domenica 3 aprile 2016

Addio al Novecento - Osservazioni su 'Ritratto di Fabrizio De rossi Re' di Mario Baroni



Gian-Luca Baldi
Addio al Novecento
Osservazioni in merito al Ritratto di Fabrizio De Rossi Re di Mario Baroni

Le tematiche ed i problemi affrontati da Mario Baroni nel “Ritratto di Fabrizio De rossi Re” mi appaiono particolarmente importanti oggi, e per questa ragione desidero aggiungere delle osservazioni al suo articolo. Non tanto sulle conclusioni, che condivido pienamente:
dire che la musica di De Rossi Re è post-moderna o neo-tonale, è un non senso storico e corrisponde solo a una sorta di pigrizia terminologica di chi continua a usare parole vecchie perché non ha saputo inventarne di nuove e più adeguate.
quanto sul modo in cui si giunge a tali conclusioni.
Premetto che sono e mi sento profondamente un figlio del Novecento (sono nato nel 1961), e forse proprio per questo prendo così seriamente a cuore le questioni estetico-filosofiche che stanno alla base del mestiere del comporre. Ed inoltre che non appartengo a coloro che hanno sempre aspramente criticato il Novecento, o che hanno preteso e pretendono tutt’ora di ignorarne l’esistenza, saltandolo a piè pari come fosse un semplice ostacolo sulla via. Non solo mi sono dedicato con cura ed amore ai repertori atonali della prima parte del Novecento, per fare solo un esempio (grazie anche agli strumenti fornitimi dall’analisi insiemistica, approfondita negli Stati Uniti), studiando per anni Webern, Berg, e Schoenberg, in particolar modo quello del Libro dei giardini pensili, del Pierrot e di Erwartung. Ma sin dai primi passi negli studi della composizione ho ascoltato e seguito con entusiasmo i grandi compositori del secondo dopo guerra, come Ligeti e Berio, Kurtag e Maderna.
Tuttavia,  proprio a causa di questa vicinanza e di questo rispetto per tutto un repertorio, ritengo che sia giunto ormai il  momento di prendere pieno e consapevole congedo dal Ventesimo secolo, e in questo breve articolo vorrei ribadirne le ragioni.



L’orecchio ‘medio’

Scrive Baroni che certi giudizi nascono da «una sorta di pigrizia terminologica di chi continua a usare parole vecchie». Giustissimo, ma non credo che oggi manchino soltanto i termini adatti per descrivere la realtà che ci circonda, bensì troppo spesso anche gli stessi strumenti teorici e gli stessi concetti, indispensabili a comprenderla.
Tuttavia non si tratta di una novità. Osservando la partitura della Missa Si la face ay pale di Dufay e ascoltandone la musica, ho sempre pensato che il compositore fiammingo già possedesse nel 1420 una percezione chiara degli accordi e della loro concatenazione, mentre la teoria musicale avrebbe impiegato più di due secoli per spiegare e dare fondamento teorico a quelle intuizioni.
Stiamo vivendo in fondo qualcosa di simile a quello che accadde più o meno nella seconda parte del Trecento. Il processo tuttavia è con tutta probabilità ancora più complesso, ed è impossibile prevedere a cosa porterà. Se, ad esempio, verrà a crearsi un nuovo ‘linguaggio universale’ della musica, come nel Quattrocento, o come nel Sei-Settecento.  
Di fronte a questo processo siamo smarriti, e assolutamente poveri di sostegni bibliografici, teorici e metodologici. Possiamo solo basarci sull’intuito, e sull’esperienza, registrando quello che ogni giorno scopriamo a contatto con le generazioni più giovani, e parallelamente quello che ogni giorno sentiamo venirci dal di dentro, come frutto dell’incontro con gli anni che stiamo vivendo.
Anche per questo è molto difficile definire oggi quali siano le caratteristiche di ‘questo orecchio medio’ nel quale sarebbe «immersa la musica di De Rossi Re». Di certo si tratta di un orecchio diverso da quello di vent’anni fa, e alla cui formazione hanno contribuito non soltanto tutte le musiche che ascoltiamo, per lo più involontariamente, in dosi massicce. Ma che è stato formato soprattutto dal nostro nuovo modo di vedere la realtà, dal nostro nuovo senso del tempo, e da un fenomeno tanto misterioso quanto potentissimo ed incontrollabile, quel pendolo della storia che da secoli e secoli oscilla permanentemente tra ‘propensione’ alla dissonanza e ‘propensione’ alla consonanza.
Oggi siamo in una fase totalmente contraria a quella del secondo dopo guerra, una fase in sui si sta tornando ad una sensibilità ‘panconsonantica’, come la scuola inglese di fine Trecento. Una sensibilità quasi ‘vegana’, di estrema attenzione, quasi di timore, nei confronti degli urti e delle asprezze. Vent’anni di insegnamento della composizione, vent’anni di ampi spazi dedicati all’ascolto nelle mie classi dei repertori più diversi, in luoghi geografici diversi, da Bari, a Roma fino a Castelfranco Veneto, mi hanno convinto che questa onda potente sta compiendo il suo corso. I ragazzi si smarriscono oggi di fronte ad un tessuto dissonante marcato, ne sono come impauriti, lo rifuggono.
Tuttavia l’orecchio medio è come un lago instabile, le cui acque scivolano verso nord o verso sud a seconda dei movimenti imperscrutabili della terra. Sta al compositore dargli una direzione precisa, forgiarlo ed educarlo, pur nel rispetto della sua ‘essenza’. Intendo dire che si può cercare di inseguirlo ed adularlo. Oppure si può guidarlo, e stargli un po’ avanti, senza fuggire in avanti e finire negli spazi siderali e nel vuoto.
Questo è quello che hanno fatto i grandi compositori di sempre. D’altronde per tornare al concetto stesso d’avanguardia, se il drappello che si spinge in avanti per perlustrare e monitorare le linee nemiche perde completamente i contatti con tutto il resto dell’esercito, è la sua funzione stessa che viene meno e perde di senso.
Basterebbe pensare a ciò che avveniva alla fine dell’Ottocento: le musiche di Debussy, di Ravel o di Strauss, per esempio, per non parlare di Respighi e di molti altri, erano immerse nella tradizione ottocentesca e su quella si basavano per dire le cose nuove che a quei compositori stavano a cuore.
Anche questa affermazione è indubbiamente indiscutibile, ma mi preme sottolineare che i grandi maestri e compositori citati da Baroni non erano certo ‘accarezzatori’ delle orecchie del pubblico. Questo per me è un punto fondamentale.
Non c’era niente di ‘compromissorio’ nelle loro scelte linguistiche. Erano scelte rivoluzionarie, visionarie ed innovative. Ma compiute ‘in equilibrio’. Erano nuove piante che crescevano nel giardino della tradizione, non pretendevano di essere cactus nel deserto. Il concetto di ‘innovazione’ come rivoluzione radicale’, come sconvolgimento alle radici dell’ordine costituito, come tabula rasa di ciò che esisteva prima, è un concetto tipico delle avanguardie del secondo dopo guerra, e ne è in qualche modo un sintomo patologico ed allarmante. Il segno di una perdita di senso dell’arte stessa, e di crisi profonda della società contemporanea.
Il linguaggio di Ravel, ad esempio, punta culminante di un’intera nazione che intraprese già all’inizio dell’Ottocento un lungo e interessantissimo viaggio per uscire dal linguaggio tonale, era un linguaggio radicalmente nuovo, che portò il vecchio linguaggio tonale ad una completa trasformazione, traghettandolo nel nuovo secolo, il Novecento. Non ci si lasci ingannare dalla sua elegante e gradevole eufonia. Quello di Ravel si dimostrò un linguaggio duttile e ricco, con una tavolozza di possibilità espressive che andavano dalla tonalità complessa e cromatica della scuola francese, al linguaggio modale novecentesco fino al linguaggio atonale o addirittura ‘pre-minimalista (nelle Chansons Madécasses e nei Trois Poèmes de Mallarmé, ad esempio), per il quale è stato coniato un nome, che ancora qui da noi in Italia fa fatica ad imporsi, ma che la musicologia internazionale ha universalmente accettato: la tonalità modale. Il termine è stato coniato da Jacques Chailly (Chailly, 1960, p. 5), ma per comprenderne profondamente la natura si veda soprattutto il testo fondamentale di Henri Gonnard (Gonnard 2000).
Ora, la strada francese, che vedrà un altro gigante del Novecento all’opera, come Messiaen, portare il testimone di questa lingua nella seconda parte del secolo, non compie un’opera di ‘ripudio’ ma di integrazione. Vale a dire che non bandisce definitivamente le sonorità tradizionali – quegli accordi maggiori e minori che Hindemith affermò essere universali irrinunciabili della musica «come la pioggia, la neve ed il vento» (Hindemith, 1942, p.22), il che gli valse l’ostracismo di tutta l’avanguardia post-bellica – ma le integra con un’ampissima tavolozza di sonorità nuove. D’altronde lo stesso Schoenberg (Schoenberg 1922, p. 207), in tutti i suoi scritti, ha sempre affermato che il rinunciare agli accordi tradizionali era solo una necessità momentanea, volta a verificare se i nuovi materiali ‘ce la facevano da soli’.
Poi, nel secondo dopo guerra, questa messa al bando delle ‘sonorità tradizionali’ e di tutto ciò che aveva una parentela ‘triadica’, divenne definitiva con un gruppo di compositori che occupò interamente l’attenzione della musicologia, ma non quella della storia né tanto meno del pubblico. La musica sembrò quindi divenire ‘pandissonantica’, così come, in maniera inversa, alla fine del Trecento, e dopo le aspre durezze di Machaut, era divenuta panconsonantica con Dunstable.
L’era della pandissonanza
La ‘pandissonanza’ – il cui arco vitale limiterei tra il 1946 e il 1985, l’anno delle dichiarazioni di Ligeti in La mia posizione di compositore oggi (Restagno 1985, p. 3) si reggeva su due premesse: un atteggiamento di estrema rigidezza, direi quasi di furore ideologico, di cui possiamo tuttavia comprendere e scusare le ragioni: la necessità di ricostruire sulle ceneri della guerra un mondo nuovo, di ripartire dall’anno zero non solo della musica ma dell’umanità tutta;  e la convinzione che quello che allora pareva ‘pandissonanza’ sarebbe ben presto divenuto piacevole e naturale, come sostiene Karlheinz Stokhausen nel corso dell’ottava puntata di C’è musica & Musica (un programma affidato a Luciano Berio, 12 puntate in prima serata  del 1972)  dedicata proprio alla musica contemporanea:
«Io stesso sono padre di sei bambini, che fanno parte di una generazione venuta dopo e che evidentemente si trova spontaneamente a suo agio nel mondo moderno e vuole sentire questa musica e trova naturalissimo ascoltarla».
Le premesse ideologiche di quelle scelte oggi non esistono più o comunque non hanno nessun fondamento. La speranza di rifondare da zero non solo la musica e l’orecchio umano, ma l’umanità tutta, si è dimostrata purtroppo una mera utopia, se non addirittura un fallimento. Le condizioni storiche, politiche, filosofiche ed estetiche, sono incredibilmente mutate da allora. E quegli anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale sembrano oggi, per molti versi, più lontani da noi che le guerre napoleoniche.
Il cammino della storia poi, per quanto riguarda la dissonanza, ha preso tutta un’altra strada. Le nostre orecchie non solo non si sono abituate agli urti, ma sembrano comprenderli e metabolizzarli sempre meno.
Diciamo quindi che quelle scelte, uniche in tutta la storia della musica occidentale, che con grande scommessa e grande ardire, bandivano non solo le consonanze dal linguaggio musicale ma la dialettica stessa ombra-luce, anzi l’idea stessa di colori, di varietà e contrasti, sono ormai, completamente e definitivamente superate.
Naturalmente ci saranno ancora coloro che sostengono che tale linguaggio ha ancora molto da dare e da dire. Di epigoni entusiasti ce ne saranno sempre. Come quel Robert Fuchs di solida ortodossia brahmasiana che vinse il Premio Beethoven nel 1881, lo stesso concorso che convinse Mahler si a darsi definitivamente alla direzione d’orchestra, non avendovi ottenuto alcun riconoscimento.
La musica di Fabrizio De Rossi Re non solo e non tanto mantiene un legame con l’orecchio medio, quello stesso sapiente equilibrio e giusto distacco che tutti i grandi compositori del passato hanno sempre mantenuto, ma parla della realtà nella quale è immersa. Racconta dei nostri anni, delle nostre contraddizioni, delle impurità, del multiculturalismo e perfino della caoticità del mondo contemporaneo nel quale viviamo. E cos’altro fare un linguaggio se non essere ‘contemporaneo’, sintonizzarsi e armonizzarsi col mondo nel quale vive?
Al contrario tutte le musiche della post-avanguardia oggi suonano ‘vecchie’, fuori posto. Non solo la loro pandissonanza ma anche la loro ‘purezza’ le colloca in un passato remoto nel quale non possiamo più riconoscerci. Si avverte quell’organicità germanica, quella pignola attenzione alle altezze e ai sistemi per ricavarle e metterle in rapporto le une con le altre che hanno denotato tutta una civiltà musicale ma che ormai sono estinte come lo sono i dinosauri.
Quando ascolto i Due notturni con figura di Fedele, il primo dei quali per sei interminabili minuti (ai quali segue un bizzarro episodio elettronico alla ‘Pink Floyd’) reitera quella manciata cromatica di altezze secondo procedimenti ripetuti innumerevoli volte nell’ultimo secolo, con la sola differenza di una spazializzazione che solo in un’esecuzione dal vivo si può cogliere, avverto il lavoro di un grande artigiano della musica, di un abile rifinitore e maestro di tecniche antiche, ma che è ormai avulso dalla contemporaneità. Non è un caso che abbia recentemente dichiarato che con la morte di Boulez sia morto il Novecento. Verrebbe da dire: “Egregio maestro Fedele, il Novecento è morto trent’anni fa e non se n’è nemmeno accorto!”.
E qui sta il paradosso della post-avanguardia: i figli di coloro che hanno fatto la rivoluzione, di quegli indomiti ‘guerrieri’ che salirono sulle barricate e pagato col sangue  le loro scelte coraggiose, sono finiti ad essere impiegati dei piani alti del ministero della conservazione e dell’accademismo.
Pensare che De rossi Re sia un neo-tonale e si schieri tra coloro che si oppongono al corso inevitabile della storia, mentre Fedele sia un avanguardista ed innovatore è come ritenere che Beethoven nel 1821 fosse un retrogrado perché aveva inserito la fuga nella sua 110, non comprendendo cioè come la fuga nelle mani di Beethoven fosse divenuta qualcosa di completamente diverso che prendeva e dava luce nuova ad una forma- sonata ormai irriconoscibile.


Al contrario, le musiche di De Rossi Re, e di altri compositori che parimenti si sono allontanati dalle vecchie avanguardie, possono piacere o meno, reputarsi a volte deboli o eccessivamente piacevoli e ‘graziose’, ma riescono ad avere la sincerità e la profondità di parlare all’oggi, con tutte le sue contraddizioni. In esse c’è l’eco del nostro mondo contemporaneo, e facendosene specchio, ci aiutano a capirlo meglio e a capire noi stessi. Sotto l’ingannevole apparenza di recuperare vecchi stilemi del passato procedono invece in avanti. Osano con coraggio, fanno opera di sintesi e armonizzazione.
Il problema è che non sempre si hanno gli occhiali per accorgersene e che la teoria musicale, la musicologia, la stessa teoria compositiva, non hanno ancora prodotto quegli strumenti per vedere le novità di cui sono portatori. Ma vedono solo ciò che hanno imparato a vedere cento anni fa e non altro. E’ tempo invece di rinnovare le nostre lenti per guardare alla realtà con sempre maggiore consapevolezza e acutezza.
Gian-Luca Baldi (Bologna, 1961), è un compositore, scrittore, didatta e saggista. Titolare della cattedra di composizione presso il conservatorio di Castelfranco Veneto, è autore di oltre una sessantina di composizioni, tre romanzi e decine di saggi e articoli, oltre a diversi libri di teoria musicale e didattica. Collabora dal 2014 con la rivista «Prometeo» della Mondadori, e dal 2015 vi tiene la rubrica ‘De Musica’.
Tra i suoi testi  più importanti:
Introduzione alla modalità e al pensiero musicale moderno, Berbèn, Ancona 2002.
Grammatica dell’armonia fantastica – Appunti e Interludi, Anicia, Roma 2012.
Grammatica dell’armonia fantastica – Quaderni di lavoro, Anicia, Roma 2014.
Cronodiànoia o del realismo interiore – Proposte per la musica del XXI secolo, Armellin, Padova 2015.

Bibliografia
J. Chailly, L’imbroglio des modes, Alphonse Leduc, Parigi 1960.
H. Gonnard, La musique modale en France de Berlioz a Debussy, Edition Champion, Parigi 2000.
P. Hindemith, The Craft of Musical Composition, Book I, Schott, London 1942.
E. Restagno (a cura di), Ligeti, EDT, Torino 1985.
A. Schoenberg,  Twelve Tone Composition (1923) in Style and idea, University of California Press, Berkeley 1975.

domenica 28 febbraio 2016

La Prima guerra mondiale sul lago Tanganica

Raramente si parla di quella parte della Prima guerra mondiale che si combattè in Africa. Una parte forse piccola ma non per questo meno importante e sanguinosa.

La battaglia del lago Tanganica divenne una delle più epiche dell'intera Prima guerra mondiale.

I tedeschi avevano schierato nel lago Tanganica e nel ben più piccolo lago Kivu tre navi da guerra, di cui una, la Von Goetzen, di mille tonnellate. Costruita nel 1913, era stata trasportata dalla Germania in 500 casse.
Dal Sudafrica gli inglesi fecero arrivare i pezzi di due cannoniere veloci, mentre le truppe belghe furono rafforzate da quattro idrovolanti muniti di mitragliatrici: una novità tecnologica straordinaria per l'epoca. Nessuno poteva ancora dire se e come avrebbero funzionato.





I quattro aerei arrivarono smontati per nave a Matadi, per proseguire poi in treno: cinquecento tonnellate di materiale, 53.000 litri di carburante e di olio, quattro mitragliatrici e trentamila cartucce.

Nel 1916 gli aerei sorvolarono il lago Tanganica, ed il 10 luglio cominciarono a bombardare la Von Goetzen.
Non riuscirono ad affondarla però. Fu il suo comandante che la affondò per non farla cadere in mano al nemico. Tuttavia fu recuperata e rimessa in funzione tanto che nel 2010 faceva ancora servizio come traghetto sul lago, l'unico mezzo di trasporto sicuro di tutto il lago fu definito, e venne ribattezzato 'Liemba'.

da D. V. Reybrouck, Congo, Feltrinelli, Milano 2010, p. 151.

Risultati immagini per lago tanganica

Il lago Tanganica si estende per 673 chilometri, in direzione nord-sud, con una larghezza media di 50 chilometri. Arriva fino a 1470 metri di profondità ed è il secondo lago d'acqua dolce del mondo, dopo il Bajkai.








sabato 28 novembre 2015





Oggi, 28 novembre 2015...


Caro papà,

mi stupisco nel restare ancora ferito a fissare la macchinetta del caffè,
quando ne prendo uno a metà mattina, a casa,

e penso a tutti i caffè che ci facevamo nel corso della giornata, quando venivi a trovarmi.

Dicevi che sapevo prendermi cura di te,

il letto ben fatto, il brodo, le chiacchierate, e tutti quei caffè che ci facevamo, perché a te piaceva.

Passata un'oretta dopo l'ultima tazzina dicevi, ci facciamo un altro caffè?

E ci sedevamo ancora una volta intorno al tavolo di cucina a sorseggiarne un altro, e a parlare.

E il pensarci mi ferisce ancora, come fosse passato un giorno e non otto mesi.

Oppure quando esco di piscina e riprendo in mano il cellulare.
Anche questo mi ferisce.
Perché spesso trovavo le tue chiamate senza risposta.
"Vai sempre a nuotare...bravo", mi dicevi quando ti richiamavo.

E mi succede anche quando vado al cinema, al Porto Astra, proprio quel cinema che è stato arredato da una delle tante persone strambe con cui sei venuto a contatto e con le quali hai collaborato.

Non riesco a non pensare al Natale scorso, quando ti ho portato a vedere l'ultimo capitolo della saga dell'Hobbit.
E tu eri lì, in silenzio, che non capivi, tutte queste creature che si massacravano, elfi, hobbit, orchi, nani e altri mostri e non si capiva nulla, tantomeno chi fossero i buoni.
Eri lì accanto a me, col tuo sguardo un po' stupito e un po' comprensivo.

E mi stupisco di stupirmi. Perchè dovrebbe finire questo dolore?
Che senso avrebbe? E' possibile e giusto smettere di soffrire per la perdita di un genitore?

Cosa cambia se passano otto mesi o otto anni?

La realtà è sempre la stessa.

Una realtà che non si può accettare.

E resterà per sempre quel desiderio di tornarre in quel cinema con te, e di berci un caffè insieme, come da quarantaquattro anni mi porto dietro il desiderio di riabbracciare mio nonno, a cui penso ancora, come se non lo vedessi che da qualche anno...





                                                                        Con Pasolini






Gianvittorio Baldi
Bologna, 30 ottobre 1930 - Faenza, 23 marzo 2015





CINEMA

E' morto Gian Vittorio Baldi: «Nostro padre poeta e visionario, nel grande cinema come nel vino»

A 84 anni si è spento a Faenza il regista 

di Claudia Liverani
Ultimo aggiornamento: 




Baldi mostra una sua foto con Roberto Rossellini (foto Luca Di Giorgio)

Faenza (Ravenna), 25 marzo 2015 - Si è spento a Faenza, lunedì all’età di 84 anni, Gian Vittorio Baldi regista e produttore cinematografico, pluripremiato cineasta, ma anche creatore di vini straordinari come i Ronchi di Castelluccio, il primo a immaginare e a creare vini di altissima qualità nelle terre di Romagna.
Nato a Bologna nel ’30, Baldi regista e produttore già affermato, arrivò in Romagna a metà degli anni Settanta, lasciando la Roma della ‘Grande bellezza’ per rifugiarsi sulle colline di Brisighella. «Noi Baldi siamo bolognesi, e un po’ romani, ma mio padre aveva scoperto che la famiglia era di origine brisighellese – racconta il figlio maggiore Gian Luca – e su queste colline aveva girato il suo film più bello ‘Ultimo giorno di scuola prima di Natale’, per questo quando ha deciso di lasciare Roma si è rifugiato qua. Cercava forse una nuova armonia nella terra dei suoi avi e l’incontro fra la terra e un visionario hanno creato i Ronchi del Castelluccio». Vini straordinari, creati da un uomo di cinema trapiantato in Romagna, dove in quegli anni si produceva vino in quantità, ma nessuno pensava a vini di qualità. Eppure un Ronco del Castelluccio è stato servito al Quirinale ai coniugi Gorbaciov.
«Nostro padre era un poeta, un visionario e la cifra che legava le sue attività era la poesia: nel cinema, come nella pittura, negli scritti e nel vino. Un poeta con un grande amore per l’umanità». Autore, regista di documentari, film, allievo di Roberto Rossellini, produttore, anche di Pier Paolo Pasolini, Robert Bresson, vincitore con due cortometraggi di due Leoni d’Oro a Venezia, più recentemente aveva girato Zen a Palermo e poi nei primi anni Novanta ‘Nevrijeme Il Temporale’ un film visionario a Sarajevo all’epoca sotto assedio. «Vivo il cinema come una scelta di impegno civile – affermò in un’intervista di quegli anni – utopicamente come un mezzo per cambiare l’uomo e il mio Paese. Credo che ognuno abbia il dovere di vivere nel proprio tempo e portare il proprio contributo di chiarezza e di amore alla causa della pace e del progresso». «Un innovatore – ricorda Gian Matteo Baldi – un uomo che viveva e vedeva avanti, oltre il tempo. Un grande maestro per noi, e chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui ha imparato moltissimo».
Ottantenne ha girato un ultimo film ‘Il cielo sopra di me’, in una zona perduta, quasi irraggiungibile del Brasile. E non hai mai smesso di dedicarsi ai giovani e alla loro formazione. Dopo l’esperienza di Hypermedia, università delle scienze multimediali a Faenza, a Bologna ha creato l’International Filmmaking Academy, con l’appoggio dell’università di Bologna dove per anni aveva insegnato filmologia. Lascia quattro figli Gian Luca, Gian Matteo, Gian Guido e Gian Tommaso. I funerali si svolgono lunedì prossimo, alle 10.30, a Brisighella nella Pieve di Tho.

di Claudia Liverani
RIPRODUZIONE RISERVATA







Oggi, 28 novembre 2015...


Caro papà,

mi stupisco nel restare ancora ferito a fissare la macchinetta del caffè,
quando ne prendo uno a metà mattina, a casa,

e penso a tutti i caffè che ci facevamo nel corso della giornata, quando venivi a trovarmi.

Dicevi che sapevo prendermi cura di te,

il letto ben fatto, il brodo, le chiacchierate, e tutti quei caffè che ci facevamo, perché a te piaceva.

Passata un'oretta dopo l'ultima tazzina dicevi, ci facciamo un altro caffè?

E ci sedevamo ancora una volta intorno al tavolo di cucina a sorseggiarne un altro, e a parlare.

E il pensarci mi ferisce ancora, come fosse passato un giorno e non otto mesi.

Oppure quando esco di piscina e riprendo in mano il cellulare.
Anche questo mi ferisce.
Perché spesso trovavo le tue chiamate senza risposta.
"Vai sempre a nuotare...bravo", mi dicevi quando ti richiamavo.

E mi succede anche quando vado al cinema, al Porto Astra, proprio quel cinema che è stato arredato da una delle tante persone strambe con cui sei venuto a contatto e con le quali hai collaborato.

Non riesco a non pensare al Natale scorso, quando ti ho portato a vedere l'ultimo capito della saga dell'Hobbit.
E tu eri lì, in silenzio, che non capivi, tutte queste creature che si massacravano, elfi, hobbit, orchi, nani e altri mostri e non si capiva nulla, tantomeno chi fossero i buoni.
Eri lì accanto a me, col tuo sguardo un po' stupito e un po' comprensivo.

E mi stupisco di stupirmi. Perchè dovrebbe finire questo dolore?
Che senso avrebbe? E' possibile e giusto smettere di soffrire per la perdita di un genitore?

Cosa cambia se passano otto mesi o otto anni?

La realtà è sempre la stessa.

Una realtà che non si può accettare.

E resterà per sempre quel desiderio di tornarre in quel cinema con te, e di berci un caffè insieme, come da quarantaquattro anni mi porto dietro il desiderio di riabbracciare mio nonno, a cui penso ancora, come se non lo vedessi da qualche anno...





                                                                        Con Pasolini






Gianvittorio Baldi
Bologna, 30 ottobre 1930 - Faenza, 23 marzo 2015





CINEMA

E' morto Gian Vittorio Baldi: «Nostro padre poeta e visionario, nel grande cinema come nel vino»

A 84 anni si è spento a Faenza il regista 

di Claudia Liverani
Ultimo aggiornamento: 




Baldi mostra una sua foto con Roberto Rossellini (foto Luca Di Giorgio)

Faenza (Ravenna), 25 marzo 2015 - Si è spento a Faenza, lunedì all’età di 84 anni, Gian Vittorio Baldi regista e produttore cinematografico, pluripremiato cineasta, ma anche creatore di vini straordinari come i Ronchi di Castelluccio, il primo a immaginare e a creare vini di altissima qualità nelle terre di Romagna.
Nato a Bologna nel ’30, Baldi regista e produttore già affermato, arrivò in Romagna a metà degli anni Settanta, lasciando la Roma della ‘Grande bellezza’ per rifugiarsi sulle colline di Brisighella. «Noi Baldi siamo bolognesi, e un po’ romani, ma mio padre aveva scoperto che la famiglia era di origine brisighellese – racconta il figlio maggiore Gian Luca – e su queste colline aveva girato il suo film più bello ‘Ultimo giorno di scuola prima di Natale’, per questo quando ha deciso di lasciare Roma si è rifugiato qua. Cercava forse una nuova armonia nella terra dei suoi avi e l’incontro fra la terra e un visionario hanno creato i Ronchi del Castelluccio». Vini straordinari, creati da un uomo di cinema trapiantato in Romagna, dove in quegli anni si produceva vino in quantità, ma nessuno pensava a vini di qualità. Eppure un Ronco del Castelluccio è stato servito al Quirinale ai coniugi Gorbaciov.
«Nostro padre era un poeta, un visionario e la cifra che legava le sue attività era la poesia: nel cinema, come nella pittura, negli scritti e nel vino. Un poeta con un grande amore per l’umanità». Autore, regista di documentari, film, allievo di Roberto Rossellini, produttore, anche di Pier Paolo Pasolini, Robert Bresson, vincitore con due cortometraggi di due Leoni d’Oro a Venezia, più recentemente aveva girato Zen a Palermo e poi nei primi anni Novanta ‘Nevrijeme Il Temporale’ un film visionario a Sarajevo all’epoca sotto assedio. «Vivo il cinema come una scelta di impegno civile – affermò in un’intervista di quegli anni – utopicamente come un mezzo per cambiare l’uomo e il mio Paese. Credo che ognuno abbia il dovere di vivere nel proprio tempo e portare il proprio contributo di chiarezza e di amore alla causa della pace e del progresso». «Un innovatore – ricorda Gian Matteo Baldi – un uomo che viveva e vedeva avanti, oltre il tempo. Un grande maestro per noi, e chi ha avuto la fortuna di lavorare con lui ha imparato moltissimo».
Ottantenne ha girato un ultimo film ‘Il cielo sopra di me’, in una zona perduta, quasi irraggiungibile del Brasile. E non hai mai smesso di dedicarsi ai giovani e alla loro formazione. Dopo l’esperienza di Hypermedia, università delle scienze multimediali a Faenza, a Bologna ha creato l’International Filmmaking Academy, con l’appoggio dell’università di Bologna dove per anni aveva insegnato filmologia. Lascia quattro figli Gian Luca, Gian Matteo, Gian Guido e Gian Tommaso. I funerali si svolgono lunedì prossimo, alle 10.30, a Brisighella nella Pieve di Tho.

di Claudia Liverani
RIPRODUZIONE RISERVATA



giovedì 18 giugno 2015

Lettera aperta a Gian Luigi Rondi

Lettera aperta a Gian Luigi Rondi

Caro Gian Luigi,

mi permetto di scriverti con familiarità
per il legame profondo che ti ha stretto ad alcuni membri della mia famiglia in passato.

La sincera amicizia ed affetto che ti hanno legato per tanti anni al mio caro zio, padre Eugenio Bruno, direttore del Centro San Fedele di Milano, l'amicizia professionale e la stima con Franco Bruno, presidente dell'Agis, e fratello di Eugenio, la simpatia e amicizia con mia madre, Mara Bruno.
Ti ricordo al matrimonio di mia cugina Isabella, nel 1974. Ti conobbi in quell'occasione di festa, nel bellissimo giardino della casa degli zii, a via di Villa Patrizi a Roma.

E poi c'è mio padre... Gian Vittorio Baldi.

Non ho mai dato troppo peso alle leggende familiari che sostenevano che una infelice indiscrezione su alcune tue presunte inclinazioni sessuali gli avrebbero garantito il tuo imperituro odio, ed un temibile nemico nel mondo del cinema.

In realtà credo che, semplicemente, vi abbiano diviso opposte concezioni del cinema e della vita.

Per questa ragione speravo che avresti riconosciuto al nemico, una volta scomparso, l'onore delle armi.

Qualche giorno fa, in occasione del Davide di Donatello, sono stati ricordati i protagonisti del cinema scomparsi nel 2015...

Si è fatto persino il nome di Lilli Carati.
Nessuno però, nè tra gli organizzatori, nè tra i partecipanti e tanto meno tu, si è ricordato di Gian Vittorio Baldi. Considerato oggi uno dei più grandi documtaristi italiani, regista difficile ma riconosciuto e omaggiato in tutto il mondo, produttore di grandi film di Pasolini e di Bresson.

Nessuno se ne è ricordato.
Mi risulta così difficile credere che tu non abbia saputo della sua scomparsa.

Dopo una vita passata a combattersi sarebbe stato un tale gesto di nobiltù e di generosità ricordarlo...!

Che peccato!

Che tristezza!

G. Luca Baldi

Compositore, scrittore, didatta
Titolare della cattedra di composizione e
Membro del Senato Accademico presso il conservatorio di Castelfranco Veneto (TV)


P.S. 22 settembre 2016
Naturalmente sono addolorato della scomparsa di Rondi e faccio a tutti i suoi cari le mie più sentite condoglianze.

giovedì 21 novembre 2013

Preghiera al nulla



Hemingway Metafisico
Preghiera al nulla  - A proposito de Un posto pulito, illuminato bene

Deve essere passata la mezzanotte da un pezzo, e anche per bar e locali notturni è ora di chiudere. La notte profonda è lo sfondo sul quale si muove il racconto di Hemingway, il momento in cui la polvere del giorno si deposita, catturata dalla rugiada («di notte la rugiada componeva la polvere»), insieme al tempo che sembra fermarsi e tutto si fa silenzioso.
E’ un’immagine molto forte e carica di significati quella nascosta nel secondo paragrafo, un’immagine che rimanda alla filosofia Zen: la polvere che si deposita sul fondo è un momento di chiarezza, di disvelamento, un’illuminazione. Questo momento della notte diviene quindi l’ora della verità.
Protagonisti di questa piéce, in un palcoscenico che ritaglia il proprio spazio di luce all’interno del nulla della notte, come un’oasi nel deserto, sono due camerieri stanchi ed un vecchio, che colleziona brandy dopo brandy.



Vi sono poi due comparse (un soldato e una ragazza che passano nella notte), e – mentre il vecchio esce di scena a metà del breve racconto – compare un nuovo personaggio: il cameriere più anziano diviene a sua volta cliente di una bodegas, e un barista gli versa un ‘caffè piccolo’.
Nella pur semplicissima vicenda narrata vi è dunque un piccolo sviluppo e un cambio di scena.
Gradualmente, nella seconda parte, l’attenzione si concentra sul cameriere più anziano, che in qualche modo viene a sostituirsi al vecchio. Li lega una vicinanza istintiva nel sentire, nel condividere un malessere senza nome e il rifuggire dal momento in cui si andrà a dormire. E così come al primo locale si sostituisce la bodegas, meno luminosa e pulita, così al vecchio si sostituisce il cameriere (simmetria dello scambio).
Significativa, nello scorrere di queste solitudini, la coppia che passa, fuggevolmente. Sembra un dettaglio da nulla, eppure non lo è. In questo nulla, in questo vuoto angoscioso, quel soldato sembra essere l’unico ad avere «quello che cerca». Ma è solo un attimo.


Il vecchio ha cercato di uccidersi la settimana prima, dicono.
Perché?
Era disperato.
Disperato di che cosa?
Di niente.
Come fai a sapere che non era niente?
Ha un sacco di soldi.


Di niente. Il male di vivere soltanto, per il quale non si conosce cura, come dice Beckett.
Che è un altro esperto e narratore del nulla. Ma la cui inclinazione metafisica è sempre esibita, in primo piano, e non apparentemente ‘occasionale’ e nascosta come in Hemingway. I suoi personaggi si muovono costantemente sospesi sul vuoto, e circondati dal niente. Creando un luogo in cui necessariamente ogni singolo oggetto, ogni singolo gesto si carica di fortissimi significati allegorici.
Ma in Beckett, sempre così puritano e timoroso della fisicità, rispetto ad un Hemingway che invece nella vita si tuffa e si immerge, non c’è il brandy a simboleggiare quei momenti di oblio, di gioia e di piacere che la vita ci offre, e con i quali si cerca di allontanare da sé il momento della partenza, il momento in cui bisognerà lasciare il posto pulito, illuminato bene. Egli sembra fronteggiare il nudo nulla, e basta.
Questa sospensione nel buio e nel nulla ricorda anche per molti versi alcune tematiche ricorrenti in Tim Burton (in Beetlejuice, 1988, ad esempio, e soprattutto in The Nightmare before Christmas, 1993), e che torneranno nel film da lui prodotto e tratto dal romanzo di Neil Gailman, Coraline e la porta magica (2009).
Alzando il capo sembra dunque impossibile all’uomo moderno di scorgere il cielo stellato sopra di lui, segno tangibile di una divina armonia che regola l’universo, ma solo e soltanto il nulla.
Eppure non credo che si possa ritenere per questo Un posto pulito illuminato bene un racconto nichilista, un inno al nulla e alla vanità di tutte le cose[1]. Così come in un fotografo di guerra, la testimonianza degli orrori non può essere letta come compiacimento o manifesto di crudeltà e cinismo.
Questo racconto ci permette invece di vedere con chiarezza, e quindi di comprendere, ciò che i nostri occhi ‘miopi’ possono a volte solo intravedere, come immagini sfocate e confuse: quel fiume di vuoto e vanità che sembra scorrere ai bordi della nostra vita, e che sembra sempre sul punto di risucchiarci. E che rischierebbe di restare una macchia caotica nell’animo che crea solo sgomento e smarrimento, paura e angoscia, se non inforcassimo gli occhiali della letteratura, e lo scorgessimo finalmente e nitidamente, come insieme di figure chiare e riconoscibili, ricomposte in un tutto armonioso, nella bellezza di un racconto. Quella bellezza che, contemplata quando eravamo ancora solo anime, come dice Platone, ricerchiamo e bramiamo nel corso di tutta la nostra vita mortale. E che può aiutarci ad arrivare alla verità e al suo disvelamento, come si direbbe nella dottrina Zen.


Postfazione
Se avessimo dovuto avventurarci in un’analisi scientifica - linguistica, stilistica e formale - del racconto di Ernest Hemingway, non avremmo potuto fare a meno di metterlo a confronto con gli altri quarantotto racconti della raccolta, individuando i temi ricorrenti, le analogie o le discrepanze stilistiche, il ritmo o i ritmi, la presenza o meno di un disegno complessivo, mettendo poi il tutto in relazione con l’Hemingway romanziere, per tracciarne un profilo di narratore e protagonista della prima metà del XX secolo.
Limitandoci alle poche pagine de Un posto pulito illuminato bene, per quanto situato nel cuore del volume, e ipotizzando di ignorare tutto il resto, non abbiamo potuto che indulgere ad un’analisi più libera, poetica direi e quasi metafisica...


Edward Hopper - Un posto pulito, illuminato bene


[1] Come ha fatto ad esempio il mio amato e compianto  nonno Guido Maria Baldi nel suo Tempo amaro (G. Volpe, 1971)