domenica 13 settembre 2026

Claudio Monteverdi - I parte

 

Claudio Monteverdi

Parte I – Mantova e il madrigale

 

Introduzione

Abbiamo fatto il nome di Claudio Monteverdi proprio nel primo dei contributi di questa rubrica (dicembre 2015), inserendolo tra quei grandi compositori della storia della musica classica che restano tutt’oggi poco conosciuti anche dagli appassionati più esperti. Una delle principali ragioni di questo ‘oblio’ sta probabilmente nel fatto che egli si inserisce in un punto nodale del passaggio dalla musica rinascimentale a quella barocca e viene per questa ragione a trovarsi ‘in ombra’, restando proprio alle soglie di quella vasta regione della musica classica maggiormente sotto i riflettori del pubblico e dell’industria discografica. Quel periodo storico in realtà, così ricco di fermenti ed inquietudini e animato da un forte desiderio di rinnovare il linguaggio musicale, caratterizzato da spregiudicatezza e libertà, ma al tempo stesso da leggerezza e godibilità, può essere oggi di grande interesse per noi e forse aspetta solo di essere scoperto dal grande pubblico (da un film come Amadeus forse?). La modernità di Monteverdi ne è testimonianza ed egli non fu solo un compositore straordinario e completo (autore di musica strumentale, vocale e sacra), senza dubbio il più grande compositore italiano della prima metà del Seicento ed uno dei più grandi in assoluto, ma anche il «primo grande operista della storia» (Barblan-Gallico-Pannain, 1967, p. 130). Egli infatti, in particolar modo con alcune figure femminili come Poppea (L’incoronazione di Poppea, 1642), «la prima grande figura di donna della storia del melodramma, assurge veramente a vertici di teatralità shakespeariana, o verdiana» (Barblan-Gallico-Pannain, 1967, p. 238).


Ritratto del compositore di Jan Van Gerenbroeck o Giovanni Grevembroch Venezia?, 1731 – Venezia, 1807

Alcuni cenni storico-biografici

Claudio Monteverdi nasce a Cremona nel 1567 da famiglia inizialmente «non povera, ma poverissima» (Barblan-Gallico-Pannain, 1967, p. 10). Il padre Baldassarre esercitò infatti per tutta l’infanzia e giovinezza di Monteverdi la modesta professione del ‘cerusico’ e nella sua bottega nei pressi della cattedrale praticava le arti del barbiere e dell’erborista, del cavadenti e del guaritore. Si era inoltre dovuto risposare ben tre volte, trovandosi con sei bocche da sfamare, come si diceva un tempo (Monteverdi perse la madre a otto anni e crebbe con due diverse matrigne). Vent’anni dopo la nascita di Claudio, tuttavia, il padre risulta primo nella lista dei chirurghi riconosciuti, poiché la città di Milano (da cui Cremona dipendeva) aveva stabilito che nessuno potesse medicare né esternamente né internamente che non fosse prima approvato e riconosciuto per idoneo. Un bel salto di qualità, sia in termini di prestigio che di entrate per la famiglia, anche se alquanto tardivo per Monteverdi. Egli ebbe però la fortuna, pur crescendo in una modestissima famiglia ed in una «città di provincia troppo angusta e troppo provata dalla sorte avversa, che usciva esausta da una serie di flagelli che l’avevano devastata, dissanguata, avvilita, stremata» (Barblan-Gallico-Pannain, 1967, p. 17), e i cui migliori musicisti emigravano in altre città, che un compositore di grandissimo livello come il veronese Marco Antonio Ingegneri si fosse stabilito a Cremona, dapprima come cantore nel duomo, intorno al 1568, e poi come maestro di cappella della cattedrale nel 1581.

È probabile che Monteverdi alla morte della madre fosse affidato alla scuola dei chierici della vicina cattedrale, laddove ebbe modo di studiare grammatica, retorica e belle lettere. Nella cantoria della cattedrale operava appunto Ingegneri, che insieme all’organista Camillo Mainerio figurava tra le amicizie e la clientela del padre Baldassarre. Che tutto ciò abbia condotto Monteverdi a studiare con l’Ingegneri possiamo dedurlo dalla dediche al maestro di tutte le sue prime composizioni pubblicate: dalle Sacrae cantiuncolae del 1582 al Primo libro de Madrigali del 1587.

Difficile sopravvalutare l’importanza che un maestro come l’Ingegneri ebbe per Monteverdi. Di Ingegneri si scrisse che riuniva la saldezza contrappuntistica della severa tradizione franco fiamminga a tutte le risorse del madrigalismo rinascimentale italiano, che era artista di gusto anche nella scelta dei poeti ed era esperto anche in campo strumentale, «discendendo forse da una stirpe di organari veneti e fu detto suonatore di violino di grido».

Studiando con l’Ingegneri, allievo a sua volta di due grandi compositori fiamminghi come Cipriano De Rore (considerato il più grande dopo Josquin) e Filippo Da Monte, e con l’italiano Vincenzo Ruffo, Claudio Monteverdi andava a raccogliere e rinsaldare una tradizione importantissima, che stava alle radici stesse della musica europea. Ne prendeva il testimone, tenendolo in alto per sessant’anni, e portandolo alle soglie del Barocco, pronto per dare vita ad una stagione unica e straordinaria della musica classica.

Mantova

Monteverdi si dimostra compositore precoce e a vent’anni ha già al suo attivo una serie di composizioni vocali su testi sacri e profani (secondo l’uso dell’epoca), raccolte in quattro pubblicazioni: oltre alle Sacrae cantiuncolae, composte a quindici anni, ci sono le Canzonette, i Madrigali spirituali ed il Primo Libro de Madrigali (del madrigale, che è la forma principe della musica del Cinquecento, parleremo tra poco). Deve a questo punto decidere in quale direzione muoversi per abbandonare la sua città che nulla offre ad un giovane come lui. Fu forse un viaggio a Milano di suo padre, che doveva sottoporre lo statuto dei chirurghi cremonesi di cui era procuratore all’ufficio di Sanità, a suggerire l’idea che il giovane Claudio tentasse la fortuna in quella città. Ed infatti il Secondo Libro de Madrigali, del 1590, porta la dedica al presidente del senato milanese, Giacomo Ricardi. A cosa potesse aspirare concretamente Monteverdi andando a Milano è difficile dire. A riguardo possiamo solo fare supposizioni. Sappiamo per certo che il suo nome non figura tra i concorrenti per i due posti allora vacanti presso il Duomo (maestro di cappella ed organista), forse perché ritenne di essere ancora troppo giovane per il primo ed inesperto per il secondo. Si ricordi infatti che Monteverdi era un ‘violista’, cioè suonatore di strumenti ad arco e non organista. Mentre tutti gli altri posti erano già occupati da musicisti di valore, compresa la Cappella di Corte.

Ma quel viaggio non fu del tutto inutile, perché permise a Monteverdi di fare delle conoscenze al difuori del limite angusto della sua città e di far conoscere la sua musica, e questa ne era probabilmente la ragione principale, la stessa ragione che potrebbe spingere oggi un giovane musicista a fare lo stesso.  Tra queste conoscenze ci furono due personaggi che si possono porre tra i primi suoi intelligenti e fedeli ammiratori: il padre Cherubino Ferrari, poeta medico e predicatore e Aquilino Coppini, professore di Retorica all’Università di Pavia.

È probabile che proprio l’intervento di Ferrari, che inviò i Madrigali di Monteverdi al duca Vincenzo Gonzaga (da poco succeduto al padre Guglielmo), per l’indiscussa autorità che egli godeva alla corte di Mantova, sia stato decisivo a favorire l’ingresso di Monteverdi nel Palazzo dei Gonzaga.

Monteverdi, giunto a Mantova tra il 1590 ed il 1591, venne assunto inizialmente come ‘orchestrale’, cioè entrò  a far parte del complesso di sei viole di corte, essendo un eccellente esecutore («come suonator di viola non hebbe pari»), mentre dovette aspettare a lungo prima di essere promosso a maestro de la camera et de la chiesa sopra la musica, nomina che ricevette soltanto nel 1603.

A Mantova, dove restò per ventidue anni (a cui ne seguiranno altri venti di ‘servitio dolcissimo’ a Venezia), Monteverdi trovò un ambiente musicale estremamente ricco, con personalità di spicco del mondo musicale di allora come Giaches da Wert, Salomone Rossi, l’organista Girolamo Cavazzoni    e tanti altri nomi di rilievo. Vi erano inoltre numerosi cantanti e di grande bravura, oltre al gruppo degli otto cantori privati del duca e tra questi le quattro dame «gelosamente guardate da Vincenzo, le quali conoscevano ogni risorsa del virtuosismo madrigalistico» (Barblan-Gallico-Pannain 1976, p. 33).

Non bisogna poi dimenticare che i Gonzaga vantavano una lunga tradizione musicale che li spingeva a praticare ‘l’arte direttamente’: come il cardinale Ercole, autore degli intermezzi musicali per I suppositi dell’Ariosto (1553), e Guglielmo, autore di diverse composizioni e di una Messa completa, e che fu contrappuntista stimato perfino da Palestrina, sommo compositore che il Duca cercò di portare a Mantova senza successo, e al quale commissionò, nel 1568, una Messa. Meno esperto di cose musicali Vincenzo, che non si occupò personalmente di seguire la cappella ducale, e tantomeno di comporre messe e mottetti come faceva il padre, ma preferì dedicarsi ai grandi spettacoli teatrali e alle belle attrici, cantanti e suonatrici…

É in questo ambiente favorevolissimo che Monteverdi potette portare al livello sommo l’arte del madrigale ed esprimere al meglio tutta la sua grandezza in questo repertorio cameristico e vocale, così come comincerà a dedicarsi anche al teatro musicale con l’Orfeo (1607), argomento del quale ci occuperemo nel prossimo articolo.

Del periodo mantovano vale la pena di sottolineare, dal punto di vista biografico, anche l’incontro col Tasso, non provato da documenti ma quasi certo, in quanto il Tasso, dopo sette anni di manicomio a Ferrara era stato condotto a Mantova dal suo fervidissimo ammiratore, il duca Vincenzo, e laggiù rimase «per un anno, alloggiato dal principe, servito dai suoi servitori e accarezzato da sua Altezza, e dove ritornò ancora per alcuni mesi, nel 1591» (Barbaro-Gallico-Pannain, 1967, p. 30). Un incontro artistico del quale restano testimonianza sei dei venti madrigali del Terzo libro de Madrigali, pubblicati da Monteverdi nel 1592, che utilizzano alcuni dei momenti più struggenti ed elegiaci della Gerusalemme liberata, tra i quali il pianto di Rinaldo sulle spoglie di Clorinda.

 Ancora più importanti i viaggi all’estero: il primo nel 1595, in occasione della campagna contro i Turchi che minacciavano seriamente l’Austria, al seguito del Duca (Monteverdi fu per l’occasione nominato provvisoriamente maestro di cappella), nel corso del quale ebbe modo di ascoltare canti orientali, e il viaggio in Fiandra (1599), durante il quale ascoltò ed annotò una grande quantità di musica, e rimase colpito soprattutto dall’alternarsi di strofe cantate e ritornelli strumentali e dal mescolamento di musiche ‘accademiche’ a «vivaci e piacevoli atteggiamenti popolareschi» (Barblan-Gallico-Pannain1967, p. 38).


Bibliografia

G. Barblan, C. Gallico, G. Pannain, Monteverdi, ERI, Torino 1967.

H.M. Brown, Madrigale, in DEUMM, Il Lessico, vol. III, Einaudi, Torino, 1988.

C. Gallico, Monteverdi, Einaudi, Torino 1979.

D.J. Grout, Storia della musica in occidente, Feltrinelli, Milano 1984.



Locandina del concerto Omaggio a Claudio Monteverdi - tra passato, presente e futuro, progetto che ho ideato e realizzato per Chiave Classica nel 2023

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