Premetto che non voglio parlare del film di Giovanni Veronesi appena uscito nelle sale.
Anche se non posso non dire di essermi divertito moltissimo a sentire il vetero umbro fantasmagorico di Favino.
Desidero invece parlare di un tema che mi sta molto a cuore: della seriosità nell'Arte, soprattutto novecentesca, tema che il film di Veronesi porta con forza all'attenzione di un ampio pubblico..
Il tema ricorre nelle due Grammatiche dell'Armonia Fantastica che ho dedicato a Rodari e ne ho trovato eco nell'interessantissimo libro di Marco Moiraghi, Ascoltare il XXI secolo - Percorsi e Protagonisti della Musica Ipermoderna (LIM, 2025), un testo che consiglio a tutti e di cui parlerò in uno dei prossimi post.
"Sembra che i valori dello scherzo, della leggerezza, del divertimento, da tempi messi al bando, siano improponibili in un ambito autenticamente riflessivo e serio" (Moiraghi, p. X).
E poco più avanti parla della musica contemporanea come "Inutilmente accigliata".
Io rivedo in questo bando della leggerezza e del divertimento, vale a dire del gioco e della risata, l'eredità di una società e di conseguenza di una scuola autoritaria, che nasce in primis da un visione della religione altrettanto autoritaria, in cui la leggerezza e la risata sono pericolosi atti sovversivi, come scrive splendidamente la Woolf e che riporterò poco più avanti. Dio è serio, non ride, tutto ciò che lo riguarda non ammette quindi la risata e, di conseguenza, la risata è sconveniente alle cose serie.
Io, nella mia storia familiare, ho visto la seriosità di mio nonno, grande cattolico bolognese, trasformarsi nella seriosità e pesantezza laica di mio padre, apparentemente ateo, ma che aveva riportato esattamente le categorie e il modo di vedere di suo padre in un ambito diverso. L'arte era una missione divina, per la quale sacrificare ogni altra cosa. Una missione serissima e seriosa.
Dalla religione all'arte.
L'artista nel Novecento diventa in molti casi, allora, davvero un sacerdote laico e solo cosi si comprende l'intolleranza che lo distingue, l'assolutezza, la seriosità insopportabile, il dividere il mondo tra buoni e cattivi, le scomuniche e l'indignazione di fronte ad atteggiamenti profani e leggeri, come il ballare e divertirsi sul palco con tanto di chitarre elettriche e batterie! Blasfemie che solo una visione post-religiosa, clericale e chiesastica può concepire tali.
Scrive Rodari che «è meglio fare la scuola ridendo che piangendo»[4].
E così riporto nella mia Grammatica della Fantasia - Appunti e Interludi (Anicia, 2012):
"A questo proposito, trovo sorprendente che una delle difese più belle della ‘risata’ venga da una delle figure più importanti della letteratura del Novecento, che per la drammaticità della sua vita e per l’intensità della sua opera, dalla risata sembra essere così lontana, Virginia Woolf:
La pura e spontanea risata, quella che sentiamo provenire dalla bocca dei bambini e di sciocche donne, è tenuta in discredito. Si sostiene sia la voce della frivola stupidità, che non trae ispirazione dal sapere, né dall’emozione, che non offre messaggi, non comunica informazioni: è un’emissione vocale come l’abbaiare di un cane o il belato di una pecora, ed è al di sotto del livello di dignità di una razza che ha inventato la lingua per potersi esprimere. Ma ci sono cose che vanno oltre le parole e non al di sotto, e la risata è una di queste. […] La risata è l’espressione dello spirito comico dentro di noi, e questo spirito ha a che fare con le stranezze e l’eccentricità, le deviazioni da un modello riconosciuto. […] Il valore della risata nella vita e nell’arte non può essere sopravvalutato […] L’umorismo abita sulle vette, solo le menti eccezionali possono salire sulle cime da dove tutti gli aspetti della vita si possono vedere come in un panorama […] La risata più di ogni altra cosa mantiene il senso delle proporzioni; è lì a ricordarci che siamo soltanto umani…[5].
Lo spirito comico dentro di noi ha
a che fare con le deviazioni da un
modello riconosciuto… come dire che la risata è in fondo il segno di un pensiero divergente...
Dice ancora la Woolf all’inizio
dello stesso saggio: «il maschio ginnasta non di rado precipita
ignominiosamente sull’uno o sull’altro versante, o piomba a capofitto nel
grottesco, oppure scende sul duro suolo della banalità seriosa, dove, per
rendergli giustizia, va detto che si trova del tutto a suo agio»[6].
Queste parole sono ancora più
sorprendenti, e mi colpiscono davvero molto, perché… le sento vere. Rivedo
tanti volti della mia storia familiare e scolastica con questa innata e
incontenibile tendenza alla pesantezza.
E poi ridere in fondo è peccato,
divertirsi ancora di più…
E per un insegnante purtroppo è un
rischio sempre presente quello di trasformarsi nel dotto gufo parlante
Anacleto, compagno del vecchio Merlino[7],
e discettare su accordi di sesta
aumentata svizzera, oppure dire stramberie del tipo che «Rameau ha una
visione della dominante che potremmo definire attanziale…»[8],
oppure «l’abduzione è un’inferenza…» (!).
[4]G. Rodari, Esercizi di fantasia, p. 31. «La scuola è meglio farla ridendo che piangendo». Così diceva Gianni Rodari, citato da Maria Cristina Renzoni. Nell’anno scolastico 1978/79 Maria Cristina era un’alunna di prima media, e il 23 marzo 1979 partecipò ad un incontro con Gianni Rodari insieme ad un gruppo di una cinquantina di ragazzi (due prime medie, una quinta elementare), con i quali lo scrittore si intrattenne per tre ore e mezzo in un centro sociale di Arezzo sconvolgendo gli schemi del loro rapporto con la scuola, liberando la loro fantasia, conducendoli per mano sui felici percorsi della Fantastica. Fu un’esperienza che lasciò il segno, a giudicare dalle impressioni raccolte fra i ragazzi, un anno più tardi, dai loro insegnanti. «Mi dava l’impressione di averlo conosciuto da sempre», scrisse Maria Paola Sbragi. E Alessandro Caposciutti: «Credevo che fosse un uomo che sapesse stare con i ragazzi, invece… era un uomo come i ragazzi».
[5]
V. Woolf, Chi ride bene ride di cuore,
tratto da Voltando pagina. Saggi
1904-1941 (a cura di Liliana Rampello), Il Saggiatore, Milano 2011. Saggio apparso sull’inserto domenicale del
Sole 24 ore di domenica 4 settembre 2011. P.29. Il corsivo è mio
[6]
V. Woolf, Chi ride bene ride di cuore, cit.
[7]
W. Disney, La spada nella roccia,
diciottesimo film d’animazione della Disney (1963). Mi accorgo di non aver
citato a caso questo film della Disney, dove Merlino, nella veste di tutore di
Semola/Artù, propone un metodo rivoluzionario di insegnamento, metodo che
consiste nel comunicare un sapere attraverso l’esperienza diretta. Semola
infatti si trasforma in uno scoiattolo, in un pesce ed in un uccello per
scoprire le leggi che governano l’universo, invece che apprenderle dai libri.
[8] Preferisco non svelare il nome e
l’autore del testo di Armonia da cui ho tratto questo gioiello. Ve ne sono
comunque molti altri... E’ vero, sono termini
complessi che appartengono alla Semiotica… ma, se in un testo di Semiotica
venissero usati dei termini tecnici musicali, chi li capirebbe?

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