Scrive Goethe che la musica di Bach è
«un colloquio di Dio con se stesso, poco prima della creazione».
«La statura del Bach compositore è sconcertante e, sotto molti punti di vista, non è comparabile ai normali risultati dell’attività umana», scrive John Eliot Gardiner nel suo recente La musica nel castello del cielo – Un ritratto di Johann Sebastian Bach (Gardiner 2015, p. 4).
Gardiner, direttore d’orchestra di
grandissima fama, ha non solo eseguito ma anche inciso tutte le principali
opere sacre di Bach nel corso della sua lunghissima carriera. Per questo motivo
la sua affermazione colpisce ancora di più, in quanto punto di arrivo di una
riflessione durata una vita e supportata da una conoscenza profonda dell’opera del
compositore, dal contatto con l’espressione concreta del suo pensiero e della
sua ispirazione. Ma evidentemente non è il solo a nutrire questa ammirazione
sconfinata. Basterà citare a questo proposito alcuni celebri aforismi, come
quelli del filosofo e saggista rumeno Emil Cioran: «dopo la Messa in Si minore,
Dio deve esistere», oppure il bellissimo: «Se c’è qualcuno che deve tutto a
Bach, questi è proprio Dio». E così definì Bach e la sua musica Goethe: «Un
colloquio di Dio con se stesso, poco prima della creazione».
È naturale perciò chiedersi il perché
di questa sconfinata ammirazione e adorazione da parte tanto di musicisti
professionisti, quanto di semplici appassionati, una curiosità che ci spinge
inevitabilmente ad approfondire la conoscenza di questo grandissimo genio,
portando avanti al tempo stesso il nostro viaggio attraverso il linguaggio
della musica. E cominceremo non dai dati biografici, ma dalla musica stessa,
raccogliendo una sfida: cercare di spiegare a tutti cosa sia un fuga, tra i tanti tipi di composizioni
nei quali Bach si cimentò, forse il più celebre, il più complesso ed il più
misterioso. Prima, però, solo un paio di premesse.
Il
Barocco musicale
La perla scaramazza o perla barocca è
una perla non lavorata che non possiede quindi alcuna delle forme tradizionali
che vengono date abitualmente alle perle, come quella sferica, quella ovale, a
bottone o a goccia, ma una forma irregolare. Viene definita quindi con forma a fantasia.
È con tutta probabilità questa
l’origine del termine francese baroque
derivato a sua volta da quello spagnolo e portoghese barroco e berruecca (a sua volta probabilmente derivato dal latino verruca, escrescenza), che si diffuse
tra i trattatisti dell’età neoclassica con un’accezione decisamente negativa
come definizione dell’arte del XVII secolo. Non si può escludere però neanche
la derivazione da baroco, nome
scolastico di un particolare sillogismo. Già nel corso del XVI secolo tale
termine definiva un ragionamento pedante e bizzarro e forse cominciò a
diffondersi per indicare una nuova visione estetica, di cui Roma era il centro
e il pontificato di Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, e la Controriforma
protestante, il suo principale riferimento storico.
Ma se chiarissime sono le
caratteristiche del Barocco e i suoi confini nel mondo dell’arte figurativa, un
po’ più difficile risulta stabilire un parallelismo con la storia della musica,
nella quale questo termine ha fatto il suo ingresso piuttosto di recente[1], scalzando altre
definizioni come epoca del basso continuo
o dello stile concertato, e che comprende
un periodo molto ampio che va dalla fine del XVI secolo alla prima metà del
XVIII, un periodo durante il quale il linguaggio musicale si è andato via via trasformando,
pur mantenendo alcune caratteristiche di fondo. Per questa ragione alcuni
studiosi hanno proposto di suddividere a sua volta la musica barocca in tre
fasi distinte, primo Barocco, pieno Barocco e tardo Barocco. Ma «non sempre è riuscita totalmente convincente
l’impresa di stabilire con precisione quali siano i tratti stilistici
caratterizzanti tali fasi» (Baroni 1995, p.115), né quella di stabilire un
nesso tra la musica e le arti figurative di questo periodo.
Della musica barocca, più che una
suddivisione in tre periodi, sarà forse più utile sottolinearne la progressiva semplificazione
e sistematizzazione. Essa, infatti, se inizialmente si dimostrò molto libera e audace,
senza il timore di utilizzare sonorità nuove e dissonanti (come quelle di
Monteverdi stesso e di Frescobaldi ad esempio), gradualmente arrivò a generare
una lingua, diffusasi presto in tutta Europa, dalle regole ben chiare e
condivise, dalla sonorità fluida e levigata, in cui equilibrio, compostezza e
semplicità sembravano essere le parole chiave. Tutto il contrario di come
Jean-Jacques Rousseau l’aveva descritta nel suo Dictionnaire de musique nel 1768: «L'armonia è confusa,
sovraccarica di modulazioni e dissonanze, il canto duro e poco naturale,
l'intonazione difficile e il movimento forzato».
Inoltre, caratteristica evidente e
basilare di tutta la musica Barocca è l’aver posto l’armonia al centro del
pensiero musicale, vale a dire il governo attento e consapevole degli accordi, che
divengono vera struttura portante dell’intero edificio musicale, completando così
un processo che aveva cominciato a manifestarsi nel lontano Quattrocento con
alcuni compositori fiamminghi come Dufay, dalla spiccata sensibilità armonica e
verticale. Esemplare da questo punto di vista, per chiarire meglio quanto
stiamo dicendo, il caso di Claudio Monteverdi, del quale ci siamo occupati a lungo nel corso di due articoli[2]. Egli, grazie ad esempio
ai suoi nove libri di madrigali, e nell’arco di circa quarant’anni, ci mostra
l’evoluzione non soltanto di un genere ma di tutto un linguaggio musicale. A
partire infatti dal Quinto libro dei
madrigali, stampato a Venezia nel 1605, dopo averne padroneggiato la forma
tradizionale in quelli precedenti, spinge la forma del madrigale fuori dal Rinascimento,
traghettandola direttamente nella musica barocca. Si assiste, in queste
raccolte di brani vocali, al passaggio da una concezione ‘polifonica’, in cui
vengono utilizzate quattro o cinque voci, rigorosamente ‘a cappella’ (vale a
dire senza accompagnamento strumentale) e tutte di pari importanza ed evidenza,
ad una concezione monodica del canto, che giungerà a compimento nei Madrigali guerrieri e amorosi ben
trentatré anni dopo, nel 1638. La complessa trama polifonica si scioglie e le
altre voci fanno un passo indietro, diventando in un certo senso
‘accompagnamento’, a favore di una voce superiore che domina incontrastata,
mentre compaiono gli strumenti ed in particolare uno degli elementi chiave
dello stile Barocco: il basso continuo. Vale a dire che la voce grave non può
più essere considerata una voce come le altre che possa entrare ed uscire dal
tessuto musicale indifferentemente, ma un protagonista costante e necessario,
il fondamento degli accordi e della stessa linea melodica: «L’ideale sonoro di
base del Rinascimento era stato una polifonia di voci indipendenti; nel Barocco
esso era un basso solido e un soprano fiorito, retti da un’armonia discreta»
(Grout, 1984, p. 311). Le voci interne sono apparentemente meno importanti, ma
completano gli accordi. Sembrerà strano, ma questa concezione, nata nel corso
del Seicento, è quella che ancor oggi si ritrova in buona parte dei repertori
contemporanei, dal jazz alla popular music. I moderni spartiti di musica pop
con le loro linee melodiche sotto alle sigle degli accordi si inseriscono
ancora nel solco della tradizione di un modo di vedere la musica che nacque
allora.
Fattore determinante per l’evoluzione
del nuovo linguaggio furono le nuove scoperte della fisica ed in particolare la
dimostrazione che fece Joseph Sauver dell’esistenza dei suoni armonici[3] (1701): le leggi della
musica da questo momento in poi si riterranno basate non più sulla consuetudine
e sulla tradizione degli antichi testi (trattati greci, latini e medievali),
bensì direttamente sulle leggi della natura. «Il Rinascimento aveva scalfitto e
quasi distrutto il principio di autorità che per secoli aveva dominato la
cultura occidentale: la scienza si era presa la giusta rivincita sul dogma e
aveva aperto la strada alla conoscenza e all’esplorazione dei fatti» (Basso
1979, I, p. 652).
Questo processo si completa e
acquisisce piena consapevolezza con un gruppo di compositori che costituiscono
il punto di arrivo e di conclusione del Barocco: George Friedrich Haendel, Domenico
Scarlatti e Johann Sebastian Bach, tutti e tre nati nel 1685, Jean-Philippe
Rameau e Georg Philipp Telemann di qualche anno più vecchi (1683 e 1681). Rameau,
considerato il più grande teorico musicale dopo Pitagora, baserà il suo Traité
de l'harmonie réduite à ses principes naturels (1722),
proprio sulle scoperte di Sauver.
Prima di loro e parallelamente a Monteverdi, vanno citati altri
tre grandi compositori del Seicento, che dissero anche una parola importante
nell’ambito del teatro musicale come Henri Purcell (da ricordare la sua Dido and Aeneas), Marc-Antoine
Charpentier e Heinrich Schütz. Poi Jean-Baptiste Lully (di origine fiorentina,
il suo nome era in realtà Giovanni Battista Lulli), il già citato Girolamo
Frescobaldi, Arcangelo Corelli, Alessandro Scarlatti, François Couperin, Antonio
Vivaldi, ma la lista sarebbe davvero molto lunga.
Alla luce di queste considerazioni va
ribadito come non sempre sono del tutto appropriati questi prestiti terminologici
dalle arti figurative, e che la storia della musica avrebbe bisogno in molti
casi di termini propri e più aderenti alle varie e numerose fasi della sua
evoluzione. Forse il primo momento di vera condivisione di ideali estetici e di
‘sentire’ tra le arti, almeno in epoca moderna, è stato il Romanticismo.
Un elemento accomuna tuttavia l’arte
e la musica barocca: di entrambe infatti si può dire che fossero inizialmente
dominate dalle idee italiane, idee che si intrecciarono alle diverse culture
europee e, nel caso della musica, dettero gli ultimi frutti con compositori di
lingua tedesca come Haendel e Bach.
Questo dunque il contesto storico nel
quale dobbiamo collocare Johann Sebastian Bach. Con la sua morte, nel 1750, si
chiude un’era, quella del Barocco, che dopo un breve periodo di transizione,
l’era della cosiddetta ‘musica galante’, porterà al classicismo di Haydn
(1732-1809), di Mozart (1756-1791) e di Beethoven (1770-1827). Le prime
Sinfonie di Hadyn, composte tra il 1757 e 1759, segnano già l’inizio di una
nuova era.
Il lascito artistico di Bach sembrò
al momento eclissarsi in un’indifferenza generale. La prima ristampa nel 1756
dell’Arte della fuga, venderà solo
trenta copie, non riuscendo a coprire neanche le spese per le lastre di rame.
Nella prefazione a questa edizione, postuma, il grande teorico Wilhelm Marpurg,
scrisse che ormai non c’era più interesse per una forma severa e storicamente
gloriosa come la fuga e che «l’effeminata produzione musicale del suo tempo era
ormai inesorabilmente avviata a identificarsi con lo stile rococò» (Basso 1983,
II, p. 720). Ma proprio in quell’anno nacque qualcuno che grazie al rapporto
con i figli del grande compositore avrebbe imparato a conoscerlo ed ammirarlo,
Wolfang Amadeus Mozart, e solo qualche anno prima (1749) quel Johann Nikolaus
Forkel, considerato da molti il padre della musicologia, che tanto avrebbe
contribuito alla riscoperta di Bach (e autore della sua prima biografia, nel
1802). I semi della sua giusta collocazione storica erano ormai stati piantati.
Perla scaramazza o barocca
La riattualizzazione del Barocco
Nel settembre del 2011 un articolo uscito
sulle pagine culturali del Corriere della
sera a firma di Enrico Girardi titolava: L’antica armonia del futuro – Cresce la voglia di Barocco - Un
tessuto sonoro vicino alla sensibilità moderna.
L’articolo, partendo dal dato di un successo commerciale di vendite, si
domandava da dove nascesse questa curiosità per la musica precedente a Haydn,
Mozart e Beethoven, ipotizzando che il gusto per un tipo di espressività non
minore a quella dell’artista romantico, ma senz’altro più contenuta e misurata,
vale a dire il manifestarsi di una «emotività non soggettiva, ma oggettiva,
simbolica e dunque universale», fosse più in sintonia con i nostri tempi.
Il successo discografico del Barocco
all’inizio del secondo decennio del Duemila può essere dovuto a tante ragioni,
ma lo stile della musica barocca, in realtà, è tornato d’attualità molto tempo
prima, e si è mescolato intimamente al sound
della modernità grazie anche a due linguaggi musicali che hanno conquistato
l’attenzione di un vastissimo pubblico in tutto il mondo nel secondo dopo
guerra: il jazz ed il rock. Bach in particolare sembra aver incontrato una
fortuna del tutto speciale proprio in questi due ambiti nella seconda parte del
Novecento, e se la sua musica è così conosciuta oggi, si deve anche, per esempio,
ai Jethro Tull, e alla loro versione della Bourrée,
ai Genesis e alla riscrittura del Preludio
dalla prima Suite per violoncello solo
(Horizons), a Emerson, Lake e Palmer
e alle loro Bach improvisations. Il
rapporto tra Bach e il jazz poi è strettissimo e citeremo solo uno degli
ultimi, splendidi incontri della sua musica con uno dei più grandi pianisti
jazz contemporanei, Brad Meldhau: Three
pieces after Bach (eseguiti alla
Philarmonie di Parigi nell’aprile del 2017), che consigliamo caldamente di
ascoltare.
Questa ‘riattualizzazione’ dello
stile Barocco appare un fenomeno profondamente diverso dai vari repechage e recuperi fatti all’inizio del Novecento. Perché se il Neoclassicismo
degli anni Venti restò comunque il ‘vezzo di una élite’, per quanto estesa e
importante, qui ci troviamo di fronte a un fenomeno di massa, a una sensibilità
che riguarda intere generazioni, dall’Europa al Giappone, agli Stati Uniti.
Anche il cinema ha contribuito alla
diffusione di questo linguaggio: si pensi alla famosissima Sarabanda di Haendel, motivo portante del Barry Lindon di Stanley Kubrick (1975).
La Sarabanda, in una versione, tra le altre, per soli timpani, per
quanto utilizzata in un film in costume, diviene la protagonista sonora
dell’opera di un regista perfettamente inserito nella modernità come Kubrick,
che ha sempre dato alla musica un’attenzione del tutto particolare e ha
dimostrato di saper mescolare generi e stili diversi con grande abilità,
affiancando, ad esempio, in 2001: Odissea
nello spazio, due facce dell’Ottocento musicale, i valzer di Johann Strauss
(figlio) e il denso e inquietante Così
parlò Zaratustra di Richard Strauss, fino all’avanguardistico Lux Aeterna di Georgy Ligeti.
Da allora, la Sarabanda di Haendel è divenuta un topos sonoro onnipresente della modernità, tanto che nel 2002 ne compare
una splendida versione per una pubblicità di jeans, Levi’s Engineered Jeans, una riscrittura orchestrale
particolarmente drammatica ed efficace di John Altman. Le immagini di questa
pubblicità, assolutamente moderne – un ragazzo e una ragazza che si sfidano in
una corsa impossibile che attraversa pareti e corre lungo i tronchi degli
alberi - si sposano ad una musica che
barocca più non può essere definita, ma semplicemente parte integrante di
questa nostra contraddittoria e molteplice modernità.
E questo ci fa riflettere sul fatto
di come lo stile Barocco sia antesignano per molti versi del Minimalismo, con
le sue strutture semplici e ripetitive, con la sua incessante e costante
pulsazione, (il cosiddetto horror vacui),
e di come sia entrato ormai nel DNA di tutta la musica di consumo. Si ascolti,
per fare qualche altro esempio, la versione di Peter Gabriel (Peter Gabriel, Scratch my back, Realworld 2010), con
l’arrangiamento orchestrale di John Metcalfe, del brano Aprés moi, di Regina Spektor, un potente esempio di Pop e
minimalismo Barocco. Oppure le nuove versioni che Sting ha fatto delle sue
canzoni con la Royal Philarmonic Orchestra. Minimalismo, Barocco e Pop sembrano
fondersi in un unico, nuovo stile.
Ed è per questo che si potrebbe
azzardare una definizione coraggiosa: la globalizzazione
del Tempo e degli stili nel mondo contemporaneo, intesa come
l’assottigliarsi dei confini tra un’epoca e l’altra e la conseguente
compresenza di stili diversi nei linguaggi musicali, a causa dell’abbattimento
delle barriere temporali, dovuto anche alla presenza ormai totalizzante della
tecnologia che ci permette di ascoltare qualsiasi brano, di qualsiasi stile, in
qualsiasi momento, così come per ‘globalizzazione’ si intende generalmente un
venir meno dei confini nazionali, indotto dallo
sviluppo delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione e dei
trasporti.
[1] Tale definizione
cominciò a divenire di uso comune a partire dal saggio di Curt Sachs Barokmusik del 1919.
[2] «Prometeo»
dicembre 2017 e marzo 2018. Per maggiori chiarimenti si veda anche la pagina
Facebook Rubrica Rivista Prometeo.
[3] Si veda a questo
proposito il mio Regole e libertà
creativa, in «Prometeo» del marzo 2015.


Nessun commento:
Posta un commento