venerdì 6 novembre 2026

Franz Schubert: il viandante e l’eterno fanciullo - I parte

Franz Schubert, genio incompreso

Abbiamo raccontato l’ultimo anno di Mozart, cercando di mettere a fuoco la figura di un compositore che, per quanto avesse avuto una vita professionale non scevra da continue e molteplici difficoltà ed amarezze, fu comunque ampiamente conosciuto e riconosciuto in vita, sia come esecutore che come compositore sebbene fosse riuscito, soltanto poche settimane prima di morire, ad ottenere quei riconoscimenti che aveva largamente aspettato: il successo straordinario de Il flauto magico, il cosiddetto posto fisso come Maestro di Cappella della cattedrale di S. Stefano, la stima e l’affetto di tutta la città di Vienna, a partire proprio dal tanto calunniato Antonio Salieri che a Praga, in occasione dell’incoronazione dell’Imperatore Leopoldo II a Re di Boemia, eseguì tante musiche del ‘rivale’ (!). Soprattutto la vita artistica di Mozart, per quanto quella biologica sia stata breve, fu lunga e ricca. E sebbene tutti possiamo rammaricarci del non averlo avuto negli anni del romanticismo, potendo soltanto appena intravedere cosa sarebbe stata la storia della musica se avesse potuto continuato a comporre capolavori nel corso dei primi decenni del XIX secolo, bisogna riconoscere che la sua produzione lascia un testamento artistico vastissimo e completo.

Ancora diverso il caso di Claudio Monteverdi (in un’epoca ed in un contesto storico del tutto differenti), di cui ci siamo occupati negli ultimi numeri, che godette di una vita lunga e di ricca di riconoscimenti e successi, per quanto più contrastati e sofferti nel periodo mantovano, di grande serenità e luminosità nei trent’anni che passò a Venezia. Altro esempio fu quello di Ludwig van Beethoven (di cui ci occuperemo presto), un caso esemplare di musicista che, in un momento nel  quale la figura del compositore stava cambiando radicalmente, grazie non solo al suo straordinario talento ma altresì al suo carisma ed alle sue capacità di gestire la sua carriera, fu celebrato in vita e onorato come un genio.

Con Franz Schubert (nato nel 1797, quindi di 27 anni più giovane di Beethoven e 41 di Mozart) ci troviamo invece di fronte ad un gigante assolutamente misconosciuto, frainteso e sottostimato, e non solo per tutto il corso della sua breve esistenza. La sua musica ha impiegato infatti quasi cento cinquanta anni per essere pienamente conosciuta ed apprezzata e poter essere fatta rientrare di diritto, con Mozart e Beethoven, all’interno della cosiddetta prima scuola di Vienna, nel cuore stesso del classicismo viennese, insieme al grande Haydn, il più anziano dei quattro (nato nel 1732). Egli è, in realtà, di questa scuola, il cui arco creativo si conclude in fondo con la sua morte, nel 1828, l’unico nato e vissuto nella capitale austriaca, sebbene suo padre fosse moravo e sua madre provenisse dalla Slesia. Chiarendo tuttavia che quando si parla di scuola[1] non si fa riferimento ad una relazione ‘didattica’ tra i suoi componenti, ad eccezione del breve periodo (che rese entrambi scontenti) in cui Beethoven andò a lezione da Haydn. E proprio quest’ultimo ebbe modo di conoscere sia Mozart che Beethoven, mentre Mozart conobbe solo Haydn. Schubert ebbe probabilmente modo di ‘avvicinarsi’ soltanto a Beethoven (sempre con grande timidezza e timore).

Compositore estremamente prolifico – a trent’anni aveva scritto tra le otto e le tredici sinfonie (a seconda dei diversi calcoli musicologici, dal momento che nessuna di esse fu pubblicata in vita) mentre alla stessa età Beethoven aveva da poco composto la prima – Schubert ebbe poco più di un decennio di vera e propria produzione compositiva, per quanto intensissimo ed incredibilmente ricco di capolavori. E la sua vita ebbe molte delle caratteristiche che spesso si attribuiscono a torto a Mozart, per quanto riguarda gli stenti, le difficoltà finanziarie, le incomprensioni, i cattivi rapporti con gli editori, l’invisibilità o scarsa visibilità del suo lavoro e, infine, i pregiudizi. Un pregiudizio lo condizionò particolarmente in vita: quello di essere un grande compositore di Lieder (ne parleremo tra poco), ma di non essere portato per le composizioni più ampie e complesse, vale a dire per le sinfonie i quartetti, le sonate per pianoforte, l’opera. Ed un altro pregiudizio né limitò il riconoscimento postumo fino a qualche decennio fa: l’essere considerato quasi un autodidatta, un semi dilettante che non conosceva veramente la tecnica della composizione, un compositore «naturalist, “naturale”, cioè un illetterato pressoché incosciente» (Rastelli 1999, p. XXV). Due pregiudizi, naturalmente, del tutto infondati, e ai quali dedicheremo parte di questo articolo.

 


Schubertiadi


La morte e la fanciulla

 

La lentezza con la quale Schubert ha finalmente occupato il posto nella storia che si meritava ha senza dubbio influito nell’immagine che oggi, noi cittadini del Ventunesimo secolo, abbiamo di lui. Pur, fortunatamente con qualche sorpresa. Ad esempio, sebbene non sia certamente paragonabile al successo riscosso da Mozart solo un anno fa (ne parlammo in uno degli articoli precedenti), che fu incoronato miglior artista del 2016 dalla rivista statunitense Billboard, pur tuttavia, per un compositore come Franz Schubert, comparire negli Oscar della musica, i famosi Grammy Awards, addirittura primo con un cd intitolato ad una delle sue più famose composizioni, non può essere ritenuto risultato di poco conto.

Il Grammy Award per la migliore interpretazione di musica da camera è andato infatti quest’anno alla violinista moldava Patricia Kopatchinskaja e alla Saint Paul Chamber Orchestra col cd Death and the Maiden, (La morte e la fanciulla), pubblicato dall’etichetta Alpha. Il cd contiene oltre al Quartetto di Schubert che dà il titolo all’album, anche altri autori tra i quali il grande compositore inglese del Cinquecento John Dowland, ed uno dei migliori compositori della seconda parte del XX secolo, l’ungherese Gyorgy Kurtag.

Senza dubbio la musica di Schubert continua ad essere presente nei paesaggi sonori del XXI secolo in maniera di gran lunga minore di quanto non lo sia quella dei tre grandi della musica classica: Bach, Mozart e Beethoven, e di sicuro in modo più inconsapevole, nel senso che difficilmente sarà possibile trovare qualcuno che non abbia mai sentito l’onnipresente Ave Maria, o qualcuno dei suoi numerosissimi Lieder (composizioni per voce e pianoforte), ascoltato fuggevolmente in qualche film o telefilm o pubblicità, come Standchen (Serenata) riproposto recentemente in una nuova versione televisiva del film La giovane Regina Vittoria. Ma probabilmente la maggior parte delle persone non sarebbero in grado di indicare l’autore di queste musiche. Se è vero infatti che nelle chart di molti siti e radio, come quella stilata ad esempio da The classical Cat – The free classical catalogue, un sito dal quale è possibile scaricare gratuitamente degli Mp3, Schubert compare spesso tra i primi dieci compositori (i primi tre sono invariabilmente i tre ‘giganti’ sopra menzionati…), si tratta di classifiche stilate in base alle indicazioni degli appassionati della musica classica, mentre per la maggior parte delle persone Schubert rimane un compositore in ombra, lontano dai riflettori di cui godono oltre ai tre grandi, compositori come Tchaikovskji, Chopin, Rachmaninoff e Vivaldi, ma pur sempre più noto di autori come Monteverdi o i compositori del Novecento, a parte Stravinskij.

Questo almeno in Italia. Diverso, naturalmente, il caso dell’Austria e dei paesi di lingua tedesca, nei quali Schubert è immensamente popolare, tanto da essere utilizzato anche per le pubblicità. Come quella della birra Kronenburg, in cui Schubert lascia a metà la sua celebre Sinfonia Incompiuta poiché preferisce andare a bersi una birra con gli amici…

In realtà Schubert sembrerebbe possedere proprio tutte le caratteristiche, come compositore classico, per avere grande fama e risonanza: ha composto musiche di divina bellezza; è morto giovane, ancor più giovane di Mozart, all’età di trentun’anni; la sua vita privata possiede alcune caratteristiche ‘misteriose’ e torbide, verso le quali la critica degli ultimi vent’anni ha posto sempre più attenzione e che potrebbero attirare le curiosità disinibite del mondo moderno; è morto, quasi certamente, per una malattia tristemente famosa come la sifilide e la sua vita difficile, di compositore senza una fissa dimora, senza un riconoscimento ufficiale al pari ad esempio di un Haydn o di un Beethoven, ne fa un’icona della figura del compositore romantico sfortunato e geniale, la cui musica celestiale si erge al di sopra della propria vita, delle sue ristrettezze e miserie.

Abbiamo già fatto cenno a due tra le tante ragioni di questa ‘visibilità minore e difettiva’. Sta di fatto che ci sono voluti più di cento anni perché la figura di Schubert cominciasse a chiarirsi nei suoi lineamenti essenziali, a partire dalla monografia del grande direttore d’orchestra e musicologo viennese Bernhard Paumgartner (1943), e ricevesse finalmente «quella luce di cui era priva» (Buscaroli 1981, p. 7). Schubert ebbe infatti «la sorte di passare l’intera sua vita creativa nel cono d’ombra di Beethoven, sì da finire con l’essere giudicato, ingiustamente, col metro e i criteri che si adoperano per l’opera di lui. Mentre il tempo che gli resta da vivere dopo la morte di Beethoven, poco più di un anno, non è sufficiente a consolidare una sua autonoma immagine di creatore […] Nella storia della musica Schubert ci fa la parte dell’orfanello» (Buscaroli, pp. 12-13).

Oggi possediamo finalmente un’immagine ben più completa di questo compositore. Prima di tutto,  il catalogo delle sue opere «è stato abbondantemente ricostruito e la vastità della sua opera […] si è rivelata una delle più straordinarie conquiste della vita musicale del nostro tempo» (Restagno 1999, p. XI). La difficoltà nel ricostruire l’elenco completo delle sue composizioni è dovuta fondamentalmente al fatto che la stragrande maggioranza di esse era inedita al momento della morte – ed un editore significa una edizione a stampa riveduta e curata e soprattutto un catalogo – e al grande disordine di Schubert stesso, o meglio, la grande disinvoltura con la quale regalava agli amici i manoscritti unici, molto spesso subito dopo averli terminati.

«Anselm Hüttenbrenner Schubert lo conosceva bene: aveva solo tre anni più di lui ed era anch’egli un compositore. Si erano conosciuti studiando con Salieri e restarono in contatto per tanti anni. Da quest’uomo ordinato e puntiglioso veniamo a sapere con che scarsa cura Schubert trattava le sue composizioni. Se quando era intento a comporre qualche amico veniva a fargli visita, lo tratteneva finché non aveva finito: gli faceva ascoltare il brano appena composto e se l’amico gli diceva che gli piaceva glielo dava senza tanti complimenti. Così gli spartiti prendevano il volo e solo raramente tornavano. Il meticoloso Hüttenbrenner raccoglieva le opere dell’amico con zelo e le custodiva in un cassetto. Arrivò così a raccogliere e classificare più di cento Lieder. Quando Schubert vide quei fogli di musica così ben ordinati ne fu entusiasta e da allora in poi prese l’abitudine di affidargli le sue composizioni. Non possiamo non essere grati a Hüttenbrenner per questo diligente lavoro di raccolta ma come si fa a perdonargli di aver continuato a custodire in quello stesso cassetto per quasi quarant’anni dopo la morte dell’autore il manoscritto dell’Incompiuta? A Schumann nel 1839 bastò uno sguardo al manoscritto della grande sinfonia in do maggiore per rendersi conto che si trovava di fronte a un travolgente capolavoro mentre Hüttenbrenner nel 1865 la teneva ancora ben chiusa nel suo cassetto finché non venne un direttore d’orchestra a strappargliela quasi a forza […] Nulla di strano dunque se la sconfinata produzione di Schubert è andata dispersa in mille rivoli di prodiga disattenzione ai quali si sarebbe dovuto rimediare con anni e anni di paziente lavoro di ricerca» (Restagno 1999, pp. IX-XI). Vengono i brividi ad immaginare quanto si sia stati vicini a disperdere e smarrire per sempre un tale patrimonio di bellezza…

Lied e Lieder

Torniamo ora a La morte e la fanciulla. Sfruttiamo questa composizione per entrare nel mondo di Schubert, ascoltando prima di tutto il Lied, vale a dire la composizione per voce e pianoforte, dal quale la versione quartettistica è tratta e che Schubert compose a vent’anni. Ascoltatene la bella versione cantata da Jessie Norman o dalla grandissima Christa Ludwig.

Lied (plurale Lieder) è una parola che in fondo potremmo tradurre in italiano con ‘canzone’, così come il termine inglese song, che viene utilizzato per indicare tanto le bellissime e raffinate composizioni vocali di John Dowland (XVI secolo), quanto i Lieder di Mozart e Schubert e quanto le canzoni dei Queen e dei Beatles. In Italiano tuttavia il termine canzone ha acquisito nel tempo una connotazione sempre più specifica e legata irrimediabilmente a certi repertori e a certi periodi, inseparabile perciò dai giudizi positivi o negativi che tali repertori portano con sé. Intendo dire che per noi sarebbe molto difficile separare il termine canzone dal Festival di San Remo e dalla musica ‘leggera’ italiana dei nostri giorni, ed è quindi più corretto utilizzare il termine di Romanza quando si parla di composizioni vocali da camera italiane, come quelle di Donizetti o di Verdi, o semplicemente di ‘composizioni vocali’ e basta in altri casi. Al contrario il termine song è molto più neutro e si adatta trasversalmente ad epoche e stili diversissimi, ed è appropriato in tutti quei casi in cui un testo poetico viene messo in musica da una voce sola con accompagnamento. In un certo senso lo stesso potremmo dire per il termine tedesco Lied.

Schubert dedicò tutta la sua vita a questo genere musicale, componendo quasi un migliaio di Lieder, dai primi abbozzi che ci sono rimasti di quando era appena tredicenne, fino all’ultima raccolta, Schwanengesang, i cui ultimi Lieder risalgono all’ottobre del 1828, poco precedenti alla morte del compositore.  «Non si deve guardare ai Lieder di Schubert come al punto culminante di un lungo processo evolutivo: il genere poteva già vantare, prima della venuta del compositore viennese, una storia di primaria importanza, non priva di esempi pregevoli. […] La preminenza di Schubert nel campo del Lied è dovuta esclusivamente al suo genio. Egli possedeva il talento di comporre autentiche e purissime melodie e di tradurre sul pianoforte immagini poetiche con tale abbondanza come non era mai avvenuto prima di allora. Era questa una dote naturale che però il musicista seppe coltivare e perfezionare nel corso di tutta la vita» (Brown 1988, p. 66).

Per quanto riguarda l’ascolto del quartetto che porta lo stesso nome, difficile trovare una versione migliore di quella del Quartetto italiano, una delle formazioni quartettistiche migliori di tutti i tempi. La morte e la fanciulla è il quattordicesimo dei quindici quartetti per archi di Schubert, ma l’elenco delle composizioni da camera è veramente vastissimo. La versione per quartetto d’archi, una composizione lunga e complessa, prende il nome del Lied a causa del secondo movimento, l’Andante con moto (al minuto 13,48 della versione consigliata), che utilizza l’affascinante melodia del Lied, espandendola con una serie di variazioni. Per completare questa prima serie di ascolti consiglierei a questo punto due raccolte di Lieder, Die Schöne Müllerin (La bella mugnaia) e Der Winterreise (Il viaggio d’inverno), il Quintetto per archi in do maggiore op. postuma D. 956 (che contiene un tema semplicemente meraviglioso) e l’ascolto di almeno il primo dei due tempi della Sinfonia Incompiuta, un ottimo esempio di uno Schubert sinfonico che gestisce magistralmente la grande forma, senza perdere il suo splendido dono melodico e il suo stile inconfondibile (consiglio la versione di Carlos Kleiber).


 



[1] Ben diverso il caso di quella che viene chiamata ‘seconda scuola di Vienna’, appartenente alla prima parte del Novecento e nella quale si ha effettivamente un maestro, Arnold Schoenberg, e due allievi, Alban Berg e Anton Webern.

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