domenica 6 settembre 2026

Mahler VI - La vita privata: la moglie Alma e la triste storia dell'amico Hugo Wolf (Ultima puntata)

 «Uno stupito sussurro», scrive lo scrittore Stefan Zweig, provocò in tutta Vienna la nomina di Mahler a direttore artistico dell’Opera di Corte, perché il più prestigioso istituto dell’Impero e una delle più illustri istituzioni musicali del mondo occidentale, aveva assunto un uomo tanto giovane. Era il 1897 e Mahler aveva allora trentasette anni. La sua vita professionale toccava uno dei punti più alti ed egli diveniva un uomo potente e famoso, riconosciuto e additato per la strada anche al di fuori della capitale. Poco tempo dopo, quando il compositore fu colto da una grave emorragia, fu l’imperatore stesso, Francesco Giuseppe, a mandargli il suo medico personale ad operarlo.

All’Opera di Corte, l’Hofoper, Mahler fu inizialmente chiamato a far parte della rosa dei cinque direttori stabili, capeggiati da Wilhelm Jahn, ma sia per l’età di quest’ultimo sia per i successi ottenuti nei primi mesi, egli fu ben presto nominato dall’imperatore, che non nascose mai la sua personale simpatia per il musicista, direttore artistico a vita. Nonostante il suo arrivo fosse preceduto da timori e malevoli dicerie, che lo dipingevano come un despota e un “brutale carnefice” per la severità e i ritmi di lavoro che soleva tenere con l’orchestra, l’accoglienza al suo debutto col Lohengrin di Wagner fu trionfale. Da citare, tra le tante recensioni entusiastiche, perfino quella dell’antisemita «Deutsche Zeitung», generalmente spietato nei suoi confronti, che scrisse che «tutto era di una sicurezza, di una chiarezza e di una bellezza plastica, soprattutto i cori» (La Grange 2011, p. 121).


Tuttavia, le accoglienze trionfali delle sue esecuzioni non fecero cessare i conflitti con la sempre nutrita schiera di coloro che lo avversavano, conflitti che resero amari i dieci anni che Mahler passò a Vienna. Già la sua nomina non fu senza contrasti, soprattutto per il fatto che egli fosse ebreo di nascita, nonostante si fosse convertito al Cattolicesimo, e per questo fu osteggiata in particolare da Cosima Wagner. Contrasti che poi continuarono sia con l’intendenza del teatro per continui conflitti di competenze, sia con i cantanti e con gli orchestrali, conflitti nei quali Mahler riuscì quasi sempre a prevalere, ma che creavano un clima di tensione persistente dal quale il compositore cominciò ben presto a desiderare di fuggire.

La violenza degli attacchi contro Mahler sulla stampa è ben simboleggiata dall’articolo del giornale satirico «Kikeriki», che titolava nel 1898: Cacciamo Mahler, il boia dell’arte. Mahler d’altronde non passava sotto silenzio le critiche feroci e una volta dichiarò che, nella sua Terza sinfonia, avrebbe voluto far cozzare i teschi dei critici morti, per ottenere un suono lamentoso e ricoprire poi i timpani con la loro pelle.

Le ragioni di questa ostilità erano, come abbiamo già detto negli articoli precedenti, molteplici. Tuttavia, va sottolineato che a Vienna «Mahler impose una nuova concezione che riguardava non solo l’espressione musicale, ma anche la postura, la dizione e la recitazione dei cantanti. Ridistribuì i ruoli in funzione della personalità, dell’aspetto fisico e delle attitudini drammatiche di ciascuno, cosa che non mancò di scatenare violenti conflitti, dato che i cantanti erano spesso legati a giornalisti ai quali chiedevano espressamente di sollevare uno “scandalo” (La Grange 2011, p. 132). In poche parole, portò una vera e propria rivoluzione, tanto più che egli sembrava incapace di accettare i delicati compromessi che spesso devono trovarsi per gestire situazioni complesse come un teatro d’opera. Era piuttosto il sacerdote di una divinità implacabile e crudele, la Musica, e in nome di essa combatteva strenuamente a costo della sua stessa salute e serenità, tanto da dimostrarsi a volte estremamente duro e circondarsi così di innumerevoli nemici.

Questo suo rigore lo portò ad essere severo anche con vecchi amici d’infanzia, come Hugo Wolf, compositore che si è guadagnato un posto nei libri di storia per le sue bellissime raccolte di Lieder per voce e pianoforte, come ad esempio i Mörike-Lieder. Nei confronti dell’amico fu dapprima cordiale e disponibile e gli dette ampie rassicurazioni sulla possibilità di eseguire la sua opera Der Corregidor, già rappresentata a Mannheim nel 1896. L’opera, tuttavia, tardava ad essere messa in cartellone a Vienna e Wolf tornò a trovare Mahler per chiederne ragioni. Ci fu un litigio e Mahler non mancò di dire quello che pensava del lavoro dell’amico e cioè che conteneva talora debolezze sceniche e drammatiche. Questo incrinò il già delicato equilibrio psichico di Wolf, la cui mente era compromessa da un’infezione sifilitica contratta in gioventù. Egli cominciò ad urlare e a bestemmiare e ciò spinse Mahler a ricorrere al suo solito stratagemma: azionare un pulsante segreto per farsi chiamare dall’usciere e correre via con la scusa di essere convocato d’urgenza dalla sovrintendenza del teatro. Per Wolf fu l’inizio della fine. Pochi giorni dopo, a causa dei suoi eccessi (si era recato anche a casa di Mahler gridando che era lui il nuovo direttore della Hofoper) i suoi stessi amici lo fecero internare in una casa di cura e finì gli ultimi cinque anni di vita in un manicomio. Mahler avrebbe eseguito l’opera Der Corrigidor nel febbraio del 1904, esattamente un anno dopo la morte dell’amico, dapprima in una versione da lui stesso rielaborata e una seconda volta nella versione originale.

Alma

Per uno strano paradosso del destino, nelle composizioni di colei che sarebbe divenuta nel 1902 moglie di Mahler, Alma Schindler (il suo lascito è composto da quattordici Lieder per voce e pianoforte), diversi critici colgono gli echi proprio del linguaggio di Wolf (oltre a Brahms, Wagner e Schoenberg), mentre ne sottolineano la lontananza dal mondo mahleriano. Figlia di un pittore molto famoso all’epoca, Emil Schindler e di una cantante di operetta, Anna von Bergen, Alma, oltre a cominciare a studiare pianoforte da giovanissima (e ad esibirsi con la sorella già a dieci anni), aveva ricevuto un’educazione decisamente completa e inusuale per una donna dell’epoca. Suo patrigno, alla morte del padre, sarà un altro pittore, Carl Moll.

Aveva ventun anni quando assistette ad una rappresentazione de Il flauto magico di Mozart diretta da Mahler, nel febbraio del 1901. Rimase molto impressionata da quel direttore che descrisse come un Lucifero, dal volto bianco e gli occhi neri come carboni. «Sentii una grande pietà per lui e dissi a coloro che erano con me che non era possibile resistere ad una vita simile» (Principe 1983, p. 631).

Di grande fascino e bellezza, dalla figura alta e snella e un precoce talento, a sedici anni aveva già conquistato i salotti viennesi. Tra i suoi assidui corteggiatori vi erano Gustav Klimt, il compositore Alexander von Zemlinsky (fu anche suo insegnante di composizione e grande amico di Arnold Schoenberg) e Max Burkhard, avvocato e direttore artistico del Burgtheater di Vienna.

Dieci mesi dopo la rappresentazione de Il flauto magico, si fidanzò ufficialmente con Mahler e un anno dopo, nel marzo del 1902, si sposarono. Si erano messi insieme proprio una sera che il povero avvocato Burckhard era stato invitato a cena dalla madre di Alma. Mahler si era presentato senza preavviso e gli era stato chiesto di fermarsi. Nel tragitto per andare all’ufficio postale e telefonare alla sorella per avvisarla, Alma e Gustav si erano confessati i loro propositi matrimoniali, e una volta ritornati a casa, mentre la madre e l’avvocato li aspettavano a tavola, si scambiarono un bacio in camera di lei, suggellando così la loro promessa.

Dopo la morte di Mahler, Alma avrebbe sposato il grande architetto della Bauhaus Walter Gropius, già suo amante quando Mahler era ancora vivo. L’avvenimento aveva costituito naturalmente un momento drammatico del loro matrimonio, tanto da spingere il compositore a incontrare Sigmund Freud, col quale ebbe un lungo colloquio. Alma avrebbe poi sposato in terze nozze lo scrittore Franz Werfel, e avrebbe avuto una lunga relazione col pittore Oskar Kokoschka.

Morirà a New York nel 1964, in tempo per vedere il successo che la musica del primo marito stava cominciando a riscuotere in tutto il mondo. Sebbene ella sia senza dubbio una delle fonti primarie delle notizie riguardanti la vita del compositore, viene considerata anche causa delle principali distorsioni della verità sulla sua biografia, tanto che i musicologi hanno coniato l’espressione “Il problema Alma”.

Amaro epilogo

La stagione viennese con l’Ofoper si concluse, nel 1907, in modo amaro per Mahler. I detrattori della sua musica sembravano aumentare almeno quanto gli estimatori, e così si inaspriva la loro veemenza critica e il sarcasmo. Per costoro la musica di Mahler non era altro che arida imitazione dei grandi del passato, da Beethoven a Schubert, passando per le canzoni dell’osteria. Mahler inoltre, in un paio di occasioni, si era esposto ulteriormente alle critiche, difendendo un giovane compositore, Arnold Schoenberg. Quest’ultimo infatti era stato violentemente attaccato durante due diversi concerti ai quali Mahler aveva assistito, e questi si era pronunciato pubblicamente a suo favore. In realtà, in seguito, avrebbe dichiarato di non capire la sua musica, asserendo, tuttavia: «è giovane, forse ha ragione». La causa principale dei dissidi con la sovrintendenza del teatro fu comunque, ufficialmente, il fatto che Mahler dedicasse troppo tempo ai suoi concerti e alle sue composizioni, in particolare furono tre concerti programmati a Roma e segnati in un’agenda che gli sarebbe stata trafugata e consegnata al sovrintendente del teatro, a scatenargli le aperte ostilità dei dirigenti. All’accusa che la diminuzione degli incassi del teatro fosse la conseguenza dei troppi permessi, Mahler rispose che i successi personali del direttore non potevano che dare maggior lustro al teatro e partì senza esitazioni per l’Italia. Al tempo stesso cominciò a guardarsi intorno, in cerca di un nuovo lavoro. Poco tempo dopo ricevette una più che allettante proposta dagli Stati Uniti, dal Metropolitan Opera House di New York ed insieme alla moglie Alma, decise di accettare. Gli anni amari di Vienna erano per loro, fortunatamente, terminati. Una volta che si diffuse la notizia delle sue intenzioni di abbandonare l’Ofoper, un nutrito gruppo di sostenitori sottoscrisse un appello pubblico affinché rimanesse a Vienna, ma ormai era deciso a partire. Proprio in quei giorni, durante i quali Mahler sembrava vivere da recluso in casa e nel suo ufficio, si ammalò di scarlattina, all’età di cinque anni, la sua figlia maggiore, Maria, detta Putzi, una bellissima bambina dai capelli neri e gli occhi azzurri e in poche settimane morì. Per il compositore fu un dolore straziante. In quella stessa occasione, un medico, chiamato per un malore che colse sia la moglie Alma che la suocera, diagnosticò a Mahler un serio problema cardiaco.


Maiernigg

Come abbiamo scritto negli articoli precedenti, Mahler, completamente assorbito dagli impegni come direttore d’orchestra nel corso dell’anno, si dedicava alla composizione musicale solo durante l’estate. All’inizio del 1900, stanco del luogo che aveva fino ad allora scelto come sede delle sue vacanze e del suo ritiro compositivo, Bad Aussee, in Stiria, cominciò a cercare una nuova sede. Fu sua sorella Justine e l’amica/aspirante fidanzata Natalie a trovare per lui la località ideale, Maiernigg, sulle rive del Worthersee in Carinzia. Qui il compositore decise di costruirsi una villa, tra il bosco e il lago, e affidò il progetto ad un architetto. Nell’estate di quell’anno, in attesa che la casa fosse finita affittò una villa nello stesso luogo e qui terminò la Quarta sinfonia. Ma la villa in affitto non era sufficientemente isolata come Mahler desiderava e, disturbato perfino dal canto degli uccelli e dall’abbaiare dei cani, non sembrò trovare per il completamento della sinfonia quelle condizioni ideali di cui aveva così tanto bisogno.

L’anno seguente la sua villa fu pronta. Mahler vi si recò con la sorella Justine e trascorse del tempo particolarmente sereno con lei, tra passeggiate e nuotate, un sigaro e una birra la sera, un bicchiere di vino nelle grandi occasioni. Sono «felici come bambini e si inebriano di quel luogo celeste», scrisse un’amica della sorella. Non soddisfatto dell’isolamento della villa, si fece costruire anche una sorta di capanno, collegato alla casa da una ripida scorciatoia, cosa che contribuiva a dargli l’impressione di potersi isolare totalmente dal mondo circostante. Qui Mahler dedicò molto tempo alla lettura e allo studio, in particolare di Bach e della sua tecnica contrappuntistica (ne copiava ogni sera, a lume di candela, una pagina), ma anche di Schumann e di Schubert, autori che amava particolarmente. E qui, in quell’estate del 1901, visse uno straordinario momento di felicità creativa, e compose i primi tre movimenti della Quinta sinfonia e alcuni dei Lieder che avrebbero poi fatto parte delle due raccolte dei Rückert-Lieder e dei Kindertotenlieder, tra i massimi capolavori della produzione mahleriana.

Tra i Rückert-Lieder deve essere citato il bellissimo Lied Ich bin der Welt abhanden gekommen, (Sono ormai perso la mondo), il cui testo recita “Ormai non mi ha più il mondo per il quale ho perso il mio tempo. Vivo solo nel mio paradiso, nel mio amore, nei miei canti”. Mahler si riconosceva totalmente in questo Lied, dichiarando «Sono proprio io», e La Grange ne sottolinea l’intensità di espressione, la sospensione del tempo, un senso di misticismo quasi orientale.

Il suo amico, allievo e direttore d’orchestra Bruno Walter avrebbe detto, molti anni dopo, riferendosi a quel periodo, che Mahler sembrava trasformato: era «diventato più maturo, più dolce e più indulgente, e una grande calma, salita dal profondo, aveva pervaso il suo essere» (La Grange 2011, p. 176).

L’estate seguente tornò a Maiernigg con Alma, ormai sua moglie, e qui riprese a comporre la Quinta. A settembre la sinfonia era finita e la suonò interamente al pianoforte alla moglie. Era la prima volta che le faceva sentire una musica appena composta. Alma, che a sua stessa detta, era stata inizialmente molto perplessa nei confronti della musica di Mahler, era rimasta invece molto colpita da un’esecuzione della Terza sinfonia, La notte del concerto «gli dichiarò, piangendo di gioia, di averlo finalmente capito. Gli giurò che l’avrebbe amato in eterno e che sarebbe vissuta soltanto per lui» (Principe 1983, pp. 673-674). Apparentemente, sul momento, restò meno affascinata dalla Quinta eseguita al pianoforte dal marito, sebbene l’Adagietto, il quarto tempo, avesse rappresentato, qualche mese prima, una vera e propria dichiarazione d’amore per la moglie. Invece di una lettera, infatti, Mahler le aveva mandato il manoscritto del movimento, senza una parola. «Ella capì e gli scrisse che doveva venire», riporta un amico intimo della coppia, Willelm Mengelberg.

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