Gustav Mahler by Mal Bray
La prima sinfonia: un romanzo simbolico
Il primo movimento della Prima Sinfonia è interamente basato
sulla melodia del secondo dei Lieder
fahrenden Gesellen (1884-1885), «Ging heut’ übers Felds». La Sinfonia inizia nel mormorare, nella
nebbia e nell’attesa, similmente a quanto fa Beethoven nella Nona, un’attesa percorsa da fremiti di
inquietudine di clarinetti, trombe e corni, mentre il tema del Lied arriva
soltanto intorno ai tre minuti e quaranta. Il secondo movimento si apre subito
invece col tema del Lied «Hans und Grethe», tratto dai Lieder und Gesänge aus der Jugendzeit (1880-1883), un vero e
proprio Ländler, cioè una danza popolare austriaca simile per certi versi al
valzer. Entrambe le raccolte, per voce e
pianoforte, fanno parte delle composizioni cosiddette “giovanili” di Mahler. Se
consideriamo poi che il terzo movimento è basato sulla popolarissima melodia di
Fra’ Martino (attribuita solo
recentemente da un musicologo francese a Philippe Rameau), ben tre dei quattro
movimenti sono costruiti a partire dal tema di una composizione vocale preesistente,
dotata naturalmente di un testo poetico, al quale la musica si ispirava.
Mahler decide dunque di costruire il
suo primo edificio sinfonico avvalendosi di materiali preesistenti. In fondo
una volta affermò che «l’artista acquisisce nella sua giovinezza la totalità
dei “materiali da costruzione” a partire dai quali sarà edificata la sua opera
futura» (La Grange 2011, p. 377).
Utilizzare un tema popolare era una
cosa abbastanza comune, anche se l’uso che ne fa Mahler è davvero del tutto
particolare. E anche l’autocitazione non è poi così strana ed inusuale. Schubert,
Schumann e Brahms citano a volte la propria produzione liederistica, ma mai
nelle loro sinfonie. Inserire due propri Lieder in una sinfonia invece è una
cosa del tutto diversa e inedita. Quirino Principe scrive che la Prima Sinfonia di Mahler è una grande
«ricapitolazione» e aggiunge:
è
già un conclusivo sistema di autocitazioni. È la citazione di un mondo, ed è
già la sorta di un’autobiografia culturale; perciò è anche una storia
personale, un Bildungsroman [romanzo
di formazione] scritto in prima persona, e ripercorre una serie di idee
musicali piuttosto che segnare un itinerario ancora da progettare, […] la sinfonia
mahleriana è un romanzo simbolico e morale il cui eroe è la musica (Principe
1983, pp. 411/412).
E così il direttore e compositore
Pierre Boulez, uno dei grandi protagonisti dell’avanguardia del secondo dopo
guerra: «La forma musicale in Mahler, fin dall’inizio, prende dall’epopea e dal
romanzo. Egli ci “racconta in musica”. Ciò è evidente quando il testo
letterario fa da substrato all’universo sonoro; ma non lo è meno quando la
musica rinuncia al supporto poetico verbale». Inoltre «evoca talvolta un teatro
immaginario, con veri effetti scenici,
trasposti nella sala da concerto (Petazzi 1998, p. 6), come si vedrà bene nella
«Marcia funebre».
«Marcia funebre nello
stile di Callot» e Finale
Il terzo movimento si apre con la
celebre melodia di Fra’ Martino (il canone Frére Jacques) e si ispira, a
detta delle note programmatiche, ad una delle stampe del grande illustratore
francese Callot, molto noto nei paesi di lingua tedesca soprattutto per una
serie di illustrazioni sulla guerra dei Trent’anni. In realtà l’incisione a cui
fa riferimento Mahler appartiene al pittore Moritz von Schwind (1850)
intitolata appunto “Il funerale del cacciatore”. Ecco la descrizione che ne fa
il compositore stesso:
Gli
animali del bosco accompagnano alla tomba la bara del cacciatore: le lepri
portano lo stendardo. Davanti c’è un gruppo di musicanti boemi con i quali
suonano gatti, rospi, cornacchie ecc. Cervi, caprioli, volpi e altri animali
del bosco, alati o a quattro zampe, seguono il corteo con atteggiamenti
farseschi.” Facile immaginare infatti con quale… profondo cordoglio quei
simpatici animali seguissero il funerale del loro più acerrimo nemico!
Questa però è meramente la descrizione dell’immagine
al quale Mahler si ispira. Ben più complessa la trama musicale. E qui entra in
gioco la modernità e la novità sconvolgente del compositore. Vale a dire l’idea
di sovrapporre tre dimensioni narrative diverse, tre cifre stilistiche e tre
colori espressivi discordanti. Da una parte c’è un uomo, un “eroe”, il
protagonista immaginario di molte delle sinfonie di Mahler, che assiste ad un
funerale, e la descrizione sonora di ciò che prova: «Lo afferrano tutta la
miseria e lo strazio del mondo con i suoi stridenti contrasti e la sua feroce
ironia». Dall’altra una pessima orchestrina, come quelle che accompagnano
abitualmente i funerali. Tra questi due protagonisti si inserisce l’arrivo di
un terzo personaggio, un’orchestra di musicanti boemi, che irrompe portando
«tutta la brutalità, la gaiezza e la banalità del mondo». Il contrasto, il
contrappunto stridente tra stili e contenuti emotivi, sullo sfondo del lamento
doloroso dell’eroe, producono un risultato di una novità sconcertante, novità difficilmente
afferrabile per noi uomini del terzo Millennio, abituati a cento anni di
cinema, e alle più eterogenee mescolanze di situazioni e stili, ma senza dubbio
shoccante per il pubblico d’allora. Il
procedimento secondo il quale si introduce bruscamente un nuovo elemento
musicale facendolo sovrapporre a quello precedente è tipico di Mahler e viene
definito durchbruch, irruzione. Inoltre,
forse questo è il momento più esplicito di citazione di una delle orchestrine
boeme che Mahler ascoltava per la strada da bambino. In partitura questo
momento di incontro viene indicato con Mit Parodie, e a quel punto compaiono
anche piatti e grancassa. Ascoltate con attenzione lo strano mescolarsi dei colori e dei motivi,
cercate di comprenderne la lontananza dalla cosiddetta “purezza” non solo di
Brahms ma anche di uno Strauss. Qui comincia davvero il Novecento e non tanto o
non solo dalle complessità armoniche del Tristano
di Wagner. Un compositore americano farà della categoria dell’irruzione la sua cifra stilistica del
tutto speciale, Charles Ives. È indubbio che egli condividesse intimamente e
quasi geneticamente potremmo dire, questa “categoria” con Mahler. Uno dei suoi
capolavori, come Central Park in the Dark,
ne è imbevuto ed è del 1906. Tuttavia qualche anno dopo Mahler sarà a New York
come direttore e senza dubbio Ives lo ascolterà anche nella veste di
compositore e forse ne trarrà ulteriore ispirazione.
Nel Finale emergono i primi veri e
propri temi sinfonici mahleriani: il
primo tema del movimento, tempestoso ed energico, e il secondo di un lirismo
che sembra quasi presagire con qualche anno d’anticipo l’espressività della Patetica di Cajkovskij (1893), temi che
poi si mescolano a reminiscenze del tema del primo movimento. È proprio nella
conduzione del discorso musicale, nella sua narrazione non lineare e inconsueta,
che Mahler esprime la sua voce più originale e innovativa. Anche se non è
ancora il caso di quanto sarebbe stato detto della Terza Sinfonia:
Per
un vasto tratto di 43 battute, la dinamica rallenta e si attenua, proprio
mentre il suo sviluppo sembrava crescere all’infinito su se stesso, e l’energia
quasi si spegne. Bekker ha definito “crisi” la condizione in cui procedono,
nelle sinfonie mahleriane, zone come questa: una condizione di crollo, di
inaridimento, in cui la musica si arena come in un deserto di sabbia (Principe
1983, p. 415).
Considerazioni generali sulle
sinfonie di Mahler
È in questo modo di organizzare il
pensiero, di gestire la narrazione sonora che sta probabilmente, oltre la
genialità, la ragione dello smarrimento degli ascoltatori. Se Mahler si fosse
limitato a citare il famoso tema di Fra’
Martino, pur portandolo in tonalità minore, e lo avesse semplicemente orchestrato
ed armonizzato, inserendolo armoniosamente all’interno della sua sinfonia, la
cosa non avrebbe suscitato alcuna particolare reazione. Già da come si presenta
però, appare con tutta la sua graffiante ironia, da quel canto del contrabbasso
solo, così nasale quando non è in compagnia di tutta la sezione orchestrale dei
contrabbassi, e un po’ goffo. Chiarissime le parole di Mahler a proposito:
Il
tutto è purtroppo ancora
una volta ammorbato dal così malfamato spirito del mio umorismo e si trovano
spesso anche occasioni di abbandono alla mia inclinazione a far un confuso
baccano. A volte suonano anche i musicanti, senza badare affatto l’uno
all’altro e si mostra nuda tutta la mia natura confusa e brutale. Si sa a
sufficienza che con me non si può fare a meno di trivialità (Petazzi 1998, p. 57).
Mahler sta parlando in realtà della
sua Terza Sinfonia, ma le sue parole
sembrano calzanti anche in questo caso. Per comprendere meglio la novità della
musica di Mahler e le difficoltà che poté avere il pubblico di allora nel
confrontarvisi, proviamo ad ascoltare il Don
Juan di Richard Strauss, che come abbiamo detto, fu eseguito per la prima
volta pochi giorni prima della Sinfonia
in re maggiore ricevendo un «uragano di applausi» secondo le parole dello
stesso compositore.
La composizione, che dura poco meno
di una ventina di minuti, descrive musicalmente l’arco narrativo del testo al
quale si ispira e di cui tre estratti vengono inseriti in partitura, La fine di Don Giovanni, dello scrittore
austriaco Nikolaus Lenau, che riguardano i tre momenti centrali del lavoro:
desiderio, possesso e disperazione. Il tema d’apertura è come una potente
fiammata, l’esplosione di una carica vitale irrefrenabile, ma anche se si
alterneranno una serie di temi differenti, alcuni dei quali lenti e malinconici,
lo stile generale è compatto e coerente, sempre nobile e statuario, la
narrazione lineare e perfettamente seguibile. Tutto il poema esprime fierezza,
energia e anche l’eroismo. Le note sembrano quasi sfilare in divisa a passo di
marcia.
Con la musica di Mahler penetriamo in
un mondo completamente diverso, echi di caserme, marce, fanfare ed eserciti
sono onnipresenti, ma non più ritratti il giorno della parata, bensì sul campo
di battaglia, nei momenti di maggiore sconforto e paura, negli ospedali da
campo o tra i mucchi di cadaveri, come ben dimostrano, ad esempio, la Quinta e la Sesta Sinfonia. Il mondo di Mahler è ormai del tutto novecentesco
da questo punto di vista, dalle atmosfere molteplici e complesse, ora
rarefatte, ora densissime, dove gli oggetti più banali e per noi consueti, sono
posizionati e montati in forme a noi sconosciute. Modernissimo nel suo modo di
condurre il discorso, nel suo montaggio delle idee, montaggio quasi
cinematografico diremmo, con passaggi improvvisi da un luogo all’altro, sovrapposizioni
e continui flash back.
Come ha sottolineato il critico e
direttore d’orchestra Erwin Stein, i temi della Prima Sinfonia sono come un mazzo di carte continuamente
rimescolato. Questo modo di procedere, così moderno, confondeva un ascoltatore
abituato a narrazioni più regolari. Per noi oggi, invece, dopo cento anni di
cinema e di arte moderna, una narrazione così irregolare, che a volte diviene
labirintica, è l’abitudine. Se la forma, cioè l’ordine in cui sono presentate
tutte le idee musicali, in Mozart ricorda l’ordine geometrico di un giardino
italiano, se nel Beethoven dell’ultimo periodo e in particolare del primo
movimento della Nona, sembra di
trovarsi invece in una fitta foresta del nord della Germania, in Mahler si è
proiettati nella pittura moderna, pur sempre raffigurativa ma al tempo stesso
testimone di una nuova visione della realtà, di un Escher o di un Magritte, ad
esempio.
Un altro elemento di novità senza
dubbio shoccante per l’epoca è poi la mescolanza degli stili, l’alternanza tra
melodie classiche, nobili ed auliche a temi apparentemente banali o già
sentiti, a volte quasi grossolani, più spesso squisitamente popolari. Mahler
sembra provare una grande attrazione per «l’ibrido e il misto, il molteplice e
l’eterogeneo» (Principe 1983, p. 454).
In conclusione, laddove Strauss parla
musicalmente una lingua pura, schiettamente inserita nella tradizione germanica,
Mahler è un austriaco cresciuto alle periferie dell’Impero in una famiglia
ebraica, la sua musica esprime già contenuti di multiculturalismo e di
“meticciato” e non è un caso che uno dei suoi critici più feroci fece
riferimento proprio, come abbiamo già scritto nel primo articolo, al fatto che
la sua incomprensione della musica di Mahler riguardava «una profonda
differenza razziale».
Se è vero che il senso di unità e di
organicità è stato alla base della musica tedesca per almeno due secoli e
celebrato in maniera particolare da Beethoven, con Mahler questo principio
arriva ad un punto d’arresto, anzi possiamo dire che intona il De profundis.
Mahler rappresenta il culmine di una
concezione della musica e soprattutto della sinfonia come momento
trascendentale, come finestra aperta su di una dimensione diversa, «la soglia
che conduce in un altro mondo, il mondo in cui le cose non si scompongono più
nel tempo e nello spazio», per usare le parole stesse del compositore, e l’uomo
può guardare se stesso ed entrare in contatto col divino. Questa concezione,
presente in tutta la musica tedesca, dapprima legata alla devozione religiosa,
poi via via sempre più laica, si incarna perfettamente nella Nona di Beethoven, e in Mahler raggiunge
forse il punto più estremo. «La sinfonia come «massimo fra i generi musicali,
come superiore sintesi cui non basta la pura dimensione strumentale, come
espressione di un anelito di cosmica totalità» (Petazzi 1988, p. 176), o come
scrive ancor meglio Mahler stesso: «l’universo che comincia a produr musica e a
risuonare. Non sono più voci umane ma pianeti e soli che ruotano».
In questo egli completa e chiude
l’Ottocento, ma al tempo stesso è un autore profondamente moderno e dà l’avvio
al Novecento, soprattutto nel momento in cui si avventura nelle profondità
dell’animo umano più recondite, facendosi cronista di regioni ancora
sconosciute, sapendo essere a volte celestiale come Schubert, e altre precorritore
dell’inquietudine dell’espressionismo della seconda scuola di Vienna che a lui
si ispirerà di lì a poco, tanto che egli stesso si domanderà: «che razza mondo
è mai questo, che come immagine riflessa fa saltar fuori suoni e forme del
genere?».
Bibliografia
H-L.
La Grange, Gustav Mahler – La vita, le
opere, EDT, Torino 2007.
P.
Petazzi, Le sinfonie di Mahler,
Marsilio, Venezia 1998.
Q.
Principe, Mahler, Rusconi, Milano, 1983.
N.B.
È a disposizione una pagina Facebook per i commenti e le domande: Rubrica
Rivista Prometeo De Musica, con l’elenco completo degli articoli a partire dal
dicembre 2015.

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