Che piccino, sembra un libro cucciolo!
E' così minuto (90 pagine) che hanno dovuto
riempire la scatola di carta...
Ma è sempre un'emozione quando si ha per la prima volta una propria creatura tra le mani...
venerdì 11 novembre 2016
venerdì 23 settembre 2016
Breve estratto dell'intervista a Paolo Troncon, dall'articolo apparso sulla rivista Prometeo del settembre 2016 - 'Dialogo sui conservatori'
Conversazione con Paolo Troncon sull’oggi e il domani dei
conservatori
G.L. B. « Sono passati diciassette anni
dalla legge 508 e dall’inizio della riforma, ma il cammino non è ancora
compiuto, e tante cose restano da decidere e definire».
P. T.: «Se noi diamo uno sguardo alla
storia, ci rendiamo conto che dall’Unità d’Italia ad oggi abbiamo assistito a
due grandi riforme dei conservatori, ciascuna delle quali ha impiegato tra i
sessanta ed i settant’anni per compiersi. La prima, avviata nei primi anni
Sessanta dell’Ottocento, ed affidata alla guida illuminata di Giuseppe Verdi, è
arrivata a pieno compimento nel 1930, col Regio Decreto n.1945, e ha dato vita
a quei programmi sui quali hanno studiato decine e decine di generazioni, e che
non sono andati del tutto in pensione con la Riforma del 1999, ma sono rimasti
con i corsi ad esaurimento del ‘vecchio conservatorio’, e si estingueranno
definitivamente solo verso il 2022. La seconda riforma è appunto quella
legata alla L. 508, il cui lungo processo cominciò
con gli anni Sessanta, e le riflessioni e sperimentazioni di quel periodo. Ma
potremmo spostare la lancetta dell’orologio fino al 1948, l’anno in cui il
ministro Gonella inviò un questionario ai docenti dei conservatori al fine di
raccogliere proposte per la riforma degli studi musicali… L’integrazione
europea e il cosiddetto processo di Bologna (la Conferenza dei ministri
dell’Istruzione di 29 Paesi europei, riunitasi a Bologna il 19 giugno 1999,
nella quale si fissavano una serie di obiettivi da realizzare entro dieci anni,
N.d.A.) hanno poi dato la spinta definitiva».
G.L. B. «Tuttavia è innegabile che qualcosa si
sia inceppato…»
P. T. «Mancano ancora tutta una serie di
decreti attuativi e di passaggi fondamentali per portarla a pieno regime, e di
questo è naturalmente responsabile la politica, che sembra occuparsi a fatica e
controvoglia dei conservatori; ma al tempo stesso il corpo docente si è
dimostrato in molti casi restio se non del tutto ostile a recepire i
cambiamenti. Questa duplice inerzia, della politica e del corpo docente, ha
fatto sì che la riforma procedesse lentamente e con evidenti e continue
contraddizioni, producendo un essere ibrido, rimasto a metà strada tra
un’istituzione di formazione superiore, al pari dell’Università (ma non
esattamente la stessa cosa), e il vecchio conservatorio, che già possedeva
anime molteplici, come abbiamo visto».
G.L. B. «Dell’inerzia
del corpo docente, essendo io un docente, entrato in ruolo proprio nell’anno
della riforma, e avendo vissuto giorno per giorno le difficoltà, le
contraddizioni ed i problemi della riforma sulla mia pelle e quella degli
allievi, non posso non vedere e condividere molte delle ragioni. Alcuni
elementi specifici dell’insegnamento musicale infatti, non sono stati colti
propriamente dal legislatore, che ne ha stravolto l’essenza, con conseguenze
spesso piuttosto gravi. Tuttavia non posso negare che spesso noi docenti non
abbiamo forse semplicemente avuto la voglia di metterci in gioco, di imparare
un nuovo modo di essere docente, un modo nel quale eravamo coinvolti in maniera
più collegiale. Mentre il conservatorio del passato era fatto da tante
personalità isolate, che raramente dovevano interagire, oggi è un complesso
equilibrio in cui ogni docente è chiamato a dare il suo contributo
armonizzandosi in un tutto, proprio come uno strumentista in un’orchestra. Ma,
lontano dalla partitura e dal palco, anche in presenza di un buon ‘direttore’,
il musicista sembra fare molta più fatica ad andare ‘a tempo’ e suonare insieme
agli altri».
P. T. «Noi Italiani abbiamo un grande
valore individuale, ma facciamo fatica a fare squadra. Come ha sottolineato
recentemente l’allenatore italiano del
Leicester, Ranieri, due inglesi fanno una nazione, da noi non bastano cinquanta
milioni di italiani…»
G.L. B. «Facciamo un passo indietro.
Cosa è diventato dunque oggi il conservatorio con la legge 508?»
P. T. «Con la legge 508 il conservatorio
diventa un’Istituzione di 3° livello, cioè di formazione superiore, insieme
all’Università (ma distinta da essa), e all’Alta formazione (corsi tecnici
superiori). ‘L’antico’ percorso che durava dieci anni, viene diviso ora a metà:
la prima parte, la fase di apprendistato di un musicista, viene in teoria
sottratta ai conservatori (vedremo in seguito perché ‘in
teoria’ N. d. A.) e affidata a tutta una serie di soggetti diversi, tra i quali
le scuole medie ad indirizzo musicale, i licei musicali e le scuole private; la
seconda parte, suddivisa a sua volta in un 3 + 2, viene considerata
universitaria, e destinata ad allievi maggiorenni in possesso di un diploma di
scuola media superiore (salvo eccezioni in caso di studenti con particolari
attitudini musicali). Viene rilasciato un Diploma di I livello (equipollente
alla L3 universitaria) e un Diploma di II livello (equipollente alla LM45
universitaria), equipollenti, non equivalenti, ai soli fini dell’accesso ai
pubblici concorsi ai Diplomi di laurea universitari. Per questa ragione non è
corretto parlare di Laurea, e sbagliano quei conservatori ed istituti
accreditati che si fregiano di tale titolo.
Gli istituti oggi che possono fare
questo, e che possono considerarsi in un certo modo ‘conservatori’ sono ben 82:
55 conservatori, più quattro sedi staccate, 18 ex pareggiati e 4 accreditati (Scuola
di Fiesole, Saint Louis College of Music di Roma, Civica di Milano e Siena Jazz)».
G.L. B. «Il trovarci in questo terzo
livello, insieme all’università ha creato non poche resistenze e perplessità… »
lunedì 12 settembre 2016
Strettamente confidenziale: saper scrivere
Strettamente confidenziale
Saper scrivere/non saper scrivere - Confessioni di
un compositore in crisi di fronte a due domande fondamentali
Nei giorni scorsi Federico Biscione ha dato il via su
FB ad una discussione sui concorsi di composizione, e le osservazioni che ne
sono scaturite sono state molto interessanti.
I concorsi hanno nella maggior parte dei casi delle
impostazioni stilistiche ben precise, e scelgono, generalmente, le composizioni
migliori all’interno della rosa delle più complesse e – perché non possiamo
dirlo? – delle più ‘dissonanti’.
Quindi non dovrei stupirmi se dal 1990 non ho mai
vinto un concorso (tranne quello per l’insegnamento, quello del corso di
Morricone alla Chigiana e qualche segnalazione…), dal momento che il mio stile
si è fatto sempre più semplice, fiabesco e consonante… quasi zen direi.
Tuttavia le considerazioni che si fanno per gli
altri, con se stessi non valgono. Non possiamo fornirci alibi da soli, non
possiamo nasconderci.
La verità è che avrò partecipato forse ad una
trentina di concorsi in 25 anni, senza vincerne uno.
Mentre, al contrario, al primo concorso letterario
al quale ho partecipato in assoluto nella mia vita, quasi per caso, ho vinto il
primo premio per il miglior romanzo…
Questo non può non spingermi a qualche riflessione,
e a farmi due domande fondamentali:
1. 1. Dovrei
forse semplicemente dedicarmi alla scrittura e abbandonare la composizione?
2. 2. Applico
forse dei metodi diversi quando compongo note e quando scrivo parole?
Riguardo alla prima domanda non mi esprimo, almeno
per ora.
Per quanto riguarda la seconda, ecco alcune
considerazioni che spero possano essere utili, come spunto di riflessione sulla
creatività, a tutti.
a. A) Ci
sono molte cose in comune nel creare musica e comporre delle narrazioni
verbali.
Una di queste è la
disposizione nei confronti della pagina
bianca. Cosa vogliamo fare, dove vogliamo andare, da dove vogliamo partire e
qual è l’idea generale?
La mia disposizione nei
confronti di suoni e parole è qui totalmente opposta.
L’idea di un pezzo
nasce gradualmente, da un suono, da una piccola e vaga idea, imprecisa. Solo
gradualmente e molto a fatica si compone in una forma, in un’idea chiara, che
non mi si svelerà del tutto però se non alla fine. Mi consola sapere che questo
atteggiamento lo condivido con molti compositori…
Quando scrivo parole
spesso ho già tutto perfettamente scritto nella testa. Mi si stampa
all’improvviso nella mente, e non devo fare altro che trascriverlo. Il lavoro
che segue è poi sulla lingua, sul ritmo, ma la pagina resta fondamentalmente
immutata, se non per piccoli dettagli: virgole, qualche termine, lo spostamento
di un periodo prima o dopo, qualche cancellazione.
Niente rispetto al
lavoro fatto coi suoni, che porta a volte ad una trasformazione radicale e
totale delle idee originarie. Un lavoro molto più faticoso e sudato.
b. B) Scrivere
parole mi emoziona quanto e forse più che scrivere musica. Mi è capitato di
piangere sia scrivendo che rileggendo quello che avevo scritto… Però mi sembra
di avere un controllo maggiore. Un dominio più freddo e sicuro delle emozioni
che si agitano in me di quando scrivo musica. Lo scrivere musica mi costa molta
fatica, e scavare nel suono lo trovo emotivamente sfiancante. A volte ho considerato
lo scrivere parole come una sorta di vacanza dallo scrivere musica, infatti.
Arriva un momento in cui tendo a mettere il punto. Con le parole invece non mi
fermo mai finché non sono assolutamente sicuro del risultato. Come un mastino
non mollo la presa fino all’ultimo…
c.
nelle foto: composer on the beach, Capo Testa, Gallura, esettembre 2013
C) Quando
scrivo musica mi sento enormemente condizionato dall’ambiente nel quale lavoro
e che sento fondamentalmente ostile. Mi sento come un afro-americano che lavora
nello studio legale di un gruppo di avvocati bianchi. Sorrisi ed educazione,
molti di loro mi rispettano davvero, ma molti altri mi considerano pur sempre e
solo un nero. Nell’arte purtroppo il razzismo è ancora molto forte, come ho
scritto in un post. Anzi, l’arte è l’unico luogo al mondo dove essere razzisti
è ancora considerato un pregio e non un abominio: il considerare qualcuno non
per quello che fa e che è, ma per il ‘colore’ delle sue scelte musicali.
Quando scrivo parole niente di
tutto questo. Sono un outsider a priori, ma un outsider che ha qualche carta in
più perché ha percorso i difficili ed impervi cammini della composizione
musicale. Mi sento libero e più sicuro di me. E poi fondamentalmente me ne
frego.
Qualche considerazione conclusiva.
Scrivere musica credo sia
indubbiamente un’operazione molto più complessa e faticosa che scrivere parole.
Nessun compositore potrebbe mai arrivare alle ottanta pagine al giorno –
comunque un record – che scriveva Simenon, nemmeno Mozart o Shostakovic ,
avrebbero potuto.
Ci vuole tempo e molta, molta
fatica.
Tuttavia, giudicando me stesso,
incomprensibilmente, quando scrivo parole riscontro in me un atteggiamento più
risoluto ed energico. Quasi fosse fare lo scrittore il mio vero lavoro, e non
il contrario. Di certo mi sento più libero, di certo questa libertà mi fa sentire
meglio.
giovedì 1 settembre 2016
La riattualizzazione del Barocco
Gian-Luca
baldi Due
riflessioni su Musica e Tempo (edizioni
Dal Sud, Bari 2011)
2
-
La
globalizzazione del Tempo la riattualizzazione del Barocco
Le coincidenze a volte sono sorprendenti. Perché
oltre a ritrovare Italo Calvino lungo il mio percorso di riflessione sul Tempo,
mi accorgo, volendo parlare anche del cinema di Stanley Kubric, che in questo
convegno c’è uno spazio dedicato al grande regista anglo-americano!
Perché Kubric?
Perché appartengo a una generazione che è stata
segnata profondamente dal cinema, e in maniera particolare da alcuni capolavori
di Kubric, che hanno segnato delle tappe importanti della mia infanzia (2001 Odissea nello spazio, 1968, Arancia
meccanica, 1971) e della mia adolescenza (Barry Lindon, 1975). Il riferimento è tanto più importante se si
tiene conto del ruolo e della centralità che la musica svolge nei film di
Kubric.
Da bambino – all’età di circa sei anni e ancora totalmente
ignaro delle cose della musica - ho
vissuto un’esperienza profonda della musica di Richard Strauss, Gyorgy Ligeti,
Johannes Strauss, solo per citare alcuni esempi, grazie a Kubric. E dopo
qualche anno l’incontro con Beethoven (Arancia
Meccanica), e l’Haendel di Barry
Lindon. Non mi vergogno di dire che questi autori li ho conosciuti prima di
tutto e primariamente attraverso il cinema, così come alcune composizioni di
Bach le ho amate prima nelle loro versioni rock, dei Genesis e dei Jethro Trull.
Questo credo che abbia avuto delle conseguenze
enormi nello sviluppo del mio senso degli stili, delle epoche, dell’evoluzione
del linguaggio. E’ difficile, se non
impossibile, percepire come esaurita la vitalità di un linguaggio che si sposa
a un capolavoro perfettamente inserito nella contemporaneità. Intendo dire che
è difficile non sviluppare un senso di appartenenza a una musica che si
inserisce così perfettamente nel presente e nel futuro, come il Richard Strauss
di Kubric, mescolato a Lygeti e ai
valzer di Johannes Strauss. E’ inevitabile quindi, a mio avviso, che il cinema
(per non parlare del ruolo che avrebbe svolto la televisione nel decennio
seguente), abbia portato a quello che io definirei la riattualizzazione di alcuni linguaggi del passato.
E questo in una maniera del tutto nuova rispetto ai
vari repechage e recuperi fatti all’inizio del Novecento. Perché se il
neoclassicismo resta comunque il ‘vezzo di un’elite’, per quanto estesa e
importante, qui ci troviamo di fronte a un fenomeno di massa, a una sensibilità
che riguarda intere generazioni, dall’Europa, al Giappone, agli Stati Uniti.
Sono passati quarant’anni da quando lo stile barocco
si è affacciato nel pop, conquistandolo.
Lo stile barocco, antesignano per molti versi del
minimalismo, con le sue strutture semplici e ripetitive, con la sua incessante
e costante pulsazione, (l’horror vacui),
è entrato ormai nel dna di tutta la musica di consumo. Per non citare poi
l’infatuazione del jazz per la musica di Bach
Si ascolti la versione di Peter Gabriel (Peter Gabriel, Scratch my back, Realworld 2010),
con l’arrangiamento orchestrale di John Metcalfe, del brano Aprés moi, di Regina Spektor, un potente
esempio di pop e minimalismo barocco.
Oppure le nuove versioni che Sting ha fatto delle sue canzoni con la Royal
Philarmonic Orchestra. Minimalismo, stile barocco e pop sembrano fondersi in un
unico, nuovo stile.
Ed è per questo che parlo di globalizzazione del Tempo, intesa come l’assottigliarsi dei confini
tra un’epoca e l’altra e la conseguente compresenza di stili diversi nei
linguaggi musicali, così come per globalizzazione si intende generalmente un
venir meno dei confini nazionali, come conseguenza dell’ uniformazione dei prodotti su scala mondiale (Dizionario Sabatini
Colletti) .
La Sarabanda
di Haendel, divenuta celebre col Barry
Lindon di Kubric, in una versione, tra le altre, per soli timpani, è da
allora divenuta un topos sonoro
onnipresente della modernità. Nel 2002 compare una splendida versione per una
pubblicità di jeans, Levi’s Engineered
Jeans, una riscrittura orchestrale particolarmente drammatica ed efficace
di John Altman. Le immagini di questa pubblicità, assolutamente moderne – un
ragazzo e una ragazza che si sfidano in una corsa impossibile che attraversa
pareti e corre lungo i tronchi degli alberi -
si sposano ad una musica che barocca più non può essere definita, ma
semplicemente parte integrante di questa nostra contraddittoria, molteplice,
vorticosa, surreale, ferita modernità.
Per questa ragione ho scelto questo tema per le mie
piccole variazioni, per il mio omaggio a Italo Calvino e per la composizione
che presento a questo convegno, Sei
immagini poetiche per il terzo millennio.
E per le stesse ragioni ho utilizzato questo tema
barocco come se fosse mio, come se il suo linguaggio aderisse perfettamente
alle pieghe del mio animo, e non fosse né un elegante gioco di riscrittura, né
tantomeno una dissacrante citazione. L’ho utilizzato perché lo sento
perfettamente contemporaneo e appartenente ai giorni che viviamo, sebbene mescolato
ad altri elementi linguistici che mi appartengono e che da anni si fondono
nella mia musica.
Post-scriptum,
un anno dopo
“L’antica
armonia del futuro – Cresce la voglia di Barocco
- Un tessuto sonoro
vicino alla sensibilità moderna”, titola
un articolo del Corriere della sera
dell’8 settembre 2011, di Enrico Girardi. “C’è voglia di barocco. Lo dicono le
case discografiche…Ma da dove viene questa curiosità per la musica di prima di
Haydn, Mozart e Beethoven? …il gusto per un tipo di espressività non minore a
quella dell’artista romantico, ma senz’altro più contenuta, misurata…
In altre parole il manifestarsi di una emotività non
soggettiva, ma oggettiva, simbolica e dunque universale, capace di parlare a
ogni tempo e a ogni latitudine…”.
Da Festival
di Musica e filosofia – Cogito ergo suono – dicembre 2009 – marzo 2010
Musica e
Tempo – a cura di Mariantonietta Lamanna
In collaborazione
con la facoltà di lingue e letterature straniere dell’Università di Bari ed il
Conservatorio di musica Niccolò Piccinni
Le immagini si riferiscono alla pubblicità della Levis con la Sarabanda di Haendel riorchestrata da John Altman
domenica 28 agosto 2016
Warning - A proposito di Avanguardia
E’ forse
proprio nel gennaio del 2015 che il termine avanguardia sembra fare
ufficialmente e definitivamente il suo ingresso nel linguaggio pubblicitario,
dimostrando così una longevità ed una capacità di rigenerarsi nel tempo e nei
luoghi del tutto particolare. Non nel senso che l’avanguardia compaia nella
pubblicità, come nelle immagini pubblicate dall’Espresso nel 1978, della
pubblicità di uno champagne in cui apparivano le opere di Mario Schifano e
Concetto Pozzati, ma che ciò che la pubblicità propone – nello specifico una
nuova autovettura – viene definito esso stesso avanguardia.
Niente di
strano, però. Perché se riflettiamo sul concetto di avanguardia, niente di
meglio che un prodotto industriale, o appartenente al mondi della moda può oggi
a pieno diritto utilizzare questo termine.
Tanto è vero che, se cerchiamo la parola 'avanguardia' su Google, i risultati che escono sono principalmente legati alla moda e alle autovetture!
Che Avanguardia sia un
concetto perfettamente assimilato dall’industria e dalle nuove tecnologie, è dovuto ad una ragione molto semplice: il
loro cammino ha ben chiaro il prima e
il dopo, e l’importanza di un
processo di evoluzione continua e inarrestabile.
Agli inizi
del Novecento invece questo termine era stato appena rubato dalla politica
prima, e subito dopo dalle arti e dalla musica al linguaggio militare, per il
quale indicava originariamente un gruppo ristretto di soldati che precedevano
il grosso dell’esercito, per avvicinarsi non visti alle linee del nemico
e fornire un resoconto sulla sua posizione, la consistenza del suo esercito, la
sua strategia.
Proviamo a
vedere con quali significati acquisiti:
1.
Un gruppo ristretto di individui (o anche un solo artista), rompono con la
tradizione/col linguaggio che è stato tramandato loro/con i propri maestri, e
ne rivoluzionano radicalmente le regole, individuando nuove leggi e nuove
estetiche. Essenziale quindi è il senso di rottura profonda con quanto precede.
2.
Questo atto ‘rivoluzionario’ è spesso vissuto in solitudine e accompagnato
dalla diffidenza se non dall’aperta ostilità del’ambiente accademico. Accademia,
in questo senso, è il contrario di avanguardia. E’ il sapere
costituitosi nel corso dei secoli, tramandato e custodito gelosamente, e
rispettato dai molti. Un sapere che si considera quasi sacro, e quindi
intoccabile.
3.
Il concetto di avanguardia è intimamente e strettamente legato all’idea
occidentale della Storia e del Tempo, una concezione lineare che trae origine
dalla cultura giudaico-cristiana. Un arco temporale che ha un inizio (la
creazione) e una fine (il giudizio universale). A questa visione di un
procedere lineare verso un fine ultimo, nel corso dell’Ottocento, si aggiunge
il progresso scientifico, che rafforza anche nelle Arti la sensazione di
procedere in avanti, di progredire. Tuttavia la Seconda Guerra Mondiale segna
uno spartiacque nettissimo nella civiltà occidentale. Il senso della Storia e
del Tempo ne escono completamente trasformati, per non dire sconvolti. Da quel
momento Oriente e Occidente sembrano tornare ad avvicinarsi, e concezioni
antiche o lontane come il senso ciclico della storia, tornano a contaminare la
nostra sensibilità. Col passaggio dal Modernismo al Post-modernismo,
coll’evaporare del significato di ‘progresso’, con lo svanire delle tante
certezze della società occidentale, il concetto d’avanguardia stesso ne
esce completamente svuotato. Se il percorso della Storia non è lineare, ma
multiplo e discontinuo, ciclico e contraddittorio, come può esserci un’avanguardia?
Come qualcosa può essere più avanti di qualcos’altro? Nella moda, forse. Nella
tecnologia, sicuramente! Ma non nelle arti!
Con queste
premesse, se noi ora esaminiamo alcune posizioni che oggi amano ancora
definirsi ‘avanguardia’, senza tener conto di quanto è stato detto e
scritto dai principali studiosi e teorici negli ultimi trent’anni, scopriremo
che rispondono esattamente ai requisiti di quella che una volta si definiva accademia
e dell’avanguardia, nel senso modernista, non hanno proprio più nulla.
Nel momento
in cui alcune scelte sono state compiute, e alcune strade sono state intraprese
oltre cento anni fa, che a tutto ciò si sono ispirate diverse generazioni di
compositori, docenti, teorici, che hanno riconosciuto in quei principi ‘la
strada’ giusta, la ‘verità’, e che quindi quei principi impongono alle
generazioni più giovani, tutto ciò è diventato inevitabilmente e inesorabilmente
‘accademia’. Niente e null’altro che quella trita e vuota ‘accademia’
che l’avanguardia aveva in odio e combatteva.
Inoltre è
assolutamente estraneo allo spirito stesso dell’avanguardia il
cristallizzarsi di un linguaggio per oltre cento anni. Tanto che è stato
rimarcato negli ultimi anni, da molti critici, che un certo tipo di musica
contemporanea sembra aver perso totalmente la nozione di stile e di ‘sound’,
reiterando all’infinito certe sonorità, incancrenitesi in gesti ormai vuoti e
stanchi, ripetuti da troppi individui e da troppo tempo per essere ancora veri
e sinceri.
Avanguardia era, e al limite dovrebbe essere oggi, tutta un’altra
cosa. Seguire solo la propria strada, non ascoltare i propri maestri, o
addirittura vituperarli, come faceva Boulez, fare solo ciò in cui si crede e
costruire da soli il proprio linguaggio, senza riceverlo pre-masticato dagli
altri. Magari andandocelo a prendere dal passato, ma rifiutando quello che
va di moda oggi, quello che bolle in pentola, quello che conviene fare per
vincere i concorsi e potersi affermare come compositore. Avanguardia
è esattamente il contrario. E’ solitudine. E’ non essere eseguiti. E’ prendersi
gioco delle mode. E’ coraggio, indipendenza. E’ cercare, cercare, e magari non
trovare nulla per anni.
Tuttavia,
paradossalmente, chi crede nella fine del percorso lineare della Storia (come
il sottoscritto), nella fine inesorabile del Modernismo, dissoltosi nel
Post-modernismo; nella fine di un percorso storico ineluttabile degli stili che
prevedeva un prima e un dopo; chi è persuaso della fine dell’idea stessa di
progresso e dell’andare avanti, crede contemporaneamente che, diventata la
questione dello stile assolutamente individuale e personale, e soprattutto non
globale[1],
ma legata a quella data opera, a quel dato evento, proprio costui accetta di
conseguenza anche i sopravvissuti dell’avanguardia, e tutti coloro che
ne perpetuano alcuni gesti all’infinito. Ne rispetta le scelte, come un repechage
retrò, con lo stesso diritto all’esistenza del post-barocco, del nuovo
minimalismo, dell’art-rock e di mille altre correnti.
Mentre
coloro che credono ancora nella Storia (e ne hanno perfettamente diritto),
nell’evoluzione lineare degli stili, convinti di appartenere ancora all’onda
lunga di una rivoluzione artistica cominciata più di cento anni fa, si
trovano invece a fare i conti con un mare diventato deserto, dove si
trascinano stanchi i cammelli in mezzo alle navi arenate, come nel lago Aral[2],
proprio costoro dovrebbero prendere consapevolezza allora che questa ‘Storia
lineare’ ha inesorabilmente condannato a morte, per età, anzi vecchiaia,
stanchezza, ed esaurimento, le loro convinzioni, e dovrebbero quindi arrendersi
come il soldato giapponese Shoiki Yokoi che rimase per ventotto anni nascosto
nell’isola di Guam, rifiutando caparbiamente di accettare l’idea che la guerra
fosse finita, e che una volta costretto a tornare alla civiltà, dichiarò: «E’
con grande imbarazzo che sono tornato ad essere vivo».
[1] Per cui un compositore può avere
oggi molti stili e nessuno (si vedano a questo proposito le dichiarazioni di
uno dei compositori più eseguiti al mondo, John Adams).
[2] “A
piedi nell'Aral, il lago diventato deserto”, di Maurizio Chierici, «Corriere
della sera», 11 maggio 1998.
Iscriviti a:
Post (Atom)







