Davvero è una caratteristica maschile quella particolare incapacità di avere una reazione rapida e per così dire ‘verbale', di fronte ad un flusso di emozioni complesso e articolato? Il non saperle analizzare, capire e tradurre in tempo reale, e quindi evitarle in blocco?
Mi sembra che si possa dire che, almeno in passato, gli uomini se la cavassero molto bene con le reazioni immediate, fintantoché riguardavano poche emozioni elementari e primarie, come paura, fame, rabbia, pericolo.
Tutto quello che scatena la nostra adrenalina e richiede una risposta ‘fisica’ semplice, diretta, tutto quello che ci fa staccare la spina della nostra amigdala e ci lascia senza emozione alcuna se non la nostra reazione stessa, ci fa sentire perfettamente a nostro agio.
Ma se entrano in gioco delle emozioni diverse, più ‘civilizzate’, per così dire, se entra in gioco un dolore non fisico, come la delusione o lo smarrimento in un cocktail complesso di emozioni, allora i tempi di lettura, interpretazione e risposta sembrano allungarsi e ci scopriamo spesso ad aver bisogno di ore, giorni, mesi per metabolizzare e rispondere a tono.
Non è vero d'altronde che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, sin da bambini noi maschi siamo stati educati a ricacciare indietro quell’onda montante di pianto, di angoscia, di tristezza, di paura, che qualunque essere umano prova prima o poi, maschio o femmina? Mentre la donna sembrava essere stata educata a tuffarcisi dentro.
Ripenso all'episodio di un film, una commedia americana "leggera" e pur tuttavia, come tutte le buone commedie, non privo di cose profonde e vere: Crazy stupid love, con Steve Carell, Julianne Moore, Emma Stone e Ryan Gosling.
Julianne Moore, tornando a casa dopo una cena, dice al marito, Steve Carell, che lo vuole lasciare e che è stata a letto con un suo collega (Kevin Bacon). Steve Carell non sa far altro che buttarsi giù dall'auto, appena questa rallenta un po' (è la moglie alla guida...).
Il buttarsi giù dalla macchina è un gesto in parte di
‘dignitoso dolore’, ma anche di un’esplicita ammissione di difficoltà.
Significa: non sono in grado di rispondere adesso a quello che è avvenuto, alle
cose che mi dici, ho bisogno di tempo. Quindi ti prego, adesso lasciami solo ed
in silenzio. Ne riparliamo tra un paio di mesi. Purtroppo però in quei mesi il
torrente di emozioni di una donna avrà percorso migliaia di chilometri e chissà
dove l’avrà portata. Probabilmente non sarà più disponibile ad ascoltare ciò che
l’uomo, finalmente, avrà da dire.
Forse questa difficoltà nel leggere le proprie emozioni, nel leggersi dentro è un problema che riguarda tanto gli uomini che le donne. E dipende dalla nostra educazione emotiva.
La mia generazione affrontava l'educazione dei maschi e delle femmine in maniera totalmente diversa, i ruoli erano ben distinti e diversissimi ed era chiaro dai primissimi mesi di vita.
Le cose stanno cambiando e cambierebbero ancora di più con percorsi educativi diversi?
Non sono uno psicologo e mi limito ad osservare, da scrittore ciò che è dentro di me e ciò che è intorno a me.
In passato ho avuto l’impressione a volte che
per una donna provare delle emozioni fosse come andare ad aprire la porta ed
essere investita dall’onda di una piena. Non può fare a meno di viverle tutte
ed esserne travolta. Poi di solito reagisce, e le elabora. Un uomo invece è
come se sentisse suonare il citofono per una raccomandata da firmare. Pensa:
«Ah, devo infilarmi le scarpe e la camicia e correre giù…», e intanto passa del
tempo. Poi, alla fine, scende ma l’androne delle scale è buio, deve accendere
la luce e prendere il pacco. Poi infine deve aprirlo, ma può anche rimandare e,
a volte, rimanda all’infinito.
Altre volte, pensando alle emozioni, mi è venuto da immaginare la complessità di un’orchestra sinfonica: cento strumentisti che suonano, e purtroppo, al contrario della musica, senza spartito né direttore.
Rischia di essere banale, un pregiudizio di genere dire che l'orchestra di una donna ha gli archi in prima fila, come le orchestre reali, con tutta una sezione composta da violini, viole, violoncelli e contrabbassi che suonano melodie espressive e avvolgenti?
Forse sì, ma io posso dire come è composta la mia di orchestra!
La mia orchestra ha senza dubbio una bella sezione di archi che esegue bellissime melodie , ma gli archi non sono in prima fila, sono in fondo. Davanti ci sono una decina di percussionisti che fanno un gran baccano con i loro tamburi, gong, congas, piatti e gran casse, ed è quasi impossibile udire il suono degli archi. Percussioni come aggressività, testosterone, inclinazione all’azione, allo scontro, archi invece come sentimenti, come affetto, come riflessività e introspezione. Banalità?
In momenti di grande dolore,
ad esempio, come quando mi sono separato, io sono sicuro che gli archi della mia orchestra suonassero delle melodie
malinconiche e struggenti, come quelle di Cajkovskij, ma non riuscivo a sentirle, a focalizzarmi su di loro, bensì solo su quello che c'era da fare, sui problemi logistici ed organizzativi, su tutti gli aspetti pratici che ne sarebbero derivati, soprattutto per nostra figlia. Solo dopo diversi anni, il fragore di tutte quelle percussioni si è calmato e ho potuto finalmente soffermarmi e ascoltare bene le cose che avevo davvero provato. E' stato un po' come aprire una specie di vaso di Pandora, e vederne uscire fuori un fiume di emozioni e sentimenti rimasti nell'ombra per anni.


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