giovedì 21 novembre 2013

Preghiera al nulla



Gian-Luca Baldi
Preghiera al nulla  - A proposito de Un posto pulito, illuminato bene

Deve essere passata la mezzanotte da un pezzo, e anche per bar e locali notturni è ora di chiudere. La notte profonda è lo sfondo sul quale si muove il racconto di Hemingway, il momento in cui la polvere del giorno si deposita, catturata dalla rugiada («di notte la rugiada componeva la polvere»), insieme al tempo che sembra fermarsi e tutto si fa silenzioso.
E’ un’immagine molto forte e carica di significati quella nascosta nel secondo paragrafo, un’immagine che rimanda alla filosofia Zen: la polvere che si deposita sul fondo è un momento di chiarezza, di disvelamento, un’illuminazione. Questo momento della notte diviene quindi l’ora della verità.
Protagonisti di questa piéce, in un palcoscenico che ritaglia il proprio spazio di luce all’interno del nulla della notte, come un’oasi nel deserto, sono due camerieri stanchi ed un vecchio, che colleziona brandy dopo brandy.
Vi sono poi due comparse (un soldato e una ragazza che passano nella notte), e – mentre il vecchio esce di scena a metà del breve racconto – compare un nuovo personaggio: il cameriere più anziano diviene a sua volta cliente di una bodegas, e un barista gli versa un ‘caffè piccolo’.
Nella pur semplicissima vicenda narrata vi è dunque uno piccolo sviluppo e un cambio di scena.
Gradualmente, nella seconda parte, l’attenzione si concentra sul cameriere più anziano, che in qualche modo viene a sostituirsi al vecchio. Li lega una vicinanza istintiva nel sentire, nel condividere un malessere senza nome e il rifuggire dal momento in cui si andrà a dormire. E così come al primo locale si sostituisce la bodegas, meno luminosa e pulita, così al vecchio si sostituisce il cameriere (simmetria dello scambio).
Significativa, nello scorrere di queste solitudini, la coppia che passa, fuggevolmente. Sembra un dettaglio da nulla, eppure non lo è. In questo nulla, in questo vuoto angoscioso, quel soldato sembra essere l’unico ad avere «quello che cerca». Ma è solo un attimo.

Il vecchio ha cercato di uccidersi la settimana prima, dicono.
Perché?
Era disperato.
Disperato di che cosa?
Di niente.
Come fai a sapere che non era niente?
Ha un sacco di soldi.



Di niente. Il male di vivere soltanto, per il quale non si conosce cura, come dice Beckett.
Che è un altro esperto e narratore del nulla. Ma la cui inclinazione metafisica è sempre esibita, in primo piano, e non apparentemente ‘occasionale’ e nascosta come in Hemingway. I suoi personaggi si muovono costantemente sospesi sul vuoto, e circondati dal niente. Creando un luogo in cui necessariamente ogni singolo oggetto, ogni singolo gesto si carica di fortissimi significati allegorici.
Ma in Beckett, sempre così puritano e timoroso della fisicità, rispetto ad un Hemingway che invece nella vita si tuffa e si immerge, non c’è il brandy a simboleggiare quei momenti di oblio, di gioia e di piacere che la vita ci offre, e con i quali si cerca di allontanare da sé il momento della partenza, il momento in cui bisognerà lasciare il posto pulito, illuminato bene. Egli sembra fronteggiare il nudo nulla, e basta.
Questa sospensione nel buio e nel nulla ricorda anche per molti versi alcune tematiche ricorrenti in Tim Burton (in Beetlejuice, 1988, ad esempio, e soprattutto in The Nightmare before Christmas, 1993), e che torneranno nel film da lui prodotto e tratto dal romanzo di Neil Gailman, Coraline e la porta magica (2009).
Alzando il capo sembra dunque impossibile all’uomo moderno di scorgere il cielo stellato sopra di lui, segno tangibile di una divina armonia che regola l’universo, ma solo e soltanto il nulla.
Eppure non credo che si possa ritenere per questo Un posto pulito illuminato bene un racconto nichilista, un inno al nulla e alla vanità di tutte le cose[1]. Così come in un fotografo di guerra, la testimonianza degli orrori non può essere letta come compiacimento o manifesto di crudeltà e cinismo.
Questo racconto ci permette invece di vedere con chiarezza, e quindi di comprendere, ciò che i nostri occhi ‘miopi’ possono a volte solo intravedere, come immagini sfocate e confuse: quel fiume di vuoto e vanità che sembra scorrere ai bordi della nostra vita, e che sembra sempre sul punto di risucchiarci. E che rischierebbe di restare una macchia caotica nell’animo che crea solo sgomento e smarrimento, paura e angoscia, se non inforcassimo gli occhiali della letteratura, e lo scorgessimo finalmente e nitidamente, come insieme di figure chiare e riconoscibili, ricomposte in un tutto armonioso, nella bellezza di un racconto. Quella bellezza che, contemplata quando eravamo ancora solo anime, come dice Platone, ricerchiamo e bramiamo nel corso di tutta la nostra vita mortale. E che può aiutarci ad arrivare alla verità e al suo disvelamento, come si direbbe nella dottrina Zen.

Postfazione
Se avessimo dovuto avventurarci in un’analisi scientifica - linguistica, stilistica e formale - del racconto di Ernest Hemingway, non avremmo potuto fare a meno di metterlo a confronto con gli altri quarantotto racconti della raccolta, individuando i temi ricorrenti, le analogie o le discrepanze stilistiche, il ritmo o i ritmi, la presenza o meno di un disegno complessivo, mettendo poi il tutto in relazione con l’Hemingway romanziere, per tracciarne un profilo di narratore e protagonista della prima metà del XX secolo.
Limitandoci alle poche pagine de Un posto pulito illuminato bene, per quanto situato nel cuore del volume, e ipotizzando di ignorare tutto il resto, non abbiamo potuto che indulgere ad un’analisi più libera, poetica direi e quasi metafisica...

Edward Hopper - Un posto pulito, illuminato bene


[1] Come ha fatto ad esempio il mio amato e compianto  nonno Guido Maria Baldi nel suo Tempo amaro (G. Volpe, 1971)

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