venerdì 7 dicembre 2018

Nel favoloso mondo della musica


Nel favoloso mondo della musica

Introduzione al suono e alla musica, per bambini e ragazzi (dalla quarta elementare)

Un libro nato per caso e quasi controvoglia, ma che alla fine mi ha profondamente appassionato, in uscita presso la prestigiosa collana scientifica per ragazzi (La grammatica in gioco, Il cervello, Tutto è chimica, Le meraviglie dell'aritmetica e molti altri) dell'Editore Dedalo nella prossima primavera,
e per il quale devo ringraziare Emanuele Arciuli e Paola Antonioli.
Nato soprattutto dalle numerosissime domande dei bambini del Laboratorio Corale Pluriennale delle classi quarte e quinte della Scuola Primaria Gianni Rodari di Santa Giustina (BL) e dalla collaborazione con la loro maestra, Sonia Garna.

Costituisce un primo ingresso nel mondo del suono e della musica, ma sono sicuro che fornirà informazioni utili anche a tanti adulti.    


domenica 18 novembre 2018

Premio speciale della giuria

Le tessitrici dell'ultimo giorno - La notte delle nove streghe

Con lo pseudonimo di mia madre, ho ricevuto questo premio, la cui motivazione mi rende particolarmene felice, per un romanzo che mescola molto i generi, dalla fantascienza al romanzo filosofico, dall'horror al psicologico e al fiabesco...



venerdì 19 ottobre 2018

da Le tessitrici dell'ultimo giorno - La notte delle nove streghe


1– Oltre il confine (le due streghe)

        
                                                                               I



Guidavo da più di quindici ore. Alla stanchezza era subentrato uno stato di stupore e di smarrimento, ma non potevo fare altro che aggrapparmi all’unica certezza che avevo: dovevo andare avanti, non era possibile fermarsi. Dovevo raggiungere il confine al più presto. Quella notte sapevo ancora esattamente da cosa stavo fuggendo e cosa mi lasciavo alle spalle; sapevo chi ero e perché mi trovavo nelle regioni ‘oltre il confine’.
Eppure mi fermai.
Forse perché non stavo guidando attraverso una notte come tutte le altre, una di quelle notti che seguono naturalmente al giorno, e che ne rappresentano la sua naturale trasformazione.
Ricordo bene quella sensazione. Era come se il giorno fosse morto, e il suo corpo giacesse abbandonato ed inerme sulla volta celeste, soffocandola, e grondando sangue: l’oscurità era un liquido denso, nero e viscoso che pesava sul tetto della macchina, penetrando lentamente attraverso le fessure.
Ma quell’oscurità, pesava soprattutto sul mio cuore, che era come una piccola creatura nuda, immersa in quel liquido bruciante. Mi sembrava che stesse sul punto di affogare. Non riuscivo a respirare. Quel liquido mi premeva anche sui polmoni e sul viso. Sembrava entrarmi nella mente.
Quando vidi la casa nera perciò non potei fare altro che fermarmi, scendere e andare a bussare.
Scesi dalla macchina e lasciai tutto lì, non ricordo altro.
Una piccola casa di campagna a due piani.
Ma si accese una luce, e vidi un’ombra muoversi. Chiunque fosse in quella casa mi aveva sentito. Dovevo farmi vedere.
Scesi dalla macchina e bussai. Dapprima timidamente, poi con più energia.
Stavo per tornare indietro, quando sentii una voce flebile dire qualcosa. Mi avvicinai alla porta.

venerdì 28 settembre 2018

Prometeo - Franz Schubert II parte




Gian-Luca Baldi
Il lungo cammino di Franz Schubert – II parte

Ellens dritter Gesang: Ave Maria
Nel 2018 due guizzi di sobria notorietà hanno aiutato Franz Schubert, la cui musica sembra ‘pervadere’ la modernità in maniera generalmente discreta e quasi invisibile, ad attirare l’attenzione di un pubblico più vasto. Nel mese di maggio, attraverso la diretta televisiva del matrimonio del principe Harry, il nome di Schubert è risuonato in tutto il mondo, mentre la sua musica si diffondeva dalla Cappella di St. George. Si trattava della famosissima Ave Maria, un brano che accompagna ormai da decenni, nonostante i veti e divieti di tante autorità ecclesiastiche, i matrimoni di ogni classe sociale, dalle più umili fino, evidentemente, alle famiglie reali, in una versione per violoncello e orchestra affidata alla giovane promessa Sheku Kanneh-Mason, la cui compilation è saltata subito in vetta alle classifiche. A questo proposito, anche per comprendere le perplessità della Chiesa, vale la pena di ricordare che non si tratta di un brano sacro (sebbene oggi si cantino anche versioni che al testo originale sostituiscono la preghiera cattolica alla Madonna), ma  del sesto di un gruppo di sette Lieder tratti da La donna del lago di Walter Scott, romanzo che anche Rossini aveva utilizzato per la sua opera omonima, del 1819: Liederzyklus von Fräulein vom See (Ciclo di Lieder sulla Donna del lago). Il titolo originale dell’Ave Maria è Ellens dritter Gesang – Terzo canto di Ellen, dove  Ellen Douglas, la donna del lago, si rivolge alla Vergine Maria affinché protegga il ribelle Roderick Dhu, dei clan scozzesi del nord, che sta per andare in battaglia contro il re Giacomo V. Composto nel 1825, questo ciclo di sette Lieder sembra sia stato eseguito per la prima volta in onore della Contessa Sophie Weissenwolff, nel suo castello di Steyregg. Significativo quello che scrive Schubert al padre a proposito dell’Ave Maria in una lettera del 25 luglio: «Tutti fanno grandi meraviglie di fronte al fatto che io sia stato capace di esprimere una devozione così sincera, in un inno alla Beata Vergine, un inno che, a quanto sembra, fa presa sull’animo di ciascuno, e ispira sentimenti di pietà religiosa. Credo che questo dipenda dal fatto che io non mi sono mai imposto di essere devoto, e che non ho mai composto inni e preghiere se non quando mi sentivo istintivamente ispirato da un sentimento religioso sincero. E credo che in questo consista la vera e autentica devozione» (Einstein 1978, p. 313). Emerge qui chiaramente, a proposito della disposizione del compositore nei confronti della devozione e dello scrivere brani di ispirazione sacra, uno dei caratteri distintivi della personalità musicale di Schubert, e cioè il fatto che egli «non scrisse su commissione se non in casi rarissimi e poco importanti. Anche sotto questo riguardo egli divenne un modello del compositore ottocentesco, che obbedisce soltanto alla sua ispirazione» (Paumgartner 1981, p. 232). E non solo. C’è nel suo comporre una leggerezza, una facilità, una naturalezza che non si riscontra in altri compositori. Non certo in Beethoven di cui era noto il travaglio artistico, fatto di bozze preliminari, appunti, versioni scartate e cancellature molteplici, ma nemmeno in un Mozart, al quale una prodigiosa memoria musicale consentiva di tenere a mente anche per mesi le proprie composizioni, rifinendole nei minimi dettagli ‘interiormente’, e di scriverle solo quando erano ormai perfettamente compiute. Per quanto non possa dirsi che l’arte di Schubert fosse priva di riflessività e ponderatezza (processi interiori dei quali è possibile per noi scorgere solo la cima dell’iceberg), in lui l’idea musicale sembrava sgorgare veloce e con facilità, quasi in uno stato di chiaroveggenza o di trance, dove l’artista si lasciava guidare da un intuito infallibile e da una visione chiara della forma e del divenire musicale. È proprio l’Ave Maria che ci fornisce in fondo un ottimo esempio dell’arte di Schubert: un accompagnamento semplice, il pianoforte sembra quasi imitare una chitarra, come nel Lied Ständchen (Serenata); un’armonia trasparente e solo apparentemente ordinaria, che riserva in realtà piccole ed elegantissime sorprese, evitando così qualsiasi rischio di banalità; un senso della melodia squisito, del tutto ‘italiano’. Non è certamente un caso, d’altronde, che Schubert studiò cinque anni con Antonio Salieri che della scrittura vocale faceva il perno del suo magistero didattico. Anche se c’è da dire che i compositori austriaci del periodo classico, Mozart primo fra tutti (e abbiamo già detto che Haydn studiò don l’operista napoletano Nicola Porpora), seppero combinare intimamente la tradizione vocale italiana a quella strumentale tedesca, ottenendo così dei risultati straordinari.

domenica 9 settembre 2018

Un nome veramente buffo


da Storie di nomi e di parole









“Ciao amore, tutto bene? Ha chiamato qualcuno? Hai finito i compiti?”
“Ciao mamma…ho quasi finito, mi manca solo un po’ di geografia…ah sì, ha chiamato un signore che si chiamava…si chiamava…aveva un nome buffissimo, impossibile da ricordare!”
“Ma te l’ho detto mille volte caro di scrivere quando telefona qualcuno, poteva essere importante!”
“Ma l’ho scritto mamma, l’ho scritto! Poi però è venuto il papà, ha preso il bigliettino e l’ha usato per scrivere delle cose che doveva comprare lui…appena ritorna, riporterà il foglietto e ci sarà il nome”.
“E se nel frattempo lo ha perso?”
Il figlio alza le spalle.
La mamma intanto posa la grande borsa colorata e va in bagno.
“Ah che caldo oggi”, dice parlando dal bagno, con la porta socchiusa,” veramente un gennaio così non lo ricordavo! Ci saranno almeno trentasei gradi! Tesoro mi lavo un po’ e poi ti sento i compiti”.
“Va bene mamma! E’ vero che andremo in un posto lontanissimo in vacanza quest’anno?”
“Sì, il papà ha scelto un posto sulle nevi, ma io vorrei andare al mare…”
“La neve! La neve! Voglio vedere la neve!”
“Quando torna il papà ne parleremo tutti insieme…e tua sorella dov’è”.
“E’ salita dalla nostra vicina, torna subito…”.
La mamma si lava e poi si mette a preparare la cena.
“Allora cosa hai studiato tesoro, oggi?”
“Lo sai che esiste una città costruita su sette colli come la nostra?”
“Ma davvero? E dov’è?”
In quel momento arriva il padre.
“Papà, papà, allora andiamo sulla neve, andiamo?”
Il padre poggia la sua borsa e una cartellina sul tavolo. Dà un bacio al figlio e poi abbraccia la moglie.
“Guardate”, dice poi, tirando fuori dei fogli dalla cartellina, “vorrei portarvi in un posto veramente speciale e lontanissimo da qui, sul vulcano Eyjafjallajökull (si pronuncia ejafjatlakutl)…”.
“Un vulcano? Ma io voglio andare sulla neve!”
“Ma questo è un vulcano dormiente, sul quale si trova uno dei più grandi ghiacciai del mondo, e visto che devo andare in Islanda per lavoro…”
“Per lavoro, naturalmente…”, dice la madre delusa.
“Io preferivo andare”, aggiunge, “in un bel posto di mare, su di un atollo meraviglioso delle Maldive, come a Vakarufalhi, ci sono stati da poco i nostri amici…”.
“E’ un posto carissimo!”, dice il marito.
“E quel paese che hai detto tu dall’altra parte del mondo! Senti mio caro, io so già come andrà a finire! Tu starai tutto il giorno a lavorare, e noi moriremo di freddo. Cosa si fa su di un ghiacciaio? Quando lo hai visto una volta poi hai solo voglia di andare a casa al caldo!”
“Ascolta tesoro, l’Islanda è un paese misterioso e affascinante, e poi la stessa cosa potrei dirti io: cosa ci faccio tutto il giorno fermo su di un atollo grande come un fazzoletto?”
A questo punto dobbiamo scoprire però dove abita questa famiglia.
Pensavamo forse che abitasse a Roma, per via dei sette colli... Ma a Roma a gennaio non ci possono essere trentasei gradi! In realtà esiste un’altra città costruita su sette colli e vicina al mare, e si chiama Thiruvananthapuram (che significa "Città del Signore Anantha e si pronuncia Tiruvanŭntapuraṁ), una città di quasi un milione di abitanti dell'India meridionale, nei pressi dell'estrema punta meridionale del subcontinente indiano.
A Thiruvananthapuram è caldo tutto l’anno, ed è qui che abita questa famiglia.
Intanto il loro figlio, Bhamhaghosh per far smettere di litigare i genitori, cerca di cambiare discorso.
“Papà, hai riportato il foglietto dove avevi scritto le tue cose?”
“Che foglietto?”
“Non ti ricordi? C’era un foglietto accanto al telefono, e tu l’hai  preso per scriverci sopra…”.
Il padre si ferma un attimo a pensare. Poi si cerca nelle tasche, cerca nella cartellina e infine cerca anche nella borsa piena di oggetti. “Eccolo”, dice porgendo al figlio un foglio tutto accartocciato.
Bhamhaghosh lo prende e cerca di leggerlo:
“Ecco mamma, il signore che ti aveva cercato e che ha un nome buffissimo e impronunciabile si chiama…ecco, non so neanche pronunciarlo…leggilo tu!”.
La mamma prende il foglietto e legge:
“Ma è quel signore mandato dal consolato italiano, si chiama, si chiama…”.
E tutti, papà, mamma e figlio, della famiglia KRISHNAMURTHY, che si chiamano  Chandrabhushan (il papà), Bhagyalakshmi Vijayalakshmi (la mamma), e Bhamhaghosh (il figlio), si mettono a ridere a crepapelle…
“Si chiama Mario Rossi, non è buffo?”