Claudio Monteverdi
Parte I – Mantova e il madrigale
Introduzione
Abbiamo fatto il nome di Claudio Monteverdi proprio nel primo dei contributi di questa rubrica (dicembre 2015), inserendolo tra quei grandi compositori della storia della musica classica che restano tutt’oggi poco conosciuti anche dagli appassionati più esperti. Una delle principali ragioni di questo ‘oblio’ sta probabilmente nel fatto che egli si inserisce in un punto nodale del passaggio dalla musica rinascimentale a quella barocca e viene per questa ragione a trovarsi ‘in ombra’, restando proprio alle soglie di quella vasta regione della musica classica maggiormente sotto i riflettori del pubblico e dell’industria discografica. Quel periodo storico in realtà, così ricco di fermenti ed inquietudini e animato da un forte desiderio di rinnovare il linguaggio musicale, caratterizzato da spregiudicatezza e libertà, ma al tempo stesso da leggerezza e godibilità, può essere oggi di grande interesse per noi e forse aspetta solo di essere scoperto dal grande pubblico (da un film come Amadeus forse?). La modernità di Monteverdi ne è testimonianza ed egli non fu solo un compositore straordinario e completo (autore di musica strumentale, vocale e sacra), senza dubbio il più grande compositore italiano della prima metà del Seicento ed uno dei più grandi in assoluto, ma anche il «primo grande operista della storia» (Barblan-Gallico-Pannain, 1967, p. 130). Egli infatti, in particolar modo con alcune figure femminili come Poppea (L’incoronazione di Poppea, 1642), «la prima grande figura di donna della storia del melodramma, assurge veramente a vertici di teatralità shakespeariana, o verdiana» (Barblan-Gallico-Pannain, 1967, p. 238).
Alcuni cenni storico-biografici
Claudio Monteverdi nasce a Cremona
nel 1567 da famiglia inizialmente «non povera, ma poverissima» (Barblan-Gallico-Pannain,
1967, p. 10). Il padre Baldassarre esercitò infatti per tutta l’infanzia e
giovinezza di Monteverdi la modesta professione del ‘cerusico’ e nella sua
bottega nei pressi della cattedrale praticava le arti del barbiere e
dell’erborista, del cavadenti e del guaritore. Si era inoltre dovuto risposare
ben tre volte, trovandosi con sei bocche da sfamare, come si diceva un tempo (Monteverdi
perse la madre a otto anni e crebbe con due diverse matrigne). Vent’anni dopo
la nascita di Claudio, tuttavia, il padre risulta primo nella lista dei
chirurghi riconosciuti, poiché la città di Milano (da cui Cremona dipendeva) aveva
stabilito che nessuno potesse medicare né esternamente né internamente che non fosse
prima approvato e riconosciuto per idoneo. Un bel salto di qualità, sia in
termini di prestigio che di entrate per la famiglia, anche se alquanto tardivo
per Monteverdi. Egli ebbe però la fortuna, pur crescendo in una modestissima
famiglia ed in una «città di provincia troppo angusta e troppo provata dalla
sorte avversa, che usciva esausta da una serie di flagelli che l’avevano
devastata, dissanguata, avvilita, stremata» (Barblan-Gallico-Pannain, 1967, p.
17), e i cui migliori musicisti emigravano in altre città, che un compositore
di grandissimo livello come il veronese Marco Antonio Ingegneri si fosse
stabilito a Cremona, dapprima come cantore nel duomo, intorno al 1568, e poi come
maestro di cappella della cattedrale nel 1581.
È probabile che Monteverdi alla morte
della madre fosse affidato alla scuola dei chierici della vicina cattedrale,
laddove ebbe modo di studiare grammatica, retorica e belle lettere. Nella
cantoria della cattedrale operava appunto Ingegneri, che insieme all’organista
Camillo Mainerio figurava tra le amicizie e la clientela del padre Baldassarre.
Che tutto ciò abbia condotto Monteverdi a studiare con l’Ingegneri possiamo
dedurlo dalla dediche al maestro di tutte le sue prime composizioni pubblicate:
dalle Sacrae cantiuncolae del 1582 al
Primo libro de Madrigali del 1587.
Difficile sopravvalutare l’importanza
che un maestro come l’Ingegneri ebbe per Monteverdi. Di Ingegneri si scrisse
che riuniva la saldezza contrappuntistica della severa tradizione franco
fiamminga a tutte le risorse del madrigalismo rinascimentale italiano, che era
artista di gusto anche nella scelta dei poeti ed era esperto anche in campo strumentale,
«discendendo forse da una stirpe di organari veneti e fu detto suonatore di
violino di grido».
Studiando con l’Ingegneri, allievo a
sua volta di due grandi compositori fiamminghi come Cipriano De Rore
(considerato il più grande dopo Josquin) e Filippo Da Monte, e con l’italiano Vincenzo
Ruffo, Claudio Monteverdi andava a raccogliere e rinsaldare una tradizione
importantissima, che stava alle radici stesse della musica europea. Ne prendeva
il testimone, tenendolo in alto per sessant’anni, e portandolo alle soglie del
Barocco, pronto per dare vita ad una stagione unica e straordinaria della
musica classica.
Mantova
Monteverdi si dimostra compositore
precoce e a vent’anni ha già al suo attivo una serie di composizioni vocali su
testi sacri e profani (secondo l’uso dell’epoca), raccolte in quattro pubblicazioni:
oltre alle Sacrae cantiuncolae, composte
a quindici anni, ci sono le Canzonette,
i Madrigali spirituali ed il Primo Libro de Madrigali (del madrigale, che è la forma principe della musica del Cinquecento, parleremo tra poco). Deve a
questo punto decidere in quale direzione muoversi per abbandonare la sua città
che nulla offre ad un giovane come lui. Fu forse un viaggio a Milano di suo
padre, che doveva sottoporre lo statuto dei chirurghi cremonesi di cui era
procuratore all’ufficio di Sanità, a suggerire l’idea che il giovane Claudio tentasse
la fortuna in quella città. Ed infatti il Secondo
Libro de Madrigali, del 1590, porta
la dedica al presidente del senato milanese, Giacomo Ricardi. A cosa potesse
aspirare concretamente Monteverdi andando a Milano è difficile dire. A riguardo
possiamo solo fare supposizioni. Sappiamo per certo che il suo nome non figura
tra i concorrenti per i due posti allora vacanti presso il Duomo (maestro di
cappella ed organista), forse perché ritenne di essere ancora troppo giovane
per il primo ed inesperto per il secondo. Si ricordi infatti che Monteverdi era
un ‘violista’, cioè suonatore di strumenti ad arco e non organista. Mentre
tutti gli altri posti erano già occupati da musicisti di valore, compresa la
Cappella di Corte.
Ma quel viaggio non fu del tutto
inutile, perché permise a Monteverdi di fare delle conoscenze al difuori del
limite angusto della sua città e di far conoscere la sua musica, e questa ne era
probabilmente la ragione principale, la stessa ragione che potrebbe spingere oggi
un giovane musicista a fare lo stesso.
Tra queste conoscenze ci furono due personaggi che si possono porre tra
i primi suoi intelligenti e fedeli ammiratori: il padre Cherubino Ferrari,
poeta medico e predicatore e Aquilino Coppini, professore di Retorica
all’Università di Pavia.
È probabile che proprio l’intervento
di Ferrari, che inviò i Madrigali di Monteverdi al duca Vincenzo Gonzaga (da
poco succeduto al padre Guglielmo), per l’indiscussa autorità che egli godeva
alla corte di Mantova, sia stato decisivo a favorire l’ingresso di Monteverdi
nel Palazzo dei Gonzaga.
Monteverdi, giunto a Mantova tra il
1590 ed il 1591, venne assunto inizialmente come ‘orchestrale’, cioè entrò a far parte del complesso di sei viole di
corte, essendo un eccellente esecutore («come suonator di viola non hebbe
pari»), mentre dovette aspettare a lungo prima di essere promosso a maestro de la camera et de la chiesa sopra
la musica, nomina che ricevette soltanto nel 1603.
A Mantova, dove restò per ventidue
anni (a cui ne seguiranno altri venti di ‘servitio dolcissimo’ a Venezia), Monteverdi
trovò un ambiente musicale estremamente ricco, con personalità di spicco del
mondo musicale di allora come Giaches da Wert, Salomone Rossi, l’organista
Girolamo Cavazzoni e tanti altri nomi
di rilievo. Vi erano inoltre numerosi cantanti e di grande bravura, oltre al
gruppo degli otto cantori privati del duca e tra questi le quattro dame
«gelosamente guardate da Vincenzo, le quali conoscevano ogni risorsa del
virtuosismo madrigalistico» (Barblan-Gallico-Pannain 1976, p. 33).
Non bisogna poi dimenticare che i
Gonzaga vantavano una lunga tradizione musicale che li spingeva a praticare
‘l’arte direttamente’: come il cardinale Ercole, autore degli intermezzi
musicali per I suppositi dell’Ariosto
(1553), e Guglielmo, autore di diverse composizioni e di una Messa completa, e che
fu contrappuntista stimato perfino da Palestrina, sommo compositore che il Duca
cercò di portare a Mantova senza successo, e al quale commissionò, nel 1568,
una Messa. Meno esperto di cose musicali Vincenzo, che non si occupò
personalmente di seguire la cappella ducale, e tantomeno di comporre messe e
mottetti come faceva il padre, ma preferì dedicarsi ai grandi spettacoli
teatrali e alle belle attrici, cantanti e suonatrici…
É in questo ambiente favorevolissimo
che Monteverdi potette portare al livello sommo l’arte del madrigale ed
esprimere al meglio tutta la sua grandezza in questo repertorio cameristico e
vocale, così come comincerà a dedicarsi anche al teatro musicale con l’Orfeo (1607), argomento del quale ci
occuperemo nel prossimo articolo.
Del periodo mantovano vale la pena di
sottolineare, dal punto di vista biografico, anche l’incontro col Tasso, non
provato da documenti ma quasi certo, in quanto il Tasso, dopo sette anni di
manicomio a Ferrara era stato condotto a Mantova dal suo fervidissimo
ammiratore, il duca Vincenzo, e laggiù rimase «per un anno, alloggiato dal
principe, servito dai suoi servitori e accarezzato da sua Altezza, e dove
ritornò ancora per alcuni mesi, nel 1591» (Barbaro-Gallico-Pannain, 1967, p.
30). Un incontro artistico del quale restano testimonianza sei dei venti
madrigali del Terzo libro de Madrigali,
pubblicati da Monteverdi nel 1592, che utilizzano alcuni dei momenti più
struggenti ed elegiaci della Gerusalemme
liberata, tra i quali il pianto di Rinaldo sulle spoglie di Clorinda.
Ancora più importanti i viaggi all’estero: il
primo nel 1595, in occasione della campagna contro i Turchi che minacciavano
seriamente l’Austria, al seguito del Duca (Monteverdi fu per l’occasione nominato
provvisoriamente maestro di cappella), nel corso del quale ebbe modo di
ascoltare canti orientali, e il viaggio in Fiandra (1599), durante il quale
ascoltò ed annotò una grande quantità di musica, e rimase colpito soprattutto
dall’alternarsi di strofe cantate e ritornelli strumentali e dal mescolamento
di musiche ‘accademiche’ a «vivaci e piacevoli atteggiamenti popolareschi»
(Barblan-Gallico-Pannain1967, p. 38).
Bibliografia
G. Barblan, C. Gallico, G. Pannain, Monteverdi, ERI, Torino 1967.
H.M. Brown, Madrigale, in DEUMM, Il Lessico, vol. III, Einaudi, Torino, 1988.
C. Gallico, Monteverdi, Einaudi, Torino 1979.
D.J. Grout, Storia della musica in occidente, Feltrinelli, Milano 1984.
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