giovedì 8 marzo 2018

Far from the madding crowd - A proposito della petizione contro Nicola Campogrande




Far from the madding crowd - A proposito della petizione contro Nicola Campogrande

È comparsa in rete, qualche tempo fa, la seguente petizione, sottoscritta anonimamente e senza il nome dell’ideatore, contro il compositore e direttore artistico di MITO Nicola Campogrande:

Perché è importante

I firmatari di questa petizione richiedono ai sindaci Giuseppe Sala, Comune di Milano, e Chiara Appendino, Comune di Torino, agli assessori alla cultura Filippo del Corno e Francesca Leon, al Consiglio di Amministrazione e ai Consigli Comunali, la rimozione di Nicola Campogrande dall’incarico di Direttore Artistico del Festival MITO Settembre Musica. Nicola Campogrande ha pubblicato sul Corriere della Sera (inserto “la Lettura” del 28 gennaio: https://www.pressreader.com/italy/la‐lettura/20180128/282144996778506) un articolo nel quale traccia le nuove “cinque vie della classica”. Tali vie permetterebbero, secondo il direttore, di liberarsi dalla “ipoteca punitiva delle avanguardie del secondo novecento”. Per Campogrande queste importanti tendenze si appoggerebbero sui seguenti elementi di linguaggio musicale: (i) la creazione di paesaggi sonori statici e confortevoli; (ii) la raccolta della sfida del pop‐rock; (iii) l’utilizzo di “atmosfere sognanti di grandissimo fascino armonico”; (iv) il revival del primo novecento; (v) lo sfruttamento di “tòpoi delle colonne sonore dei film di fantascienza”. Noi pensiamo che tali idee non solo dimostrino, da parte del Direttore, un punto di vista retrogrado e ignorante, ma risultino estremamente pericolose visto il ruolo che Campogrande ricopre nel delicato panorama della cultura italiana. Tali elementi di linguaggio, che sembrano descrivere un diktat estetico, non permettono al pubblico di rinnovarsi e di capire la temperie culturale attuale, ma piuttosto di perdersi in prodotti culturali che non rappresentano le esigenze espressive della musica e della società oggi. Le “cinque vie della classica” indicate sono delle panacee che rischiano di anestetizzare il gusto, il piacere estetico e musicale della scoperta; evidenziano la non volontà, o la probabile incapacità della Direzione del Festival, di offrire una programmazione musicale all’altezza del compito e del finanziamento pubblico accordatele. Esse mostrano che il denaro pubblico sembra sostenere una sorta di “cine panettone” musicale. Diversamente da queste opinioni retrograde, i firmatari della petizione pensano che la ricerca sonora, il rinnovamento dei repertori, delle tecniche e degli approcci interpretativi, dei luoghi e degli strumenti, delle tecnologie e dell’educazione a forme di musica inattese e sconosciute, siano il perno del dialogo con il pubblico e il contributo della pratica musicale, dell’ascolto, della curiosità e della scoperta sonora al rinnovo della società. Vista allora la chiusura e la limitatezza delle posizioni di Nicola Campogrande, i firmatari richiedono la sua rimozione dal ruolo ricoperto. Richiedono inoltre la possibilità di rispondere a tali argomenti tramite uno spazio di simile dimensione sul “Corriere della Sera”. Vista l’importanza di un tale giornale, lo riteniamo responsabile della pubblicazione delle opinioni del Direttore di MITO e delle conseguenze che tali opinioni possono avere sulla musica in Italia: per tale ragione richiediamo al direttore Luciano Fontana che uno spazio per mostrare l’esistenza di prospettive alternative sia dato nelle prossime settimane. 

Tre cose mi hanno colpito subito di questa petizione: l’anonimità; la violenza dell’attacco (un appello ai sindaci di Milano e Torino, ed ai relativi assessori per una rimozione forzata); le motivazioni: l’aver espresso delle opinioni attraverso un articolo apparso sul supplemento «Lettura» del «Corriere della sera», in particolar modo le seguenti:

Per Campogrande queste importanti tendenze si appoggerebbero sui seguenti elementi di linguaggio musicale: (i) la creazione di paesaggi sonori statici e confortevoli; (ii) la raccolta della sfida del pop‐rock; (iii) l’utilizzo di “atmosfere sognanti di grandissimo fascino armonico”; (iv) il revival del primo novecento; (v) lo sfruttamento di “tòpoi delle colonne sonore dei film di fantascienza”. Noi pensiamo che tali idee non solo dimostrino, da parte del Direttore, un punto di vista retrogrado e ignorante, ma risultino estremamente pericolose visto il ruolo che Campogrande ricopre nel delicato panorama della cultura italiana.

Mi chiedo se i firmatari di questa petizione abbiano riflettuto abbastanza sulla diabolica combinazione di questi tre elementi, combinazione che porta ad un clima da caccia alle streghe, di La vita degli altri e alla Stasi della Germania dell’Est… E lo chiedo a tutti i miei amici che in qualche modo hanno dimostrato sostegno a questa iniziativa. Sono sicuro che ripensandoci bene, non era questo ciò che volevano ottenere. E mi chiedo se non sarebbe stato meglio firmare una petizione ‘propositiva’, il cui risultato sarebbe stato alla fine, comunque, quello di criticare il Festival ed il suo direttore, ma ben più efficace, ben più ‘pulita’. Come quella di chiedere che, ad esempio, quei compositori italiani che raccolgono riconoscimenti importanti all’estero, possano anche da noi trovare spazio nei Festival, che costantemente li ignorano – ma questo, purtroppo, non è un problema soltanto di MITO, e allora bisognerebbe andare a scontrarsi con tante realtà diverse e tanti poteri forti, e ci vorrebbe ben più coraggio. Compositori che vincono premi importanti, magari non in Francia, ma negli Stati Uniti ed in Australia, o compositori che invece proprio in Francia e per mano di istituzioni prestigiosissime come Radio France ricevono riconoscimenti straordinari, mentre qui da noi ancora fanno fatica ad essere eseguiti.
Torniamo ora alla petizione. Non solo mi colpisce l’idea di attaccare qualcuno per delle idee, ma di attaccarlo per delle idee simili a quelle espresse, e definirle poi pericolose. Altra cosa sarebbe stata il giudicare l’ operato di Campogrande come direttore artistico e di criticarlo aspramente. Analizzare attentamente il lavoro fatto negli ultimi anni, i programmi, l’accoglienza del pubblico, i compositori ed i gruppi invitati e criticarlo da questo punto di vista. Ma non si spende una parola sul Festival.

Trovo in rete un commento alla petizione del direttore artistico del Festival Traiettorie di Parma, che anzi ringrazio per averne diffuso i contenuti. Sono sicuro che non sia lui uno dei firmatari della petizione, per quanto critichi Campogrande, cosa assolutamente lecita e comprensibile. Non ho il piacere di conoscere Martino Traversa, ma di lui ho sentito parlare solo un gran bene per l’apertura del suo festival alle poetiche più diverse, e alle aree geografiche e culturali più disparate, e per la stima che nutro nei suoi confronti sono sicuro che non firmerebbe mai una petizione anonima simile. Il suo commento è molto interessante e vorrei sottolinearne un passaggio:

In Italia, a parte alcune rare eccezioni, questo genere musicale [la cosiddetta musica contemporanea] occupa ormai ruoli ed ambiti del tutto marginali. La musica contemporanea è stata già rimossa! Basta guardare la programmazione dei Teatri, dei principali festival e delle regolari stagioni concertistiche per rendersi conto della scarsità di pezzi di autori contemporanei. Quel poco che rimane in Italia continua ad esistere, e resistere, grazie soprattutto all'impegno e alla passione di compositori e interpreti, musicisti senza i quali la musica contemporanea rischierebbe di scomparire per la pressoché totale mancanza di sostegno da parte delle istituzioni pubbliche e i soggetti privati.

E' un paragrafo che condivido, con entusiasmo. Oggi c'è un popolo invisibile, che lavora e vive nell'ombra, e la cui vita è sempre più difficile e contrastata. Ma proprio per questo, mi stupisce il sostegno ad una petizione che offre su di un piatto d'argento a tutta una classe politica, che da sempre si è dimostrata particolarmente insensibile verso la musica, sinistra compresa, l'occasione di cancellare un Festival (sostituendolo magari con la sagra della salsiccia) che, a prescindere dalla figura del suo direttore artistico, è dedicato alla musica contemporanea. Magari il programma potrebbe essere migliorato ed arricchito, ma sempre di musica si tratta, e di musica di oggi. Non proprio della peggiore, se si legge un commento di Emanuele Arciuli:

"So, i dati sono pubblici, che MiTo ha avuto grande consenso di pubblico, ha commissionato tanti lavori nuovi, anche a compositori come Stefano Gervasoni, Virginia Guastella, Francesco Antonioni, diversissimi fra loro e tutt'altro che banali o compiacenti nei confronti dei gusti più banali".

(da un post di Emanuele Arciuli del 3 marzo). A questo aggiungerei il merito di aver portato gli Eighth Blackbird in Italia, tanto per dirne una…

Tuttavia è innegabile che Traversa sollevi un problema che andava in realtà sollevato da tempo ed è quello dei direttori artistici, amministratori del bene pubblico. Non dovrebbero costoro garantire non solo pluralità nelle scelte, ma anche attenzione a tutte le voci più significative che si levano dal nostro paese? E questo è quello che accade? MITO è una macchia nera in un panorama altresì pluralistico e tollerante? Ne siamo sicuri? La Biennale è forse un esempio di questa pluralità ed apertura? E il festival di Traversa lo è??? Ed i teatri lirici? Forse non è una questione più ampia che andrebbe trattata in ben altro modo? Campogrande è un caso così eclatante di partigianeria che va additato e cacciato malamente?

Questo non significa che non ci siano tante cose che valeva la pena dire sull’articolo di Nicola Campogrande, ed è proprio sul terreno delle idee, del pensiero, delle posizioni estetiche che andava affrontato, non sull’attacco personale, sulla petizione a sindaci ed assessori, finendo per coprirsi di ridicolo, tanto più con una petizione anonima firmata da quarantaquattro persone. Più che una petizione sarebbe stato molto più interessante infatti entrare nel merito dell’articolo scritto per «Lettura». Ma la petizione mi sembra scritta con la pancia e non con la testa. E il clima che essa ha evocato mi rende ancora più fiero di vivere  da anni il mio Aventino musicale in solitudine, Far from the madding crowd per citare Hardy. 

Possibile che rivolgere delle critiche di questa natura ingeneri una tale e violenta reazione? Possibile che il dire che nel mondo oggi le realtà compositive appaiono per molti versi decenni avanti a noi, che c’è una ricchezza, una diversità, un aver superato la nostra vecchia lotta degli Orazi contro i Curiazi, del tonale e l’atonale, solo per fare un esempio, da millenni passi per un reato di apostasia? Tanto che certe tematiche fanno veramente ridere alla luce di ciò che generazioni di trentenni e quarantenni stanno facendo in tutto il mondo. E questo era forse proprio uno dei difetti principali dell’articolo di Campogrande, di voler far apparire che nel mondo esistono solo cinque principali trend (invece che decine e centinaia), cioè di scambiare i suoi gusti con la realtà assoluta. E di farlo in una maniera un po’ semplicistica, partendo da premesse poco scientifiche, come quel parlare di musica ‘punitiva’, che forse poteva esser argomentato meglio. Credo sia arrivato il momento in vece di portare avanti delle critiche profonde, strutturali, serie a tutta una scuola compositiva. Qui varrebbe la pena di aprire un confronto serio, uno scontro di idee, perché se nei rapporti umani il rispetto e la gentilezza sono d’obbligo, tra le idee lo scontro deve essere senza quartiere, senza false ipocrisie o timori. Schietto e inesorabile. 


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