martedì 16 agosto 2022

Dei pregiudizi e del razzismo nell’arte


Qualcosa che mi ha ferito molto a proposito dell’
Amor fuggente

 

Vorrei tornare ancora una volta su di un tema a me molto caro, quello del razzismo nel mondo dell’arte e in modo particolare della musica e dei pregiudizi che ancora persistono in questo mondo.

Vorrei farlo prendendo spunto da un commento che ho ricevuto a proposito del mio progetto di canzoni-madrigale L’amor fuggente e che mi ha ferito molto.

“Non sono competente per dire alcunché sulle tue canzoni, ma mi fa molto piacere vedere che sei felice”.

Non voglio commentare la prima affermazione, comunque molto discutibile. Ma voglio soffermarmi sulla seconda: ma mi fa molto piacere vedere che sei felice. Questa è la cosa che mi ha veramente ferito.

Perché ?

Perché, se avessi composto dei brani di musica ‘seria’ basati sulle poesie di Pablo Neruda, che sono poesie gioiose e solari, sono sicuro che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di accostare la mia vita privata al mio lavoro compositivo. Perché l’Arte con la A maiuscola può anche partire dalla realtà, dalle nostre cose quotidiane, ma poi opera un filtro, rielabora e sviluppa, mette una distanza tra il punto d’origine e quello d’arrivo e va oltre. Questo lungo processo rende impossibile fare un’equazione elementare tra ciò che si prova e la musica che si produce. Tanto è vero che le cose più sublimi e gioiose che Schubert ha composto appartenevano al suo periodo di massima disperazione e malattia, e questo vale in parte anche per Mozart e per tanti altri compositori.

Dov’è allora che avviene questa equazione? Evidentemente nella cosiddetta canzonetta, una forma d’arte inferiore, se d’arte si può definire: sei felice, scrivi una bella canzone d’amore, sei triste, scrivi una canzone triste.

Trovo che questo giudizio sia profondamente un pre-giudizio, e non tiene conto del fatto che il mio progetto compositivo sia un progetto complesso, che nell’album L’amor fuggente è presente una tavolozza molto ampia di testi, nessuno dei quali, e ci tengo a sottolinearlo, appartiene direttamente alla mia vita tranne una: Raingardens, composta per la maternità di mia moglie e il concepimento di mia figlia, canzone composta allora nel 1997, ma completata e registrata ben venticinque anni dopo. Vale a dire che la composizione definitiva ha preso la sua forma molto tempo dopo, e quindi tra l’evento e l’atto compositivo è presente un lungo processo di rielaborazione e riflessione.

 Certo tutto deriva dal mio vissuto, vissuto che tuttavia può nascere anche dall’osservazione degli altri, del mondo che mi circonda. In questo agisco da scrittore, e quando ho scritto Quello di cui non vogliamo parlare nessuno ha commentato dicendo: quanto sei triste!

Nell’Amor fuggente ci sono tantissime situazioni diverse, costituiscono un progetto compositivo poetico e musicale che arriva a quasi un’ora di musica, la durata di una sinfonia.

Commentare un progetto simile con le parole mi fa molto piacere vedere che sei felice è un disconoscere la serietà e nobiltà di questo progetto e relegarle a sfogo di seconda classe. La canzone quindi non è un degno manufatto artistico, ma una produzione minore e naïf.

Vorrei sottolineare che l’album comprende 12 canzoni-madrigale, sette delle quali sono già uscite su Spotify e You Tube. Le altre dovrebbero uscire in autunno.

Tanto per fare un esempio, ho scritto le prime battute di M'innamoro di te nel 2006, appena separatomi e nei primi mesi della mia nuova casa, lontano dalla mia famiglia. Sicuramente non un periodo felice, e nel quale non ero proprio innamorato di nessuno. Oggi è la composizione forse più lunga e complessa dell’album, con due episodi strumentali, una forma per niente usuale e una tavolozza di colori che dipinge le tante sfaccettature dell’innamorarsi: gioia e paura, euforia e smarrimento, forza e fragilità. L’amor fuggente è un brano filosofico e non leggerissimo, per quanto sia un inno all’amore, non lo definirei proprio una canzone d’amore felice. Raingardens, come ho scritto, è dedicato alla maternità e alla vita, ha dei colori complessi e il testo non è esattamente leggerissimo: “I giardini della pioggia crescono su oceani di dolore dove venti d’acqua intessono onde di vita…” Infine I colori del cuore, una composizione molto scura, decisamente dark: “verde cobalto è malinconia, blu oltremare tristezza profonda, black i black,  black is black”. E mi fermo qui.

Sono tutte operazioni colte, come d’altronde lo sono le canzoni migliori: si parte da un elemento reale e si trasforma in arte, in qualcosa di universale e valido per tutti gli uomini.

In una canzone un testo è anche un pre-testo per raccontare una storia musicale, e qui ogni pezzo racconta storie musicali diverse in cui ci sono idee formali, armoniche, melodiche, timbriche differenti. Il tutto dà forma ad uno dei lavori più colti, complessi, coerenti e riusciti che abbia mai composto.




 

 


lunedì 18 luglio 2022

Comporre nella terza decade del XXI secolo

 Perché le Canzoni-Madrigale e il pop?

 

Chiunque mi conosca sa, o almeno dovrebbe sapere, che le mie azioni e le mie scelte nascono sempre da lunghe riflessioni, da quell’attitudine a scavare fino ai principi primi che danno vita alle idee, alla loro stessa sorgente. Attitudine ben presente ma non prioritaria, e che per un paio di anni mi ha spinto a studiare filosofia, avendo scambiato allora un pacchetto azionario di minoranza (la filosofia appunto) con quello di maggioranza assoluta (il creare, lo scrivere, il comporre).

Utilizzare lo stile pop oggi non è quindi una scelta superficiale, di stanchezza e rimbambimento senile o di piacioneria, per dirla alla romana. Ma il proseguimento di idee molto precise che perseguo da anni, come ha ben riportato Renzo Cresti nel suo libro:


Da Musica presente: tendenze e compositori di oggi, 2019.

Sottolineo che queste sono cose che ho scritto nel 2010...

Diversi articoli pubblicati su questo blog, come “Addio al Novecento” hanno ben spiegato le ragioni del mio allontanamento dalla pandissonanza e dai linguaggi dell’avanguardia del secondo dopo guerra. Un allontanamento, sia ben inteso, non un rifiuto. Proprio perché sono figlio del Novecento credo anche che la musica non possa restare inchiodata al linguaggio di una generazione che ha compiuto la sua rivoluzione più di settant’anni fa. Questa paralisi la ritengo assurda e inspiegabile. Il nuovo Millennio ci chiama verso altre direzioni.

Ora vorrei citare un breve estratto dalle note di sala che ho scritto quest’anno per MITO, per il concerto di un ensemble di sassofoni. Tre dei cinque brani del Signum Saxophone Quartet costituiscono un piccolo compendio di storia della musica americana, e penso che farvi riferimento possa essere molto utile per comprendere le mie scelte. I brani in questione sono il Quartetto americano di Antonin Dvořák, la Rhapsody in blue, di George Gershwin e le Danze sinfoniche di West Side Story di Leonard Bernstein.

Dvořák fu invitato negli Stati Uniti da Jeannette Thurber, ricca mecenate e fondatrice del Conservatorio di New York, La Thurber aveva delle idee ben chiare in mente: desiderava dare una forte spinta alla creazione di una musica genuinamente e intimamente americana. La scelta su Dvořák cadde non solo per i tanti riconoscimenti che egli aveva ottenuto in ambito internazionale, ma soprattutto perché il compositore boemo era stato da sempre molto interessato alla musica popolare del proprio paese.

Dvořák rimase molto colpito di quanto la musica americana suonasse europea ed accademica e si chiese come fosse possibile che i compositori americani non prestassero attenzione alcuna alla musica popolare del loro paese, che comprendeva, oltre alla musica dei bianchi – cattolici irlandesi e ebrei – anche quella degli afroamericani, come i canti delle piantagioni e quella dei nativi americani.

Studiò seriamente queste musiche, facendosi condurre da alcuni studenti per ascoltarle direttamente in loco e ne utilizzò spunti, citazioni, ritmi e atmosfere nella sua Nona sinfonia e nel Quartetto.

L’aver mostrato agli americani, musicalmente ancora soggiogati alle estetiche europee, cosa fosse possibile realizzare con la ricchezza musicale della quale disponevano, non sarebbe stato senza conseguenze per gli sviluppi della musica del Nuovo Continente.

Infatti una nuova strada era stata tracciata, e dopo poco più di trent’anni dal viaggio di Dvořák in America, i tempi sarebbero stati ormai maturi per la nascita del primo vero capolavoro che avrebbe in breve tempo conquistato il mondo intero come genuinamente e intimamente americano: Rhapsody in blue.

Era stato Paul Whiteman a commissionare la composizione a Gershwin. Whiteman, direttore di una delle più famose orchestre da ballo degli anni Venti e chiamato il re del jazz,  aveva un’idea fissa che lo perseguitava da molti anni: portare fuori il jazz dalle sale da ballo, dai cabaret e dai locali notturni, e introdurlo nelle sale da concerto.

Entrambi i casi – Dvořák e Gershwin/Whiteman – ci dimostrano come la soluzione per uscire da un impasse, da una stagnazione artistica, da il riprodurre accademico e ormai vuoto vecchi stilemi, era a portata di mano di chiunque: si trattava solo di avere gli occhiali giusti per vederla.

Di prendere in gran parte spunti dalla musica popolare, come i compositori di tutte le epoche hanno sempre fatto (tranne quelli della generazione del dopo guerra…), e di inserirli in un contesto colto. Di comporre cioè questi spunti in forme e strutture  complesse. Di portare, come voleva Whiteman, la musica jazz dalle bettole e dai locali notturni, nelle sale da concerto.

Nel mio caso, e non sono certo il primo, di portare il pop, dagli stadi, dalla televisione, dalle radio, alle sale da concerto, di portarlo alle orchestre e agli ensemble da camera. Non certo per nobilitarlo, perché non ne ha bisogno, ma per dargli nuova forma e far crescere al tempo stesso la musica colta alla luce e al nutrimento della semplicità e immediatezza della musica popolare. Un bagno di umiltà, per ritrovare se stessi.

Le Canzoni-Madrigale non sono più canzoni pop, con le loro durate, con la loro struttura, con la loro complessità. Ma cercano, attraverso uno stile semplice di rinnovare la musica colta attraverso quei meccanismi che ne hanno caratterizzato tutta la storia, incontrando all’inizio quegli stessi dubbi e perplessità, che tra pochi anni non faranno altro che farci sorridere.












 

 

 

martedì 28 giugno 2022

Canzone-madrigale

Premessa: universalità e atemporalità della song



Mettere insieme parole e musica credo sia uno dei momenti più alti della creatività umana, sicuramente il più antico, che attraversa la nostra storia dagli albori delle espressioni artistiche, come un filo rosso costante e, per molti versi, quasi indifferente ai tanti cambiamenti storici, sociologici e culturali. Da sempre l’uomo ha usato la breve forma vocale per parlare delle cose più diverse, tanto d’amore che di politica, tanto per raccontare la più struggente malinconia o per esprimere il più pungente sarcasmo, tanto per fare poesia e arte che per giocare e divertirsi ( e le due cose vanno spesso insieme).

Lo sanno bene gli Inglesi che chiamano song tanto le liriche di Saffo e Alceo (che, naturalmente, erano cantate), quanto le liriche dei trovatori e trovieri. Canzone è la forma poetica di Dante e Petrarca, anch’essa cantata, e song sono quelle di Dowland, Mozart e Schubert, così come quelle di Lennon-McCartney, Elton John, Queen e Radiohead…

Quale sia la qualità di queste song, sta a ciascuno autore determinarlo, ma un genere così nobile e universale non può certo essere sminuito da cattivi esempi, o modesti repertori così come l’esistenza di brutte e mediocri sinfonie non può di certo nulla togliere alla grandezza delle sinfonie di Beethoven e della sinfonia in generale.

Canzone-madrigale

Cos’è una canzone-madrigale? 

E’ nel corso del 2021 che ho preso piena consapevolezza di due cose che mi avevano accompagnato per tutta la vita e alle quali non avevo mai prestato la necessaria attenzione. Da sempre ho avuto al tendenza a combinare parole e musica e a scrivere quelle che potremmo chiamare, impropriamente, canzoni.

Secondo, da sempre queste canzoni avevano una tendenza ad essere polifoniche.

Già in Raingardens, del 1997, e poi con Xè destin, del 2009 e Ghe rivarem a baita del 2014, queste ultime entrambe scritte per Calicanto, mi sono trovato a fare i conti con una tendenza spontanea a creare canzoni a più voci.

Solo nell’estate del 2021, tuttavia, ho preso piena consapevolezza di questa tendenza, nel momento in cui ho composto le code polifoniche di Scirocco (a 4 voci) e di Io vorrei (a 6 voci!). E solo dopo un anno di lavoro su questi pezzi, col completamento del progetto discografico de L’amor fuggente, ho visto tra le mie mani prendere forma definitiva la canzone-madrigale.

Ho capito così che una canzone-madrigale non deve necessariamente essere sempre polifonica, al contrario, può avere molti momenti monodici. Sua caratteristica è invece che abbia almeno un episodio polifonico, madrigalistico per così dire, in cui l’intreccio delle voci non sia soltanto un arricchimento con un paio di back vocals, nel più puro stile pop, ma un libero combinarsi di voci indipendenti.

Questo il caso, ad esempio, di I colori del cuore, fondamentalmente monodica, ma con l’intenso episodio madrigalistico centrale, de L’amor fuggente e di tante altre.

Per il resto, la canzone madrigale può avere tutte le caratteristiche formali di una moderna song, come intro, strofa, bridge, ritornello, special e coda, oppure giocare liberamente con queste consuetudini formali, eliminandone alcune.

Struttura completa quella de La lontananza non è come il vento (che uscirà in autunno), con quattro delle sei parti appena citate (strofa, bridge, ritornello, special), forma invece inusuale quella di Scirocco a doppio ritornello o, se vogliamo, con coda che quasi sembra voler ricominciare la canzone, e particolarmente complessa quella di M’innamoro di te, anch’essa con coda 1/ritornello bis e due intermezzi strumentali importanti, oltre ad una coda 2.

 




mercoledì 16 febbraio 2022



Lyrics and Music by BLUdiCAÓς  (Gian-Luca Baldi)

https://www.youtube.com/watch?v=k3ur1q_btvQ 


The Seed, Gloria Rogato e Silvia Belluco, Voices and guitars

Gian-luca Baldi, classical guitar, acoustic guitar, 8 strings electric guitar, bass, 

Alberto Da Bo, electric guitar

Alvise Carraro, percussions, keyboard and sampler sound

Jacopo Raffaele, piano (Scirocco, I colori del cuore, m'innamoro di te e L'amor fuggente)

Franz Fabiano, Sound engineering

Martino Cavallini, piano reverse 

 

First three Madrigal-Songs

Amor stringi i tuoi lacci

Io vorrei

Scirocco (Gravità)


Le altre Madrigal-Songs in uscita tra giugno e luglio:



M'innamoro di te

I colori del cuore

Raingardens-Madrigal

L'Amor Fuggente (Carpe Amorem)


 


sabato 4 dicembre 2021

Suicide by the sea - Crying/screaming Madrigal

Mettersi in gioco e fare quello che nelle arti figurativa fanno già da molti decenni: arte con se stessi, con pezzi vivi della nostra carne e del nostro sangue. Si pensi solo a Marina Abramović.

Questo è quello che ho cercato di fare con Suicide by the sea, 

Tirare fuori il dolore e mettermi in gioco.

Andare in studio ed aspettare il momento in cui sarei riuscito a farlo:

Ne sono uscito emotivamente e fisicamente provato, ma alla fine sono riuscito a far emergere il dolore vero, come un flusso di sangue bollente che sgorga dalla gola, un urlo di dolore che pescava nel profondo, tanto della mia vita quanto di tutta l'umanità, perché, come scrive Edgard Morin, l'artista è quanto di più vicino sia rimasto nella società di oggi alla figura dello Sciamano.

Per il resto, che importa se non sono un pianista e ho suonato io il pianoforte (tastiera elettrica e clavicembalo elettrico), se ho usato la mia voce e non sono un cantante, se ho suonato la chitarra elettrica e non sono più un chitarrista ormai, anzi, ciò costituisce l'essenza stessa di questo brano che avrebbe acquistato un significato completamente diverso se affidato a professionisti.


Timbro liquido

Un discorso a parte meriterebbe il timbro liquido. L'idea che uno strumento si trasformi gradualmente in un altro. Il pianoforte trascolora gradualmente nel clavicembalo, come se provasse empatia per il mio dolore e si trasformasse. Per poi tornare per un attimo se stesso e fondersi infine col clavicembalo.


https://www.youtube.com/watch?v=BvWzH0Ux5dU






lunedì 12 luglio 2021

Goodbye England - Gli Europei di calcio e la morte dei Beatles




Gli inglesi per secoli hanno fatta la guerra al mondo e bisogna ammettere, con grande successo.
A farne le spese per primi i loro popoli confinanti che sono forse quelli che li odiano di più al mondo: Irlandesi e Scozzesi.
Ma a partire dal 1960 hanno trovato un altro modo per compiere le loro conquiste e così, in pochissimo tempo, sono diventati davvero i padroni del mondo occidentale, perché ne hanno conquistato il cuore.
I soldati abili, gli arcieri infallibili, hanno imbracciato una chitarra e hanno cantato All you need is love e tutti noi siamo caduti ai loro piedi.
La Swinging London era il centro di una nuova Era, i Beatles i suoi profeti.
I vantaggi di questa conquista dolce credo siano stai immensi, a cominciare dal punto di vista economico.
Da tempo però le cose son cambiate. E gli inglesi sembrano tornati all’inizio del Ventesimo secolo.
La Brexit, Boris Johnson, non sono altro che i passaggi finali di un ritorno alle origini e di un ripudio totale di quella fase di “amore e fratellanza”.
Vedere tuttavia l’intero stadio di Wembley fischiare il nostro inno, e ancor più gli atleti della squadra inglese sfilarsi in segno di disprezzo la medaglia del secondo posto, sapere che i principi inglesi hanno disertato le premiazioni. Tutto questo segna un confine netto, uno spartiacque.
E’ finita un’epoca. L’Inghilterra si è allontana di anni luce dal continente e ha perso il nostro cuore.
Mi dispiace davvero per loro.
Goodbye England.
I Beatles sono morti.