Comincio oggi a pubblicare in una serie di puntate il mio lungo articolo su Mozart, pubblicato in due diversi numero di Prometeo nel marzo e giugno del 2017.
Il taglio dell'articolo è indubbiamente divulgativo, ma non il suo contenuto, ricco di informazioni e dettagli estremamente curati e precisi.
Tra i tanti ritratti di Mozart, quello che oggi viene ritenuto il più attendibile.
A proposito di Mozart
1791: l’ultimo anno tra verità e
leggenda
Prima del rapper canadese Drake,
rimasto per 11 settimane in classifica negli Stati Uniti col suo album Views e prima della famosissima Beyoncé,
la rivista statunitense Billboard ha
incoronato miglior artista del 2016 un compositore austriaco che non solo
proviene da una categoria, la musica classica, che generalmente rimane alquanto
di nicchia quando si parla di vendite, ma è addirittura scomparso da ben 226
anni: Wolfang Amadeus Mozart.
A fargli ottenere il primo posto
nelle vendite è stato il successo del cofanetto contenente la sua produzione
integrale e comprendente ben duecento cd.
Un’abile operazione commerciale?
Difficile limitare la portata di questo evento a strategie di marketing o a
fattori congetturali e irripetibili. È possibile invece che lo stile di Mozart,
tra il tardo barocco e il pre-romanticismo, abbia trovato, nell’infinita gamma
di stili e linguaggi musicali di questo inizio di Millennio, un suo spazio
particolare, e che «il mondo autunnale
indimenticabilmente bello della musica scritta nel 1791», il suo ultimo
anno di vita e che comprende composizioni come il Requiem, Il flauto magico,
il Concerto per clarinetto e orchestra
e l’Ave verum, sia in «maggior
sintonia con la nostra concezione pessimistica della vita rispetto a quel senso
di benessere ottimisticamente chiuso in sé della musica di Haydn, o alle
trionfali affermazioni di vita beethoveniane» (Robbins Landon 1988, p. 14). A
scriverlo è uno studioso statunitense, autore di uno dei più belli e affidabili
libri su Mozart, quel 1791 - L’ultimo
anno di Mozart che costituirà una delle due colonne portanti di questa
serie di articoli, insieme alla biografia di Hermann Abert, (H. Abert, Mozart, 1984, in due volumi), che resta ancor oggi imbattibile per
l’accuratezza e la ricchezza della documentazione storica, seppure con alcune
‘inesattezze’, come ad esempio la ricostruzione del funerale del compositore,
che negli ultimi trent’anni è stata rimessa in discussione e di cui parleremo
alla fine di questo primo articolo.
In realtà la musica di Mozart sembra
essere rimasta – nell’era della ‘riproducibilità meccanica’ - fondamentalmente estranea a quell’uso
massiccio e logorante del repertorio classico e romantico che è stato fatto dal
cinema, dai cartoni animati e dalla televisione, in modo particolare delle
musiche di Beethoven, Chopin e Liszt; e lo stile mozartiano si è mantenuto in
qualche modo ‘puro’ anche dalle contaminazioni con il pop, il rock e il jazz,
che hanno sempre amato e preferito il barocco e soprattutto Johann Sebastian
Bach.
Ci sono alcuni aspetti però, legati
non tanto alla sua musica, quanto alla sua figura e alla sua storia personale,
che senza dubbio hanno da sempre colpito l’immaginario della modernità, e
continuano a farlo all’inizio del XXI secolo. Prima di tutto il suo essere il
prototipo del genio musicale assoluto, come Einstein lo è stato e lo tutt’ora
in ambito scientifico; ed in secondo luogo l’aver avuto una vita breve e
travagliata, terminata con una morte drammatica e apparentemente misteriosa: un
sospetto di avvelenamento, un corpo che viene smarrito e i cui resti si sono
cercati a lungo.
Alcuni di questi elementi, raccontati
con teatralità ed efficacia nel pluripremiato Amadeus di Milôs Forman del 1984, hanno reso Mozart una delle icone
del XX e XXI secolo, a dispetto di una conoscenza della sua musica spesso
scarsa. Il film di Forman, un film che personalmente ritengo abbia saputo
cogliere alcuni aspetti essenziali della personalità di Mozart, si basava
tuttavia non su di una ricostruzione storica fedele e documentata, ma bensì sul
lavoro teatrale di Peter Schaffer, anche autore della sceneggiatura, testo ispirato
a sua volta al micro dramma di Puskin, Mozart
e Salieri che aveva totalmente sposato la tesi dell’ostilità e
dell’avvelenamento da parte di Salieri. Se quindi coglieva alcune verità
‘essenziali’, era una totale finzione storica per molte altre. Ha però
incoronato definitivamente Mozart tra le star, ben prima della rivista Billboard, e introdotto il suo Requiem (paradossalmente una delle
composizioni che meno gli appartengono, perché lasciato in gran parte
incompleto e terminato dal suo allievo Süssmayer), tra le icone sonore degli
ultimi trent’anni.
Ma non solo. Nel tempo la musica di
Mozart sembra aver acquistato spazi sempre più importanti. È sempre Robbins
Landon ad individuare nel 1941, molto prima del film di Forman, l’anno di
svolta per la musica di Mozart, almeno in Inghilterra. Un anno di grandiose
rappresentazioni in occasione del centocinquantenario della morte, che lo portò
ben presto a scalzare Beethoven, come compositore più eseguito nelle sale da
concerto.
Parlando ancora di cinema, non si può
non citare un film uscito qualche anno prima di Amadeus, Don Giovanni del
regista inglese Joseph Losey (1979), trasposizione fedele e straordinaria
dell’omonima opera. Forse la più bella trasposizione cinematografica di
un’opera lirica, interamente ambientata tra la Villa
La Rotonda e il Teatro Olimpico del Palladio a Vicenza, la laguna e le campagne
venete. Chiunque ami Mozart e il suo Don Giovanni, non può non amare questa
trasposizione per la sua fedeltà all’opera, ma anche per la sua eleganza, la
bellezza della fotografia, la bravura degli interpreti. Ruggero Raimondi è un Don Giovanni che rimarrà a lungo nella
memoria, e non solo per le sue doti musicali. Il suo sguardo rivolto, ad
esempio, “alla giovin principiante” o alla statua del commendatore quando nella
scena finale si presenta alla sua mensa, sono memorabili. Un film da
consigliare non solo agli appassionati, ma soprattutto a coloro che rimangono
ancora distanti dal teatro musicale e dal canto lirico, e possono trovare in
questa trasposizione cinematografica l’ingresso ideale per imparare a comprendere
ed amare un mondo ancora oggi attualissimo. Attualità testimoniata, tra le
altre cose, dal notevole incremento delle presenze degli under 30 nei nostri
Teatri Lirici. Solo per fare un esempio, la Fenice di Venezia ha registrato nel
2016 un aumento dell’11% della vendita di biglietti online, acquistati per la
maggior parte da under 40. Senza contare poi le centinaia di migliaia di
follower sui social come Twitter (107 mila) e Facebook (205 mila) del teatro
veneziano.
Possiamo quindi non solo dire che Mozart ha conquistato un posto importante all’interno della vastissima galleria di ‘grandi personaggi del passato’ che il nuovo secolo ha deciso di portare con sé, ma che oggi sembra essere oggetto di un interesse sempre crescente.
Delle
capacità straordinarie
‘Mozart bambino prodigio’ è
sicuramente una delle forme attraverso le quali Mozart più incuriosisce
l’immaginario contemporaneo e che contribuiscono a creare quell’idea di
prototipo assoluto di una genialità spesso sorprendente e quasi inspiegabile.
Se Einstein quindi viene ritenuto il ‘sommo degli scienziati’ unicamente per le
sue scoperte ed i suoi lavori, Mozart rischia di vedersi attribuire lo scettro
di ‘numero uno’ più per il suo orecchio straordinario, per la sua precocità e
l’esuberanza musicale, che per la ‘musica in sé’.
È indubbio che Mozart possedesse
capacità non comuni. Talento precocissimo, abile strumentista, era dotato
inoltre di un orecchio ben superiore a qualsiasi individuo considerato
generalmente molto dotato. Facciamo soltanto un esempio, citando uno degli episodi
più noti, che rendono bene l’idea delle straordinarie doti musicali di Mozart:
l’episodio, ben documentato e comprovato, del Miserere di Gregorio Allegri.
Nel corso del suo primo viaggio in
Italia (1769-1771), un Mozart quattordicenne, dopo aver lasciato a malincuore
Firenze, e dopo «un viaggio faticoso, con un tempo tanto brutto […], attraverso
un territorio per lo più disabitato, con locande orribili nelle quali c’era
molta sporcizia ma niente da mangiare salvo, qua e là, un paio d’uova e dei
broccoli, giunse a Roma il pomeriggio del venerdì santo, con un violento
temporale tra lampi e tuoni» (Abert I 1984, pp. 198-199). Era l’11 aprile del
1770. Appena in tempo per correre ad ascoltare il celeberrimo Miserere di Gregorio Allegri,
considerato a quei tempi la gemma del genere ed il pezzo forte delle musiche
pontificali per il venerdì santo. Tanto da essere protetto da trascrizioni non
autorizzate.
Non avevano tuttavia fatto i conti
col giovane Mozart, che dopo averlo ascoltato per la prima volta, lo trascrisse
fedelmente, nota per nota, tutto a memoria e lo eseguì (probabilmente su di una
tastiera) dinanzi al cantante papale Cristofori che ne riconobbe l’assoluta
concordanza con l’originale. Il padre Leopold dovette addirittura
tranquillizzare la moglie e la sorella di Mozart, Nannerl, che temevano che
Wolfang avesse commesso qualche peccato nel trascrivere quel brano che veniva
custodito così segretamente e gelosamente.
Il Miserere di Allegri consisteva in un brano per sole voci in cui si
alternavano due cori a quattro e cinque parti, e che alla fine cantavano tutti
insieme a nove. Una composizione di una dozzina di minuti. Per quanto ci sia
stato chi, in diverse occasioni, abbia cercato di sminuire l’impresa del
giovane Mozart, sostenendo che in fondo si trattava di un brano abbastanza
omoritmico (le voci cioè si muovono insieme e non ognuna in maniera
indipendente) e ripetitivo, resta la capacità di memorizzare un brano così lungo
e di distinguere perfettamente le diverse voci, sia a cinque (impresa già non
facile anche per un professionista) che a nove (e questo è veramente
difficile).
Tuttavia è necessario sottolineare
che tali capacità, in fondo, non hanno molta importanza. Forse una certa forma
di sindrome autistica leggera poteva celarsi dietro di esse. Ma la grandezza di
Mozart e della sua musica non è legata alle sue doti. Esse, indubbiamente, gli
hanno permesso di compiere ‘imprese’ probabilmente impossibili ad altri
compositori, in termini di quantità di tempo a disposizione e quantità e
qualità di musica composta all’interno di esso. Il suo ultimo anno di vita ne è
testimonianza, con l’intrecciarsi incredibile di lavori, ai quali si dedicava
febbrilmente: Il Requiem, Il flauto magico, La clemenza di Tito (opera seria) e tanti altri. Ma tali doti
possono riscontrarsi a volte in individui che non posseggono talento alcuno per
la composizione, e di certo non eguagliabile a quello di Mozart.
Bisogna assolutamente ricordare che il suo talento musicale faceva uso di queste doti, le sfruttava, non consisteva in quelle doti.
L’esercizio
continuo dell’immaginazione
Il talento di un compositore risiede
nella qualità delle sue idee e nella sua capacità di realizzarle. La grandezza
di Mozart è testimoniata dalla incredibile bellezza delle sue melodie, dalla forza
del suo pensiero formale, dall’originalità potente delle sue soluzioni
strumentali, dalle armonie sempre ricche, interessanti e mai banali, dalla
leggerezza della sua musica, giocosa ma dotata di un’intensità, di una
profondità del tutto uniche. Che poi impiegasse poco o molto tempo per
raggiungere questi risultati, cosa cambia in fondo? Che Mozart producesse
musica naturalmente come respirare mentre Beethoven la componesse col sangue e
col sudore, questo non cambia il risultato.
Tuttavia è difficile credere che le
cose fossero proprio così facili per lui. Le capacità di Mozart gli
consentivano di tenere a memoria, in alcuni casi, intere sinfonie; e di
comporre ovunque, in qualsiasi luogo, qualunque attività svolgesse, in
carrozza, a cavallo, giocando al biliardo, mentre mangiava: lo faceva a mente.
Di queste sue capacità abbiamo numerosissime testimonianze e più volte ricorre
nelle sue lettere la frase: “Tutto è già composto ma non ancora scritto”, che
faceva tanto spazientire e preoccupare suo padre, attento ai risultati
tangibili. Per questa ragione risulta difficile sapere con esattezza se i suoi
processi compositivi fossero facili o difficili, istantanei o sudati. Quello
che scriveva, in bella grafia sui fogli pentagrammati, era solo il risultato
finale. Ma quanto tempo aveva impiegato, nella sua mente, per raggiungerlo?
Ecco una testimonianza diretta di
questo suo lavoro creativo ed ‘interiore’ incessante:
Nel
1791, mentre Mozart stava componendo la sua opera per l’incoronazione, La clemenza di Tito, andava con alcuni
suoi amici ad un Kaffèhaus non lontano da casa per distrarsi col gioco del
biliardo. Per qualche giorno si notò che mentre giocava canticchiava sottovoce,
tra sé e sé un motivo e faceva mm, mm, mm…;
spesso quando un altro stava tirando estraeva un libriccino dalla tasca, gli
dava una rapida occhiata e quindi riprendeva a giocare. Si restava stupiti
quando Mozart si sedeva al pianoforte di casa Duschek e suonava agli amici il
bel quintetto de Il flauto magico Tra
Tamino, Papageno e le tre damigelle [«Wie, wie, wie?»], che comincia proprio
con quel bel motivetto che Mozart aveva in mente quando giocava a biliardo.
Dimostrazione non soltanto dell’esercizio continuo della sua immaginazione
creativa, che, anche nel bel mezzo di passatempi e distrazioni, non s’interrompeva,
ma anche della forza gigantesca del suo genio, capace di impegnarsi allo stesso
tempo in due attività così diverse. (Robbins Landon 1988, p. 109).
Mozart
era dunque dedito ad un esercizio
continuo della sua immaginazione, e molteplici testimonianze ce lo
raccontano mentre tamburella un ritmo con le mani, o canticchia qualcosa. Per
questa ragione non possiamo sapere quanto tempo impiegasse realmente per
comporre. Ma non doveva essere comunque un processo scevro da fatica,
ripensamenti, momenti di dubbi e di stasi, rallentamenti ed accelerazioni
improvvisi. Era, dopo tutto un uomo.
A proposito
del continuo esercizio dell’immaginazione
poi, molto interessante, e anche divertente, è la testimonianza del suo
parrucchiere. Mozart era tenuto, per i suoi impegni di corte, a vestire con
eleganza e ad avere sempre un aspetto curato. Il prendersi cura della
capigliatura era uno dei suoi doveri, tanto più che aveva sempre rifiutato di
portare il parrucchino, e portava i capelli raccolti in un codino.
Una mattina mentre stavo acconciandogli i
capelli ed ero impegnato a sistemargli il codino, Mozart balzò improvvisamente
in piedi e, nonostante io lo tenessi per il codino, andò nella stanza accanto,
trascinandomi dietro e cominciò a suonare il pianoforte. Ammaliato dal suo modo
di suonare e dai bei suoni dello strumento – prima d’allora non ne avevo mai
sentito uno così – lasciai andare il codino e ripresi a lavorare solo dopo che
Mozart si fu alzato. Un giorno stavo svoltando dalla Kärntstrasse in Himmelpfortegasse per andare a servire
Mozart, quando egli arrivò a cavallo, si fermò, proseguì ancora un poco,
estrasse dalla tasca una tavoletta e scrisse qualche nota. Gli rivolsi la
parola, chiedendogli se potevo venire da lui subito ed egli mi rispose di sì
(Robbins Landon, 1988, pp. 33-34).
Infine,
riportiamo la testimonianza della sorella di Costanze, Sofia, che alla morte di
Mozart aveva 28 anni ed era ancora nubile. Avrebbe sposato nel 1807 il tenore e
compositore Jakob Haibl, per cui risulta spesso nei documenti come Sofia Haibl:
Era sempre di buon umore, ma sempre
pensieroso; fissava il suo interlocutore negli occhi rispondendo, sia che fosse
allegro o triste, con riflessione, eppure sembrava che stesse pensando
profondamente a qualcos’altro. Perfino al mattino, quando si lavava le mani,
andava avanti e dietro per la stanza senza fermarsi mai, battendo un tacco
contro l’altro, sempre pensieroso. A tavola arrotolava spesso l’angolo della
salvietta agitandolo sotto il naso come sopra pensiero, spesso facendo anche
una smorfia con la bocca (Abert, 1984, p. 110).
Bisogna
dire però che, in questo caso, si descrivono delle caratteristiche che possono
riscontrarsi non solo in molti musicisti, ma nella maggior parte degli artisti.
L’arte è un lavoro ‘full time’, che non conosce orari. Un’attività che alla
quale la mente non smette mai veramente di dedicarsi, notte e sonno compresi.



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