La scomparsa di Guccini mi ha emozionato molto.
Ha portato
a galla una parte importante della mia vita, gli anni della mia adolescenza
dove Guccini ha svolto un ruolo fondamentale.
Appena
uscito l’album Via Paolo Fabbri ero anche andato a Bologna, davanti al
portone di casa sua.
Rimasi lì
come un allocco, capace solo di scattare qualche foto. Un mio amico disse che
addirittura aveva suonato ed era stato accolto per fare due chiacchiere. Chissà
se era vero.
Tanto per
spiegare cosa Guccini era per me (e pure De André, con lui nella foto).
Così, senza neanche accorgermene, mi sono messo a scrivere una canzone in stile di Guccini.
Non tanto
musicalmente parlando, anche se ho usato uno stile folk italiano di matrice
statunitense che non usavo da trent’anni, ma come testo. Un testo lungo,
complesso, come non ne avevo mai scritti.
In un
certo senso, una mia Avvelenata, dedicata a Darmstadt e a Boulez. Sono riuscito
a mettere insieme pensieri che mi porto dietro da una vita e spero di
pubblicarla il prima possibile.
L’oggetto
di questo post è però un altro. Credo sia proprio vero che non si capisce
realmente la difficoltà di un’attività umana fino a quando non la si fa, fino a
quando non ne si affrontano tutte le sfide che comporta dall’interno.
E io, in
questo modo, ho davvero, per la prima volta, capito Guccini e l’incredibile particolarità
del suo genio.
Parlare di
cose complesse con leggerezza e metterle in musica come ha fatto lui, è di una
complessità incredibile. Difficile da spiegare. Il rischio continuo è quello di
affondare in una palude di macchinosità, di noia, di pesantezza. Riascoltando
alcune canzoni di Guccini adesso, dopo cinque giorni passati a sudare sul mio
testo, mi si sono rivelate in tutta la loro grandezza, delle opere di abilità straordinaria,
degne davvero di un grande, con un italiano strepitoso. Ricordo quando mio padre ascoltò la sua canzone Bologna e disse: "Ma sa davvero scrivere questo Guccini!".
Se fossi
riuscito a strappare anche solo un decimo della sua capacità di narrare, potrei
già dirmi soddisfatto. Certo parlare di avanguardia e citare Pierre non è stato
facile, ma poi, se vorrete, giudicherete voi.
Racconti familiari dicono poi che mia cugina Isabella fosse stata follemente innamorata di lui, negli anni in cui studiava al Dams e che ci avesse avuto una storia. Sulla prima notizia non ho dubbi, tanto più che sposò un suo sosia. Sulla seconda non so...


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