«Uno stupito sussurro», scrive lo scrittore Stefan Zweig, provocò in tutta Vienna la nomina di Mahler a direttore artistico dell’Opera di Corte, perché il più prestigioso istituto dell’Impero e una delle più illustri istituzioni musicali del mondo occidentale, aveva assunto un uomo tanto giovane. Era il 1897 e Mahler aveva allora trentasette anni. La sua vita professionale toccava uno dei punti più alti ed egli diveniva un uomo potente e famoso, riconosciuto e additato per la strada anche al di fuori della capitale. Poco tempo dopo, quando il compositore fu colto da una grave emorragia, fu l’imperatore stesso, Francesco Giuseppe, a mandargli il suo medico personale ad operarlo.
All’Opera
di Corte, l’Hofoper, Mahler fu inizialmente chiamato a far parte della rosa dei
cinque direttori stabili, capeggiati da Wilhelm Jahn, ma sia per l’età di
quest’ultimo sia per i successi ottenuti nei primi mesi, egli fu ben presto nominato
dall’imperatore, che non nascose mai la sua personale simpatia per il
musicista, direttore artistico a vita. Nonostante il suo arrivo fosse preceduto
da timori e malevoli dicerie, che lo dipingevano come un despota e un “brutale
carnefice” per la severità e i ritmi di lavoro che soleva tenere con
l’orchestra, l’accoglienza al suo debutto col Lohengrin di Wagner fu trionfale. Da citare, tra le tante
recensioni entusiastiche, perfino quella dell’antisemita «Deutsche Zeitung», generalmente
spietato nei suoi confronti, che scrisse che «tutto era di una sicurezza, di
una chiarezza e di una bellezza plastica, soprattutto i cori» (La Grange 2011,
p. 121).
Tuttavia, le accoglienze trionfali delle sue esecuzioni non fecero cessare i conflitti con la sempre nutrita schiera di coloro che lo avversavano, conflitti che resero amari i dieci anni che Mahler passò a Vienna. Già la sua nomina non fu senza contrasti, soprattutto per il fatto che egli fosse ebreo di nascita, nonostante si fosse convertito al Cattolicesimo, e per questo fu osteggiata in particolare da Cosima Wagner. Contrasti che poi continuarono sia con l’intendenza del teatro per continui conflitti di competenze, sia con i cantanti e con gli orchestrali, conflitti nei quali Mahler riuscì quasi sempre a prevalere, ma che creavano un clima di tensione persistente dal quale il compositore cominciò ben presto a desiderare di fuggire.
La
violenza degli attacchi contro Mahler sulla stampa è ben simboleggiata
dall’articolo del giornale satirico «Kikeriki», che titolava nel 1898: Cacciamo Mahler, il boia dell’arte.
Mahler d’altronde non passava sotto silenzio le critiche feroci e una volta
dichiarò che, nella sua Terza sinfonia,
avrebbe voluto far cozzare i teschi dei critici morti, per ottenere un suono
lamentoso e ricoprire poi i timpani con la loro pelle.
Le
ragioni di questa ostilità erano, come abbiamo già detto negli articoli
precedenti, molteplici. Tuttavia, va sottolineato che a Vienna «Mahler impose
una nuova concezione che riguardava non solo l’espressione musicale, ma anche
la postura, la dizione e la recitazione dei cantanti. Ridistribuì i ruoli in
funzione della personalità, dell’aspetto fisico e delle attitudini drammatiche
di ciascuno, cosa che non mancò di scatenare violenti conflitti, dato che i
cantanti erano spesso legati a giornalisti ai quali chiedevano espressamente di
sollevare uno “scandalo” (La Grange 2011, p. 132). In poche parole, portò una
vera e propria rivoluzione, tanto più che egli sembrava incapace di accettare i
delicati compromessi che spesso devono trovarsi per gestire situazioni
complesse come un teatro d’opera. Era piuttosto il sacerdote di una divinità
implacabile e crudele, la Musica, e in nome di essa combatteva strenuamente a
costo della sua stessa salute e serenità, tanto da dimostrarsi a volte estremamente
duro e circondarsi così di innumerevoli nemici.
Questo
suo rigore lo portò ad essere severo anche con vecchi amici d’infanzia, come
Hugo Wolf, compositore che si è guadagnato un posto nei libri di storia per le
sue bellissime raccolte di Lieder per voce e pianoforte, come ad esempio i Mörike-Lieder. Nei confronti dell’amico
fu dapprima cordiale e disponibile e gli dette ampie rassicurazioni sulla
possibilità di eseguire la sua opera Der
Corregidor, già rappresentata a Mannheim nel 1896. L’opera, tuttavia,
tardava ad essere messa in cartellone a Vienna e Wolf tornò a trovare Mahler per
chiederne ragioni. Ci fu un litigio e Mahler non mancò di dire quello che
pensava del lavoro dell’amico e cioè che conteneva talora debolezze sceniche e
drammatiche. Questo incrinò il già delicato equilibrio psichico di Wolf, la cui
mente era compromessa da un’infezione sifilitica contratta in gioventù. Egli
cominciò ad urlare e a bestemmiare e ciò spinse Mahler a ricorrere al suo
solito stratagemma: azionare un pulsante segreto per farsi chiamare
dall’usciere e correre via con la scusa di essere convocato d’urgenza dalla
sovrintendenza del teatro. Per Wolf fu l’inizio della fine. Pochi giorni dopo,
a causa dei suoi eccessi (si era recato anche a casa di Mahler gridando che era
lui il nuovo direttore della Hofoper) i suoi stessi amici lo fecero internare
in una casa di cura e finì gli ultimi cinque anni di vita in un manicomio. Mahler
avrebbe eseguito l’opera Der Corrigidor nel febbraio del 1904,
esattamente un anno dopo la morte dell’amico, dapprima in una versione da lui
stesso rielaborata e una seconda volta nella versione originale.
Alma
Per
uno strano paradosso del destino, nelle composizioni di colei che sarebbe
divenuta nel 1902 moglie di Mahler, Alma Schindler (il suo lascito è composto
da quattordici Lieder per voce e pianoforte), diversi critici colgono gli echi
proprio del linguaggio di Wolf (oltre a Brahms, Wagner e Schoenberg), mentre ne
sottolineano la lontananza dal mondo mahleriano. Figlia di un pittore molto
famoso all’epoca, Emil Schindler e di una cantante di operetta, Anna von
Bergen, Alma, oltre a cominciare a studiare pianoforte da giovanissima (e ad
esibirsi con la sorella già a dieci anni), aveva ricevuto un’educazione decisamente
completa e inusuale per una donna dell’epoca. Suo patrigno, alla morte del
padre, sarà un altro pittore, Carl Moll.
Aveva ventun anni quando
assistette ad una rappresentazione de Il
flauto magico di Mozart diretta da Mahler, nel febbraio del 1901. Rimase
molto impressionata da quel direttore che descrisse come un Lucifero, dal volto
bianco e gli occhi neri come carboni. «Sentii una grande pietà per lui e dissi
a coloro che erano con me che non era possibile resistere ad una vita simile»
(Principe 1983, p. 631).
Di grande fascino e
bellezza, dalla figura alta e snella e un precoce talento, a sedici anni aveva
già conquistato i salotti viennesi. Tra i suoi assidui corteggiatori vi erano
Gustav Klimt, il compositore Alexander von Zemlinsky (fu anche suo insegnante
di composizione e grande amico di Arnold Schoenberg) e Max Burkhard, avvocato e
direttore artistico del Burgtheater di Vienna.
Dieci mesi dopo la
rappresentazione de Il flauto magico,
si fidanzò ufficialmente con Mahler e un anno dopo, nel marzo del 1902, si
sposarono. Si erano messi insieme proprio una sera che il povero avvocato
Burckhard era stato invitato a cena dalla madre di Alma. Mahler si era
presentato senza preavviso e gli era stato chiesto di fermarsi. Nel tragitto
per andare all’ufficio postale e telefonare alla sorella per avvisarla, Alma e
Gustav si erano confessati i loro propositi matrimoniali, e una volta ritornati
a casa, mentre la madre e l’avvocato li aspettavano a tavola, si scambiarono un
bacio in camera di lei, suggellando così la loro promessa.
Dopo la morte di Mahler,
Alma avrebbe sposato il grande architetto della Bauhaus Walter Gropius, già suo
amante quando Mahler era ancora vivo. L’avvenimento aveva costituito
naturalmente un momento drammatico del loro matrimonio, tanto da spingere il
compositore a incontrare Sigmund Freud, col quale ebbe un lungo colloquio. Alma
avrebbe poi sposato in terze nozze lo scrittore Franz Werfel, e avrebbe avuto
una lunga relazione col pittore Oskar Kokoschka.
Morirà a New York nel
1964, in tempo per vedere il successo che la musica del primo marito stava
cominciando a riscuotere in tutto il mondo. Sebbene ella sia senza dubbio una
delle fonti primarie delle notizie riguardanti la vita del compositore, viene
considerata anche causa delle principali distorsioni della verità sulla sua
biografia, tanto che i musicologi hanno coniato l’espressione “Il problema
Alma”.
Amaro
epilogo
La
stagione viennese con l’Ofoper si concluse, nel 1907, in modo amaro per Mahler.
I detrattori della sua musica sembravano aumentare almeno quanto gli
estimatori, e così si inaspriva la loro veemenza critica e il sarcasmo. Per
costoro la musica di Mahler non era altro che arida imitazione dei grandi del
passato, da Beethoven a Schubert, passando per le canzoni dell’osteria. Mahler inoltre,
in un paio di occasioni, si era esposto ulteriormente alle critiche, difendendo
un giovane compositore, Arnold Schoenberg. Quest’ultimo infatti era stato
violentemente attaccato durante due diversi concerti ai quali Mahler aveva
assistito, e questi si era pronunciato pubblicamente a suo favore. In realtà,
in seguito, avrebbe dichiarato di non capire la sua musica, asserendo,
tuttavia: «è giovane, forse ha ragione». La causa principale dei dissidi con la
sovrintendenza del teatro fu comunque, ufficialmente, il fatto che Mahler dedicasse
troppo tempo ai suoi concerti e alle sue composizioni, in particolare furono
tre concerti programmati a Roma e segnati in un’agenda che gli sarebbe stata
trafugata e consegnata al sovrintendente del teatro, a scatenargli le aperte
ostilità dei dirigenti. All’accusa che la diminuzione degli incassi del teatro
fosse la conseguenza dei troppi permessi, Mahler rispose che i successi
personali del direttore non potevano che dare maggior lustro al teatro e partì senza
esitazioni per l’Italia. Al tempo stesso cominciò a guardarsi intorno, in cerca
di un nuovo lavoro. Poco tempo dopo ricevette una più che allettante proposta
dagli Stati Uniti, dal Metropolitan Opera House di New York ed insieme alla
moglie Alma, decise di accettare. Gli anni amari di Vienna erano per loro,
fortunatamente, terminati. Una volta che si diffuse la notizia delle sue
intenzioni di abbandonare l’Ofoper, un nutrito gruppo di sostenitori
sottoscrisse un appello pubblico affinché rimanesse a Vienna, ma ormai era deciso
a partire. Proprio in quei giorni, durante i quali Mahler sembrava vivere da
recluso in casa e nel suo ufficio, si ammalò di scarlattina, all’età di cinque
anni, la sua figlia maggiore, Maria, detta Putzi, una bellissima bambina dai
capelli neri e gli occhi azzurri e in poche settimane morì. Per il compositore
fu un dolore straziante. In quella stessa occasione, un medico, chiamato per un
malore che colse sia la moglie Alma che la suocera, diagnosticò a Mahler un
serio problema cardiaco.
Maiernigg
Come
abbiamo scritto negli articoli precedenti, Mahler, completamente assorbito
dagli impegni come direttore d’orchestra nel corso dell’anno, si dedicava alla
composizione musicale solo durante l’estate. All’inizio del 1900, stanco del
luogo che aveva fino ad allora scelto come sede delle sue vacanze e del suo
ritiro compositivo, Bad Aussee, in Stiria, cominciò a cercare una nuova sede.
Fu sua sorella Justine e l’amica/aspirante fidanzata Natalie a trovare per lui
la località ideale, Maiernigg, sulle rive del Worthersee in Carinzia. Qui il
compositore decise di costruirsi una villa, tra il bosco e il lago, e affidò il
progetto ad un architetto. Nell’estate di quell’anno, in attesa che la casa
fosse finita affittò una villa nello stesso luogo e qui terminò la Quarta sinfonia. Ma la villa in affitto
non era sufficientemente isolata come Mahler desiderava e, disturbato perfino
dal canto degli uccelli e dall’abbaiare dei cani, non sembrò trovare per il
completamento della sinfonia quelle condizioni ideali di cui aveva così tanto
bisogno.
L’anno
seguente la sua villa fu pronta. Mahler vi si recò con la sorella Justine e
trascorse del tempo particolarmente sereno con lei, tra passeggiate e nuotate,
un sigaro e una birra la sera, un bicchiere di vino nelle grandi occasioni. Sono
«felici come bambini e si inebriano di quel luogo celeste», scrisse un’amica
della sorella. Non soddisfatto dell’isolamento della villa, si fece costruire
anche una sorta di capanno, collegato alla casa da una ripida scorciatoia, cosa
che contribuiva a dargli l’impressione di potersi isolare totalmente dal mondo
circostante. Qui Mahler dedicò molto tempo alla lettura e allo studio, in
particolare di Bach e della sua tecnica contrappuntistica (ne copiava ogni
sera, a lume di candela, una pagina), ma anche di Schumann e di Schubert,
autori che amava particolarmente. E qui, in quell’estate del 1901, visse uno
straordinario momento di felicità creativa, e compose i primi tre movimenti
della Quinta sinfonia e alcuni dei
Lieder che avrebbero poi fatto parte delle due raccolte dei Rückert-Lieder e dei Kindertotenlieder, tra i massimi
capolavori della produzione mahleriana.
Tra
i Rückert-Lieder deve essere citato
il bellissimo Lied Ich bin der Welt
abhanden gekommen, (Sono ormai perso la mondo), il cui testo recita “Ormai
non mi ha più il mondo per il quale ho perso il mio tempo. Vivo solo nel mio
paradiso, nel mio amore, nei miei canti”. Mahler si riconosceva totalmente in
questo Lied, dichiarando «Sono proprio io», e La Grange ne sottolinea l’intensità
di espressione, la sospensione del tempo, un senso di misticismo quasi
orientale.
Il
suo amico, allievo e direttore d’orchestra Bruno Walter avrebbe detto, molti
anni dopo, riferendosi a quel periodo, che Mahler sembrava trasformato: era «diventato
più maturo, più dolce e più indulgente, e una grande calma, salita dal
profondo, aveva pervaso il suo essere» (La Grange 2011, p. 176).
L’estate
seguente tornò a Maiernigg con Alma, ormai sua moglie, e qui riprese a comporre
la Quinta. A settembre la sinfonia
era finita e la suonò interamente al pianoforte alla moglie. Era la prima volta
che le faceva sentire una musica appena composta. Alma, che a sua stessa detta,
era stata inizialmente molto perplessa nei confronti della musica di Mahler,
era rimasta invece molto colpita da un’esecuzione della Terza sinfonia, La notte del concerto «gli dichiarò, piangendo di
gioia, di averlo finalmente capito. Gli giurò che l’avrebbe amato in eterno e
che sarebbe vissuta soltanto per lui» (Principe 1983, pp. 673-674). Apparentemente,
sul momento, restò meno affascinata dalla Quinta
eseguita al pianoforte dal marito, sebbene l’Adagietto, il quarto tempo, avesse rappresentato, qualche mese
prima, una vera e propria dichiarazione d’amore per la moglie. Invece di una
lettera, infatti, Mahler le aveva mandato il manoscritto del movimento, senza
una parola. «Ella capì e gli scrisse che doveva venire», riporta un amico
intimo della coppia, Willelm Mengelberg.


Nessun commento:
Posta un commento