lunedì 12 settembre 2016

Strettamente confidenziale: saper scrivere



Strettamente confidenziale

Saper scrivere/non saper scrivere - Confessioni di un compositore in crisi di fronte a due domande fondamentali

Nei giorni scorsi Federico Biscione ha dato il via su FB ad una discussione sui concorsi di composizione, e le osservazioni che ne sono scaturite sono state molto interessanti.
I concorsi hanno nella maggior parte dei casi delle impostazioni stilistiche ben precise, e scelgono, generalmente, le composizioni migliori all’interno della rosa delle più complesse e – perché non possiamo dirlo? – delle più ‘dissonanti’.
Quindi non dovrei stupirmi se dal 1990 non ho mai vinto un concorso (tranne quello per l’insegnamento, quello del corso di Morricone alla Chigiana e qualche segnalazione…), dal momento che il mio stile si è fatto sempre più semplice, fiabesco e consonante… quasi zen direi.
Tuttavia le considerazioni che si fanno per gli altri, con se stessi non valgono. Non possiamo fornirci alibi da soli, non possiamo nasconderci.
La verità è che avrò partecipato forse ad una trentina di concorsi in 25 anni, senza vincerne uno.
Mentre, al contrario, al primo concorso letterario al quale ho partecipato in assoluto nella mia vita, quasi per caso, ho vinto il primo premio per il miglior romanzo…
Questo non può non spingermi a qualche riflessione, e a farmi due domande fondamentali:
1.      1. Dovrei forse semplicemente dedicarmi alla scrittura e abbandonare la composizione?
2.        2. Applico forse dei metodi diversi quando compongo note e quando scrivo parole?

Riguardo alla prima domanda non mi esprimo, almeno per ora.
Per quanto riguarda la seconda, ecco alcune considerazioni che spero possano essere utili, come spunto di riflessione sulla creatività, a tutti.

a.       A) Ci sono molte cose in comune nel creare musica e comporre delle narrazioni verbali.
Una di queste è la disposizione  nei confronti della pagina bianca. Cosa vogliamo fare, dove vogliamo andare, da dove vogliamo partire e qual è l’idea generale?
La mia disposizione nei confronti di suoni e parole è qui totalmente opposta.
L’idea di un pezzo nasce gradualmente, da un suono, da una piccola e vaga idea, imprecisa. Solo gradualmente e molto a fatica si compone in una forma, in un’idea chiara, che non mi si svelerà del tutto però se non alla fine. Mi consola sapere che questo atteggiamento lo condivido con molti compositori…
Quando scrivo parole spesso ho già tutto perfettamente scritto nella testa. Mi si stampa all’improvviso nella mente, e non devo fare altro che trascriverlo. Il lavoro che segue è poi sulla lingua, sul ritmo, ma la pagina resta fondamentalmente immutata, se non per piccoli dettagli: virgole, qualche termine, lo spostamento di un periodo prima o dopo, qualche cancellazione.
Niente rispetto al lavoro fatto coi suoni, che porta a volte ad una trasformazione radicale e totale delle idee originarie. Un lavoro molto più faticoso e sudato.
b.    B)   Scrivere parole mi emoziona quanto e forse più che scrivere musica. Mi è capitato di piangere sia scrivendo che rileggendo quello che avevo scritto… Però mi sembra di avere un controllo maggiore. Un dominio più freddo e sicuro delle emozioni che si agitano in me di quando scrivo musica. Lo scrivere musica mi costa molta fatica, e scavare nel suono lo trovo emotivamente sfiancante. A volte ho considerato lo scrivere parole come una sorta di vacanza dallo scrivere musica, infatti. Arriva un momento in cui tendo a mettere il punto. Con le parole invece non mi fermo mai finché non sono assolutamente sicuro del risultato. Come un mastino non mollo la presa fino all’ultimo…
c.

                                            nelle foto: composer on the beach, Capo Testa, Gallura, esettembre 2013

 C) Quando scrivo musica mi sento enormemente condizionato dall’ambiente nel quale lavoro e che sento fondamentalmente ostile. Mi sento come un afro-americano che lavora nello studio legale di un gruppo di avvocati bianchi. Sorrisi ed educazione, molti di loro mi rispettano davvero, ma molti altri mi considerano pur sempre e solo un negro. Nell’arte purtroppo il razzismo è ancora molto forte, come ho scritto in un post. Anzi, l’arte è l’unico luogo al mondo dove essere razzisti è ancora considerato un pregio e non un abominio: il considerare qualcuno non per quello che fa e che è, ma per il ‘colore’ delle sue scelte musicali.
Quando scrivo parole niente di tutto questo. Sono un outsider a priori, ma un outsider che ha qualche carta in più perché ha percorso i difficili ed impervi cammini della composizione musicale. Mi sento libero e più sicuro di me. E poi fondamentalmente me ne frego.

Qualche considerazione conclusiva.
Scrivere musica credo sia indubbiamente un’operazione molto più complessa e faticosa che scrivere parole. Nessun compositore potrebbe mai arrivare alle ottanta pagine al giorno – comunque un record – che scriveva Simenon, nemmeno Mozart o Shostakovic , avrebbero potuto.
Ci vuole tempo e molta, molta fatica.
Tuttavia, giudicando me stesso, incomprensibilmente, quando scrivo parole riscontro in me un atteggiamento più risoluto ed energico. Quasi fosse fare lo scrittore il mio vero lavoro, e non il contrario. Di certo mi sento più libero, di certo questa libertà mi fa sentire meglio.

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