impegnato a sistemargli il codino, Mozart balzò improvvisamente in piedi e, nonostante io lo tenessi per il codino, andò nella stanza accanto, trascinandomi dietro e cominciò a suonare il pianoforte. Ammaliato dal suo modo di suonare e dai bei suoni dello strumento – prima d’allora non ne avevo mai sentito uno così – lasciai andare il codino e ripresi a lavorare solo dopo che Mozart si fu alzato. Un giorno stavo svoltando dalla Kärntstrasse in Himmelpfortegasse per andare a servire Mozart, quando egli arrivò a cavallo, si fermò, proseguì ancora un poco, estrasse dalla tasca una tavoletta e scrisse qualche nota. Gli rivolsi la parola, chiedendogli se potevo venire da lui subito ed egli mi rispose di sì (Robbins Landon, 1988, pp. 33-34).

Infine, riportiamo la testimonianza della sorella di Costanze, Sofia, che alla morte di Mozart aveva 28 anni ed era ancora nubile. Avrebbe sposato nel 1807 il tenore e compositore Jakob Haibl, per cui risulta spesso nei documenti come Sofia Haibl:

Era sempre di buon umore, ma sempre pensieroso; fissava il suo interlocutore negli occhi rispondendo, sia che fosse allegro o triste, con riflessione, eppure sembrava che stesse pensando profondamente a qualcos’altro. Perfino al mattino, quando si lavava le mani, andava avanti e dietro per la stanza senza fermarsi mai, battendo un tacco contro l’altro, sempre pensieroso. A tavola arrotolava spesso l’angolo della salvietta agitandolo sotto il naso come sopra pensiero, spesso facendo anche una smorfia con la bocca (Abert, 1984, p. 110).

Bisogna dire però che, in questo caso, si descrivono delle caratteristiche che possono riscontrarsi non solo in molti musicisti, ma nella maggior parte degli artisti. L’arte è un lavoro ‘full time’, che non conosce orari. Un’attività che alla quale la mente non smette mai veramente di dedicarsi, notte e sonno compresi.


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